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La moda come lusso moderno e ispirazione

T. Chiochia Cristina

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Ci siamo lasciati lo scorso anno con un Fashion Film Festival che, alla sua prima edizione, si sviluppava davanti a Palazzo dei Giureconsulti di Milano con il Fashion Hub, fino ad arrivare al Gateway to fashion future all’Expo Gate per “esplodere” in una coloratissima Fashion Night qualche giorno dopo aperto quindi anche ai non addetti ai lavori, in una grande festa. Quest’anno il festival (dal 20 al 22 di settembre), promette forse qualcosa di diverso: essere uno dei fashion film festival più creativi e raffinati, rinnovando la vocazione per un pubblico più ampio e grande, ma forse tra i più modaioli ed incentrato non tanto alla curiosità dei fashion film, ma alla resa del messaggio che trasmette.

E così, il festival milanese, cambia location, proiettando i film nelle tre sale dell’Anteo Spazio Cinema, accanto alla più modaiola delle vie milanesi, corso Como e la vicina corso Garibaldi, il nuovo cuore della Milano “giovane”, che vive e si diverte e non rinuncia ad essere alla moda, anche in tempi di crisi. Inserito tra gli eventi di Expoincittà del Comune di Milano, questo Festival, che in un solo anno si è conquistato il merito di aprire la settimana della Moda in un modo creativo e speciale (e per tutti gli amanti di questo settore), rispetta ciò che promette: essere un punto di riferimento anche per coloro che non si recheranno poi alle sfilate ma che sono in prima fila all’apertura dei negozi della Fashion Night milanese. Creatura dell’estro di Constanza Cavalla Etro, quest’anno ha anche alcune novità: la collaborazione con la Paramount International ed Mtv music, il sostegno Alcantara e quello di Mercedes Benz.

In modo particolare da segnalare quello di Mercedes Benz, che da qualche anno, in Sud Africa, ha un fashion film festival tutto suo, glamour ed acclamatissimo dagli addetti ai lavori (e che il fashion film di Etro quest’anno ha anche vinto nella sezione “best fashion” con il lavoro dell’italiana Valentina Be°, classe 1984 nota per alcuni dei videoclip più belli e curati degli ultimi anni, dai Negramaro a Ligabue). Questa scelta insomma, lega una certa continuità tra il settore dei fashion film, in questo caso italiano ed europeo, rinnovando sempre di più il tacito sodalizio “moda e motori” che, visti i risultati, pare davvero riuscitissimo.

anteocinemaIl Festival milanese si suddivide in tre sezioni in tre differenti sale ed una speciale “area talk”. La sezione Concorso “New Talent”, che come lo scorso anno è aperto ai nuovi mood emergenti, declinando la forte nota di voler essere un punto di riferimento, quasi un mentore; e per chi non ha sempre uno confronto adeguato per esprimersi, come in una grande “agorà” di idee ecco l’area talk con appuntamenti e dibattiti tra addetti ai lavori e non, mentre la sezione Ufficiale “Established Talent” la cui giuria sceglierà tra ben 600 films provenienti da 45 paesi. Ed infine, novità di quest’anno, la “15 seconds room” dove verranno proiettati mini fashion film e l’archivio dei Fashion Film di Mercedes Benz. I protagonisti del festival quindi rimangono sempre loro: Kenzo, Gucci, Valentino, Chloe, Givenchy, solo per citarne alcuni, insieme ai creativi, conosciuti e non, della variopinta ed eterogenea industria della moda.

Concludendo, se un merito ha questo Festival nel mood della moda è proprio il suo fine: celebrarne la passione e l’ispirazione avvicinandole al modo “comune” di vivere la moda da parte di tutti, quasi che, essendo già Milano la capitale delle sfilate più belle, volesse donare in questo modo, anche se in modo riflesso, un pò di quella bellezza effimera ma che fa sognare: tutti.

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

Photo Credit: Pagina Facebook Fashion Film Festival

 

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Eventi

“Sacro e Profano”: il realismo magico di Monica Silva

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La Fondazione Maimeri presenta “Sacro e Profano”: il realismo magico di Monica Silva in esposizione allo spazio M.A.C. di Milano con scatti inediti

La Fondazione Maimeri (https://www.facebook.com/fondazionemaimeri/) di Milano presenta la mostra fotografica dell’Artista Monica Silva (www.msilva.photography/) – fotografa brasiliana di fama internazionale, grande ritrattista e versatile artista – “Sacro e Profano” in esposizione presso lo spazio M.A.C. di Milano (Piazza Tito Lucrezio Caro, 1) dal 17 al 21 Settembre 2019. In esposizione 40 opere della fotografa, da quelle più famose agli ultimi scatti inediti,  tratte dai suoi famosi portraits e dai progetti “Banana Golden Pop Art” (2014), “Lux et filum – una visione contemporanea di Caravaggio” (2015), “Flower Power Series Pop Art” (2018), “Coca Cola Series” (2019) e “Sexy Pop Fruit Series” (2019).

Il realismo magico di Monica Silva
“il titolo “Sacro e profano” – spiega Andrea Dusio, al quale è affidato il progetto di curatela della mostra – rimanda ad una dimensione intangibile che riguarda la capacità della retina di registrare qualcosa che l’obbiettivo non vede, e che appartiene a un atto magico, misterioso. [..] Quello che noi europei chiamiamo realismo magico non è altro che l’accettazione, o perlomeno la messa in discussione, di un elemento non spiegabile, irriducibile alla logica, e che però fa parte della realtà.”

Diversi i progetti in esposizione, come “Lux et filum – una visione contemporanea di Caravaggio”, lavoro che vanta il patrocinio culturale del Governo dello stato di San Paolo (Brasile) per essere “di rilevanza culturale e sociale e per contribuire in modo significativo alla diffusione della cultura”. Qui Monica Silva reinterpreta con coraggio e capacità uno dei massimi esponenti della pittura barocca, Michelangelo Merisi, partendo dalla semplice domanda “come sarebbero oggi raffigurati quegli stessi dipinti di Caravaggio”?

Andrea Dusio descrive così la reinterpretazione di Caravaggio: “[Le fotografie di Monica] s‘ispirano direttamente ad alcune delle opere più conosciute del Merisi, conservando in buona parte la composizione e l’impaginazione, il taglio e il formato, ma rinnovando radicalmente la raffigurazione, e in questo modo fuggendo al cliché seguito pedissequamente dai fotografi quando si misurano con le tele realiste del pittore lombardo”.

“Cruciale, per Monica Silva, è il riferimento alla storia dell’arte – dice Vincenzo Trione, critico e storico dell’arte – la frequentazione dei musei, il ritorno su alcuni capolavori della storia dell’arte. La fotografa brasiliana non aspira a recidere ponti o collegamenti: l’immagine, per lei, deve dischiudere sentieri inesplorati dentro gli anfratti della memoria. Vuole donare un retroterra culturale a ogni barlume poetico. Guarda soprattutto ai sontuosi artifici del Barocco, servendosi di imprimiture e velature. Una fotografia, per lei, non è una fantasticheria, né un modo per plasmare il nulla. Al contrario, è rielaborazione di motivi già consolidati nel nostro patrimonio”.

L’esposizione allo spazio M.A.C., tuttavia, non prevede solo opere del progetto “Lux et filum” ma anche opere di “Banana Golden Pop Art”, un omaggio giocoso all’estetica della Pop Art  e all’immagine iconica di Andy Warhol, e fotografie del progetto inedito “Sexy Pop Fruit Series”, dove “i rimandi iconografici sono un mero spunto per una dissacrazione praticata paradossalmente verniciando d’oro i frutti, con prepotente allusione alla metafora sessuale che appartiene sin dall’antichità alla pittura di genere. Ancora una volta, se la fotografia insiste spesso stancamente in un esercizio pleonastico di iperrealismo che è connaturato al mezzo, Monica pratica una sorta di iper-antinaturalismo. I suoi frutti sono soprattutto pensieri, provocazioni, icone sfrontate” dice il curatore della mostra.

Prosegue Dusio: “Il modo di fotografare di Monica Silva utilizza il linguaggio del pop e dell’immagine pubblicitaria come un dispositivo cromatico/formale rassicurante, che accontenta l’occhio distratto, per il quale la sua opera può essere assimilabile all’esuberanza di David LaChapelle, e lo fa tuttavia per aprire, io credo consapevolmente, una specie di affaccio sulla contemplazione di quello che contiene davvero un suo scatto, e che è per lo più invisibile agli occhi. Il linguaggio di Monica è infatti una forma estremamente personale di realismo magico.”

Come tutto il filone Pop Art, anche “Coca Cola Series” – sempre in esposizione al M.A.C. – è un omaggio divertente all’estetica di Warhol che il curatore del progetto descrive così: ““Coca Cola Series Pop Art”: un gioco sull’icona e sul brand che scardina la divisione tra le sezioni della mostra.Si tratta infatti di variazioni compositive e tematiche che stanno al riparo dalla decontestualizzazione del prodotto su cui si fonda la riflessione storicizzata della Pop Art.  

In mostra, infine, i famosi portraits dell’Artista: “I suoi Portraits aiutano la persona ritratta a tirar fuori qualcosa di sé che ha paura di esibire. E questo è tanto più vero quanto il soggetto è una donna, perché attraverso il volto e il corpo la fotografa brasiliana racconta sempre qualcosa della propria storia, un fatto individuale che è condiviso con chi sta davanti all’obiettivo, qualcosa che ha intravisto e che sente appartenere a tutte le donne” – conclude Andrea Dusio.

Mostra fotografica “Sacro e Profano”

A cura di Andrea Dusio
Vernissage martedì 17 Settembre a partire dalle 18.30
Dove: Spazio M.A.C. Piazza Tito Lucrezio Caro 1, Milano

Quando: Dal 17 al 21 Settembre 2019
Vernissage: 17 Settembre 2019 a partire dalle ore 18.30

 

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Vedo nudo. Arte tra seduzione e censura

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Il Comune di San Benedetto del Tronto, in collaborazione con l’Associazione Culturale Verticale D’Arte e Stefano Papetti, presenta la mostra Vedo nudo. Arte tra seduzione e censura presso la Palazzina Azzurra a San Benedetto del Tronto.
L’evento espositivo nella Palazzina Azzurra che caratterizzerà l’estate sambenedettese 2019 a partire dal 7 luglio fino al 6 di ottobre, andrà a concludere la trilogia promossa dal Comune di San Benedetto del Tronto. Dopo i successi degli scorsi anni con “Uomo in mare. De Chirico, Licini, De Pisis, Warhol e i grandi maestri dell’Arte” e “Abbronzatissima. Glamour e arte all’ombra delle palme” quest’anno il tema che verrà sviluppato in mostra sarà incentrato sul nudo e sull’arte della seduzione in epoca moderna e contemporanea.
A cura di Stefano Papetti e dell’Associazione culturale Verticale d’Arte (Elisa Mori e Giorgia Berardinelli) l’esposizione, con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali, dell’ENIT – Ente Nazionale del Turismo, della Regione Marche, della Fondazione Marche Cultura e del Comune di San Benedetto del Tronto, Vedo Nudo. Arte tra seduzione e censura si pone come obiettivo lo sviluppo di un percorso storico artistico – ma anche concettuale – che accompagni lo spettatore a scoprire le molteplici espressioni e trasformazioni dei contenuti legati al nudo e alla sua percezione, dai primi del Novecento ai giorni nostri, ponendo al centro forme d’arte quali pittura, scultura, video installazioni, grafica e fotografia, al fine di coinvolgere il visitatore in un gioco di seduzione sottile che cresce in stretta connessione con le opere; il tutto senza mai dimenticare l’aspetto ironico, e in alcuni casi la componente di sensibilizzazione verso un tema che può anche essere identificato come controverso ma che da sempre ha stuzzicato la mente e la fantasia umana.
Le opere, che si collocano nei due piani espositivi della Palazzina Azzurra, provengono da prestigiose collezioni pubbliche e private, e da artisti affermati nell’ambito dell’arte contemporanea a livello nazionale e internazionale.

CAGNACCIO_allo_specchio

A partire dall’Estasi di Giuseppe Renda, un busto di donna in bronzo realizzato dallo scultore nel 1890, il percorso espositivo prosegue in un susseguirsi di dipinti e disegni dove figure di nudi maschili e femminili dominano la scena: dall’olio su tela Nudo femminile di Osvaldo Licini, al disegno su carta Ritratto femminile di Amedeo Modigliani, all’olio su tavola di Cagnaccio San Pietro che ritrae una donna allo specchio, passando per una Maddalena di Renato Guttuso e le ancestrali sculture della serie ‘tagli’ di Lucio Fontana per arrivare ai giorni nostri con il nudo inquietante di Oliviero Toscani per la campagna contro l’anoressia e il grande acrilico su tela di Giuseppe Veneziano, dal titolo Novecento 2009 che riprende la tradizione iconografica dell’allegoria restituendoci, in una immagine grottesca, i tratti dei protagonisti della storia del secolo scorso.
Tra gli altri artisti in mostra grande spazio è dato alla fotografia con Gian Paolo Barbieri, Piero Gemelli, Giuseppe Mastromatteo e un’opera che ritrae il noto critico Vittorio Sgarbi, e ancora il video Peep Show di Rino Stefano Tagliafierro, le ceramiche di Andrea Salvatori, le due sculture del quartetto The Bounty Killart tra le quali campeggia un inedito creato ad hoc per la mostra, Claudio Cintoli, Scipione (Gino Bonichi). Questo nel segno della continuità, pur con delle significative variazioni, in relazione ad un approccio iniziato lo scorso anno con “Abbronzatissima. Glamour e arte all’ombra delle palme” che fa leva sulle evocazioni e sull’immaginario del singolo visitatore, e sulla capacità di percezione dell’opera d’arte e dell’oggetto d’arte che vanno a modificare il significato in base all’occhio di chi li osserva e ne fruisce.

VADEMECUM
VEDO NUDO ARTE TRA SEDUZIONE E CENSURA
a cura di Stefano Papetti, Elisa Mori e Giorgia Berardinelli
7 luglio – 6 ottobre 2019
Palazzina Azzurra
San Benedetto del Tronto (AP) Via Buozzi, 14
INAUGURAZIONE sabato 6 luglio 2019 ore 18.00
Orari mostra:
7 luglio – 15 settembre 2019: tutti i giorni 18.00 – 24.00
16 settembre – 6 ottobre 2019: lunedì chiuso, mar – dom 10.00 – 13.00 e 17.00 – 20.00§

Per informazioni:
Comune di San Benedetto del Tronto, Ufficio Cultura 0735 794229
www.verticaledarte.it
www.facebook.com/VerticaleDarte
www.instagram.com/verticaledarte/
www.comunesbt.it

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David Bowie ispira l’arte della mostra Far Above The Moon. A Roma

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Here am I floating round my tin can, far above the moon”. “Eccomi fluttuare intorno al mio barattolo di latta, molto al di sopra della Luna”. Sono le celebri parole di Space Oddity, il primo successo di David Bowie, uscita nel luglio del 1969, 50 anni quasi compiuti e portati benissimo. Far Above The Moon è il titolo di una mostra d’arte dedicata al rapporto tra David Bowie e lo spazio, da un’idea di Pietro Galluzzi, organizzata alla Galleria SpazioCima, in via Ombrone 9, Roma, a un passo da Piazza Buenos Aires, ai limiti del già suggestivo quartiere Coppedè. La mostra, aperta fino a venerdì 21 giugno, è a ingresso libero, da lunedì a venerdì dalle 15 alle 19. Sono circa trenta le opere e le installazioni in esposizione in questa collettiva: ognuna particolarissima e molto personale.

Uno, nessuno, centomila Bowie

La prima cosa che balza agli occhi guardando le opere esposte, lo diciamo non da esperti d’arte, ma da appassionati del mondo del Duca Bianco, è che Bowie ha incarnato così tanti immaginari artistici e visivi, è stato così tanti personaggi e ha vissuto in così tanti mondi che ha ispirato gli artisti presenti in mostra con suggestioni estremamente diverse, portandoli in decine di direzioni. E questo, ovviamente, al di là delle tecniche e dello stile dei singoli artisti. D’altra parte, la relazione di David Bowie con lo spazio non è solo il Major Tom di Space Oddity e di Ashes To Ashes, ma anche Ziggy Stardust, l’alieno venuto dallo spazio per suonare la chitarra con i suoi Spiders From Mars, e L’uomo che cadde sulla Terra, l’extraterrestre Thomas Jerome Newton del film di Nicolas Roeg. Le stelle, nella sua poetica, sono quello dello Starman waiting in the sky, ma anche la stella nera, la Blackstar del suo ultimo lavoro. Ogni artista presente in mostra ha scelto così il “suo” David Bowie tra le decine di incarnazioni di Mr. David Jones.

Da Space Oddity a Ziggy Stardust

Se le opere più vicine al tema di Space Oddity sono Space Oddity, di Asije Shahinas (vernice spray su plexiglass), raffigurante un astronauta, Can You Hear Me Major Tom, di Cristina Taverna (pastello su canson mi teinte), in cui i vari Bowie fluttuano nello spazio in delle capsule, e Bowie – Space Oddity – My Earth, di Adriana Farina (inchiostro su carta 300 grammi), in cui il cantante, a testa in giù, osserva il mondo, Can You Hear Me?, di Barbara Lo Faro (acrilico, pastello a olio, carboncino, pigmenti argento, sua anche The Sound Of Silence) riprende alcune delle parole chiave della canzone, ma le trasporta in un altro universo, visto che il Bowie dai capelli rossi che vediamo si avvicina al look di Ziggy Stardust. Non poteva mancare lui, forse il personaggio più famoso tra quelli di Bowie, tra le opere della mostra. Lo troviamo raffigurato in Planet Earth Is Blue (acrilico e gesso acrilico su cartoncino), in cui il suo sguardo è rivolto verso il nostro, e in Alpha e Omega (acrilico, gesso acrilico, pasta in oro e pennarello su cartoncino), dove la patina dorata ci fa venire in mente l’arte bizantina: entrambi sono di Daniela Durisotto. Ziggy Stardust viene ripreso anche Gabriella Martinelli in Spaceboy (carboncino e grafite su carta) e in Bowie, di Tuono Pettinato (inchiostro su carta), in cui il Bowie con i capelli rosso carota di Ziggy è stilizzato in una sorta di fumetto. Mentre in I’m Here, di Eugenio Rattà (acrilico, collage e glitter su tela), è al centro di un collage di stelle glitterate. Viene dall’album The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars anche il titolo dell’opera di Cristiano Sagramola, Five Years, ed è lo spunto per ritrarre l’artista in cinque fasi della sua carriera.

La saetta di Aladdin Sane

Ma se parliamo del Bowie più iconico, non possiamo non pensare al famoso look di Aladdin Sane, il disco che seguì Ziggy Stardust, e a quella saetta disegnata sul volto ormai diventata un simbolo, un brand, qualcosa che vive da solo e in questi anni stiamo trovando ovunque. Il volto di Aladdin Sane campeggia imponente tra i colori di Colours, di Antonella Torquati (digital painting su pvc), che gioca con i segni sul volto di Bowie anche in Blackstar, con la stessa tecnica. La saetta appare anche in Moonlight, di Mauro De Luca (acrilico su tela), ma è solo un segno su una maschera bianca, che cela il volto di un Bowie più maturo e riflessivo, ed è presente anche in Blue Eyes, di Rossella Sciommari (vetro opalescente, rame, stagno saldato con tecnica Tiffany), che, in piccolo, regala l’effetto della vetrata di una chiesa, per quello che oggi è a tutti gli effetti un culto. Coraggiosa, personale e di grande impatto è anche l’opera di Elvira Carrasco che, in David Bowie (body art, autoritratto, fotografia stampata su plexiglass) ha portato l’iconica saetta sul suo volto con un autoritratto. L’idea è originale e l’opera è una delle più potenti della mostra.

I geniali stickers di Francesco Elelino & Rakele Tombini

Ma il nostro colpo di fulmine è stato Liftoff – Prova d’artista, di Francesco Elelino & Rakele Tombini (foto e computer grafica) che, per celebrare Bowie, la luna e Major Tom hanno pensato di creare un set di stickers, in due versioni, da attaccare su uno sfondo stellare, con tanto di confezione tipica degli adesivi, con cellophane e cartoncino, proprio come li avremmo trovati in un negozio negli anni Sessanta. È vicina alla Pop Art e sarebbe piaciuta a quell’Andy Warhol che proprio Bowie aveva celebrato con la canzone omonima nell’album Hunky Dory. Un’idea geniale, realizzata alla perfezione. Bowie stesso avrebbe apprezzato l’ironia dell’opera d’arte.

Il Re dei Goblin di Labyrinth

Se quell’opera ci è piaciuta così tanto, è anche perché non ce l’aspettavamo. Così come non ci aspettavamo, in una mostra su Bowie e lo spazio, di vedere il suo personaggio di Labyrinth, Jared il Re dei Goblin, con la sua inconfondibile criniera bionda. Un personaggio che è evidentemente entrato nell’immaginario collettivo più del previsto. Labyrinth, di Cristina Taverna, vede Jared accanto a una delle capsule che vediamo anche nel suo Can You Hear Me Major Tom. Labyrinth Escher, di Simona Mammoliti (olio su tela, sua anche Bluebird Space Oddity), invece accosta il protagonista di Labyrinth a uno dei labirinti più celebri, quello dell’artista M.C. Escher. Sentimi e Guardami, di Marjan Fahimi (tecnica mista con resina su legno), sono due opere gemelle: a prima vista due pianeti visti da lontano, ma il riferimento è all’iride dei famosi occhi di Bowie, uno verde e uno blu. Se From The Moon To Heaven, di Marco Giacobbe (tempera su carta intelata) è pop art che gioca con l’arte sacra del passato), e Societé Angélique, di Giovanni Sechi (Enoch Entronauta) è una composizione digitale che si ispira a una foto in cui, ai tempi di Station To Station, Bowie sta dipingendo L’Albero della vita della Kabbalah, Bowie And Blackstar di Massimo Perna (che è anche l’immagine scelta come locandina della mostra) prende la stella nera, simbolo dell’ultimo album, per riproporla in un motivo che, su un ritratto dell’artista, va a creare un’opera pop. Ma vanno citati anche i lavori di Cetti Tumminia, Cristina Davoli, Giulia Sargenti, Paola Lomuscio, Chiara Montegreno, Luca Maresci, Dante Gurrieri, Giusy Lauriola, Valerio Prugnola, Nino Attinà, e Yasmine Eigama. Tantissimi, tutti affascinanti. Come i volti di David Bowie.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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