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Sartoria Litrico: la Storia della Sartoria Italiana
Quando ci si appresta a parlare di Litrico, e della Sartoria Litrico, non si può che metter in riga tutti gli aneddoti e le storie che questa sartoria leggendaria ha tutt’oggi al suo occhiello, per usare una metafora sartoriale. La storia comincia con Angelo Litrico, primo di 12 fratelli di una umile famiglia di pescatori siciliani, che nel 1945 lascia la sua città nativa Catania per recarsi a Roma, che ormai alla fine della 2a grande guerra era una città in pieno fermento economico, capitale d’Italia e, di li a poco, patria della Dolce Vita, edinizia a lavorare presso l’Atelier Marinelli con un posto di banco. Dopo soli 6 anni, lo stesso Angelo rileva la sartoriache lo aveva preso a lavoro, e la rinomina Sartoria Litrico: qui inizia la vera e propria leggenda. Nel lontano 1951 Infatti la sede della sartoria situata a Via Sicilia, a due passi da Via Veneto, risente del fiorire della Dolce Vita italiana.
Infatti la Sartoria Litrico sarà tra le prime ad effettuare sfilate di Moda Maschile insieme alle case di moda femminili, e sarà tra i Soci fondatori della Camera Nazionale della Moda Italiana.Da qui in poi gli aneddoti e le storie di bellezza si susseguono, partendo dal 1956 in cui Angelo Litrico va ad una prima del teatro dell’Opera di Roma, assemblando con degli scampoli uno smoking, che non possedeva.
Da lì, Gassman e Rossano Brazzi diventano i suoi clienti affezionati per svariato tempo, attirati dall’abito fuori dal comune appunto. Ciò lo racconta anche la tribuna del mezzogiorno nel 1966. Nel 1957 un altro episodio, che determina poi l’internazionalizzazione di Litrico, avviene con Kruscev, al quale Angelo confeziona un cappotto, basandosi solo su delle foto.
Kruscev si innamora e commissiona a Litrico un intero guardaroba. La sartoria infatti, sarà la prima maison maschile al mondo a sfilare in Russia, insieme ad Emilio Pucci e Roberto Capucci, seguì poi Dior subito dopo, nel 1959. Alle Nazioni Unite di New York, il 12 Ottobre 1960, Nikita Kruscev vestito Litrico, batté violentemente e ripetutamente la scarpa di Litrico sul suo tavolo, durante un discorso, attirando su di sé l’attenzione di tutti, media e non, e divenne un simbolo di stile. Alla fine della riunione, i giornalisti intervistano il Premier Sovietico chiedendogli come mai egli vestisse così bene, in stile “occidentale”, ed egli rispose che, ai fini del “disgelo dalla guerra fredda”, aveva scelto l’italiana Sartoria Litrico.
Il giorno dopo i giornali di tutto il mondo, in 37 diverse lingue, titolano che la Sartoria Litrico con le proprie forbici avevatagliato la cortina di ferro tra USA ed URSS. Su “Il Messaggero” (1960) si legge che Angelo Litrico aveva creato altri tre abiti per gli altri tre esponenti che sarebbero stati presenti al consiglio dell’ONU: Eisenhower, Macmillan e De Gaulle.
L’intento del sarto era unire i Grandi di un mondo ancora diviso, e iniziare a intessere contatti duraturi con gli esponenti più in vista a livello internazionale.
L’anno dopo Le Maison romane, Litrico per la moda maschile e Valentino perquella femminile, riscuotono un successo enorme sfilando insieme in giro per il mondo. Nel 1960 Litrico aveva firmato uno storico accordo con l’azienda toscana Lebole, che dava il via
al primo contratto di prêt-à-porter maschile della storia, un passaggio storico che avvicinava per la prima volta un sarto d’alta moda all’industria della confezione, portando i modelli Litrico su scala industriale.
Lo chiamarono il “contratto della doppia “L” – Litrico /Lebole”. Litrico sarà anche la prima Maison italiana a firmare un contratto di “Licenza di Marchio” con il Giappone, con l’azienda nipponica “Toyo Rayon”, nel 1964. Chiaramente, dopo una serie così importante di successi, inizia ad essere definito “il Dior della moda maschile europea”. Angelo Litrico viene nominato dalla Presidenza della Repubblica italiana: Cavaliere del lavoro nel ’62, Ufficiale nel ’65, Commendatore nel ’68 e Grande Ufficiale nel ’72. Tra i personaggi
più importanti possiamo trovare poi Christian Barnard, il mitico cardiochirurgo sudafricano primo al mondo ad effettuare un trapianto di cuore, atterra a Roma, ha due richieste: incontrare Angelo Litrico e Gina Lollobrigida. Il medico avrebbe dovuto incontrare il papa due giorni dopo, ed Angelo Litrico gli confeziona gli abiti in una sola notte. Nel 2004 l’azienda passa al timone di Luca Litrico, figlio primogenito di Franco, fratello più giovane di Angelo, che a sua volta aveva preso il timone nel 1986 alla morte del fratello Angelo.
Luca decide di puntare tutto sul “su misura” esclusivo e ricercato,portando il brand a domicilio in tutto il mondo. L’ArchivioStorico Sartoria Litrico, che racchiude il lavoro di tutta la vitadi Angelo Litrico, viene riconosciuto, dal Ministero della Cultura Italiano, di Interesse Storico Nazionale particolarmente importante, e diventa a tutti gli effetti un “Bene Culturale” nel 2008. Migliaia di articoli di rassegna stampa, migliaia di fotografie di viaggi di lavoro, testimonianze storiche importanti della nascita del Made in Italy, foto di personaggi VIP con dedica, decine di premi ed onorificenze, lettere di corrispondenza con Capi di Stato ed esponenti della finanza, Case Reali, anche Papi, Astronauti, Attori e personaggi del Mondo dello Sport, mobili ed arredi originali. Dopo tanto sforzo e sacrifici, Luca riesce a riportare la sede della sartoria Litrico a Roma, nel quartiere Pinciano-Parioli, così da preservare l’idea originaria e il legame che Angelo, ha sempre avuto con la capitale. Che dire, più che una Sartoria, è una Leggenda!
“Per gentile concessione dell’Archivio Sartoria Litrico © – Tutti i diritti riservati sono di SARTORIA LITRICO ®”.
Sito: www.sartorialitrico.it
Sartoria Litrico
Via Michele Mercati, 35
00197 Roma
T. & WhatsApp: +39 06 88923619
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Fashion News
Jimmy Choo | Pearls of Wisdom, a Capsule Celebrating 30 Years of Jimmy Choo
Published
22 ore agoon
9 Ottobre 2026By
DailyMood.it
Per trent’anni, la perla è stata intessuta nel tessuto di Jimmy Choo: dalle pareti in travertino alabastrino delle prime boutique alla tonalità iridescente del packaging color ostrica distintivo della maison. Le perle hanno fatto la loro comparsa su scarpe e accessori in ogni forma, dalla più delicata alla più audace. La perla non è un semplice motivo decorativo, è un codice della maison.
Per celebrare i tre decenni di Jimmy Choo, la Direttrice Creativa Sandra Choi riflette su questo simbolo intramontabile con Pearls of Wisdom: una capsule collection e una campagna che rendono omaggio alla perla in tutte le sue forme. Preziosa ma resistente, formatasi lentamente e affinata nel tempo, è emblematica di un trentesimo anniversario e una metafora appropriata di tutto ciò che la maison ha costruito.
«“Pearls of Wisdom” mi è sembrato il punto di partenza perfetto per celebrare i tre decenni di Jimmy Choo. Il traguardo dei 30 anni si allinea in modo naturale a questo motivo che amiamo da tempo. Per me, la perla racchiude una forza discreta e duratura: aggraziata, mai ostentata e sempre caratterizzata da un tocco di giocosa purezza. Per questa collezione, volevo che la perla apparisse naturale e istintiva, un’espressione sottile del nostro passato che continua a plasmare il nostro futuro». Sandra Choi
La campagna è immortalata attraverso uno sguardo di silenziosa reverenza. Dalle immagini still life agli scatti con le modelle e alle vignette, queste immagini dialogano tra loro; ogni inquadratura è studiata, lenta e precisa, con ritagli che guidano lo sguardo verso i dettagli finemente realizzati che definiscono questa collezione. Lo styling riflette la versatilità intrinseca della perla stessa: sicura di sé, senza età e libera da vincoli legati alle occasioni; può essere indossata nei momenti più festosi della vita oppure come elemento capace di elevare la quotidianità, sempre con un senso di freschezza e modernità. Realizzate sia a colori sia in bianco e nero, le immagini richiamano l’eterna attualità e il fascino della perla, insieme alla forza del femminile.
Nelle immagini in movimento della campagna, una grafica con il numero ’96, l’anno di fondazione di Jimmy Choo, viene reinterpretata come simbolo di un’eredità: le forme curve diventano una coppia di apostrofi, uno diritto e uno rovesciato. Sovrapposti in primo piano, incorniciano e scandiscono le immagini. Un’eco visiva delle citazioni, delle storie e dei momenti iconici accumulati nel corso di trent’anni fondamentali. Come la perla stessa, rappresentano un richiamo all’anno di fondazione della maison, il 1996.
Tra scarpe, borse e gioielli, ogni pezzo della capsule offre una propria interpretazione della perla.
La zeppa scultorea dorata ITHACA, che prende il nome da un’isola greca il cui paesaggio romantico è impreziosito dalla madreperla, presenta sul lato inferiore un trio di perle in resina. Il sandalo IRINA avvolge il piede con perle in resina e cristalli, come collane sovrapposte, mentre la INGRID FLAT reinventa una robusta scarpa Oxford con una fibbia in perla di resina trompe-l’œil. Corsage barocchi sbocciano sulle tre silhouette della famiglia INES, proposta nelle versioni décolleté, mule e ballerina.
La BON BON, che richiama i corsage di perle barocche della famiglia INES, si affianca alla TUBE MINI BAG e alla minaudière RAINDROPS, entrambe rifinite con una frangia di perle in resina ricadenti. La clutch CLOUD evoca conchiglie di ostrica e onde dorate, mentre la OYSTER è una clutch scultorea in plexiglas, un oggetto d’arte ispirato alla forma naturale di una perla barocca. Ogni pezzo è concepito come un futuro cimelio, pensando ai prossimi trent’anni.
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Alexander McQueen sostiene Tate Britain The 90s: Art and Fashion
Published
2 giorni agoon
8 Ottobre 2026By
DailyMood.it
Alexander McQueen è onorato di sostenere The 90s: Art and Fashion, una mostra di rilievo alla Tate Britain, curata da Edward Enninful OBE, la cui prospettiva unica esamina un’epoca che ha trasformato l’arte, la moda e la cultura contemporanea.
Alexander McQueen, fondato da Lee Alexander McQueen a Londra nel 1992, emerse durante questo decennio determinante per la moda e la cultura britanniche. Dopo essersi formato nella londinese Savile Row e alla Central Saint Martins, McQueen unì la precisione della sartoria e dell’artigianato britannici a una visione creativa sovversiva e senza compromessi. Il suo lavoro sfidò le convenzioni e ebbe una risonanza ben oltre la moda, riflettendo il ricco dialogo tra arte, cultura ed espressione creativa che caratterizzò gli anni Novanta.
Nell’ambito del suo sostegno alla mostra, Alexander McQueen ha concesso in prestito una selezione di look d’archivio provenienti dalle sue fondamentali sfilate degli anni Novanta. Presentati in dialogo con opere d’arte e voci culturali influenti, questi pezzi offrono una rara opportunità di vivere il lavoro degli esordi della maison all’interno del più ampio panorama creativo di un decennio che ha plasmato la storia della moda.
The 90s: Art and Fashion
8 ottobre 2026 – 14 febbraio 2027
Tate Britain, Londra
LOOK IN MOSTRA
Alexander McQueen Autunno Inverno 1998 ‘Joan’
Abito con cappuccio con base in tulle e perline tubolari in vetro rosso distribuite su tutta la superficie.
Alexander McQueen Autunno Inverno 1998 ‘Joan’
Armatura in metallo di alluminio, realizzata da Sarah Harmarnee per Alexander McQueen.
Alexander McQueen Autunno Inverno 1997 ‘It’s a Jungle Out There’
Giacca sartoriale in pelle di vitello con corna di impala.
Alexander McQueen Autunno Inverno 1999 ‘The Overlook’
Corsetto a spirale in metallo di alluminio, realizzato da Shaun Leane per Alexander McQueen.
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Genny, Too Chic to S-pook: il dark glamour dell’autunno-inverno 2026/27
Published
4 giorni agoon
6 Ottobre 2026By
DailyMood.it
C’è un modo molto sofisticato di essere dark. Non ha bisogno di Halloween, di eccessi gotici o di atmosfere dichiaratamente cupe: basta un abito nero, una silhouette costruita alla perfezione e quel tocco di mistero che trasforma la seduzione in qualcosa di irresistibilmente contemporaneo.
È questa la direzione di Genny per l’Autunno-Inverno 2026/27, racchiusa già nel titolo della collezione, “Too Chic to Spook”. Un gioco di parole che racconta perfettamente l’attitudine della maison: prendere l’immaginario dark e renderlo glamour, sofisticato, femminile.
Il nero domina la collezione e diventa una materia da scolpire. Abiti aderenti, corpetti, gonne a sirena, volumi drappeggiati e dettagli costruiti sul corpo disegnano una femminilità intensa, mai urlata. La sensualità passa attraverso la silhouette: spalle importanti, vita segnata, scolli profondi e lunghezze che sfiorano il pavimento.
Ma il nero di Genny non è mai semplicemente nero. Cambia consistenza, riflette la luce, si arricchisce di trasparenze, piume, ricami e lavorazioni tridimensionali. È velluto, pizzo, tessuto tecnico, superficie lucida e materia quasi scultorea.
Accanto agli abiti più spettacolari compaiono capi dalla vocazione più quotidiana, ma sempre con una precisa impronta couture: giacche strutturate, top preziosi, pantaloni morbidi e silhouette minimali vengono attraversati da dettagli teatrali che impediscono al look di diventare prevedibile.
E poi ci sono gli accessori, fondamentali per completare questo universo: décolleté dal gusto rétro, pochette compatte, stampe animalier e gioielli che seguono il corpo come una seconda pelle. Anche qui il lusso non ha bisogno di esagerare. Un dettaglio basta.
La palette si apre occasionalmente a tonalità profonde e sofisticate, con incursioni di verde e superfici preziose, ma è il nero a rimanere il vero protagonista. Un nero sensuale, aristocratico, contemporaneo.
“Too Chic to Spook” gioca dunque con l’estetica gotica senza lasciarsene ingabbiare. Genny prende l’idea della donna misteriosa, della femme fatale, della notte e la porta in una dimensione più elegante e sofisticata.
Perché essere dark, questa stagione, non significa necessariamente fare paura.
Significa farsi ricordare.
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Jimmy Choo | Pearls of Wisdom, a Capsule Celebrating 30 Years of Jimmy Choo

Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta

Viaggio alla scoperta dell’architettura sudafricana
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