Cine Mood
Mother Mary: Una storia di abiti, fantasmi e ossessioni con una grande Anne Hathaway
“Ognuno ha un’ossessione” recitano le parole di una delle canzoni dell’immaginaria popstar Mother Mary, protagonista del nuovo film di David Lowery con Anne Hathaway, al cinema dal 14 maggio. È una storia di ossessioni, fantasmi e costumi di scena. È una storia non facile e immaginifica. Ma se si riesce a immergersi dentro di essa, è un film che può regalare molte emozioni. La star Mother Mary si muove sul palco in uno show estatico e scintillante, pop eppure spirituale, intimo e allo stesso tempo trascinante. È uno show che mette insieme i look e le performance di Madonna, Lady Gaga, Dua Lipa (ma anche Taylor Swift e Beyoncè, per ammissione del regista). Ma con una musica più ricercata. Le canzoni sono di Charlie XCX e di FKA Twigs (che recita anche in una piccola, ma decisiva parte). Il look di Mother Mary gioca, come hanno fatto altre star prima di lei, Madonna su tutte, tra sacro e profano. Gli stivali che arrivano fin sopra il ginocchio, le gambe nude, il corpo fasciato solo da una guêpière. E poi, sul capo, una sorta di aureola, declinata in molti modi diversi, che detta la linea di tutto il look dell’immaginaria popstar. Un colpo di genio. Un colpo di grande cinema.
Eppure, proprio gli abiti, a un certo punto, hanno qualcosa che non va. Sul punto di tornare sulle scene, dopo una rovinosa caduta, una letterale caduta, durante un concerto, ancora in una profonda depressione, la star ha un crollo nervoso proprio durante una prova dei costumi. Quell’abito non la rappresenta, non è l’immagine che vuole dare di sé. Non è lei in questo momento. Così torna da Sam, la sua vecchia stilista. Una donna con cui, tempo prima, aveva rotto bruscamente il rapporto di lavoro. E, forse, qualcos’altro. Che cosa c’è stato, che cosa sia successo, tra le due donne, è uno dei misteri che sostiene la tensione del film. Che continuiamo a guardare anche per capire che cosa ci sia alla base del loro rapporto.
Ma c’è un altro rapporto che è molto interessante, e che di rado è stato toccato dal cinema. È quello tra le star e i propri costumi. Che poi, in fondo, è quello che tutti noi abbiamo con i nostri abiti. A volte diamo per scontato il lavoro che c’è dietro il look di un artista. Lo vediamo in scena già come un pacchetto completo, finito, musica e immagine che sono un tutt’uno. Dimentichiamo che dietro c’è un grande lavoro di ricerca, di studio, di adattamento. Il look è parte del percorso di un’artista, l’approdo naturale della sua personalità, il suo biglietto da visita. Quella tra l’artista e il suo abito è una simbiosi, è un continuo dialogo, un rapporto artistico. Lo stilista deve “sentire” cosa prova l’artista, cosa vuole esprimere. E, in questo modo, dare vita all’abito giusto.
Fate attenzione alla sequenza in cui la star cerca di spiegare a parole come deve essere il suo costume di scena. Lei in questo momento vuole essere “chiarezza”. “Trascendente” risponde la stilista. E, andando avanti nel film, capiremo che Sam, nei vestiti della star, ha messo molto anche della propria vita. E, in quell’abito che sta nascendo, ora potrebbe mettere tutti gli abiti del passato di Mother Mary, tutta la sua storia. Per poi lasciarsi quella storia alle spalle.
Ma fate attenzione anche al momento in cui Mother Mary prova a spiegare quello che sarà il suo ballo sul palco dove deve esibirsi. Lo fa nell’atelier di Sam, senza musica (poi capiremo il perché), in una performance viscerale, disperata, violenta. Sentiamo i colpi del suo corpo sul legno del pavimento, i tonfi sordi su quelle assi e sulle superfici dei mobili. Quell’esibizione è quasi un supplizio, un rito di espiazione. Anche qui capiremo che cosa c’è dietro.
Ma è un film che va seguito proprio per lo svelamento dell’arcano. È un thriller dell’anima, un horror psicologico. È una ghost story che può essere letta come tale, ma anche come metafora di una profonda depressione, di una crisi artistica e interiore, di un amore disperato e finito. Mother Mary è sostanzialmente un passo a due, una sfida di parole e corpi tra due donne in un interno. Con tutta una serie di aperture sul mondo, sul passato e sul futuro, con le scene dei concerti, realizzate in modo perfetto, che, partendo da una situazione claustrofobica, fanno aprire il film. Mother Mary è un film onirico, indefinito, sospeso. È un film doloroso, anche se ammantato di luce. Non è un film facile, di quelli che spiegano tutto al pubblico, lo accompagnano, lo rassicurano. È uno di quei film che il pubblico lo sfida, chiede pazienza, attenzione, un lavoro di rielaborazione durante e dopo la visione.
Quello di David Lowery è un cinema particolare, molto personale. Si sentono qua e là risuonare degli echi del cinema di Nicolas Winding Refn, per il contrasto tra il buio e le luci al neon, e di Jonathan Glazer, per il senso dell’astrazione e della stilizzazione. Ma c’è anche Darren Aronofsky, soprattutto quello de Il Cigno Nero, per il rapporto tra arte e vita, per quello con il nostro doppio e per la concezione della vita come sfida, sforzo, espiazione.
Nella cornice creata da Lowery si muove una Anne Hathaway alla sua prova migliore, impegnata nella costruzione di un’aura da diva per poi decostruirla completamente e apparire senza trucco e senza protezione, slavata, affaticata, dolorante. Inoltre, è proprio lei a cantare le canzoni di Mother Mary. L’abbiamo appena vista ne Il Diavolo veste Prada 2, in una interpretazione che era fatta con il pilota automatico. Qui si prende invece tutti i rischi possibili. E il risultato è davvero notevole. Accanto a lei, nel ruolo della stilista Sam, c’è Michaela Coel, estremamente espressiva ed emotiva nella sua interpretazione.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
You may like
-

Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa
-

Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande
-

Amori & incantesimi 2: Sandra Bullock e Nicole Kidman, stile da strega
-

Venezia 83: May el-Toukhy con Woman Unknown è il Leone d’Oro, Riccardo Scamarcio è il miglior attore di Orizzonti
-

Venezia 83: Toni Servillo è un nonno per Mario Martone, mentre al Lido irrompe la tragedia di Gaza
-

Venezia 83: Vanessa Scalera e Alba Rohrwacher protagoniste di due storie forti
Cine Mood
Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa
Published
1 settimana agoon
2 Ottobre 2026
È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per girare Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio. Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), è irriconoscibile, o quasi, per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. Digger è un film che non vi resterà dentro solo per l’interpretazione di Cruise. Non vi lascerà mai più, dopo la visione, perché è un’accusa, a tutti quanti, anche a noi che guardiamo, per tutto quello che riguarda l’ambiente e il cambiamento climatico.
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un miliardario americano a capo di un impero petrolifero. Un mattino gli arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa, creare uno tsunami e inondare la Gran Bretagna e la Norvegia. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.
È una storia che si svolge in America, che ritrae gli USA di oggi in modo caustico e spietato come solo chi non è americano forse oggi potrebbe fare. Da messicano, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA per la questione dei muri e dell’immigrazione, Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che viene a dire a noi “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo”. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto dei desideri di Trump.
Ma, attenzione, il j’accuse di Iñárritu non è rivolto solo all’America ma a tutti noi. Quando Digger parla davanti ai politici europei in realtà sta parlando a ogni singolo abitante del mondo. E ci mette davanti a una realtà inconfutabile e disarmante. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni. Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Sta parlando a noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server.
Come Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica, anche in Digger il tema dell’ambiente viene raccontato con toni non seri, ma solo apparentemente. Digger è satirico, grottesco, farsesco, ma durissimo. Continuiamo così, facciamoci del male, come diceva un famoso film. La crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
Cine Mood
Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande
Published
3 settimane agoon
22 Settembre 2026
Ormai lo diciamo ogni volta che vediamo un suo film. Brad Pitt porta con sé un’aura tale che è in grado di tenere in piedi un film da solo, grande o piccolo che sia. Stavolta, però, accade qualcosa di molto particolare. Che a tenere in piedi il film Heart Of The Beast, diretto da David Ayer, al cinema dal 24 settembre, siano in due. Brad Pitt e Odino, un magnifico cane lupo – in realtà sono in 4, in scena, a interpretarlo – di un’espressività e una sensibilità unica. I due, in scena, fanno grandi cose, interagiscono, si abbracciano, lottano insieme. Ma c’è una minuscola sequenza che ci fa capire la sintonia. Nel momento in cui, uscito dall’acqua, Odino fa quel tipico movimento per scrollare il corpo e la testa per asciugarsi, Brad Pitt lo segue con il suo capo, muovendolo come fanno i cani. È un gesto istintivo, probabilmente frutto dell’improvvisazione. Ma è da queste cose che si capisce la sintonia che si può sviluppare su un set tra due attori. Anche se sono un uomo e un cane. Se amate Brad Pitt – e come non amarlo? – Heart Of The Beast è il film che dovete vedere. Se amate i cani – e come non amarli? – questo è il film che dovete assolutamente vedere. Con un’avvertenza. Vi commuoverete fino alle lacrime.
Dopo un drammatico incidente aereo, l’ufficiale delle Forze Speciali James Belmont (Brad Pitt) si ritrova disperso nelle terre più remote e inospitali dell’Alaska. Al suo fianco c’è solo Odino, il fedele cane militare con cui ha condiviso missioni estreme e situazioni al limite. Circondati da una natura selvaggia e spietata, tra freddo estremo, predatori e ostacoli imprevedibili, James e Odin dovranno affidarsi l’uno all’altro per sopravvivere. Mentre ogni passo verso la salvezza si trasforma in una sfida, il loro legame verrà messo alla prova come mai prima d’ora.
I capelli rasati, come ne L’esercito delle 12 scimmie e Fight Club, la barba lunga ma non troppo, ben curata. Una serie di tatuaggi sul collo e le braccia per farlo entrare nel personaggio. Brad Pitt in Heart Of The Beast è in scena così, in maniera naturale, con pochissimi orpelli. Si porta con sé quelle rughe naturali, poche, che gli ha regalato il tempo, rendendolo ancora più interessante di quando era giovane. Come vi avevamo raccontato a proposito di F1 – Il film, oggi Brad Pitt ha bisogno di fare pochissimo per comunicare ogni suo personaggio, non ha bisogno di una recitazione plateale, di scene madri. E anche qui, in quello che è un film d’azione, che prevede un grande lavoro, una prova fisica, non è mai sopra le righe, è sempre credibile, sempre misurato. Oggi Brad Pitt è l’essenziale del cinema. Oltre ad essere, con Tom Cruise, forse l’ultima della star storiche di Hollywood ad essere ancora saldamente sul suo trono.
Brad Pitt è in grado di reggere da solo un film. Ma qui ha un co-protagonista eccezionale, Odino. Come abbiamo scritto, è interpretato da 4 cani diversi. Il suo personaggio è senza una zampa, ha i denti in titanio perché, in servizio, li ha persi. Come il suo padrone, anche Odino è un reduce di guerra, soffre di stress post traumatico, di notte ha gli incubi. La storia di Odino è quella di tanti cani impiegati nell’esercito, cani che salvano le vite, ma che pagano un prezzo altissimo. E che, a volte, riescono a iniziare una seconda vita. I cani che interpretano Odino sono espressivi, hanno uno sguardo fiero, intenso, un’empatia con l’attore in scena che è un vero punto di forza del film. C’è una cosa che Odino riesce a trasmettere più di ogni altra cosa. La preoccupazione di un cane per il suo padrone. E in questo è impagabile.
Sono 3mila i cani che sono stati impiegato dall’esercito americano negli ultimi 20 anni. Il film ci racconta questo. Ci racconta il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico. Ci racconta l’istinto di sopravvivenza che contraddistingue l’uomo e l’animale. È un film ad alto tasso di adrenalina, di tensione, e di commozione. È uno di quei film che non si fanno più, con gli animali addestrati (riguarda i cani, mentre altri animali sono realizzati in computer grafica per evidenti motivi), con pochi attori, poche parole, e girati in location reali, impervie. Perché solo così si può dare un senso di realismo a tutta la storia. È una sorta di Into The Wild che incontra The Revenant e Alpha – Un’amicizia forte come la vita, quel film che raccontava come è nata l’amicizia tra l’uomo e il lupo, dando vita al cane. Andate a vedere Heart Of The Beast. Ma preparate i fazzoletti.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
Cine Mood
Amori & incantesimi 2: Sandra Bullock e Nicole Kidman, stile da strega
Published
4 settimane agoon
15 Settembre 2026
“Che c’è? È il XXI secolo. Un uomo può fare un lavoro da donne”. È una delle battute che sentiamo in Amori & incantesimi 2, il sequel del film del 1998 con Sandra Bullock e Nicole Kidman, che tornano nei loro ruoli di Sally e Gillian Owens 28 anni dopo. A pronunciarla è il professor Ian Wright, improvviso alleato, di fatto uno stregone, uno che fa magia, che è sempre sembrata appannaggio delle streghe. Lo scambio dei ruoli tra maschile e femminile avrebbe potuto essere un punto interessante, nella nostra era, da cui partire per riportare questa storia sullo schermo. Ma è uno spunto che rimane sullo sfondo, un gancio non sfruttato. I temi del film, piuttosto, sono altri. Amori & incantesimi 2 si chiede che cosa sia giusto rivelare ai nostri figli se sia giusto nascondere delle cose per proteggerli o se sia meglio far sapere loro tutto. E anche se sia giusto dimenticare chi si è davvero e nascondere la propria natura e i propri talenti in un cassetto, o se sia meglio provare ad essere se stessi.
Negli anni che sono passati tra le due storie, infatti Sally (Sandra Bullock), dopo la morte del primo e del secondo marito, ha deciso di rinunciare alla magia, di non raccontare mai niente della maledizione alle due figlie, e di non legarsi più a nessuno. Gillian (Nicole Kidman), da sempre è stata restia ai legami. Non ha rinunciato alla magia. Ed è tornata nella casa delle zie, nel Massachusetts. Una delle figlie di Sally ha conosciuto qualcuno e forse è innamorata. La maledizione, lo sapete, fa sì che ogni volta che qualcuno della famiglia si innamora di una persona, questa muore.
Come il primo film, Anche Amori & incantesimi 2 gioca sul contrasto tra le due attrici e i due personaggi. Sorelle diverse, sia fisicamente che nell’indole. Sandra Bullock è la donna con la testa a posto, riflessiva, quella che si innamorava e si sposava, e ora è madre. Nicole Kidman è la scapestrata, la libertina, l’irrequieta e l’emancipata. Quella che sceglieva storie travolgenti, a volte con gli uomini sbagliati, ma che non si innamorava. E che, ancora, non si innamora. Il contrasto, come detto, è anche fisico. Una donna ha i capelli corvini, dai profondi occhi neri come il carbone, dai tratti decisi del volto, e un corpo tonico e giovanile. Un’altra ha i capelli rossi e ricci, un’aura da bellezza preraffaellita, la carnagione bianco latte, il fisico esile e longilineo. Due elementi opposti che, come in chimica, si attraggono e danno vita a un composto potente.
Nicole Kidman è in scena con un perfetto look da strega, una sorta di witch-grunge-chic che riprende un abbigliamento vintage, lo mescola con un po’ di grunge e detta la linea di quella che potrebbe essere una nuova moda. Lunghe gonne scozzesi, a quadri, portate con t-shirt bianche. Abiti leggeri e setosi abbinati a quelle camicie di pizzo a collo alto che si usavano un tempo, con giacche di tessuto broccato o maglioni. O ancora, come usa la giovane strega, figlia di Sally (interpretata da Joey King), sottovesti abbinate a camice di flanella, giacche di pelle, con gli anfibi ai piedi. Sandra Bullock è la strega che ha deciso di rinunciare ai poteri, di diventare una donna normale. E questo si riflette anche nel suo look, fatto di jeans e camicie bianche, golfini e magliette nere, leggins neri portati con le ballerine.
Amori & incantesimi 2 ha in parte gli stessi difetti del primo film, in parte altri, qualcuno lo risolve e qualcuno no. Il primo film aveva un tono davvero troppo leggero e una trama esile ed incerta, con un finale che lasciava la storia in sospeso. Il secondo film prosegue per gran parte sulla falsariga del primo, leggero e impalpabile, per poi lanciarsi, nella seconda parte, in una trama più articolata, ma anche forzata. E a un finale tra il fantasy, l’action e l’horror che, se giustifica la presenza di due streghe nella storia, cambia anche bruscamente il tono del film. Le scene d’azione non sono all’altezza di questo genere di film. Di meglio, rispetto al primo film, ha alcune battute che suscitano qualche sorriso in più.
Alla regia c’è Susanne Bier, la regista danese di Dopo il matrimonio e Noi due sconosciuti (Things We Lost In The Fire), nata con il Dogma e Lars Von Trier. La Bier oggi lavora soprattutto negli Stati Uniti dove è diventata una regista di film d’azione e di serie ad alta tensione. Aveva già lavorato con Sandra Bullock in Bird Box e con Nicole Kidman nella serie The Undoing. In quello che è chiaramente un film su commissione, Susanne Bier prova a portare il suo senso per i rapporti familiari, per i segreti e le cose non dette, per i rapporti tra genitori e figli. Che non sono facili quando si parla di streghe. Ma che, in fondo, non sono facili in ogni caso.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
-
- Copyright: © 2026 Warner Bros. Ent. All Rights Reserved Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
-
- Copyright: © 2026 Warner Bros. Ent. All Rights Reserved Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
-
- Copyright: © 2026 Warner Bros. Ent. All Rights Reserved Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
-
- Copyright: © 2026 Warner Bros. Ent. All Rights Reserved Photo Credit: Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Jimmy Choo | Pearls of Wisdom, a Capsule Celebrating 30 Years of Jimmy Choo

Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta

Viaggio alla scoperta dell’architettura sudafricana
Newsletter
Trending
-
Beauty3 settimane agoLe CC cream per la pelle matura che uniformano l’incarnato e cancellano le discromie
-
Cine Mood3 settimane agoHeart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande
-
Beauty3 settimane agoEffetto seconda pelle: le unghie fondotinta sono l’ode al lusso discreto dell’autunno 2026
-
Mood Your Say2 settimane agoIntervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì
-
Resort & SPA1 settimana agoAutunno rigenerante e detox: i retreat da programmare ora
-
Sfilate3 settimane agoMcQueen Spring Summer 2027
-
Sfilate1 settimana agoMilano torna ad osare: la nuova stagione tra gonne, memoria e desiderio
-
Beauty2 settimane agoIl Natale ha un nuovo Beauty Dress Code – Gift box, make-up, skincare e haircare secondo Diego dalla Palma Milano





















































