Connect with us

Mood Face

Leonardo DiCaprio, da sex symbol ad attore da Oscar (forse)

Published

on

Ormai ha vinto tutto, gli manca solo l’Oscar. E se neanche il prossimo 28 febbraio dovesse riuscire ad ottenerlo, sarebbe probabilmente una delle sorprese più grandi della storia degli Academy Awards. Leonardo DiCaprio ha sfiorato più volte l’ambita statuetta, ma questa sembra essere finalmente la volta buona. Per il ruolo del vendicativo Hugh Glass in The Revenant, l’attore si è già portato a casa tutti i premi possibili, dal Golden Globe al Bafta, spianandosi la strada per il premio che attende da più di vent’anni. Esattamente dal 1993 quando, dopo un inizio di carriera da enfant prodige dal volto angelico, ottiene la sua prima nomination per la parte del ragazzo ritardato in Buon compleanno, Mr. Grape.

Da lì inizia la sua rapida ascesa verso l’eden hollywoodiano, diventando il nome più importante del giovane star system degli anni Novanta, un’icona da poster per tutte le ragazzine di quel decennio. Nonostante abbia già dimostrato di essere un attore, oltre che un ragazzo dal primo piano impeccabile, è quest’ultimo aspetto a caratterizzare i primi anni della sua carriera, facendolo diventare lo stereotipo di una bellezza romantica ed innocente. A contribuire alla creazione di questa immagine sono senza dubbio i ruoli che gli vengono affidati. Prima il Romeo scespiriano nell’adattamento (post)moderno di Romeo e Giulietta da parte di Baz Luhrmann (Romeo + Giulietta), poi lo spiantato sognatore Jack Dawson in uno dei più grandi successi della storia del cinema: Titanic. Poco importa se il giovane Leo si è già messo alla prova con ruoli complicati e controversi come il Jim Carroll di Ritorno dal nulla o il Rimbaud di Poeti dall’inferno, e che per il suo Romeo abbia vinto l’Orso d’Argento come miglior attore ad un festival cinematografico come quello di Berlino, votato da sempre all’impegno e alla cinefilia pura.

C’è poco da fare: DiCaprio rimane ingabbiato nell’immagine di sex symbol che gli è stata cucita addosso e che, in fondo, gli sta un po’ stretta. Un’immagine che tra l’altro sembra non piacere molto neanche all’Academy, con la quale, proprio da Titanic in poi, inizia una sfida a distanza, una “guerra fredda” che quest’anno – speriamo – possa definirsi conclusa. Nel ’98, infatti, il kolossal di Cameron vince 11 Oscar, le attrici Kate Winslet e Gloria Stuart ottengono la nomination e l’unico a rimanere fuori dai giochi è proprio il “povero Leo” (come verrà ribattezzato qualche anno dopo).

I suoi bei lineamenti continuano a mettere in secondo piano le sue doti di attore, il suo volto delicato da bambino sembra precludergli ruoli che non lo vedano romantico amatore. Ma lui sa quello che vuole: mettere da parte il ragazzino che abbraccia la sua Rose sulla prua del Titanic ed urla “Sono il re del mondo”. Sui tabloid imperversano i gossip sui suoi continui cambi di partner, da Gisele Bündchen a Bar Rafaeli, ma lui prosegue per la sua strada: porta avanti le cause ambientaliste, con aste benefiche di cui è promotore e primo finanziatore, dimostrando di avere a cuore il destino del pianeta, e parallelamente raggiunge il suo obiettivo professionale, anche grazie all’aiuto di quei registi che gli affidano i ruoli giusti. Su tutti, il vero mentore della sua rinnovata carriera d’attore è Martin Scorsese. Da Gangs of New York a The Wolf of Wall Street, passando per The Departed, The Aviator e Shutter Island, Leo prende il posto di DeNiro nel cinema del regista di Toro scatenato, e il mondo si accorge del suo talento. Recita per Steven Spielberg (Prova a prendermi), Ridley Scott (Nessuna verità), Sam Mendes (Revolutionary Road), Quentin Tarantino (Django Unchained), Christopher Nolan (Inception). E ottiene altre quattro nomination agli Oscar, ma la vittoria gli sfugge sempre per un soffio.

Penso che chiunque va in giro a raccontare che non gli importa di venire riconosciuto racconta falsità. La verità è che il lavoro deve parlare per te e non c’è niente che puoi fare per convincere la gente in una direzione o nell’altra. Non ho rimpianti: so di avere sempre dato il mio meglio”: così DiCaprio risponde a chi gli chiede costantemente dei suoi mancati Oscar. La delusione, dunque, è un sentimento che la star di Titanic non rinnega, ma che di certo non gli ha fatto passare notti insonni. L’Academy in questi anni l’ha fatto sudare, e non poco. Ma il prossimo 28 febbraio dovrebbe ripagarlo di tutte le sue fatiche. Lui lo spera. E in fondo lo speriamo un po’ tutti.

di Antonio Valerio Spera per Dailymood.it

Leonardo-DiCaprio-Roma-1-336x505

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

19 − 4 =

Mood Face

Amy Adams. Infinite sfumature di rosso

Published

on

Era già stata una giornalista, sullo schermo, Amy Adams. Era stata Lois Lane, in Superman: Man Of Steel di Zack Snyder. Ma lì eravamo a tutti gli effetti in un altro mondo, quello dei fumetti, e, pur essendo un personaggio umano, la sua Lois era indubbiamente un carattere stilizzato. In Sharp Objects, la nuova serie cult HBO, in onda su Sky Altantic, la sua Camille Preaker è un personaggio reale e pulsante. È una giornalista di secondo piano, una che non vincerà mai il Pulitzer, una che viene mandata in provincia solo perché una serie di delitti sono stati commessi nella sua città natale, Wind Gap. E il suo direttore le chiede di scrivere un pezzo di colore, “un quadretto suggestivo”.

Era la ragazza più bella di Wind Gap, Camille. Oggi non è certo una numero uno. Se non sapessimo, fin dalle prime scene, che è una giornalista, potrebbe sembrarci una detective privata. Sbiadita, stropicciata, sfinita, la Camille di Amy Adams sembra la versione attuale e femminile dei tanti loser dei noir anni Quaranta. I suoi capelli rossi sembrano più sbiaditi, lei appare spenta. Il suo è un lavoro di sottrazione, di understatement. Difficile, per una come lei, che ci ha abituato a illuminare lo schermo. Ma Amy Adams ci riesce alla grande. E allora tocca andare dietro alla patina ovattata che ricopre Sharp Objects, dietro la sua recitazione sottotono, dietro a tutto questo per ritrovare quei suoi occhi vispi, svegli, quella carnagione rosa pallido, i tratti del viso morbidi che qui fa di tutto per indurire. Una sigaretta dietro l’altra, un whisky (o una vodka) dietro l’altro, ogni gesto fa di Camille/Amy Adams una Philip Marlowe al femminile. È una figura nera – i jeans attillati, gli stivali, le felpe infeltrite – che si staglia sul verde umido del Midwest, e attraversa, come un fantasma, i luoghi del suo passato.

È il punto più lontano di un’evoluzione che non potevamo immaginare, siamo agli antipodi del punto di partenza con il quale l’avevamo conosciuta, quel Come d’incanto, prodotto dalla Disney, in cui ironizzava sulla classica principessa disneyana, una Cenerentola, che, però, dalle favole, veniva bruscamente portata nella realtà, nella New York di oggi. I capelli rosso vivo, gli occhi azzurri, il sorriso smagliante e l’espressione sognante: Amy era una principessa così perfetta da sembrare disegnata (e lo era, nella prima parte del film, quella ambientata nel mondo dei cartoni), così come lo era la sua Amelia Earhart in Una notte al museo 2, altra sorta di cartoon per attori in carne ed ossa. La Amy che avevamo conosciuto era gradevole, fresca, perfetta per quei ruoli. Ma nessuno pensava che l’attrice nata in Italia, a Vicenza (nel 1974) e cresciuta per i primi anni di vita ad Aviano (Pordenone, dove il padre, militare, lavorava), fosse capace di dare profondità, e aspetti di volta in volta diversi, a quel volto carino.

Ci ha stupito più volte, Amy Adams, in questo suo percorso che l’ha portata fino a Sharp Objects, in cui il rosso dei suoi capelli ha attraversato un’infinità di sfumature. La prima volta è stata in The Fighter, un primo tentativo di sporcare quella bellezza da favola, nel ruolo di una barista: una ragazza comune, jeans e canotta scollata, ma con una dose di sensualità che fino ad allora non le avevamo mai associato, donatale da qualche chilo e qualche forma in più, dovuti alla gravidanza in stato iniziale. Percorso inverso, ma stesso risultato: qualche anno dopo abbiamo ritrovato Amy irresistibile come non mai in American Hustle, ancora diretta da David O. Russell, un film ambientato negli anni Settanta. Perfetto contraltare di un Christian Bale sovrappeso e grottesco, Amy Adams appare tonica, il fisico nervoso e tirato a lucido, nei succinti abiti Seventies, scollati davanti e sulla schiena, fermando il tempo ogni volta che attraversa la scena, con i suoi capelli che diventano ricci e più tendenti a un luminoso castano.

Se American Hustle è azione e muscoli, e interpretazioni sopra le righe, Amy Adams è tornata a lavorare di sottrazione nella doppia interpretazione che l’ha finalmente consacrata come star del cinema d’autore, in quell’anno di grazia, il 2016, che l’ha vista protagonista di Animali notturni, di Tom Ford, e Arrival, di Denis Villeneuve. Tom Ford riveste Amy di abiti eleganti e di colori laccati che sembrano uscire da una tela di Hopper, i capelli lisci ramati, il rossetto rosso, gonne attillate e stivali sotto al ginocchio, fissandola in un’immagine iconica da cui è ancora più difficile far trasparire il dolore, il rimpianto, la perdita. Che però ci arrivano tutti. È il contrario di quello che accade in Sharp Objects, dove il dolore trasuda dalla pelle senza luce e senza trucco, mentre qui è ingabbiato da rossetti e mascara. Villeneuve invece lascia spesso la sua carnagione chiara e i capelli rossi liberi, illuminati dalla luce del sole, alla natura, quando non la ingabbia nella tuta da astronauta.

Capace di sembrare una diva d’altri tempi come una tipica ragazza di oggi, una principessa delle favole come una donna determinata e volitiva, Amy è entrata anche nel mondo di Tim Burton, dove l’incanto non è propriamente quello di una classica favola, ma contiene sempre qualcosa di insolito. È interessante che la Adams, nota per i suoi grandi occhi blu, abbia finito per interpretare Margaret Keane, la donna dietro i famosi ritratti con i grandi occhi in Big Eyes. Ogni volta che recitga in un film, immaginiamo sia difficile non chiederle di spalancarli, di non aprire il suo sorriso brillante. In Sharp Objects Amy Adams tiene a freno tutto questo, tutti i suoi punti di forza. E, nonostante tutto, o forse proprio per questo, è ancora una volta irresistibile.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Mood Face

Mackenzie Davis: il paradiso è un luogo sulla terra

Published

on

Avete presente quando incontrate due ragazze, e notate prima la più appariscente, ma poi, pian piano, capite che l’altra è la più interessante? È capitato anche a noi guardando San Junipero, l’episodio più bello della terza stagione di Black Mirror. Tra Gugu Mbatha-Raw e Mackenzie Davis, amiche e amanti in un luogo di villeggiatura negli anni Ottanta, che in realtà è molto di più, avevamo notato immediatamente la prima. Mackenzie Davis era entrata nella nostra vita in punta di piedi, e vestita un po’ così, come una che non voleva farsi notare. Dei pantaloncini corti color beige, un maglioncino a righe di cotone a tinte pastello, e sotto una di quelle camicette a righe su toni del rosa, molto accollata, quelle che a scuola avevano le compagne un po’ morigerate, quelle che non ci filavamo poi troppo. E, soprattutto, un paio di occhialini tondi. Un altro modo per nascondersi, per restare un po’ anonima. Che sia la timida Yorkie di San Junipero, o Mariette, la replicante di Blade Runner 2049, o Tully, la tata notturna che cambia la vita a Margo, la protagonista di Tully, il film di Jason Reitman appena uscito nelle sale, ogni volta che Mackenzie Davis appare su uno schermo è una presenza discreta, sfuggente. Così anche quel nascondersi dietro agli occhialini tondi in San Junipero è un modo per mascherarsi, rendersi inafferrabile.

Mackenzie Davis non è la solita attrice Made In Hollywood. Non lo è prima di tutto perché è canadese, di Vancouver, e sappiamo che è tutto un altro mondo, più discreto, più modesto, più a misura d’uomo. Il volto pulito, la sua statura, la figura slanciata ed elegante avrebbero potuto fare di lei una modella. E Mackenzie, ai tempi del college, ha anche provato a farlo, per un periodo. Ma la cosa, e non avevamo dubbi, non faceva per lei. Non amava essere sballottata da una città all’altra. Ma, soprattutto, non le piaceva l’idea di dover essere bella per tutto il tempo. Anche il suo rapporto con la moda è singolare. Non fa uno shopping ragionato, ma dice di trovare, per caso, cose che parlino di lei. Quando si innamora di un capo lo indossa fino a distruggerlo.

Non è una ragazza appariscente, Mackenzie Davis. Ma, a guardarla con un po’ di attenzione, si rimane ipnotizzati. Prima di tutto da quegli occhi del colore del mare, tra l’azzurro e il verde acqua, piccoli ma profondi, brillanti come pietre preziose. La bocca piccola, sempre un po’ imbronciata, che si apre di rado a una serie di sorrisi, sempre molto misurati. Tutto, in Mackenzie Davis, è molto discreto. La sua carnagione candida, bianco latte; il fisico sottile e slanciato: tutti questi aspetti la rendono perfetta per i personaggi che fin qui ha portato sul grande e sul piccolo schermo. Personaggi eterei, quasi incorporei, quasi irreali. Prendiamo Blade Runner 2049. Una replicante non è umana, lo sappiamo, anche se è in grado di darci sensazioni umane, procurarci piacere, farci innamorare. E, a sua volta, di provare sentimenti. Così la Yorkie di San Junipero, la ragazza che vediamo con il suo corpo e il suo volto in quello che è un paradiso ammantato da luci al neon anni Ottanta, non è umana (non vogliamo svelarvi troppo, pena il mancato godimento della straordinaria trama del film), ma sono umanissimi, veri, profondi, i sentimenti e le passioni che prova. E che cos’è Tully, la tata notturna che viene in arrivo per assicurare qualche preziosa ora di sonno a una neomamma che ha avuto il terzo figlio? È una presenza incantata, fatata. E risolutrice. Come Yorkie, anche Tully, in qualche modo, arriva per cambiare la vita di qualcuno. “Vorrei interpretare delle persone attive, capaci di risolvere dei problemi, non persone che aspettino che altri risolvano dei problemi per loro” ha dichiarato Mackenzie Davis.

Sono quasi sempre così, i suoi personaggi. Come il Mr. Wolf di Pulp Fiction, risolvono problemi. E hanno sempre una loro discrezione e una loro eleganza. Quello che l’attrice sta facendo nel cinema e nella tv di oggi è molto particolare. Da un lato i personaggi misteriosi e magici di San Junipero e Tully. Dall’altro, come se fosse la stessa Yorkie di San Junipero, che vive negli anni Ottanta, a scegliere i suoi ruoli, Mackenzie sembra essere l’attrice perfetta per dare nuova vita a dei classici della fantascienza anni Ottanta. In Blade Runner 2049 ha reso il ruolo di Mariette, androide dedita al piacere, meno volgare e più sfumato di quello che sarebbe stato lecito attendersi: gli occhi solamente un po’ più truccati del solito, i capelli rossi, un tubino arancione e un buffo copricapo. Ma vedremo Mackenzie Davis in un altro film che riprende un mito sci-fi anni Ottanta, quel Terminator 6 che si ricollegherà direttamente ai primi due Terminator di James Cameron. Le prime foto, che la vedono di nuovo con la zazzera bionda di Halt And Catch Fire (la serie tv che l’ha rivelata) e un corpo pieno di cicatrici, sembrano suggerirci che potrebbe essere ancora una figura artificiale. È curioso come molti dei suoi ruoli sembrano essere personaggi frutto della tecnologia, e che capiti proprio a lei che, in Halt And Catch Fire, era un personaggio che la tecnologia la creava: programmava computer.

Si toglie gli occhiali, e li abbandona sulla sabbia di una spiaggia, Yorkie, una volta che ha dato una svolta alla sua vita, e a quella della sua innamorata, in San Junipero. Non ne ha più bisogno. È sempre così in ogni film in cui appare: Mackenzie Davis entra con pudore in tutto quello che fa, ma poi si prende la scena, e il nostro cuore. E così, qualunque schermo abbia davanti, lo fa cadere. Per arrivare dritta a noi. Per ricordarci che Heaven Is A Place On Earth, il paradiso è un luogo sulla terra.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Mood Face

Darkness On The Edge of Town: quando Bruce Springsteen trovò il suono della solitudine

Published

on

Non c’era dolcezza, lo volevo nero come il caffè”. Questo doveva essere, e questo sarebbe stato, Darkness On The Edge Of Town, uno dei dischi più grandi del Boss, Bruce Springsteen, che ha appena compiuto quarant’anni. Doveva essere il suono della solitudine, avere un senso di implacabilità, una grandiosità apocalittica. Darkness On The Edge Of Town è stato definito un film sonoro per le storie che racconta e i paesaggi che disegna. Il capolavoro del Boss nasce in un momento molto particolare. Springsteen è reduce dal successo del suo terzo album, Born To Run. Si è legato a Martin Landau, giornalista rock che lo aveva visto suonare dal vivo, e aveva scritto “Ho visto il futuro del rock, e il suo nome è Bruce Springsteen”, salvando la carriera del Boss, e cambiando la sua, visto che sarebbe diventato il suo manager. Ma staccarsi dal vecchio manager, Mike Appel, a cui è legato con dei contratti che ne limitano ogni libertà, non è facile per Bruce, e inizia una battaglia legale che rende il Boss disilluso e frustrato. È anche da qui che nasce il suo disco più oscuro. Springsteen si rifugia in se stesso, nei suoi ricordi. Vuole raccontare la piccola città dove è cresciuto, perché prova un senso di responsabilità verso tutte le persone che ha lasciato lì. È da lì che viene la sua anima. Ed è importante fare i conti con il suo passato, elaborarlo per diventare adulto.

Lo spirito dei tempi
Le registrazioni di Darkness On The Edge Of Town sono ossessive, faticose. Bruce e la E-Street Band suonano fino allo sfinimento quelle canzoni, prima ancora di registrarle, per capire in che direzione andranno. Perché, lo sappiamo, a volte sono le canzoni che decidono dove andare. Il Boss vuole che le canzoni siano qualcosa di essenziale, scarno, qualcosa che colga lo spirito dei tempi. Il rock è anche un lavoro certosino. È anche saper aspettare, attendere per sentire finalmente nell’aria quel qualcosa che è quello che cerchi. Il lavoro in studio è un lavoro di ricerca, lungo e faticoso. Ma è quello che ti permette di trovare il tuo linguaggio, quel tono intimo, profondo. Quello che sai che ti può far dialogare con il tuo pubblico che ti ha sostenuto fino a quel momento. Nel lungo lavoro di ricerca del suono perfetto c’è anche una riflessione sul sassofono di Clarence Clemons, Big Man, che aveva caratterizzato il disco precedente, Born To Run. Inizialmente è un problema, perché Darkness On The Edge Of Town ha un suono più “rurale”, più duro e scarno dei dischi precedenti. Ma è lo stesso Boss che trova la via perché ci sia anche il sax nel suono perfetto: gli canta le note, lo guida come se stesse raccontando una storia. Il Boss guida anche Max Weinberg, il suo batterista, gridandogli “bacchetta” al momento giusto. Sono giorni in cui la batteria viene spostata ovunque, fino a che viene trovato il suono migliore: finisce anche in ascensore.

Quella canzone che non riesce a finire
In quell’atmosfera creativa, sfrenata, escono canzoni di tutti i tipi. Anche dei brani “pop”, canzoni più allegre, d’amore. Ma il Boss le scarta, perché non possono entrare nel racconto che ha nella sua testa. Non ci devono essere pezzi in cui si sentano le influenze dei Beach Boys, di Roy Orbison, il Wall Of Sound di Phil Spector. Tutte cose che adora, ma per cui ora non c’è posto. Ora Bruce deve trovare un suono suo. Così Sherry Darling entrerà nel disco successivo, The River. E Talk To Me, insieme a un’altra ventina di pezzi finirà in The Promise, il disco uscito molti anni dopo. E poi c’è una canzone. Una canzone d’amore. Bruce ci sta lavorando, ma ha paura di lei. Sa che non riuscirà a completarla. Non è capace di scriverla, nel momento in cui sta cantando dell’oscurità al limite della città. E allora ne parla al produttore Jimmy Iovine, che in quel momento sta lavorando anche con una giovane cantautrice. Le fa ascoltare la canzone, lei se ne innamora e la fa sua: ne riscrive il testo e ne esce una splendida canzone d’amore, che racconta di lei e del suo amato, divisi e uniti dal telefono e dalla notte. Perché la notte appartiene agli amanti. Quella ragazza di chiama Patti Smith, e quella canzone diventa Because The Night.

Il country e John Ford
La storia di Darkness On The Edge Of Town è quella di una continua ricerca di un’anima, di un suono. In quel periodo Springsteen ascolta molta musica country, perché è una musica che affronta preoccupazioni da adulti. Comincia a interessarsi al periodo della Grande Depressione, alle figure del film Furore di John Ford, tratta dal libro di Steinbeck. I suoi testi trasudano delusione e rabbia. “Appena riesci ad avere qualcosa, loro mandano qualcuno a cercare di togliertela” ispira Something In The Night. Sono i giorni della morte di Elvis Presley, quelli in cui il Boss, Steve Van Zandt, cioè Little Steven, e Eric Meola, un fotografo, viaggiano sull’autostrada del serpente a sonagli, nello Utah, per raggiungere la Terra Promessa, la loro Promised Land.

La gioia di essere vivi non è un peccato
Il suo disco è un’indagine profonda. Canzoni che parlano di sfide, identità, scelte. Il Boss si chiede chi è, da dove viene, cosa significhi essere un padre, un figlio, un americano, dove sta andando la sua vita da musicista. I suoi sono personaggi isolati, invecchiati, logorati. Ma non dei perdenti. Badlands rifiuta la sconfitta e il senso di impotenza. “Voglio il controllo”, canta Bruce. Con la consapevolezza che “la gioia di essere vivi non è peccato”. Adam Raised A Cain e Factory sono canzoni in cui Springsteen cerca il dialogo con suo padre. La prima vuole dire che padri e figli non sono poi così diversi, nelle loro vene “scorre lo stesso sangue caldo”. Factory, con il suo ritmo lento, evoca lo scorrere delle giornate lavorative del padre in quella fabbrica che “si prende il suo udito e gli dà la vita”. Non c’è spazio per l’amore, al massimo per una notte con una prostituta: Candy’s Room è la stanza di una prostituta, dove “ci sono le foto dei suoi idoli alle pareti” e “per arrivarci devi attraversare le tenebre”: ma “c’è una tristezza nascosta in quel bel viso”. Racing In The Streets è ancora una storia on the road, lui e lei “che fissa il vuoto, con gli occhi di chi odia il solo fatto di essere nato”, ma corrono, corrono lungo quella strada, fino al mare, “per lavare via questi peccati”. “Faccio del mio meglio per vivere onestamente” racconta il protagonista di The Promised Land, ma all’orizzonte si stagliano nubi nere che potrebbero spazzare via tutto. Se Prove It All Night ci dice che l’etica del lavoro non finisce una volta usciti dalla fabbrica, Darkness On The Edge Of Town racchiude tutta la fatica e l’oscurità del disco. “Stanotte salirò su quella collina perché non posso fermarmi, salirò su quella collina con tutto quello che mi è rimasto” sono le indelebili parole della title-track, quelle che tutti abbiamo fissato nella mente.

Gli addetti alle riparazioni
Uscito il 2 giugno del 1978, Darkness On The Edge Of Town entra nella top ten di Billboard, ma non ci rimane a lungo. Prove It All Night, il singolo scelto per il lancio, non è certo un successo come Born To Run. Inizialmente, Springsteen decide di non promuovere il disco. Ma poi la strategia cambia. Le radio cominciano a trasmette i concerti, viene preparato uno spot. Springsteen finisce per la prima volta sulla copertina di Rolling Stone. E il Darkness Tour, che segue al disco, entra nel mito, con concerti di più di tre ore. La band suona finché non crolla, come ricorderà il pianista Roy Bittan. Bruce Springsteen aveva trovato la sua strada. Aveva trovato la sua voce adulta. Ancora oggi quelle canzoni sono un pugno nello stomaco, accordi affilati come coltellate, strofe cantate con rabbia come pietre tirate addosso a qualcuno. Il Boss racconta che da giovane era molto confuso. E questo è stato il modo che ha trovato per cercare di risolvere e riparare le cose. In fondo, tutti in questo mestiere – musicisti, scrittori, pittori, registi – non sono che questo, sono degli addetti alle riparazioni. È questo quello che fanno: riparano.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending