Cine Mood
Michael: La vita e la musica di Michael Jackson, Peter Pan per fuggire dal mondo
Il piccolo Michael legge di nascosto, con una torcia, sotto il lenzuolo, un libro delle avventure di Peter Pan. In quell’Isola che non c’è, Neverland, fugge ogni notte per trovare il suo mondo. Magari quel giorno le ha prese, dal padre padrone Joseph. E infatti, nell’immagine in cui Peter Pan sta spingendo Capitan Uncino giù dalla nave, Michael ha scritto “Joseph” accanto alla figura di Uncino. Stiamo parlando di Michael, attesissimo biopic su Michael Jackson in arrivo al cinema il 22 aprile. Il riferimento a Peter Pan, il bambino mai cresciuto, è stato evidente da subito, anche cercato da lui stesso, quando Michael Jackson era in vita. Ed è un filo conduttore che dura per tutto il film. Che è un biopic musicale, certo, ma che è soprattutto una storia di liberazione, di emancipazione personale da una famiglia tossica, un romanzo di formazione. Lo capiamo all’inizio e alla fine del film. Che parte con Wanna Be Startin’ Somethin’, come iniziavano i concerti di Jacko, e si conclude nel 1988, a Londra, chiudendo un cerchio, con Michael sul palco del Bad Tour, il suo primo tour solista, a cantare proprio Bad.
La storia di Michael racconta la carriera del Re del Pop sin dagli inizi. Da quando, con grande impegno e fatica (e botte da parte del padre) insieme ai fratelli ha dato vita a un gruppo di famiglia, i Jackson 5. Un particolare gruppo soul fatto da 4 ragazzi, cantanti e musicisti, in cui la voce solista era proprio il più piccolo, un bambino. Una scelta che può essere naturale, vista la sua voce fuori dal comune, ma anche furba, perché il bambino che canta da protagonista fa colpo. Aveva studiato anche questo, sicuramente, il padre Joseph. Quello che non aveva previsto era che Michael avrebbe voluto trovare la sua identità, la sua voce, il suo suono, le sue canzoni. Lo farà a sorpresa con il primo album, Off The Wall, nato nel tempo libero perché, come dice Joseph ai discografici della Epic, “Michael dalle 9 alle 5 lavora per me”. E poi Thriller, l’album più venduto della storia, ma con la famiglia ancora a togliere il respiro, e il tour seguente che non celebrerà il re del pop, ma sarà ancora con i Jackson 5. Fino alla libertà di andare finalmente da solo.
Non ha fatto mai niente per nascondere il legame con Peter Pan, Michael Jackson. Ed è tutto molto chiaro anche qui. Quella di essere un Peter Pan vivente non è stata certo una scelta, quanto una strada segnata. Michael ha continuato a rimanere per sempre un bambino, perché bambino non lo è mai stato, e ha cercato in eterno di ritrovare quell’infanzia che non ha mai avuto. Michael non ha mai avuto amici della sua età perché, non essendo mai stato bambino, non è mai stato con dei bambini, che lo hanno sempre visto come qualcuno da fissare e a cui chiedere una foto. E così il suo legame poteva essere solo con gli animali, che, come racconta alla mamma, per lui non sono “pets”, ma sono “friends”, i suoi unici amici. Bubbles, lo scimpanzè, è il più famoso, ma ci sono lama, giraffe, asini, e persino un pitone.
La storia di Michael è una storia di successo, una storia di grandi canzoni, ma, come dicevamo, una lunga camminata verso la libertà. Con momenti difficili. Non solo quelli legati al padre, ma anche l’incidente che gli bruciò i capelli, durante un famoso spot della Pepsi. Ma tutto questo scorre in un film che, a differenza di altri biopic del genere, non ha la solita struttura, di ascesa, caduta e redenzione (Bohemian Rhapsody, Rocketman, Whitney sono tutti girati con questo schema), non indugia mai sul dramma. Ma, al contrario, cosa quasi unica nel suo genere, prova ad essere gioioso, potente, positivo, come la musica di Michael Jackson. In questo senso, Michael, pur non essendo un capolavoro, pur non essendo grande cinema, centra alla perfezione il mood della musica di Michael Jackson, dei suoi video, della sua arte. Erano divertimento, ballo, catarsi, gioia, unità e pace. È bello che il film sia questo.
Un’altra cosa di unico che aveva la musica di Michael Jackson era il ritmo. E questo è allo stesso tempo il pregio e il difetto del film. Ha un ritmo altissimo, un montaggio ritmato, veloce, racconta tutto dagli anni Sessanta al 1984, con vista sul 1988, e per questo opera una serie di ellissi, anche molto decise. Da un lato è ottimo, perché il film non ha un momento di pausa, e racchiude in due ore una storia ricchissima e completa. Dall’altro, a volte, si ha la sensazione che si vada troppo veloce, che si salti qualche passaggio. Si avrebbe voglia di sapere di più del primo incontro tra Quincy Jones e Michael Jackson, che diede il via alla carriera solista con l’album Off The Wall, del 1978. E, soprattutto, si vorrebbe sapere di più del making of di Thriller, l’album più venduto di tutti i tempi, mentre il racconto viene racchiuso tra due canzoni, e i relativi video, Beat It e Thriller. Momenti emozionanti, enormi, ma si vorrebbe sapere di più.
I produttori del film sono quelli di Bohemian Rhapsody. E quel film sui Queen ci ha insegnato come – ma d’altra parte con i biopic musicali è stato più o meno sempre così – questo tipo di film va costruito attorno a delle grandi performance musicali e visive, com’era stata, per Freddie Mercury e i Queen, quella del Live Aid. Antoine Fuqua, regista muscolare e sempre funzionale al racconto, conosce benissimo la lezione e costruisce il film attorno a questi momenti. I due video musical di cui abbiamo detto sopra. E alcune esibizioni iconiche della vita di Michael. Quella di Billie Jean alla serata per i 25 anni della Motown. Un’emozionante Human Nature durante il Victory Tour del 1984. E una rabbiosa Bad cantata durante il Bad Tour del 1988 a Londra. È quei che l’attore protagonista, Jaafar Jackson, nipote di Michael (è il figlio del fratello Jermaine), dà il meglio, con delle prestazioni impressionanti e mimetiche. Le movenze sono perfette, e lo sono anche alcuni tratti distintivi del Re del Pop, come la voce (se potete vedete il film in lingua originale) e il sorriso.
Dal film si nota anche quanto Michael Jackson fosse stato unico anche nel creare un look unico. Non ha mai seguito le mode, ma le ha create. I pantaloni stretti e corti, i calzini bianchi e i mocassini, fissati nell’immagine iconica del ballo sulle punte. Le giubbe militari, alla Sgt. Pepper dei Beatles, i guanti bianchi e luccicanti, camicie e giacche corte e attillate ricoperte di lustrini. E poi, all’epoca di Bad, giacche e pantaloni cariche di fibbie e di borchie, per una nuova immagine da duro. All’epoca c’era un altro personaggio che non seguiva le mode ma le creava, ed era Madonna. A metà degli anni Ottanta c’erano migliaia di ragazze che si vestivano come Madonna. Non erano in tanti, invece, quelli che si vestivano come Michael Jackson. Quel look funzionava solo per lui. Perché Michael Jackson era unico.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- Jaafar Jackson as Michael Jackson and KeiLyn Durrel Jones as Bill Bray in Michael. Photo Credit: Glen Wilson/Lionsgate
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- Rhyan Hill as Tito Jackson, Tre’ Horton as Marlon Jackson, Jaafar Jackson as Michael Jackson, Joseph David Jones as Jackie Jackson, and Jamal Henderson as Jermaine Jackson in Michael. Photo Credit: Kevin Mazur
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- Jaafar Jackson as Michael Jackson and Nia Long as Katherine Jackson in Michael Photo Credit: Hilary Bronwyn Gayle.
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- Jaafar Jackson as Michael Jackson and Director Antoine Fuqua in Michael. Photo Credit: Glen Wilson/Lionsgate
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Cine Mood
Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa
Published
1 settimana agoon
2 Ottobre 2026
È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per girare Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio. Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), è irriconoscibile, o quasi, per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. Digger è un film che non vi resterà dentro solo per l’interpretazione di Cruise. Non vi lascerà mai più, dopo la visione, perché è un’accusa, a tutti quanti, anche a noi che guardiamo, per tutto quello che riguarda l’ambiente e il cambiamento climatico.
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un miliardario americano a capo di un impero petrolifero. Un mattino gli arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa, creare uno tsunami e inondare la Gran Bretagna e la Norvegia. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.
È una storia che si svolge in America, che ritrae gli USA di oggi in modo caustico e spietato come solo chi non è americano forse oggi potrebbe fare. Da messicano, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA per la questione dei muri e dell’immigrazione, Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che viene a dire a noi “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo”. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto dei desideri di Trump.
Ma, attenzione, il j’accuse di Iñárritu non è rivolto solo all’America ma a tutti noi. Quando Digger parla davanti ai politici europei in realtà sta parlando a ogni singolo abitante del mondo. E ci mette davanti a una realtà inconfutabile e disarmante. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni. Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Sta parlando a noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server.
Come Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica, anche in Digger il tema dell’ambiente viene raccontato con toni non seri, ma solo apparentemente. Digger è satirico, grottesco, farsesco, ma durissimo. Continuiamo così, facciamoci del male, come diceva un famoso film. La crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande
Published
3 settimane agoon
22 Settembre 2026
Ormai lo diciamo ogni volta che vediamo un suo film. Brad Pitt porta con sé un’aura tale che è in grado di tenere in piedi un film da solo, grande o piccolo che sia. Stavolta, però, accade qualcosa di molto particolare. Che a tenere in piedi il film Heart Of The Beast, diretto da David Ayer, al cinema dal 24 settembre, siano in due. Brad Pitt e Odino, un magnifico cane lupo – in realtà sono in 4, in scena, a interpretarlo – di un’espressività e una sensibilità unica. I due, in scena, fanno grandi cose, interagiscono, si abbracciano, lottano insieme. Ma c’è una minuscola sequenza che ci fa capire la sintonia. Nel momento in cui, uscito dall’acqua, Odino fa quel tipico movimento per scrollare il corpo e la testa per asciugarsi, Brad Pitt lo segue con il suo capo, muovendolo come fanno i cani. È un gesto istintivo, probabilmente frutto dell’improvvisazione. Ma è da queste cose che si capisce la sintonia che si può sviluppare su un set tra due attori. Anche se sono un uomo e un cane. Se amate Brad Pitt – e come non amarlo? – Heart Of The Beast è il film che dovete vedere. Se amate i cani – e come non amarli? – questo è il film che dovete assolutamente vedere. Con un’avvertenza. Vi commuoverete fino alle lacrime.
Dopo un drammatico incidente aereo, l’ufficiale delle Forze Speciali James Belmont (Brad Pitt) si ritrova disperso nelle terre più remote e inospitali dell’Alaska. Al suo fianco c’è solo Odino, il fedele cane militare con cui ha condiviso missioni estreme e situazioni al limite. Circondati da una natura selvaggia e spietata, tra freddo estremo, predatori e ostacoli imprevedibili, James e Odin dovranno affidarsi l’uno all’altro per sopravvivere. Mentre ogni passo verso la salvezza si trasforma in una sfida, il loro legame verrà messo alla prova come mai prima d’ora.
I capelli rasati, come ne L’esercito delle 12 scimmie e Fight Club, la barba lunga ma non troppo, ben curata. Una serie di tatuaggi sul collo e le braccia per farlo entrare nel personaggio. Brad Pitt in Heart Of The Beast è in scena così, in maniera naturale, con pochissimi orpelli. Si porta con sé quelle rughe naturali, poche, che gli ha regalato il tempo, rendendolo ancora più interessante di quando era giovane. Come vi avevamo raccontato a proposito di F1 – Il film, oggi Brad Pitt ha bisogno di fare pochissimo per comunicare ogni suo personaggio, non ha bisogno di una recitazione plateale, di scene madri. E anche qui, in quello che è un film d’azione, che prevede un grande lavoro, una prova fisica, non è mai sopra le righe, è sempre credibile, sempre misurato. Oggi Brad Pitt è l’essenziale del cinema. Oltre ad essere, con Tom Cruise, forse l’ultima della star storiche di Hollywood ad essere ancora saldamente sul suo trono.
Brad Pitt è in grado di reggere da solo un film. Ma qui ha un co-protagonista eccezionale, Odino. Come abbiamo scritto, è interpretato da 4 cani diversi. Il suo personaggio è senza una zampa, ha i denti in titanio perché, in servizio, li ha persi. Come il suo padrone, anche Odino è un reduce di guerra, soffre di stress post traumatico, di notte ha gli incubi. La storia di Odino è quella di tanti cani impiegati nell’esercito, cani che salvano le vite, ma che pagano un prezzo altissimo. E che, a volte, riescono a iniziare una seconda vita. I cani che interpretano Odino sono espressivi, hanno uno sguardo fiero, intenso, un’empatia con l’attore in scena che è un vero punto di forza del film. C’è una cosa che Odino riesce a trasmettere più di ogni altra cosa. La preoccupazione di un cane per il suo padrone. E in questo è impagabile.
Sono 3mila i cani che sono stati impiegato dall’esercito americano negli ultimi 20 anni. Il film ci racconta questo. Ci racconta il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico. Ci racconta l’istinto di sopravvivenza che contraddistingue l’uomo e l’animale. È un film ad alto tasso di adrenalina, di tensione, e di commozione. È uno di quei film che non si fanno più, con gli animali addestrati (riguarda i cani, mentre altri animali sono realizzati in computer grafica per evidenti motivi), con pochi attori, poche parole, e girati in location reali, impervie. Perché solo così si può dare un senso di realismo a tutta la storia. È una sorta di Into The Wild che incontra The Revenant e Alpha – Un’amicizia forte come la vita, quel film che raccontava come è nata l’amicizia tra l’uomo e il lupo, dando vita al cane. Andate a vedere Heart Of The Beast. Ma preparate i fazzoletti.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Amori & incantesimi 2: Sandra Bullock e Nicole Kidman, stile da strega
Published
4 settimane agoon
15 Settembre 2026
“Che c’è? È il XXI secolo. Un uomo può fare un lavoro da donne”. È una delle battute che sentiamo in Amori & incantesimi 2, il sequel del film del 1998 con Sandra Bullock e Nicole Kidman, che tornano nei loro ruoli di Sally e Gillian Owens 28 anni dopo. A pronunciarla è il professor Ian Wright, improvviso alleato, di fatto uno stregone, uno che fa magia, che è sempre sembrata appannaggio delle streghe. Lo scambio dei ruoli tra maschile e femminile avrebbe potuto essere un punto interessante, nella nostra era, da cui partire per riportare questa storia sullo schermo. Ma è uno spunto che rimane sullo sfondo, un gancio non sfruttato. I temi del film, piuttosto, sono altri. Amori & incantesimi 2 si chiede che cosa sia giusto rivelare ai nostri figli se sia giusto nascondere delle cose per proteggerli o se sia meglio far sapere loro tutto. E anche se sia giusto dimenticare chi si è davvero e nascondere la propria natura e i propri talenti in un cassetto, o se sia meglio provare ad essere se stessi.
Negli anni che sono passati tra le due storie, infatti Sally (Sandra Bullock), dopo la morte del primo e del secondo marito, ha deciso di rinunciare alla magia, di non raccontare mai niente della maledizione alle due figlie, e di non legarsi più a nessuno. Gillian (Nicole Kidman), da sempre è stata restia ai legami. Non ha rinunciato alla magia. Ed è tornata nella casa delle zie, nel Massachusetts. Una delle figlie di Sally ha conosciuto qualcuno e forse è innamorata. La maledizione, lo sapete, fa sì che ogni volta che qualcuno della famiglia si innamora di una persona, questa muore.
Come il primo film, Anche Amori & incantesimi 2 gioca sul contrasto tra le due attrici e i due personaggi. Sorelle diverse, sia fisicamente che nell’indole. Sandra Bullock è la donna con la testa a posto, riflessiva, quella che si innamorava e si sposava, e ora è madre. Nicole Kidman è la scapestrata, la libertina, l’irrequieta e l’emancipata. Quella che sceglieva storie travolgenti, a volte con gli uomini sbagliati, ma che non si innamorava. E che, ancora, non si innamora. Il contrasto, come detto, è anche fisico. Una donna ha i capelli corvini, dai profondi occhi neri come il carbone, dai tratti decisi del volto, e un corpo tonico e giovanile. Un’altra ha i capelli rossi e ricci, un’aura da bellezza preraffaellita, la carnagione bianco latte, il fisico esile e longilineo. Due elementi opposti che, come in chimica, si attraggono e danno vita a un composto potente.
Nicole Kidman è in scena con un perfetto look da strega, una sorta di witch-grunge-chic che riprende un abbigliamento vintage, lo mescola con un po’ di grunge e detta la linea di quella che potrebbe essere una nuova moda. Lunghe gonne scozzesi, a quadri, portate con t-shirt bianche. Abiti leggeri e setosi abbinati a quelle camicie di pizzo a collo alto che si usavano un tempo, con giacche di tessuto broccato o maglioni. O ancora, come usa la giovane strega, figlia di Sally (interpretata da Joey King), sottovesti abbinate a camice di flanella, giacche di pelle, con gli anfibi ai piedi. Sandra Bullock è la strega che ha deciso di rinunciare ai poteri, di diventare una donna normale. E questo si riflette anche nel suo look, fatto di jeans e camicie bianche, golfini e magliette nere, leggins neri portati con le ballerine.
Amori & incantesimi 2 ha in parte gli stessi difetti del primo film, in parte altri, qualcuno lo risolve e qualcuno no. Il primo film aveva un tono davvero troppo leggero e una trama esile ed incerta, con un finale che lasciava la storia in sospeso. Il secondo film prosegue per gran parte sulla falsariga del primo, leggero e impalpabile, per poi lanciarsi, nella seconda parte, in una trama più articolata, ma anche forzata. E a un finale tra il fantasy, l’action e l’horror che, se giustifica la presenza di due streghe nella storia, cambia anche bruscamente il tono del film. Le scene d’azione non sono all’altezza di questo genere di film. Di meglio, rispetto al primo film, ha alcune battute che suscitano qualche sorriso in più.
Alla regia c’è Susanne Bier, la regista danese di Dopo il matrimonio e Noi due sconosciuti (Things We Lost In The Fire), nata con il Dogma e Lars Von Trier. La Bier oggi lavora soprattutto negli Stati Uniti dove è diventata una regista di film d’azione e di serie ad alta tensione. Aveva già lavorato con Sandra Bullock in Bird Box e con Nicole Kidman nella serie The Undoing. In quello che è chiaramente un film su commissione, Susanne Bier prova a portare il suo senso per i rapporti familiari, per i segreti e le cose non dette, per i rapporti tra genitori e figli. Che non sono facili quando si parla di streghe. Ma che, in fondo, non sono facili in ogni caso.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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