Connect with us

Accessori

ValeVale, la nuova eleganza artigianale Made in Italy – Intervista a Valentina Gabbriellini e Luigi Messina

Published

on

C’è qualcosa di profondamente umano nelle creazioni ValeVale: la cura del gesto, la lentezza come valore, la bellezza che nasce dal tocco delle mani. Un brand che parla il linguaggio del vero Made in Italy, dove l’artigianato diventa forma d’arte e ogni dettaglio racchiude un’anima.
Dietro questo progetto ci sono Valentina Gabbriellini e Luigi Messina, due anime diverse ma complementari — lei, designer e artigiana; lui, musicista e artista — uniti da un’idea di eleganza che fonde passato e futuro, tradizione e sperimentazione.

Li abbiamo incontrati per scoprire la filosofia che ispira ValeVale, le storie dietro i modelli iconici e il sogno che li accompagna: restituire al mondo della moda il valore autentico del fatto a mano.

Intervista

1. Come nasce ValeVale e cosa rappresenta per voi questo nome così evocativo?
Valentina: ValeVale nasce dal cuore, dal mio nome ma anche da un’idea di doppio valore: la bellezza e la verità delle cose fatte con amore. È un nome che ripete sé stesso, come un’eco positiva che parla di autenticità e di continuità.
Luigi: Per me rappresenta la fusione di due anime: quella di Valentina, creativa e istintiva, e la mia, più legata al mondo dell’arte e della musica. È un nome semplice ma fortemente identitario — come un marchio che resta impresso nel tempo.

2. Qual è stata la scintilla che vi ha spinti a trasformare una passione in un brand artigianale?
Valentina: Tutto è iniziato quasi per gioco, creando la prima borsa a mano. Ma quando le persone hanno cominciato a fermarsi per strada per chiedere dove l’avessi comprata, ho capito che c’era qualcosa di speciale.
Luigi: Io ho sentito che quella creatività meritava una voce più grande. È stato come scrivere una canzone: serviva solo trovare la melodia giusta per farla arrivare lontano.

3. Cosa significa per voi oggi fare “artigianato” nel mondo della moda?
Valentina: Significa resistere. Restituire tempo, cura e umanità agli oggetti. L’artigianato è l’antidoto all’omologazione: ogni pezzo ha un’anima, un’imperfezione che lo rende unico.
Luigi: È come incidere una nota su un vinile. L’artigianato lascia un segno tangibile. È l’essenza del “vero fatto a mano”.

4. Come si incontrano le vostre due anime — quella creativa di Valentina e quella artistica e musicale di Luigi — all’interno del progetto ValeVale?
Valentina: Io parto dal tatto, dai materiali, dai colori. Luigi invece traduce quelle emozioni in narrazione, in ritmo, in suono.
Luigi: Ogni borsa ha un suo “tempo”, come una composizione musicale. Ci sono creazioni più jazz, libere, e altre più classiche. ValeVale è il nostro duetto perfetto.

5. Da dove nasce l’ispirazione per una nuova borsa?
Valentina: Da un’emozione, un viaggio, un incontro. A volte basta un colore visto al tramonto o una texture scoperta in un vecchio mercato artigiano.
Luigi: E poi la trasformiamo in racconto. Ogni modello ha una storia, un titolo, un’anima.

6. Qual è il filo conduttore che lega modelli così diversi come la Tropicana, la Caterina e l’Imperatrice?
Valentina: Tutte raccontano la forza femminile, ma in forme diverse. La leggerezza della Tropicana, la grazia della Caterina, la potenza regale dell’Imperatrice.
Luigi: Sono tre note di una stessa sinfonia: energia, eleganza e carattere.

7. In un’epoca dominata dalla produzione industriale, che valore ha la lentezza?
Valentina: È il nostro lusso più grande. Fare le cose lentamente significa farle bene, con coscienza e rispetto.
Luigi: La lentezza è rivoluzionaria. È l’unico modo per creare qualcosa che duri.

8. Come riuscite a coniugare tradizione e innovazione nel vostro processo creativo?
Valentina: Usiamo tecniche manuali antiche, ma materiali contemporanei, come i filati giganti o le maniglie in bamboo e 3D print.
Luigi: E aggiungiamo la parte tecnologica: logo stampato in 3D, dettagli laser, comunicazione digitale internazionale. È l’unione del passato e del futuro, cuciti a mano.

9. Qual è, secondo voi, la differenza tra moda e stile?
Valentina: La moda passa, lo stile resta. Lo stile è identità.
Luigi: La moda è rumore, lo stile è musica. E la nostra vuole restare in testa come un ritornello elegante.

10. Che cosa rende una borsa ValeVale immediatamente riconoscibile?
Valentina: Il filato gigante, i colori, le proporzioni morbide ma decise.
Luigi: E il logo. Non solo come simbolo, ma come firma tridimensionale, scolpita come una nota in rilievo.

11. Il Made in Italy è spesso associato al lusso: cosa significa per voi “lusso contemporaneo”?
Valentina: Lusso è tempo, non prezzo. È potersi permettere di creare senza fretta.
Luigi: Lusso è verità. È sapere chi ha creato ciò che indossi, e perché.

12. Quanto contano sostenibilità e consapevolezza nella scelta dei materiali e nelle vostre produzioni?
Valentina: Tantissimo. Usiamo materiali selezionati, naturali o riciclati, e produciamo in piccole quantità per evitare sprechi.
Luigi: La sostenibilità per noi non è una moda, ma un’etica. Ogni scelta ha una conseguenza, e noi scegliamo la bellezza responsabile.

13. In che modo la vostra esperienza personale influenza il linguaggio estetico del brand?
Valentina: La mia parte femminile e artigiana cerca armonia e forma.
Luigi: La mia parte musicale cerca ritmo e emozione. Insieme creiamo equilibrio tra poesia e design.

14. Che tipo di donna immaginate quando create una borsa ValeVale?
Valentina: Una donna forte ma dolce, indipendente, che non ha paura di mostrarsi autentica.
Luigi: Una donna che cammina nel mondo con la stessa grazia con cui la musica scorre: leggera ma determinata.

15. Dove vedete il futuro di ValeVale e quale sogno vi piacerebbe realizzare nei prossimi anni?
Valentina: Vorrei aprire il nostro primo ValeVale Atelier, un luogo dove ogni borsa nasce davanti agli occhi delle persone.
Luigi: Il mio sogno è vedere ValeVale sfilare sui red carpet del mondo. Ma soprattutto restare un marchio con un’anima, riconoscibile per ciò che rappresenta: la vera eleganza artigianale italiana.

di Emma Mariani

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

10 + 4 =

Accessori

Occhiali da vista: da dispositivo medico ad accessorio di stile

Published

on

Come una conquista tecnica, prima ancora che culturale, ha trasformato un dispositivo medico nell’accessorio più personale del nostro stile
Approfondimento a cura del team di Ottica Giulia

Per capire perché per decenni indossare gli occhiali sia stato vissuto quasi come un disagio, bisogna partire da un dettaglio tecnico spesso dimenticato: fino a buona parte del Novecento le lenti erano di vetro, pesanti, e per le correzioni più importanti diventavano inevitabilmente spesse, dando vita al cosiddetto effetto “fondo di bottiglia” che tanto ha alimentato lo stereotipo del personaggio occhialuto, goffo e poco attraente. Il pregiudizio, insomma, nasceva anche da un limite materiale concreto, non solo da una questione di gusto.

La svolta arriva nel 1947, quando l’azienda californiana Armorlite Lens Company lancia le prime lenti in plastica CR-39: pesano circa la metà di quelle in vetro, mantenendo una buona qualità ottica. È un primo passo, ma il vero cambio di passo arriva negli anni ’70, quando la Gentex Corporation introduce le lenti in policarbonato, materiale nato per le visiere di sicurezza e poi adottato in massa, negli anni ’80, per la sua leggerezza e resistenza agli urti. Negli ultimi decenni, infine, lo sviluppo delle lenti ad alto indice di rifrazione ha permesso di ottenere spessori sempre più ridotti anche per le correzioni più elevate. Solo a quel punto, liberate dal peso e dal volume, le montature hanno potuto restringersi, alleggerirsi e finalmente diventare oggetto di design.

È su questa base tecnica che si costruisce la rivoluzione culturale. Un esempio significativo arriva nel 1977, con “Io e Annie” di Woody Allen: il look proposto da Diane Keaton nei panni di Annie Hall, fatto di blazer oversize, gilet e cravatte presi in prestito dal guardaroba maschile, includeva anche un paio di occhiali importanti, parte di un’estetica androgina che mise in discussione l’idea che certi accessori — gli occhiali compresi — appartenessero a un genere piuttosto che a un altro. Il film diventò un fenomeno di moda capace di influenzare il guardaroba femminile per anni, e ancora oggi viene citato come riferimento di stile.

Un secondo ribaltamento arriva con il boom della tecnologia, tra gli anni ’90 e i 2000. Le montature rotonde diventano, quasi per osmosi, un tratto distintivo dei protagonisti della rivoluzione digitale: l’immaginario del fondatore di startup, brillante e un po’ fuori dagli schemi, sostituisce gradualmente quello del secchione imbranato. Per la prima volta gli occhiali smettono di segnalare una mancanza e cominciano a comunicare competenza, curiosità, persino successo: nasce così quello che oggi chiamiamo “nerd chic”, l’estetica da intellettuale rivalutata in chiave positiva.

Negli anni più recenti la rivoluzione si è completata sul piano del mercato: ai pochi grandi gruppi storici si sono affiancate decine di marchi indipendenti, spesso nati online, che trattano la montatura esattamente come un capo di abbigliamento stagionale, con collezioni rinnovate spesso e collaborazioni con stilisti e artisti. Sui social network, dove ogni dettaglio
del look viene fotografato e condiviso, l’occhiale da vista è diventato un elemento di personal branding al pari di una borsa o di un orologio — al punto che è nato anche un mercato di montature “a vista zero”, scelte da chi non ha alcuna necessità correttiva ma vuole comunque quel dettaglio sul viso. Le forme, inoltre, non rispettano quasi più confini di genere: la stessa montatura oversize o squadrata compare indifferentemente nelle collezioni uomo e donna, scelta in base al viso e alla personalità più che a una convenzione.

Il percorso compiuto in meno di un secolo è quindi duplice: da un lato la tecnica ha reso possibile alleggerire e rimpicciolire le lenti, eliminando il limite fisico che per anni aveva penalizzato chi aveva una vista debole; dall’altro la cultura ha imparato a leggere l’occhiale non più come la prova di un difetto, ma come uno strumento di espressione personale, capace di raccontare chi siamo tanto quanto un capo di vestiario scelto con cura. Chi entra oggi in un negozio di ottica non cerca più semplicemente “la montatura più discreta possibile”, come capitava spesso una generazione fa, ma una forma che valorizzi i propri tratti e rifletta il proprio gusto, proprio come farebbe scegliendo un paio di occhiali da sole o un accessorio di moda. Un cambiamento lento, cominciato in un laboratorio chimico più che su una passerella, ma probabilmente definitivo.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Accessori

Trenta7, Eleonora Moccia: “Le mie Mary indossate da Madonna!”

Published

on

Non capita tutti i giorni di scoprire che dietro un paio di scarpe intraviste casualmente in un negozio si nasconde la designer scelta da Madonna per il suo tour mondiale. E’ una domenica pomeriggio di fine marzo, assolata e rilassante, mi trovo a passeggiare al centro di Roma quando all’improvviso il mio sguardo si concentra su una vetrina in via dell’Oca. Colpisce immediatamente la mia attenzione uno strepitoso tronchetto stile Moulin Rouge in cocco nero. Si vede subito che quella scarpa ha carattere: è moderna, sofisticata, diversa dalle altre. Essendo un giorno festivo la boutique è chiusa, ma dopo circa un mese entro per vedere meglio questa calzatura che aveva acceso la mia curiosità. La titolare mi spiega che il brand si chiama Trenta7, i numeri sono quasi tutti terminati, mi consiglia di contattare direttamente la designer. E così, spinta dalla curiosità di conoscere Eleonora Moccia, direttrice creativa e fondatrice del marchio e vedere dal vivo le sue creazioni, la chiamo il giorno seguente per prendere un appuntamento nel suo atelier di Roma nel quartiere Parioli in via Archimede. Eleonora mi riceve subito, è una donna spontanea, ma al contempo elegante, solare, determinata. Sedute tra forme, pellami e bozzetti, mi racconta la sua storia.” Sono laureata in psicologia e il giorno dell’esame di Stato, che ho superato, sono salita in auto e sono andata a San Mauro Pascoli in Emilia Romagna dove l’indomani mi attendeva il test d’ingresso di ammissione all’Istituto Cercal, specializzato in calzatura e presieduto da Sergio Rossi. Vengo ammessa e intraprendo così il mio percorso di studi di un anno. Grazie a questa formazione specifica imparo tutto il processo creativo della calzatura; dalla realizzazione con le forme in legno, alle tecniche modellistiche, alla ricerca stilistica fino al montaggio della calzatura.” Inizia quindi un percorso professionale per Eleonora molto diverso da quello iniziale, ma sicuramente più in linea con la sua passione per la moda. “Collaboro inizialmente tramite un tirocinio con Pollini”- chiosa Eleonora-“ Qui seguo lo sviluppo del brand Moschino, successivamente vado a Milano per il marchio Rochas, dove affianco il direttore creativo, poi per problemi familiari, a causa della malattia di mio padre, rientro a Roma.”. Ed è proprio nella Capitale, dove è nata e cresciuta, che Eleonora decide di lanciarsi nell’avventura imprenditoriale nel mondo della calzatura. “Nel marzo del 2012 avvio il mio brand, inizialmente ho delle difficoltà nell’intercettare una buona azienda che riesca a produrre il mio progetto creativo, che individuo successivamente nelle Marche, nel distretto calzaturiero, dove attualmente produco le mie creazioni.” Trenta7 si contraddistingue grazie a uno stile riconoscibile, senza tempo, ma al contempo con una forte identità contemporanea ed elegante ed amalgama il mondo maschile a quello femminile, (come il mocassino maschile rivisitato con dettagli femminili). Ben presto, per Eleonora, arriva quella svolta destinata a cambiare il percorso del brand: ”Un giorno vengo contattata da un famoso marchio di abbigliamento che doveva fare uno shooting per il quale servivano delle calzature”- racconta la designer-“ L’editoriale consisteva in una collaborazione tra griffe. Le foto vengono poi pubblicate su vari siti di moda e le nota persino la stylist di Madonna che seleziona per la popstar due miei modelli per il suo tour mondiale: Madam X.” E’ l’inizio di un sogno ad occhi aperti per Eleonora Moccia: la Regina del pop sceglie le sue creazioni. Tra le moltitudini di scarpe che può indossare, Madonna decide di puntare su un marchio giovane e di nicchia, ma dalla forte personalità estetica. “Vedere le mie scarpe ai piedi di Madonna è stata un’emozione incredibile! Lei ha scelto il modello Mary nero in cocco con tacco da cinque centimetri e lacci in velluto su tono e il modello Ines bronzo con tacco da nove e lacci bordò. La scelta di Madonna è avvenuta in estrema velocità a tal punto che in quel preciso momento non avevo disponibile il numero trentotto, (il numero di scarpe della star), ma senza perdermi d’animo ho preso dalla mia scarpiera le mie Mary, che avevo indossato solo due volte, e le ho spedite immediatamente a Los Angeles la sera stessa in cui è stato commissionato l’ordine. Dopo circa tre mesi scorrendo su Instagram mi sono accorta che le mie Mary erano ai piedi di Madonna durante le riprese del suo videoclip! Sono rimasta scioccata, mai avrei pensato che tra tanti colossi mondiali selezionati per il tour lei potesse prediligere me. Ciò chiaramente ha dato grande visibilità alla mia azienda, è stata la realizzazione di un sogno! Anche il naming del brand è singolare come tutta questa storia. “La scelta di Trenta7 nasce perché il trentasette è il mio numero di scarpe”- chiosa Eleonora-“ Non volevo mettere il mio nome e cognome era troppo scontato e non volevo essere così in primo piano, preferisco rimanere dietro le quinte. Desideravo qualcosa che mi rispecchiasse ed ho scelto un nome sia in numero che in lettere. Il logo riporta i numeri rovesciati perché vuole simboleggiare una contrapposizione tra due mondi. Il trentasette è un numero alchemico, è anche il numero delle scarpe di campionario. Sono nata il trenta luglio e nella simbologia questo numero rappresenta il calzolaio e gli angeli che per me sono i miei genitori che purtroppo non ci sono più, ma sento che appoggiano pienamente il mio progetto. Sono sempre molto felice nel ricevere le mie clienti in atelier, in maniera molto intima, poiché per ognuna di loro fisso degli appuntamenti one to one, mi piace incontrarle e conoscerle dal vivo, dedicare loro il mio tempo, rispetto alla vendita on line si instaura chiaramente un rapporto diverso. Prossimamente farò anche dei pop up store a Milano, Parigi, Londra e Verona”. Un’opportunità per vivere un’esperienza diretta con il prodotto e conoscere dal vivo la talentuosa designer.

Photo Courtesy of Trenta7
di Elena Parmegiani per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Accessori

McQueen Spring Summer 2026 Eyewear Collection – Lo sguardo affilato dell’estate

Published

on

Alcuni accessori completano un look. Altri lo definiscono prima ancora che il resto entri in scena. La collezione eyewear McQueen Spring Summer 2026 appartiene senza esitazioni alla seconda categoria: occhiali pensati non come semplice dettaglio, ma come dichiarazione estetica, gesto netto, firma visiva. In perfetto equilibrio tra precisione architettonica e tensione contemporanea, le nuove silhouette raccontano l’universo McQueen attraverso linee affilate, volumi decisi e finiture capaci di trasformare lo sguardo in un elemento di carattere.

Protagonisti della stagione sono gli Oversized Visor Sunglasses, occhiali da sole dal profilo avvolgente e scenografico, già apparsi nello show Spring Summer 2026. Le montature wraparound, ampie e futuristiche, incontrano lenti dal finish modernista, creando un effetto quasi cinematografico: protettivo, audace, immediatamente riconoscibile. Non sono occhiali pensati per passare inosservati, ma per costruire una presenza, per dare al volto una nuova geometria, per suggerire movimento anche nella staticità di un ritratto.

Accanto a questa visione più futuribile, la linea Spike Cat-Eye Logo interpreta una delle forme più iconiche dell’eyewear con l’energia sovversiva tipica della maison. Il cat-eye si fa più tagliente, più grafico, quasi appuntito: una silhouette femminile ma non docile, elegante ma attraversata da una tensione ribelle. Le estremità affilate, portate a un punto preciso, restituiscono l’idea di una bellezza non accomodante, costruita su contrasti forti e su un’identità visiva immediata.

Più morbida, ma non meno distintiva, è invece la proposta Optical Cat-Eye, che rilegge la stessa silhouette in chiave ottica, alleggerendone l’impatto senza perdere forza. Il dettaglio logo McQueen completa la montatura con discrezione e riconoscibilità, confermando una direzione stilistica in cui ogni elemento, anche il più funzionale, diventa parte di un racconto più ampio.

La collezione eyewear McQueen Spring Summer 2026 è, in fondo, un esercizio perfetto di tensione controllata: tra protezione e provocazione, tra eleganza e taglio netto, tra heritage e futuro. Occhiali che non si limitano a incorniciare il volto, ma lo ridisegnano, portando nello sguardo tutta la forza di una maison che continua a fare della precisione, dell’attitudine e dell’imprevisto la propria lingua più potente.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending