Eventi
Indossare la Bellezza. La grande bigiotteria italiana
Museo del Bijou di Casalmaggiore
19 marzo – 29 maggio 2016
Inaugurazione sabato 19 marzo ore 17.00
E’ stata inaugurata sabato 19 marzo e sarà aperta al pubblico fino al 29 maggio la mostra dal titolo Indossare la Bellezza. La grande bigiotteria italiana. Una selezione curata dalla storica e critica del gioiello Bianca Cappello che conta 300 ornamenti per il corpo, bijoux, corone, abiti gioiello, la maggior parte dei quali inediti. Dopo il successo di media e di pubblico che l’evento ha riscosso presso l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado lo scorso dicembre, l’esposizione è arrivata anche in Italia ed è ospitata presso la splendida cornice del Museo del Bijou di Bijou di Casalmaggiore in provincia di Cremona diretto da Letizia Frigerio. La mostra è organizzata dal Comune di Casalmaggiore con la partecipazione della associazione Amici del Museo del Bijou, il patrocinio di Fondazione Cologni Mestieri d’Arte. Il progetto di comunicazione è a cura di Eugenia Gadaleta esperta in fashion & art communication.
Presenti all’inaugurazione il sindaco di Casalmaggiore Filippo Bongiovanni, l’assessore alla cultura Pamela Carena ed il conservatore del museo Letizia Frigerio. Tra i bigiottieri presenti in mostra anche De Liguoro, creatore delle Corone di Miss Italia presenti in mostra che, per l’occasione, ha creato alcuni coloratissimi e divertenti soprammobili utilizzando componenti e bijoux vintage.
Protagoniste la sapienza artigianale e l’inventiva nella ricerca dei materiali non preziosi tipici della tradizione regionale italiana (tra cui il vetro di Murano, il corallo di Torre del Greco, la paglia di Firenze, il sughero sardo, il micro mosaico fiorentino) che segnano il susseguirsi delle mode e degli eventi storici italiani negli oltre 150 anni di unità nazionale. Bijoux ideati e realizzati in Italia dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri provenienti da prestigiose collezioni private, enti pubblici, archivi e musei aziendali.
Bianca Cappello con questa attenta selezione, e con la serie di mostre Grandi Bigiottieri Italiani, in calendario nei prossimi mesi presso il museo di Casalmaggiore, si propone di valorizzare e divulgare la cultura del bijou italiano con la vocazione di affermare Casalmaggiore, e il suo museo, quale polo attrattivo d’eccellenza in Italia e nel mondo.
“Sono contenta dell’interesse rivolto a questo settore – ha affermato Bianca Cappello – la storia della bigiotteria racconta da vicino la storia delle persone perché il bijou è un veicolo democratico in grado di mostrare da vicino il gusto e della creatività del popolo in cui nasce. Spero che questa mostra riesca a raccontare, attraverso lo stupore ed il fascino che questi bijoux ispirano, la storia della creatività italiana che nei suoi oltre 150 anni ha tenacemente ricercato e perseguito un codice unitario di bellezza.”
In mostra , tra gli altri, un rarissimo sautoir decò con perle millefiori di Ercole Moretti, le spille in micro mosaico di inizio secolo dei Fratelli Traversari, i commoventi e geniali bijoux del periodo autarchico e bellico, quelli elegantissimi e sartoriali della ricostruzione e della “dolce vita” degli anni ’50 e ’60 di Giuliano Fratti, Ottavio Re, Ornella Bijoux e Ferenaz. I girocolli firmati Moschino, Armani, Valentino, Ferrè, Rocco Barocco, Coveri e Ugo Correani, i bijoux creati da Bozart per Tita Rossi ed i luminosi abiti gioiello per Fashion TV, i bijoux di Luciana de Reutern e Coppola e Toppo per Ken Scott e gli splendidi bijoux di Pellini che, da Emma Caimi a Donatella, è oggi alla terza generazione di una gloriosa stirpe di bigiottieri milanesi. E ancora in mostra la numero uno dei collier firmati Bijoux Cascio per Emilio Pucci, i visionari ed originalissimi bijoux di Sharra Pagano, Angela Caputi – Giuggiù, Carlo Zini, Unger, le corone di Miss Italia realizzate da De Liguoro, i coloratissimi orecchini a cascata degli anni sessanta di Viganò e Artigiana Fiorentina Bigiotteria, gli eleganti bijoux in vetro soffiato di Sorelle Sent. Una sezione a parte è dedicata ai bijoux pezzi unici realizzati da Corbella negli anni ’30 per il teatro la Scala di Milano.
Il catalogo della mostra è edito da Sillabe.
Bijoux in mostra:
Angela Caputi – Giuggiù, Armani, Artigiana Fiorentina Bigiotteria, Bijoux Bozart, Bijoux Cascio, Casalmaggiore, Clotilde Silva, Corbella, Ugo Correani, Coppola e Toppo, Coveri, De Liguoro, Ferenaz, Valentino, Fendi, Giuliano Fratti, Lo.Sa, Luciana de Reutern, Ken Scott, Mazzucco Romano, Ercole Moretti, Moschino, Ornella Bijoux, Ottavio Re, Sharra Pagano, Pellini Bijoux, Rocco Barocco, Sorelle Sent, Fratelli Traversari, Unger, Viganò Alta Moda, Carlo Zini
Organizzato da: Comune di Casalmaggiore
Con la partecipazione di: associazione Amici del Museo del Bijou
Patrocinio
Fondazione Cologni Mestieri d’Arte
Istituto Italiano di Cultura di Belgrado
Fonte: Comunicato Stampa
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Eventi
L’Inconscio in passerella: a Milano debutta “Dalí e la Moda”
Published
1 settimana agoon
4 Settembre 2026
C’è grande attesa di scoprire il capitolo culturale più atteso e ambizioso dell’anno. A Milano dal 24 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, gli storici e suggestivi saloni di Palazzo Reale ospiteranno “Dalí e la Moda”, una grande retrospettiva di respiro internazionale posizionata strategicamente per inaugurare in concomitanza con la Milano Fashion Week 2026. Per la prima volta, un percorso espositivo organico indaga la doppia anima del genio catalano: l’impatto di Salvador Dalí sul costume contemporaneo e il ruolo fondamentale che l’abbigliamento e il sistema-moda hanno esercitato nella costruzione meticolosa del suo stesso mito. A quasi quarant’anni dalla pietra miliare Surrealism and Fashion (1987) del Fashion Institute of Technology di New York, l’esposizione milanese offre una chiave di lettura del tutto inedita sulle relazioni tra il movimento surrealista e la cultura materiale. Dalí non è stato un semplice ispiratore passivo per i designer; ha letteralmente anticipato i temi caldi del dibattito contemporaneo: la spettacolarizzazione dell’immagine pubblica, la manipolazione dell’identità corporea e la commercializzazione dell’arte. Il percorso espositivo vanta una selezione imponente di oltre duecento opere e documenti tra dipinti celebri, disegni intimi, fotografie d’archivio, abiti d’alta moda, installazioni video e gioielli scultorei. Il nucleo centrale è garantito dal prestito esclusivo dei tre pilastri istituzionali che custodiscono l’eredità dell’artista: la Fundacio Gala- Salvador Dalì di Figueres, il Dalí Museum di St. Petersburg in Florida e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid.
L’eccezionalità del progetto risiede nel dialogo serrato tra queste opere storiche e i capolavori sartoriali estratti direttamente dagli archivi delle più blasonate maison parigine. I visitatori vedranno fisicamente connesse le visioni di Dalí con le creazioni storiche di Schiaparelli: con cui creò pezzi leggendari come l’abito aragosta e il cappello-scarpa indossato da Gala, moglie, musa assoluta e manager dell’artista, Chanel: simbolo della ridefinizione del guardaroba moderno, Dior e Rabanne: marchi che hanno assorbito e rielaborato la provocazione geometrica e concettuale del pittore. La direzione scientifica fa capo a Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí, affiancata dalla vicedirettrice Ricerca e Progetti Laura Bartolomé e dalla celebre storica della moda Judith Clark. Promossa dal Comune di Milano – Cultura, la mostra vede la produzione congiunta di Palazzo Reale con Mondo Mostre e Civita Mostre e Musei, supportata dal patrocinio dell’Ambasciata di Spagna in Italia e della Camera Nazionale della Moda Italiana. L’esposizione mette in luce come Dalí avesse compreso in netto anticipo il potere pervasivo dei mass media. Dalla progettazione scandalosa delle vetrine per i grandi magazzini Bonwit Teller a New York, passando per le copertine illustrate di Vogue, fino alle campagne pubblicitarie commerciali, Dalí ha scardinato il concetto tradizionale di tela. “Dalí e la Moda” non celebra la semplice estetica del vestire, ma consacra un “artista totale” capace di mostrare che la moda, prima di essere un oggetto di consumo, è la forma più pura di teatralizzazione del nostro inconscio. La mostra di Palazzo Reale dimostra come Dalí non si sia limitato a ispirare lo stile, ma abbia letteralmente anticipato le regole della comunicazione moderna. L’artista catalano ha scardinato i confini della tela per abbracciare la cultura di massa, anticipando di decenni la spettacolarizzazione dell’immagine e la ricerca di identità tipiche della nostra era digitale. Un appuntamento imperdibile per scoprire un visionario capace di ridefinire continuamente, e per sempre, il rapporto tra arte e vita.
Di Elena Parmegiani per DailyMood.it
Crediti:
Photo 01 Salvador Dalí, Figure. Barcelona, Mannequin, 1926, Oil on canvas, 198 x 148 cm © Salvador Dalí, Fundació GalaSalvador Dalí, Figueres, 2026
Photo 02. Salvador Dalí, Singularities, c. 1935, Oil and collage on board, 40,5 x 50 cm © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí,cFigueres, 2026
Photo 03. Salvador Dalí, The Eye of Time, 1949, Platinum, natural ruby, diamonds, enamel and clock with Movado 50SP mechanism, 4 x 6 x 1,7 cm © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026
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Eventi
FRANCESCO Mostra itinerante di Luciano Schifano in Casentino
Published
1 mese agoon
4 Agosto 2026By
DailyMood.it
Francesco, la Sua esistenza, donata interamente all’amore, alla riconciliazione e alla fraternità, continua a parlare al cuore dell’umanità anche a ottocento anni dalla sua morte. Scoprire Francesco oggi significa lasciarsi coinvolgere da una storia che continua, silenziosa e forte, l’esortazione a vivere con la gente che, mostrando il mondo amato da Francesco, quello della campagna, gli animali, il silenzio, diventa un invito concreto ad accogliere il Vangelo nella vita quotidiana, a costruire ponti di dialogo con il creato.
Nel 2026 si concluderanno le celebrazioni del grande centenario francescano con gli ottocento anni dalla pasqua di Francesco (1226-2026) e l’artista Luciano Schifano fa suo il messaggio di Francesco, Il Cantico delle Creature, esprimendo il suo pensiero con discrezione, naturalezza, garbo, dedicando a Francesco tutta una serie di opere, che oggi compongono tre mostre telematiche, riunite in una mostra itinerante, organizzata a cura della scrittrice Lorena Fiorini, con il supporto dei Sindaci Luca Santini Pratovecchio Stia, Antonio Fani Castel San Niccolò, e con la direzione artistica della storica d’arte Alberta Piroci.
Il viaggio itinerante, che comprende 130 opere tra locandine, dipinti, retouchées e prove d’autore, creati negli anni che vanno dal 1965 al 2012, inizia dal Museo dell’Arte della lana, successivamente dal Casale di Pratovecchio Stia, prosegue al Castel San Niccolò, Strada in Casentino, Sala dell’Archivio storico Comunale, e ci auguriamo possa concludersi al Santuario della Verna.
Lo scritto più importante di San Francesco è universalmente riconosciuto nel Cantico delle Creature (o Cantico di Frate Sole). Composto nel 1224, è considerato il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. È un inno alla vita, a Dio e alla natura, fondamentale sia dal punto di vista più spirituale che linguistico perché scritto in volgare umbro (invece che in latino) per essere compreso da tutti. Una presenza forte che ci accompagna… come un seme che germoglia nella terra, la presenza di Francesco è luce e promessa per chiunque desideri camminare nella fraternità e nella speranza.
IL PERCORSO TRA SPIRITUALITA’ E ARTE
Direzione artistica della Storica d’Arte Alberta Piroci
E tutte le creature che sono sotto il cielo,
ciascuna secondo la sua natura,
servono e conoscono e obbediscono
al loro Creatore meglio di te, o uomo
(Fonti Francescane, Ammonimento V)
Ore 10,00 Stia-Museo dell’Arte della lana L’uomo e l’artista Luciano
Ore 12,00 Stia – Il Casale – Sala Conferenze Luciano Schifano
Le creature di Dio prive di ragione
Ore 18,00 Castel San Niccolò, Strada in Casentino
Sala dell’Archivio storico Comunale
I francescani costruttori di Chiese
Santuario della Verna
San Francesco e Sorella morte
ORGANIZZAZIONE: Lorena Fiorini
Già Presidente 2025/2026 Rotary Club Casentino
Presidente Associazione Culturale Scrivi la tua storia e Premio Letterario Donne tra Ricordi e Futuro
Sede operativa: Via Roma, 37-39 – 52017 – Pratovecchio Stia – (AR)
cell. 3473506000 – mail: info@scrivilatuastoria.com – info@lorenafiorini.it – www.lucianoschifano.it
COMUNICAZIONE WEB: Valentina Fiorini
TIPOGRAFIA: Marica Petti
UFFICIO STAMPA: Cristina Vannuzzi – mail:cristina.vannuzzi@gmail.com – cell 371 4640013
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Eventi
Steve MᶜQueen – Guggenheim Museum Bilbao
Published
2 mesi agoon
28 Luglio 2026By
DailyMood.it
9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027
Nel corso della storia dell’arte e nei diversi ambiti della creatività umana, alcune opere sono diventate un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione per la nascita di nuove creazioni. In 66–76–26, il toccante tema musicale Wild Is the Wind costituisce il punto di partenza e l’elemento centrale dell’installazione che l’artista e regista britannico Steve McQueen presenta al Guggenheim Museum Bilbao.
Scritta originariamente da Dimitri Tiomkin e Ned Washington per l’omonimo film del 1957, la canzone fu interpretata nella pellicola da Johnny Mathis e ottenne una candidatura all’Oscar. Da allora è stata riproposta in numerose versioni, tra cui spiccano quelle di Nina Simone, del 1966, e di David Bowie, del 1976. Lo stesso McQueen inserì il brano in una sequenza del suo film Widows del 2018.
Questa volta McQueen torna sulle due interpretazioni che lo affascinano da decenni, eliminando ogni accompagnamento strumentale e collocandole in uno spazio privo di altri suoni, immagini o stimoli che possano interferire con la percezione delle voci di Simone e Bowie. Nasce così una nuova opera, carica di emozione e sottigliezza. In linea con il costante interesse di McQueen per la creazione di condizioni capaci di favorire uno sguardo e un ascolto concentrati, il lavoro offre uno spazio in cui queste voci possono essere incontrate con un’intimità e un’attenzione fuori dal comune.
Per Occident è motivo di grande soddisfazione sostenere questo progetto sofisticato e capace di stimolare la riflessione. Mi auguro che possiate apprezzare una mostra che richiede un livello di attenzione e contemplazione al quale non siamo più abituati e nella quale la musica diventa l’essenza di un’esperienza intensa e profonda.
Hugo Serra Calderón
CEO di Occident
Steve McQueen: 66–76–26
Date: 9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027
Curatrice: Lekha Hileman
Sponsor: Occident
- Creata appositamente per il Guggenheim Museum Bilbao, 66–76–26 riunisce due iconiche registrazioni di Wild Is the Wind, presentate a cappella: l’interpretazione di Nina Simone del 1966 e la cover di David Bowie del 1976.
- In parte canzone d’amore, in parte lamento e in parte dichiarazione di desiderio, Wild Is the Wind accompagna Steve McQueen da oltre trent’anni, richiamandolo continuamente a sé grazie alla sua complessità emotiva.
- 66–76–26 è un’opera inedita in cui due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio, entrando in dialogo con l’architettura mentre i visitatori attraversano la galleria.
Il Guggenheim Museum Bilbao è lieto di presentare 66–76–26, una nuova, importante installazione di Steve McQueen. Concepita appositamente per il Museo, l’opera riunisce due registrazioni iconiche di Wild Is the Wind: l’interpretazione del 1966 di Nina Simone della canzone composta da Dimitri Tiomkin e Ned Washington e la cover realizzata da David Bowie nel 1976.
Private dell’accompagnamento strumentale, le due versioni vengono presentate a cappella, con le voci separate nello spazio all’interno di una galleria immersa nella penombra. Due interpretazioni distanti dieci anni, ascoltate in una forma completamente nuova. La mostra è sponsorizzata dalla compagnia assicurativa Occident.
Da oltre trent’anni Wild Is the Wind occupa un posto importante nel lavoro di McQueen. Dopo avere ascoltato per la prima volta la registrazione di Bowie a metà degli anni Novanta e avere successivamente scoperto la versione di Simone, l’artista ha continuato a tornare alla canzone, attratto dalla sua complessità emotiva e dalla capacità di rivelare nuovi significati con il trascorrere del tempo.
Come ha osservato lo stesso McQueen, il brano non si lascia racchiudere in un’unica interpretazione. È allo stesso tempo una canzone d’amore, un lamento e una dichiarazione di desiderio, capace di continuare a provocare e interrogare chi l’ascolta.
In 66–76–26, McQueen riduce le registrazioni al loro elemento più essenziale: la voce umana. La voce di Simone emerge da un lato dello spazio, mentre quella di Bowie le risponde dal lato opposto. Muovendosi nella galleria, i visitatori sentono le due voci svilupparsi in un dialogo che attraversa l’architettura.
Ciò che nasce non è né un confronto né una riconciliazione, bensì un’opera nuova, nella quale due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio.
Il titolo richiama gli anni in cui Simone e Bowie registrarono le rispettive versioni della canzone, oltre all’anno della mostra. Riunendo due interpretazioni separate da un decennio e presentandole cinquant’anni e sessant’anni dopo, McQueen crea un incontro capace di annullare la distanza storica.
L’opera invita a riflettere non soltanto sulla forza duratura della canzone, ma anche sui contesti sociali e politici che hanno accompagnato il percorso delle due registrazioni. Nate in periodi segnati da sconvolgimenti, incertezza e trasformazioni – il movimento per i diritti civili, la guerra del Vietnam e lo scandalo Watergate – queste interpretazioni parlano con particolare intensità anche al nostro presente.
In opere recenti come Bass (2024), Untitled (2025) e Atlas (2026), McQueen si è orientato sempre più verso il suono, la luce e la percezione, utilizzandoli come materiali primari. Invece di costruire narrazioni attraverso le immagini in movimento, questi lavori esplorano il modo in cui fenomeni immateriali possano influenzare l’esperienza corporea e l’attenzione collettiva.
66–76–26 prosegue questo percorso, ampliando la ricerca di McQueen sulle possibilità dell’opera d’arte di agire oltre i confini della cornice.
L’installazione trasforma la galleria in un ambiente essenziale e immerso nella penombra, studiato per amplificare la consapevolezza acustica. Privati delle distrazioni visive, fatta eccezione per la sorgente sonora, i visitatori diventano intensamente consapevoli del suono, del silenzio, del respiro e della durata.
Come ha spiegato McQueen, l’opera nasce da una concezione del silenzio come materiale attivo, un’idea che l’artista associa all’interesse di Miles Davis per gli spazi tra le note, nei quali il significato emerge non soltanto da ciò che è presente, ma anche da ciò che viene trattenuto.
Questo principio determina la struttura di 66–76–26, dove le pause, i respiri, l’attesa e gli intervalli assumono la stessa importanza delle voci.
Questa riduzione non è un semplice esercizio di minimalismo, ma un tentativo di raggiungere l’essenziale. McQueen ha raccontato di voler eliminare il rumore e concentrarsi sugli elementi fondamentali, per chiedersi che cosa rimanga quando tutto ciò che è superfluo viene rimosso e se quello che resta sia abbastanza forte da sostenere l’opera.
Al centro di questa domanda si trovano due voci che si intrecciano e l’intensità che entrambe racchiudono.
«L’amore è l’unica cosa per cui valga la pena vivere e morire», ha dichiarato McQueen parlando del desiderio che percepisce in entrambe le interpretazioni. «Nonostante tutto ciò che accadeva nel mondo, alla fine tutto si riduce a questo. È l’unica cosa.»
La mostra è accompagnata da un catalogo completamente illustrato, progettato dall’acclamata graphic designer olandese Irma Boom. Concepita come un’estensione dell’installazione e non come una sua semplice documentazione, la pubblicazione riunisce materiali d’archivio e fotografici dedicati a Nina Simone e David Bowie, insieme a testi commissionati appositamente.
Tra questi figurano una conversazione tra McQueen e la curatrice Lekha Hileman, dedicata alla realizzazione dell’opera, al fascino duraturo della canzone e al percorso di una ricerca artistica che ha sempre messo alla prova i confini di ciò che l’arte può chiedere allo spettatore, oltre a un nuovo saggio della storica dell’arte e artista Cora Gilroy-Ware, che esplora l’eredità culturale e artistica di Simone e Bowie.
Il catalogo propone un dialogo tra immagine e suono, presenza e assenza, intimità e performance, interrogandosi sul modo in cui due artisti così unici continuino a risuonare attraverso le generazioni.
Parallelamente alla mostra, il Museo presenterà una rassegna dedicata all’opera cinematografica di McQueen, offrendo al pubblico l’opportunità di riflettere sul rapporto tra il suo lavoro per il cinema e quello destinato agli spazi espositivi.
Sebbene i film di McQueen abbiano ottenuto riconoscimenti internazionali – tra questi 12 Years a Slave, vincitore dell’Oscar – 66–76–26 porta in primo piano i temi che da sempre animano la sua pratica artistica: la percezione, la dimensione corporea, la memoria, la durata e la capacità dell’arte di creare spazi di riflessione e incontro.
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