Connect with us

Cine Mood

Frozen 2 – il segreto di Arendelle. La fiaba Disney diventa epica

Published

on

Se avete una bambina saprete già quello di cui stiamo parlando. Se ne avete due, lo saprete all’ennesima potenza. Il problema si pone se avete un maschietto e una femminuccia: perché il primo, da anni, sarà stato “costretto” a vedere decine di volte Frozen, e ad assimilare – quasi per osmosi o qualcosa di simile – Let It Go e le altre canzoni. Ora, che siate papà e mamme di maschietti o femminucce, è arrivato finalmente l’atteso momento di Frozen 2 – Il segreto di Arendelle, il sequel di uno dei più riusciti e fortunati casi nel mondo dell’animazione. Ed è un film che, provare per credere, piacerà da morire anche ai maschietti.

Frozen 2 – Il segreto di Arendelle, nelle nostre sale dal 27 novembre, ha il difficile compito di dare un seguito a una storia perfetta come quella di Frozen. Una storia che, a prima vista, sembrava anche autoconclusiva, cioè compiuta nell’arco narrativo del primo film. Per farlo Jennifer Lee e Chris Buck ci riportano per un attimo indietro nel tempo, quando Elsa e Anna sono ancora bambine. La mamma e il papà raccontano loro di un bosco incantato, nell’estremo nord, dove il padre e il nonno delle due principesse si erano recati per incontrare il popolo locale e per costruire una diga. Ne era uscita una battaglia: i rappresentanti di Arendelle erano stati attaccati e il papà di Elsa e Anna aveva rischiato la vita, ma era stato salvato da qualcuno. Tornati al presente, vediamo Elsa, regina di Arendelle, alle prese con un richiamo, una voce che arriva da lontano. E decide che è là, in quel bosco, che deve andare per scoprire il suo passato, la sua natura e anche il segreto del suo dono.

Lo chiamiamo così: un dono. Perché il potere magico di Elsa, quello di trasformare in ghiaccio qualsiasi cosa a ogni suo tocco, in Frozen 2 – Il segreto di Arendelle, più che come una maledizione o una condanna, com’era visto nel primo film, è inteso come una dote, un superpotere. Elsa, consapevole di sé e del suo dono, è in grado di controllarlo, di giocarci come di spingerlo al massimo della potenza per affrontare le imprese più ardite, le nuove sfide che la vita le chiederà. “Abbiamo sempre pensato che i suoi poteri fossero troppo per questo mondo. Ora dobbiamo sperare che bastino”. È una frase che sintetizza il cambio di prospettiva del nuovo film. Un’Elsa sempre più supereroe, invece che principessa soggetta a un incantesimo: è questa la nuova veste (con delle novità anche a livello grafico) di uno dei personaggi più amati dell’universo Disney, l’unica in grado di competere con le protagoniste del passato. Ma in Frozen 2 c’è spazio anche per Anna, la principessa senza poteri ma con un grande cuore, un grande coraggio e, cosa che ce la fa amare sempre di più, ironia e sense of humour. Il sequel di Frozen è anche il suo film, e la vede diventare un personaggio sempre più sfaccettato e a tutto tondo.

E poi c’è anche Olaf, il pupazzo di neve vivente che è diventato un personaggio amatissimo da tutti, bambini e bambine. Nel nuovo film ha sempre il ruolo di “clown”, di personaggio comico che riesce ad alleggerire una storia che assume tratti anche drammatici. In più, a metà film (ma aspettate ad uscire dalla sala e guardate tutto fino alla fine dei titoli di coda) è il protagonista assoluto di un assolo inedito, in cui riassume la trama del film precedente, riuscendo anche a far passare un’autoironico messaggio sul modo di costruire le storie della Disney. Frozen 2 è più film in uno: comicità slapstick quando c’è in scena Olaf, commedia romantica quando i riflettori sono su Anna e Kristoff. E, ovviamente, epica e fantasy quando al centro c’è l’eroina Elsa. Frozen 2, che per questo può piacere a un pubblico molto vasto, rispetto al primo film è ancora più epico, e certi momenti, a livello visivo, sono degni dei migliori capitoli del cinema fantasy più adulto, quello girato in live action. La colonna sonora ce la mette tutta, a volte anche esagerando, per tenere il passo di quella del primo film, ma in questo senso il film fatica un po’.

Il team che ha lavorato a Frozen 2 – Il segreto di Arendelle è insomma riuscito non solo nel dare un degno seguito a uno dei successi più clamorosi del cinema di animazione degli ultimi anni, ma anche a creare un film incredibilmente maturo. Un film che è anche ben piantato nei tempi che stiamo vivendo e anche nella storia americana. Le nuove avventure di Elsa e Anna sono infatti un grande racconto di empowerment femminile (quasi un must nella Hollywood di oggi) e una storia che raccoglie le istanze legate all’ambiente, per come fa muovere i personaggi in una terra in cui ognuno dei quattro elementi è qualcosa di vivente e in grado di comunicare con noi, e dirci che forse stiamo sbagliando qualcosa. Ma in quel rapporto tra Arendelle e il popolo con cui si trova a fare i conti può anche essere letto come un mea culpa degli Stati Uniti verso i nativi americani, un tentativo di chiedere in qualche modo scusa. Sono tutti sottotesti che in un film meno banale di quello che sembra vanno tenuti in conto. Ma quello che importa davvero, alla fine, è che le vostre bambine lo adoreranno. E sì, potete portarci anche i maschietti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

5 × tre =

Cine Mood

Chiara Ferragni – Unposted. Sono io che ho creato me stessa

Published

on

Per me, che sono cresciuto negli anni Ottanta, i divi erano le rockstar: David Bowie, Sting, Bono, Simon Le Bon. Vedere una ragazza piangere perché ha incontrato Chiara Ferragni è un segno dei tempi. Le nuove rockstar globali sono gli influencer. E lo si vede chiaramente in Chiara Ferragni – Unposted, il film di Elisa Amoruso che è stato presentato a Venezia e, dopo un’uscita in sala di tre giorni, dal 29 novembre è disponibile su Amazon Prime Video. Chiara Ferragni è oggi l’influencer più importante nel mondo della moda, ed è seguita da 18 milioni di follower su Instagram, persone che la seguono da tutto il mondo. Gli influencer hanno accorciato le distanze tra il mondo della moda e la gente. E Chiara Ferragni è stata la prima a capire l’importanza di un’azione simile. Ma il suo segreto non è solo questo: Chiara è una donna che ce l’ha fatta, ed è un modello per milioni di ragazze in tutto il mondo che vorrebbero diventare come lei. “Ho sempre pensato che la mia fosse una storia ispirazionale su una ragazza che ha creduto nei suoi sogni e ce l’ha fatta” ha raccontato Chiara Ferragni a Roma alla prima del film. “Ricordo che nel febbraio del 2018 parlavamo con i produttori dell’idea di raccontare la mia storia tramite un documentario, secondo me era un progetto che poteva aver successo, e abbiamo cominciato a pensarci. Abbiamo creato in pochissimo tempo un team che mi ha seguito da settembre 2018 a gennaio 2019, e così è nato Chiara Ferragni – Unposted”. “La mia ambizione più grande è che questo documentario smuova qualcosa, che riesca ad emozionare” aggiunge.

Il film inizia a Los Angeles, dove Chiara vive dividendosi fra la California e Milano. E dove ha deciso di farsi un piercing. Nel film siamo continuamente catapultati indietro, con le immagini di Chiara bambina che si alternano a quelle frenetiche della sua vita di oggi. “Da bambina non voleva essere una leader” racconta la mamma. “Ma voleva farsi amare. E dimostrava giù una certa indipendenza”. A scuola era bravina, faceva sport, ma non c’era qualcosa in cui, da ragazza, eccelleva. Ma Chiara Ferragni è sempre stata sicura che avrebbe fatto qualcosa di importante. Ha trovato la sua strada nella moda, nel web e nei social network, dei quali ha capito prima di altri la potenzialità. Ha cominciato pubblicando le sue foto su Flickr. Ma poi, osservando il blog di una ragazza californiana nel 2009, ha pensato di aprire un suo blog: le piaceva l’idea di avere qualcosa di suo, e di non usare solo una piattaforma di altri. Così, grazie anche al suo ex compagno, Riccardo Pozzoli, ha aperto un suo blog. Doveva avere la parola “blonde” perché lei era bionda, e qualcosa di italiano, come “blonde pasta” o “blonde pizza”. Poi è stata scelta l’insalata, e allora ecco The Blonde Salad, che oggi è una vera e propria testata, con una redazione e un’area dedicata all’e-commerce. L’ex compagno è stato importante nella nascita e nel successo del blog. “Ma nessuno mi ha creato” ribadisce lei. “Sono io che ho creato me stessa”.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Chiara Ferragni ha creato se stessa. E ha creato anche un lavoro. Un lavoro che in molti non capivano, che lei stessa fa fatica a definire. Si definisce un’imprenditrice digitale che è anche una blogger di moda. Il suo impero non si è fermato qui. Nel 2013 è nata la Chiara Ferragni Collection, venduta da 400 rivenditori in tutto il mondo, con 40 milioni di fatturato. Ma “essere donna e avere successo oggi è quasi una colpa”, come sentiamo dire nel film. E allora, in Chiara Ferragni – Unposted, e alla sera della prima, si parla anche di haters, fenomeno ormai inseparabile dal successo social. “Ho a che fare con gli haters dal primo momento in cui ho pubblicato la mia prima cosa on line, avevo sedici anni” ricorda l’imprenditrice. “Gli haters fanno un po’ parte della vita di chiunque, soprattutto quando ti esponi on line. Ci devi fare l’abitudine. Quello che cerco di fare è rispondere in maniera ironica, trasformare l’odio in un modo di sorridere insieme, per far vedere alle altre persone che sono con me che certe cose non vanno prese seriamente. Quello che importa è la tua visione, i tuoi obiettivi. E non puoi dare importanza alle persone che cercano di mettersi sul tuo cammino”.

Oltre all’odio, intorno a Chiara Ferragni c’è anche tanto amore. Della fan che piange per averla incontrata e aver scattato un selfie con lei abbiamo detto in apertura. Il film di Elisa Amoruso, oltre a Chiara Ferragni e molti addetti ai lavori, ci fa vedere anche delle interviste a molte ammiratrici: Monaco, Taiwan, Città del Messico, vengono da tutto il mondo. Simone Marchetti, Editor In Chief di Vanity Fair Italia, spiega che Chiara Ferragni è espressione della contemporaneità, in quanto ha saputo cogliere meglio di altri il linguaggio dei social media.

Chiara Ferragni – Unposted è disponibile, dal 29 novembre, su Amazon Prime Video. “Secondo me Amazon Prime Video funziona proprio come i social media” ha commentato Chiara Ferragni.È globale, è istantaneo. È pazzesco che tutti potranno vedere il film nello stesso momento”. Vedranno i momenti più glamour di Chiara Ferragni, quelli d’amore con il marito, Fedez, e il figlio Leone, e anche il grosso lavoro che c’è dietro la sua impresa. Ma capiranno che Chiara ha anche condiviso, in questi anni, momenti più delicati, come i problemi che ha avuto durante il parto. “Nei social media c’è sempre un’ostentazione della parte più bella della nostra vita” ha spiegato la fashion blogger. “E penso che sia molto importante, per persone in vista come me, far vedere non solo le parti positive del nostro quotidiano, ma anche le difficoltà, soprattutto quando hanno una lezione da darci. Io sui social media cerco di far vedere non solo i momenti belli, ma anche quelli che mi hanno fatto maturare”. Chiara Ferragni crede che la sua storia possa essere d’ispirazione per molte altre ragazze, e probabilmente, è così. “Io sono in una posizione privilegiata, ma cerco sempre di sensibilizzare le donne sul fatto che devono porsi degli obiettivi e cercare di raggiungerli e trovare la versione migliore di loro stesse”. Nel film sentiamo dire a Chiara Ferragni di essere costantemente in cerca della sua versione migliore. Lei la chiama “la Chiara che vorrei”. Sostituendo il proprio nome a Chiara, molte ragazze potrebbero fare lo stesso.

di Maurizio Ermisinoi per DailyMood.it

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Depeche Mode: Spirits In The Forest

DailyMood.it

Published

on

Il primo docu-film della Band in esclusiva nei cinema di tutto il mondo! Il potere della musica, le immagini del Tour da Record.

I Depeche Mode, insieme a Trafalgar Releasing, Sony Music Entertainment e BBH Entertainment, sono lieti di annunciare l’uscita del nuovo film concerto DEPECHE MODE. SPIRITS IN THE FOREST, che sarà nei cinema solo il 21 e 22 novembre. Il film riunirà i fan per celebrare tutta la forza della musica e delle esibizioni dei Depeche Mode e sarà proiettato in oltre 2.400 cinema, da Adelaide a Zagabria, in oltre 70 paesi.

Diretto dal pluripremiato regista Anton Corbijn, DEPECHE MODE. SPIRITS IN THE FOREST segue il Global Spirit Tour 2017/2018, che ha visto la band suonare davanti a più di 3 milioni di fan in 115 concerti in tutto il mondo.
Immergendosi nelle storie di sei fan molto speciali dei Depeche Mode, il film intreccia esaltanti performance musicali del tour al famoso Waldbühne di Berlino (“Forest Stage”) ad intimi filmati girati nella città natale dei fan. Il film mostra in che modo la popolarità e la rilevanza della band sono cresciute e fornisce uno sguardo unico sull’incredibile potere della musica di costruire comunità, consentire alle persone di superare le avversità e creare connessioni oltre i confini di lingua, genere, età e circostanza. “Sono profondamente orgoglioso di condividere questo film e la storia potente che racconta” spiega Dave Gahan dei Depeche ModeÈ incredibile vedere i modi molto reali in cui la musica ha influenzato la vita dei nostri fan”. Martin Gore aggiunge: “Nel mondo contemporaneo fatto di frenesia e divisioni, la musica può davvero essere una forza positiva e può unire le persone“.

SOLO IL 21 – 22 NOVEMBRE 2019 AL CINEMA

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Terminator: destino oscuro. A salvare il mondo sono le donne

Published

on

Saranno le donne a salvarci, a sconfiggere le macchine, a salvare il mondo da quel dominio delle intelligenze artificiali che, lo sappiamo da quel Terminator di James Cameron del 1984, sono una minaccia per il nostro futuro. È un cambio di prospettiva interessante quello di Terminator: Destino oscuro, di Tim Miller, nelle sale dal 31 ottobre. È il sesto film della saga, ma in realtà è una storia che vuole diventare il terzo capitolo del racconto, riannodandosi a Terminator 2 – Il giorno del giudizio, del 1991, che era stata anche l’ultima volta di James Cameron alla regia. Qui Cameron è produttore e autore del soggetto, e il suo “ritorno” aveva dato molte speranza ai fan della saga. Terminator: Destino oscuro inizia con la voce narrante di Sarah Connor (Linda Hamilton) che ci racconta come, nel 1998, dopo che aveva cambiato il destino e salvato il mondo, un Terminator rimasto in giro, mandato da quel futuro che ormai era svanito, le aveva ucciso sotto gli occhi il figlio, John Connor. Con un salto temporale siamo ai giorni nostri, a Città del Messico, dove, con la solita tempesta di fulmini, arrivano una donna, Grace, e un altro terminator. È un’evoluzione del T-1000 di Terminator 2, il suo metallo si fonde e si ricompatta, si scioglie per attraversare gli oggetti e poi riprendere la forma solida, prende le sembianze di chi vuole e ha le braccia che si trasformano in lame affilate. È lì per trovare Dani, una ragazza messicana che, nel futuro, darà filo da torcere, proprio come faceva John Connor, alle macchine. Che non sono più Skynet, perché Sarah Connor aveva cambiato il destino, ma Legion, un nuovo sistema di intelligenza artificiale. A proteggere Dani ci saranno Grace, che è un’umana potenziata, e Sarah Connor, che dalla morte del figlio conduce una lotta solitaria contro i terminator che sono rimasti. E poi ci sarà lui, il T-800 di Arnold Schwarzenegger.

Detta così sembra una trama complicatissima. Ma in realtà il nuovo Terminator: Destino oscuro è un film lineare, molto semplice (ancor di più se venite da quella serie di ritorni al futuro che era Terminator: Genisys). È la vecchia storia di una ragazza in fuga, un terminator spietato e indomito a inseguirla, e qualcuno che prova a salvare la ragazza, e il futuro dell’umanità. A difendere la ragazza non c’è una sola persona, ma una squadra. A iniziare da Grace (Mackenzie Davis) che arriva dal futuro proprio con la missione di proteggere Dani a ogni costo: non è un Terminator, come il T-800 riprogrammato di Terminator 2, ma non è neanche un umano come il Kyle di Terminator. È un’umana potenziata, con una sorta di corazza di metallo sotto la pelle e un’unità che le dà un’energia particolare. A interpretarla c’è una Mackenzie Daivs inedita e mai vista: la dolce e minuta ragazza di San Junipero e Tully qui ha un fisico potente, quasi robotico e, a differenza di altri personaggi della serie, uno sguardo liquido, intenso, commosso. Pur dentro una corazza, è uno dei pochi volti dolci presenti nella saga. La costruzione del personaggio, e la sua interpretazione, sono la cosa migliore del film.

L’altra grande cosa di Terminator: Destino oscuro è il ritorno di Sarah Connor, la Linda Hamilton dei primi due film, che mancava nella saga cinematografica dal 1991. I capelli argentati, il volto solcato dalle rughe, ha i tratti sempre più induriti ma porta in sé quella scintilla che è sempre stata una delle chiavi del successo dei primi film. Il suo ingresso in scena è spettacolare, e anche la chiusura della prima scena. È lei a pronunciare le famose parole “I’ll be back”. È lei la chiave di volta per formare quell’architrave che permette alle protagoniste di farcela, quella solidarietà femminile che, quando c’è, permette alle donne di avere una forza enorme. La Dani di Terminator: Destino oscuro, inoltre, non è come la prima Sarah Connor che veniva salvata da un cavaliere, è lei stessa che impara a combattere e dà una direzione al suo destino.
.
E il destino vuole che, nella saga, ci debba essere anche Arnold Schwarzenegger. L’unico film in cui non era presente, Terminator: Salvation, era stato un flop enorme. E si è capito che no Schwarzie no party. Il vecchio Arnold entra in scena quasi a metà film, e il suo Terminator ha la barba e prepara la birra con il limone per aperitivo. Non fatevi venire il mal di testa: non è il T-800 dei primi Terminator, ma un altro cyborg, uguale a quelli, quello che nel 1998 ha ucciso John Connor. Poi ha sviluppato una sorta di coscienza, se non dei sentimenti, e, dopo aver salvato una madre e un figlio, ha messo su una sorta di famiglia. Detto sinceramente, è forse questa la cosa che sta meno in piedi di tutte. Per chi amava Schwarzenegger come lo spietato T-800 di Terminator non riesce proprio a vedere un terminator buono. Quello di Terminator 2 aiutava Sarah Connor e John Connor, ma era stato riprogrammato per farlo. Qui non siamo dalle parti di Terminator Genisys ,in cui, per un paradosso temporale, era diventato una sorta di padre putativo di una giovane Sarah, ma l’idea non ci convince comunque.

Così il nuovo Terminator convince a tratti e lascia perplessi. Le scene d’azione funzionano, ma a volte sono troppo lunghe. E lo scontro finale, anch’esso lungo, richiama gli showdown dei primi Terminator, e funziona. Terminator: Destino oscuro, poi, ha un’altra pecca, quella di due scelte sbagliate a livello di casting: il nuovo Terminator cattivo, il Rev 9, ha il volto di Gabriel Luna, un volto anonimo come pochi, che al confronto il Robert Patrick di Terminator 2 è Jack Torrance. E anche Dani (Natalia Reyes) ha un volto e un carisma ben lontani da quella che è l’eroina storica del film, anche nella sua versione giovane, la Sarah Connor di Linda Hamilton. Il nuovo Terminator è un film che si lascia seguire. Ma nessuno dei sequel, forse neanche Terminator 2, è mai riuscito a riportarci a quella sporcizia, quella decadenza, quella disperazione e quel senso di pericolo, di morte, di fine del mondo che aveva quel piccolo B movie che era il Terminator del 1984. È probabile che quella di Terminator sia una saga che non funzioni senza il suo demiurgo, James Cameron, e soprattutto in un tempo che è molto lontano da quello in cui è stata concepita. È probabile che si concluda qui. Hasta la vista, baby.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

 

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending