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The First. Sean Penn, il primo uomo su Marte

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Quello che è lontano è vicino. Così vicino che è sotto la pelle. Che respira, pulsa, corre. Aspetta che tu lo trovi”. Sentiamo queste parole dalla voce narrante di Tom Hagerty, il protagonista di The First, interpretato da Sean Penn, per la prima volta attore in una serie tv. The First, prodotta da Westword Productions in collaborazione con Hulu, Channel 4 and Endeavor Content, è disponibile in streaming su TimVision dal 19 dicembre. Racconta la preparazione di un team di astronauti alla prima missione su Marte guidata dal capitano Tom Hagerty, dopo che un tentativo, a cui il capitano non ha preso parte per volere altrui, è fallito, e varie persone hanno perso la vita. L’autore di The First è Beau Willimon, conosciuto per la sceneggiatura de Le idi di marzo e come showrunner di House Of Cards. The First non racconta solo la corsa allo spazio, ma anche le vicende di Tom Hagerty (Sean Penn) con la figlia Denise (Anna Jacoby-Heron, Stranger Things, Grey’s Anatomy), degli altri astronauti e della responsabile della società aereospaziale Laz Ingram (Natascha McElhone, Designated Survivor, Californication, The Truman Show).

L’anima dello show, inutile dirlo, è lui. Sean Penn. Da un po’ non lo vedevamo in un grande ruolo al cinema: lo ritroviamo qui, sul piccolo schermo. Penn è come il vino: invecchiando migliora. E ogni ruga, ogni segno, ogni piccolo grande solco sul suo viso sembra raccontare una storia. Ovviamente racconta la sua. Ma sembra raccontare anche la storia di Tom, il suo passato, la sua vita non facile. L’aver messo il piede sulla Luna (una scritta, in tv, ci dice che è stato il tredicesimo uomo), l’aver perso la moglie, aver perso e poi ritrovato i contatti con la figlia, che ha problemi di dipendenze. E poi aver dovuto rinunciare, per ordini dall’alto, al primo lancio della missione su Marte. E, proprio per questo, essere sopravvissuto ai suoi compagni e aver assistito alla loro morte. Se Penn è l’anima di The First, Hagerty è l’anima della missione spaziale, la memoria storica e il leader, l’esperienza e la passione per i viaggi nel cosmo. È lui che, nel momento in cui i finanziamenti ai viaggi spaziali vengono messi in dubbio, viene scelto come testimonial per rilanciare la corsa allo spazio. È lui il primo ad arrivare sul luogo dell’incidente dopo che il primo lancio è finito tragicamente. E sarà lui a guidare la prossima missione, 23 mesi dopo la prima.

Sean Penn lavora di sottrazione. Il suo personaggio, come certi eroi dei film western, parla pochissimo. Gli basta uno sguardo, un annuire, un commento laconico. Il suo Tom Hagerty è un personaggio carico di umanità. E sembra saper fare sempre la cosa giusta. Come quando, pur soffrendo per non essere sulla navicella in partenza, chiama il suo equipaggio per incitarlo. O quando, chiamato per perorare la causa dei viaggi nello spazio davanti a una commissione governativa, non se la sente di dire troppo per rispetto verso i genitori di una delle vittime. È un uomo tutto d’un pezzo. Ma non esita a diventare buffo, quando gioca con un tramezzino per non far pensare alla morte una bambina che ha appena perso il padre. O quando rispolvera una vecchia gag per consolare la figlia, che ora è grande, e ha problemi di tossicodipendenza.

Il suo Tom Hagerty è uno che si sporca le mani. Perché nel 2030 raccontato dal film le auto saranno a guida autonoma, tutto si azionerà con il comando vocale, ma i tubi dell’acqua si rompono ancora, e le cantine polverose si devono ancora pulire. The First indugia molto su questo contrasto tra progresso e radici, tra moderno e antico, tra tecnologia e lavoro manuale. In tutto il film Penn è spesso alle prese con cose tattili, pratiche, materiche. Il suo sguardo è rivolto verso le stelle, e i suoi piedi sono ben piantati per terra. Così, The First mescola l’epica all’intimismo, il grande al piccolo, il pubblico al privato. Come sa fare la grande serialità di oggi, mette al centro l’uomo, e si prende tutto il tempo per raccontarlo. Se Beau Willimon, in House Of Cards, metteva in piedi un meccanismo frenetico e isterico di rincorsa al potere, qui trova un racconto di ampio respiro, dai ritmi rilassati. Entra nel mito tutto americano della corsa allo spazio per demolirlo e ricostruirlo da capo. E ci fa guardare le stelle per farci guardare dentro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Serie TV

Black Mirror: quello che possiedi finisce per possederti. Anche la tecnologia

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Black Mirror, Cioè lo specchio nero. Nero perché è così che ci si presentano, prima che si accendano di relazioni, sogni o incubi, gli schermi di smartphone, tablet, computer, che sono il simbolo del nostro rapporto con la tecnologia. Nero perché Black Mirror, la serie antologica ideata da Charlie Brooker, è cupa, inquietante, e nel nostro rapporto con la tecnologia tende a mettere in risalto quasi sempre ciò che c’è di più oscuro e pericoloso. Black Mirror arriva in streaming su Netflix il 5 giugno con la quinta stagione, composta da tre episodi (com’era nelle prime due stagioni). Non sono tanti come nelle ultime due stagioni perché, subito dopo Natale, un’anticipazione era arrivata dal discusso episodio interattivo Bandersnatch, che non faceva parte della nuova stagione, ma indubbiamente ha richiesto tempo e dedizione.

La cosa che ormai tutti abbiamo imparato, in quella che è l’età dell’oro della serialità, è la dipendenza. Il fatto, cioè, che ogni volta che ci addentriamo in una storia ne rimaniamo invischiati (se ci piace, certo), entriamo in un mondo, e, a ogni nuova puntata, ci torniamo. La cosa originale di Black Mirror è questa. A ogni puntata occorre resettare tutto. A parte un mood generale, che solitamente è distopico, pessimista, inquietante, ogni volta dobbiamo fare uno sforzo, adattarci a un nuovo ambiente, provare a capirne le coordinate. Tutto questo è sì più difficile, ma anche estremamente stimolante. A ogni puntata, la curiosità è enorme. Tanto più che la scrittura di Charlie Brooker è eccezionale nel non farci capire tutto subito, nel lasciare, a ogni racconto, il modo che l’epifania sveli il finale, come accade nelle novelle, e come accadeva, ad esempio, nella storica serie Ai confini della realtà.

L’altro aspetto di Black Mirror che rende le nostre paure così vivide è che non siamo in uno di quei film distopici ambientati fra duecento o trecento anni. No, quello che accade in Black Mirror è in un futuro prossimo. Qualche anno, forse qualche mese. Forse domani, vista la velocità con cui la tecnologia si sta sviluppando, e visto come noi stiamo cambiando insieme ad essa. Quello che possiedi finisce per possederti, diceva una frase di Fight Club. Con la tecnologia, spesso, sembra essere così: dovrebbe essere al nostro servizio, una nostra dipendente. Invece siamo noi ad essere dipendenti da essa. Nella nuova stagione di Black Mirror si parla di videogame e realtà virtuale, di assistenti e intelligenze artificiali, e di social network, in maniera inaspettata.

Striking Vipers, il titolo di uno degli episodi, è anche il nome di un videogame a cui, tanti anni fa, giocavano due amici. Anche a notte fonda, anche dopo aver fatto l’amore con le proprie compagne. Parecchi anni dopo, uno di loro (Anthony Mackie) è sposato con la compagna del college, l’altro è single. Invitato al compleanno, regala all’amico una nuova versione di Striking Vipers, stavolta in modalità realtà virtuale. E allora i due continuano le partite da ragazzi, giocando anche da remoto, ma stavolta immergendosi completamente nel gioco, fino a tenere più ai propri avatar (che, attenzione, sono un uomo e una donna) che alla loro vita reale. Il tema è quello di un film come Ready Player One, o ancor di più quello di USS Callister, episodio della quarta stagione di Black Mirror, in cui una serie di persone entravano in un gioco ispirato a Star Trek. Il sistema di raffigurare la realtà virtuale è lo stesso, ed è molto potente: basta attaccare un chip ad una tempia, e si entra nel nuovo mondo. Ed è la stessa, e non lascia indifferenti, anche l’immagine del corpo che resta nella nostra realtà mentre la mente è nella realtà virtuale: una persona assente, senza sguardo, spenta, un corpo abbandonato che ha solo qualche sussulto. È nuovo, e interessante, il discorso sull’identità sessuale, il piacere, i rapporti personali: una realtà virtuale, vuole dirci Black Mirror, può anche cambiare tutto questo.

Così come i social media possono cambiarci la vita. Nel senso di togliere spazio alla vita reale, di darci assuefazione, di farci vivere in un altro mondo. Ma possono cambiare la nostra vita anche con un singolo gesto. Come mettere un like a un’immagine. L’epifania di Smithereens, un altro episodio della quinta stagione di Black Mirror, arriva a dieci minuti dalla fine, e tira le fila di un racconto lungo, sospeso, in cui un tassista tiene sequestrato il dipendente di un’azienda, la Smithereens (il cui numero uno è interpretato, in una fugace apparizione, da Topher Grace), con cui crede di avere un conto in sospeso. Non possiamo raccontarvi di più. Ma dentro questa storia, un action movie fatto di suspense apparentemente lontano dalla nostra quotidianità, ci siamo noi, i nostri telefonini, i nostri social media, e tutte le attenzioni che diamo a questi mezzi.

Ci siamo noi, in pieno, anche dentro Rachel, Jack and Ashley, Too, con tutte le nostre insicurezze. Ci sono gli assistenti a base di intelligenze artificiali di oggi, come Siri e Alexa. Solo che la protagonista del terzo episodio di Black Mirror si chiama Ashley Too, ed è un assistente modellata sulla personalità di Ashley, una cantante famosissima (la interpreta Miley Cyrus, una vera rivelazione): può parlarti dicendoti frasi motivazionali, farti ascoltare la sua musica, tenerti compagnia. Per la giovane Rachel, arrivata in una nuova scuola dove non ha amici, diventa un punto di riferimento. Ma la vita di Ashley, quella vera, non è come sembra. E, quando le cose si complicano, anche Ashley Too comincia a sviluppare un comportamento sorprendente. Rachel, Jack and Ashley, Too è sorprendente per svolte narrative e sorprese, ed è una riflessione sulle intelligenze artificiali, ma anche sulle nostre solitudini e il bisogno di qualcosa a cui attaccarsi. È un altro lato di quella superficie nera in cui specchiarci. Per perderci. Ma anche per ritrovarci, visto il finale in crescendo. Perché, anche in un’era tecnologica, può essere l’Io a vincere.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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What/if: Renée Zellweger, Bridget Jones non c’è più

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Vi faccio qualche nome, e vediamo cosa vi viene in mente. Demi Moore, Robert Redford, Woody Harrelson e un mucchio di dollari. Sì, avete indovinato, è Proposta indecente, un film cult degli anni Novanta. Lo definiscono “un pessimo film degli anni Novanta” in un dialogo di What/If, la nuova serie tv Netflix in streaming dal 24 maggio. Da quel dialogo i personaggi dimostrano di essere consapevoli della situazione in cui si trovano. È una vera proposta indecente quella che Anne Montgomery sottopone a Sean (Blake Jenner) e Lisa (Jane Levy), una giovane coppia di sposi. Lei è una ricca investitrice che, dopo averli incontrati per caso (o forse no?), decide di finanziare la startup di Lisa, che opera nel settore del biotech, e che, senza fondi, rischia di chiudere. Il patto, però, è che Sean passi la notte con lei. E che non parli mai di quella notte. Un po’ come la prima regola del Fight Club.

Se la storia, apparentemente, è già sentita, lo è meno tutto il resto. A partire da una sorprendente, strepitosa Renée Zellweger, che, dopo il tentativo riuscito male di restare giovane con la chirurgia estetica, ha deciso di lasciare definitivamente la sua età dell’innocenza, le commedie, e la bonarietà di Bridget Jones. Non ci sono più le gote paffute, e quegli occhi piccoli e stellati che eravamo abituati a vedere in lei. La nuova Renée è una dark lady che, sul volto, mostra l’età che ha, con la pelle invecchiata, le labbra avvizzite, qualche ruga. Nel corpo mostra una forma fisica strepitosa, a partire da quelle gambe affusolate e tornite con cui entra in scena la sera in cui conosce Sean. È cattiva o, come Jessica Rabbit, la disegnano così? Tutto avrà una risposta, nessuno è veramente quello che sembra in una serie che mostra molte sorprese. Se in Proposta indecente la notte era la chiave del film, il punto d’arrivo, qui è solo il punto di partenza. Sean e Anne non possono nemmeno immaginare cosa li aspetta.

A proposito di Proposta indecente, sarà la suggestione, ma What/If ha un vago sentore di anni Novanta, di quei film di Adrian Lyne e Paul Verhoeven, un po’ pruriginosi, un po’ sociologici, un po’ amorali e un po’ superficiali, che però in qualche modo ci mettevano di fronte a noi stessi, alle scelte che, in teoria ma molto in teoria, avremmo potuto fare in certe situazioni. Un “what if”, appunto, come il titolo di questa serie. E non è un caso: alla regia dei primi episodi c’è Phillip Noyce, regista in voga in quegli anni, che aveva partecipato al filone con il torbido Sliver, che sfruttava il sex appeal di Sharon Stone dopo il successo di Basic Instinct. Noyce è stato anche il produttore di una serie noir al femminile, Revenge, che questa serie ricorda in molti aspetti.

Come in quel cinema degli anni Novanta, ognuno tradisce o immagina di tradire, è tradito o spinge gli altri al tradimento. Come quei film, ma anche come una serie che abbiamo visto di recente su Netflix, You, What/If è un racconto che vive su una serie intrigante di attrazioni, su corpi e volti avvenenti, e su un senso di mistero costante che non può che incuriosire e spingere a continuare la visione. Sì, What/If è una serie da binge watching.

What/If è il Proposta indecente 4.0, aggiornato all’era dei social media e delle startup, e anche alle cattiverie, le invidie, le insoddisfazioni di questa era. C’è dentro tutto il voler entrare nella vita degli altri, il volersi prendere quello che appartiene loro, che caratterizza la nostra vita social di questi anni. Non tutto funziona, soprattutto alcune sottotrame legate a personaggi secondari, ma molte cose sì, a partire dalla sua straordinaria protagonista. Vietato ai minori di 14 anni, What/If è una serie pensata per un target leggermente più adulto rispetto alla maggior parte delle proposte di Netflix, pur restando nell’ambito di uno stile ben codificato dal colosso dello streaming, fatto di immagini nitide, patinate, luminose e seducenti. Ora sta a voi lasciavi sedurre. Sappiate che Anne Montgomery è pronta a tutto.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Widow. Kate Beckinsale nella nuova serie Prime Video

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Anche la bellissima Kate Beckinsale entra nel mondo della serialità. Lo fa con The Widow, serie in otto puntate prodotta da Prime Video disponibile dal 1 marzo, prodotta con la britannica ITV. Rivedere l’affascinante attrice inglese è sicuramente uno dei motivi di interessa della serie. In The Widow interpreta Georgia Wells, una donna che vive da tre anni chiusa nella sua casa di campagna in Galles. Tre anni prima ha perso il proprio marito in quello che è stato un misterioso incidente aereo nei pressi di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo. Ma, proprio da quei luoghi, alla televisione, arriva all’improvviso un servizio giornalistico sulle manifestazioni in corso. E in quelle immagini Georgia crede di aver intravisto suo marito. L’ultima volta che lo aveva avuto davanti agli occhi, infatti, prima di prendere quel maledetto aereo, il suo Will indossava un berretto arancione. Un semplice berretto a visiera, probabilmente come tanti altri, che è proprio quello che porta un uomo inquadrato in quel video. Così, sconvolta ma sicura che il marito sai vivo, torna a Kinshasa per la prima volta da quei giorni del tragico incidente. Lì incontra il socio in affari di Will e un giornalista che, proprio in quell’incidente, ha perso la moglie. Ma la storia non si ferma qui. Alla vicenda delle ricerche di Georgia si mescolano quella di due bambini soldato congolesi, e di un misterioso uomo che vive a Rotterdam, e dice di essere un sopravvissuto di quel volo.

The Widow, come dicevamo, è l’occasione di vedere in una nuova veste, e su un piccolo schermo, Kate Beckinsale, la protagonista di Underworld e Serendipity. La bellezza composta e discreta dell’attrice inglese è confermata anche in questa serie. Il suo volto è sempre bello, è solo leggermente “sporcato” dalla stanchezza, dal dolore, da una patina di sofferenza che è parte del ruolo. E in questo ruolo, lontano dal cinema che l’ha resa famosa, l’attrice inglese è comunque sempre credibile e convincente. La fotografia sui toni caldi, pastosi del marrone, i toni della terra, che evocano il calore di quelle zone, la aiuta sicuramente ad entrare in parte.

E poi c’è la confezione di The Widow. La scrittura, la regia, la recitazione. Che sia coprodotta con una televisione britannica è evidente a prima vista. Perché The Widow ha una confezione molto classica, televisiva nel vecchio senso del termine, quando le serie non erano ancora la nuova frontiera della creatività ed erano qualcosa di diverso dal cinema. In questo senso somiglia a molti prodotti nati dalla BBC. Le vicende di The Widow sono sicuramente avvincenti – c’è tanta carne al fuoco e parecchi colpi di scena – ma sono narrate in maniera un po’ compassata.

La serie, creata da Harry e Jack Williams (The Missing, Fleabag) sono creatori, scrittori ed executive producer di The Widow, prodotta da Williams’ Two Brothers Pictures ed Eliza Mellor (Liar, The Living and the Dead, Poldark) e diretta da Samuel Donovan (Humans, Liar, Utopia) e Olly Blackburn (Donkey Punch, Glue) è quello che siamo soliti definire un thriller internazionale, o politico. È un genere che al cinema abbiamo visto spesso, in molti film come Blood Diamonds o The Constant Gardener, opere che riescono a interessarci ma che sono destinate a non appassionarci mai veramente. Ma si tratta di capire se è a causa di come sono fatte queste opere o se dipende da noi. Perché quando si parla di Africa, o di altri posti del Sud del mondo, vorremmo sempre che fossero raccontati in maniera non superficiale, non con il nostro occhio da occidentali. Cosa che questi film quasi mai fanno. E, in questo senso, rischiano di lasciarci sempre un po’ delusi. Molto probabilmente andrebbero presi per quello che sono: dei thriller ambientati in uno sfondo molto particolare, ma pur sempre prodotti di genere, di intrattenimento, e non film di denuncia. Visto in questo senso, The Widow è comunque un prodotto godibile, anche se lontano dai prodotti che stanno rivoluzionando la serialità in questi anni.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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