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David Lynch, quel James Stewart venuto da Marte

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Un James Stewart venuto da Marte. Così Mel Brooks definì David Lynch, all’inizio della sua carriera, quando lo incontrò e decise di affidargli la regia di The Elephant Man. Vide quel suo aspetto serio, compito, quella camicia con l’ultimo bottone sempre allacciato, e anche quel milkshake al cioccolato che gustava ogni giorno, puntuale, alle 14.30. L’eleganza innata, quegli occhi piccoli e penetranti, blu, profondissimi, pieni di curiosità, sono gli stessi anche oggi. David Lynch è stato il protagonista di un incontro ravvicinato alla Festa del Cinema di Roma, dove ha ricevuto il premio alla carriera. L’abito nero e la cravatta nera lo rendono elegantissimo, ma anche molto simile a Gordon Cole, il funzionario dell’FBI che ha riportato sullo schermo con la terza stagione di Twin Peaks.

La sua cortesia, il tono basso della voce (proprio il contrario di Gordon che, essendo sordo, usa un tono altissimo), la sua riflessività (da anni pratica la meditazione trascendentale) ne fanno una persona amabile (e amatissima). Sembra quasi impossibile che dalla mente, dai sogni di questa persona nascano incubi come quelli che da anni ci fanno compagnia. “Amo i sogni. Amo la logica dei sogni” spiega Lynch. “A volte vediamo qualcosa di cui sappiamo il significato ma non siamo in grado di esprimerlo a parole. Questo lo possiamo fare con il linguaggio del cinema. Amo le cose astratte e le cose concrete. Amo il cinema che abbia concretezza e astrazione. È un po’ come quando cerchi di raccontare un tuo sogno a un amico può ascoltarti, ma non capirà mai le tue sensazioni”. Chi ha visto i suoi film, soprattutto cose come Mulholland Drive e Inland Empire, o anche l’ultimo Twin Peaks può capire bene da dove arrivino le visioni di Lynch. E come nascano le sue storie. “Ci vengono in mente idee, le vediamo sul nostro schermo mentale e lo scriviamo a parole” spiega. “E allora riemerge l’idea. Le idee nascono come frammenti: penso a questi frammenti di idea come a un rompicapo, un puzzle di cui uno ti lancia un pezzo. E allora tu cominci a scrivere. Da qui nasce la sceneggiatura, e il film.”. “Non so come vengono le idee” aggiunge. “Un giorno sei lì e non c’è l’idea, continui a non averle, improvvisamente sono lì che si materializzano”.

Philadelphia e Los Angeles. Fuliggine e luce
Il primo incubo di David Lynch si chiama Eraserhead – La mente che cancella: è la storia di una relazione (tra Henry, il suo attore feticcio Jack Nance, e la moglie ritardata), tra paure della paternità, incubi tra sesso e malattia, in una cornice di rumori e architetture industriali. “La mia ispirazione è stata la vita di Philadelphia” ha raccontato Lynch a Roma. “Una città sporca, corrotta, violenta, sempre in preda al terrore. E folle. Amo la sua architettura, i colori degli interni delle stanze, che erano verdi, le proporzioni strane delle stanze, i mattoni coperti di fuliggine. Questo ambiente caratterizzato dalla presenza delle fabbriche. È a Philadelphia che è nato il mondo di Eraserhead”.

David Lynch non è ispirato solo dal brutto. Ma anche dal bello. Dopo Philadelphia la sua vita è stata Los Angeles, la sua nuova casa, la sua musa, la Mecca del cinema. Inland Empire, Strade perdute e Mulholland Drive trattano tutte di Los Angeles. “Sono arrivato a Los Angeles nel 1970, da Philadelphia” rievoca l’artista. “Ricordo di essere arrivato a L.A. durante la notte” rievoca Lynch. “Il mattino dopo uscii dall’appartamento e per la prima volta vidi quel sole, una luce che mi fece quasi svenire. Di L.A. amo la luce, il fatto che non se ne vadano i confini, e quindi non abbia limiti, e questo significa la possibilità di seguire i propri sogni. Amo il fatto che sia la casa del cinema dell’età dell’oro, e sembra che ritorni quando fioriscono i gelsomini”.

Tra tutti i suoi film, il suo amore per Los Angeles è evidente più che mai in Mulholland Drive, sogno/incubo che si insinua tra i luoghi della vecchia e della nuova Hollywood e, pur nel suo procedere “al contrario”, nel suo muoversi tra sogno e realtà, nel suo continuo ribaltamento, si avvicina a quel Viale del tramonto di Billy Wilder, uno dei film che Lynch ha scelto di proiettare a Roma per raccontarsi. “Billy Wilder era straordinario per il senso dei luoghi” riflette Lynch. “In Viale del tramonto c’è una casa bellissima che ha personalità, ci riporta all’età dell’oro del cinema, anche se sta crollando. È un fenomeno organico. La bellezza è indubbia, nell’immagine di questa casa: gli arredi, i costumi, la musica: tutto questo fa poi emergere l’età dell’oro del cinema”. “Tutti desiderano qualcosa in un anelito che non viene mai realizzato” aggiunge. Ed è la stessa cosa che accade in Mulholland Drive. Viale del tramonto, poi, ci svela anche qualcosa su Gordon Cole, il personaggio interpretato dallo stesso Lynch in Twin Peaks. “C’è una scena in cui Cecil B. De Mille dice: chiama Gordon Cole al telefono” fa notare il regista. “A Los Angeles Billy Wilder lavorava alla Paramount, e guidando su Melrose, come su qualunque altra via che va da est a ovest, incrociava immancabilmente due strade: Gordon e Cole. Secondo me Billy prese il nome da quelle due strade”.

Lynch e la televisione. Odi et amo
Proprio Mulholland Drive e Twin Peaks sono i capitoli di una storia tormentata, quella tra David Lynch e la televisione. Twin Peaks, la serie che a inizio anni Novanta deflagrò sulle nostre televisioni, cambiando per sempre il nostro modo di percepire il mezzo televisivo, fu cancellata alla fine della seconda stagione. Mulholland Drive nacque come pilota di una nuova serie televisiva, che doveva raccontare L.A. e il mondo del cinema: decisero di non produrla, e Lynch, con la produzione di Alain Sarde e Canal Plus, lo completò, e ne fece un film perfetto. L’ultimo capitolo è dei giorni nostri: il network televisivo americano Showtime ha prodotto la terza stagione di Twin Peaks: David Lynch ha avuto carta bianca, e ne ha creato qualcosa che è completamente diverso sia dalle prime due stagioni, che da qualunque altra cosa che si vede oggi in tv: un vero e proprio film, diviso in 18 parti. Per Lynch è una vittoria. “Creare per la tv e per il cinema è esattamente la stessa cosa” ha spiegato. “C’è una piccola differenza. Sulla tv via cavo c’è la possibilità di continuare una storia, mentre un film finisce. Sappiamo che quando si produce per la tv rispetto al grande schermo la qualità delle immagini e del suono sono inferiori. Ma stanno facendo grandi miglioramenti”.

Televisione vuol dire anche girare in digitale, tecnica che Lynch aveva già sperimentato nel suo ultimo film per il cinema, Inland Empire. “La celluloide è bellissima, ma è pesante, si sporca, si rompe” è l’opinione di Lynch. “Il mezzo digitale si sta avvicinando sempre di più alla celluloide, ma col digitale si possono fare milioni di cose dopo aver girato. Con il digitale si schiude un mondo meraviglioso. Puoi manipolare l’immagine come se stessi manipolando la tela. E quindi questo schiude infinite, meravigliose possibilità”.

La pittura e Federico Fellini.
Non è un caso che Lynch nomini la tela. Lynch è anche un pittore, e un appassionato d’arte. A Roma ha parlato dei quadri di Francis Bacon (“amo la sua distorsione della figura umana, amo il modo in cui esplora i fenomeni organici”) e delle sculture di Edward Kienholz (“è un altro artista che esplora in maniera straordinaria i fenomeni organici. Mi piacciono le opere in tre dimensioni. A volte sulla tela pratico dei fori e inserisco qualcosa, o aggiungo qualcosa sulla superficie sulla quale ho dipinto perché emerga qualcosa”). Chi conosce David Lynch lo sa bene. I suoi primi corti nascevano dalla transizione dalla pittura al cinema, e vennero definiti “scultura in movimento” e “biologia creativa”: un bassorilievo con teste danzanti afflitte da conati di vomito, un bambino che annaffiava un germoglio per farlo diventare una nonna, e altre cose di questo tipo.

Anche questi sono sogni. E non è un caso che uno dei film proposti a Roma da Lynch sia 8 e ½ di Federico Fellini, un autore che sui sogni ha fondato il suo cinema. “Nel 1993 stavo girando una pubblicità con Tonino Delli Colli come direttore della fotografia” ricorda Lynch.Fellini era in un ospedale del nord e sarebbe arrivato a Roma, e avevamo deciso di andarlo a trovare. Ricordo che era una serata molto calda. Entrai in questa stanza, c’erano due letti singoli e in mezzo Fellini su una sedia a rotelle davanti a un tavolino. Mi sono messo a chiacchierare con lui, gli ho tenuto la mano, abbiamo parlato con per mezzora. Mi ha detto che quello che stava accadendo nel cinema lo intristiva: una volta gli studenti ne parlavano, poi l’entusiasmo si era spostato verso la tv. In seguito Vincenzo Mollica mi disse quello che Fellini aveva detto quando avevo lasciato la stanza: è un bravo ragazzo”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Daniel Day-Lewis. Entrare in un personaggio, non uscirne più

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il filo nascostoManiacale in ogni aspetto del suo lavoro. E anche nella vita? E se la sua vita, in fondo, fosse tutt’uno con il suo lavoro? Daniel Day-Lewis, tre Oscar all’attivo, ha annunciato che Il filo nascosto, il film di Paul Thomas Anderson per cui è candidato, ancora una volta, all’Academy Award, sarebbe stato il suo canto del cigno. Il suo ultimo film. Non è la prima volta che annuncia di voler lasciare il cinema, ma stavolta è sembrato più serio. Forse ne beneficerà la sua salute mentale. È noto come Daniel Day-Lewis entri talmente nei personaggi da non riuscirne più ad uscirne una volta a casa, lontano dal set. Un mese, forse più, di decompressione è quello che gli serve, ha raccontato.

Il suo ingresso in scena ne Il filo nascosto è proprio così: maniacale. Prestate attenzione a come si rade, come si pettina, come si cura, come si veste. È Reynolds Woodcock, un grande sarto nella Londra degli anni Cinquanta, quella che non è ancora swinging’, ma è ancora rigida e formale. Un sarto per cui l’eleganza e la perfezione sono una religione, e che non vuole sentire parlare di mode, o dell’aggettivo “chic”. Il suo Reynolds, a prima vista, è come il Newland Archer de L’età dell’innocenza, elegante e compito, trattenuto. Ma solo in superficie…

Forse non è un caso che Daniel Day-Lewis abbia scelto questo ruolo come il suo “testamento”. In fondo, il lavoro del sarto e quello dell’attore non sono così lontani. Si tratta di cucirsi addosso, su misura, un ruolo che, per funzionare, deve calzare a pennello, come se fosse un abito. Woodcock è a tutti gli effetti un artista. Ha bisogno di lavorare in silenzio, di lasciare tutto al di fuori. Non ha tempo e forze per affrontare una discussione se deve disegnare un abito. Come il suo personaggio, Daniel Day-Lewis ha lasciato spesso fuori, o indietro, la sua vita, sacrificato relazioni (è celebre la rottura con Isabelle Adjani, negli anni Novanta, con cui ebbe un figlio che non volle riconoscere).

Guardate attentamente la meticolosità con cui, un mattino, ordina la colazione. È uno dei rari momenti in cui, ne Il filo nascosto, lo vediamo sorridere. E ci colpisce quella mascella che siamo abituati a vedere serrata, quelle labbra sottili e nervose, che nel “macellaio” di Gangs Of New York schiumavano rabbia, schiudersi per un attimo nel più dolce ed educato dei sorrisi. Sarà un fuoco fatuo, e presto quelle labbra torneranno a chiudersi, a tremare nervose, ora insicure, ora violente. O solamente impegnate, per stringere gli spilli, i suoi ferri del mestiere. I capelli che erano neri e lunghi ne L’ultimo dei Mohicani e Nel nome del padre, oggi sono più corti, grigi ed elegantemente pettinati all’indietro. Il Daniel Day-Lewis de Il filo nascosto è sempre impeccabile, che indossi uno smoking e un papillon a microquadri ton sur ton, o giacche di tweed a quadroni. O anche nella giacca bianca, la sua tenuta da lavoro, indossata su una camicia nera, corredata da un ascot fantasia.

il filo nascosto_1Daniel Day-Lewis, attore di solida estrazione teatrale, figlio di un poeta e un’attrice, attento a selezionare pochi ruoli e molto particolari (meno di venti ruoli in trent’anni di carriera, e solo sei dal 1997 a oggi), è noto per il temperamento particolare, per le sue scelte singolari. Il ritiro delle scene annunciato non è il primo: ha fatto discutere un lungo periodo (tra il 1997 e il 2001) lontano dai set per ritirarsi a Firenze, nella bottega di un calzolaio, per apprenderne l’arte come apprendista.

A proposito di arte, nel mondo di Daniel Day-Lewis questa si allarga a dismisura fino ad invadere la vita. C’è un aneddoto che racconta come l’attore britannico (ha cittadinanza inglese e irlandese) affronti i suoi ruoli. Nel nome del padre lo vede nei panni di Gerry Conlon, accusato ingiustamente per un attentato, attribuito all’IRA, negli anni Settanta. È una storia vera. Le scene più forti sono quelle della detenzione e dell’interrogatorio. L’attore ha voluto dormire in una vera cella, prima di quella scena, e ha chiesto di essere svegliato più volte, a distanza di pochi minuti, con una serie di calci alla porta della cella. In questo modo, dopo una notte insonne e carica di tensione, al momento del ciak l’attore è crollato, è scoppiato in lacrime, distrutto. Signore e signori, questo è Daniel Day-Lewis.

Che vinca (noi ce lo auguriamo) o meno, il suo quarto Oscar, l’uscita di scena di Day-Lewis è un ruolo ambiguo, sfaccettato, ricco di sfumature, di lavoro di sottrazione. Che arriva dopo un altro ruolo mimetico e introspettivo, quello in Lincoln di Steven Spielberg. Ma di Daniel Day-Lewis ricorderemo anche, e soprattutto, i ruoli furibondi, spaventosi. Come quello di Bill il Macellaio, in Gangs Of New York di Scorsese, per il quale – e non poteva essere altrimenti – imparò il mestiere del macellaio e a lanciare coltelli. Anche qui c’è una storia che ci spiega chi è Daniel, entrato ancora una volta in modo totale nel ruolo tanto da rifiutare inizialmente i trattamenti medici proposti quando gli viene diagnosticata una polmonite. Quei trattamenti non sono in linea con il periodo storico in cui il film è ambientato… Daniel Day-Lewis chiude la sua carriera ancora una volta insieme a Paul Thomas Anderson, che gli aveva già regalato un ruolo indimenticabile ne Il petroliere. Il suo Daniel Plainview sembra un gemello separato alla nascita di Bill il Macellaio di Gangs Of New York: i baffi a fare da quinta tenebrosa a una mascella deformata dall’odio, uno sguardo obliquo e tagliente, furioso e carico di rancore, gli occhi carichi d’ira che escono dalle orbite, le vene che sembrano scoppiare. E la postura, storta come quella di una persona piegata dalla fatica, ma anche dal peso dei rimorsi (come quello di aver abbandonato un figlio) e della propria cattiveria. Sono tutti dei grandi ritratti, che, se davvero la carriera di Daniel Day-Lewis dovesse finire qui, rimarranno esposti per sempre nella sua ideale galleria d’arte.

Di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Indimenticabili Spice Girls

Polici Francesca

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C’erano una volta le Spice Girls… Potrebbe iniziare così il racconto di una delle band più mitiche della storia del pop. Una lunga storia d’amore che ha fatto sognare milioni di fan in ogni parte del mondo.
Per chi è cresciuto negli anni Novanta, infatti, è impossibile non ricordarsi di loro e iniziare a cantare a squarciagola “I wanna, I wanna, I wanna, I wanna, I wanna really, really really wanna zigazig ha”. E quando, più o meno ogni anno, si vocifera la tanto agognata reunion, non possiamo fare a meno di sperare di rivederle tutte e cinque sul palco a cantare quella che, negli anni, è diventata la loro canzone manifesto, “Wannabe”. Ma, finalmente, pare che nel 2018 questa reunion ci sarà davvero, anche se molto probabilmente mancherà qualche membro delle Spice. Ma procediamo con ordine e, in vista di questo grande evento, facciamo un breve excursus per vedere quali sono state le tappe fondamentali della storia della band al femminile più famosa del mondo.

La favola delle Spice – perché la loro è una favola a tutti gli effetti, specie per chi era bambina ai loro esordi – inizia nel lontano 1994. Proprio quando le boyband spopolano fra i teeneger – indimenticabili i Take That in quegli anni – i due brillanti talent scout Bob Herbert e suo figlio Chris, decidono di creare una nuova band tutta al femminile. Pubblicano così un annuncio sul settimanale inglese The Stage rivolto a giovani “ambiziose, estroverse, spregiudicate e capaci di cantare e ballare”. Dopo settimane di provini – in cui inizialmente Geri Halliwell, la “Ginger Spice”, ha rischiato di essere scartata a causa della pelle bruciata dovuta a una vacanza in montagna – si forma finalmente la band. Ma il nome non è quello che noi tutti conosciamo. Il gruppo, infatti, si chiama Touch e Baby Spice non ne fa ancora parte, al suo posto c’è la cantante e giornalista britannica Michelle Stephenson.
La Stephenson, però, decide dopo poco di abbandonare il progetto per dedicarsi interamente agli studi universitari – probabilmente mangiandosi le mani e anche tutto il corpo a distanza di un anno.
Riaprono così le audizioni e in pochissimo tempo viene scelta la bionda dal viso angelico Emma Bunton. E finalmente prendono vita le Spice Girls, con: Melanie B., Melanie C., Geri Halliwell, Victoria Adams (oggi conosciuta come Victoria Beckam) ed Emma Bunton appunto.

Nel 1996 esce il loro primo singolo, Wannabe, ed il successo è immediato. Ha inizio la grande avventura. Il balletto sulla scalinata del lussuosissimo St. Pancras Hotel di Londra – non a Barcellona, come molti credevano – rimarrà impresso nella storia. Nell’indimenticabile videoclip, girato tutto in piano sequenza, si delineano fin da subito i look diversi delle ragazze: Mel B. sarà sempre l’amante dell’animalier, Mel C. dell’outifit sportivo, Emma di quello “innocente”, Geri invece sarà sempre la più sexy e Victoria quella che non potrebbe mai rinunciare ai suoi elegantissimi tacchi. Ognuna di loro rappresenta un diverso lato della femminilità. Non a caso, il settimanale Top of the Pops, conierà i nomignoli delle Spice: Scary (Mel B.), Sporty (Mel C.), Baby (Emma), Ginger (Geri), Posh (Victoria).

Altro che gli anni Settanta, Wannabe è un vero inno al femminismo, quello che poi diventerà il motto del gruppo: il Girl Power. Qui c’è tutto: la libertà sessuale, l’amicizia tra ragazze e, soprattutto, l’importanza dell’essere se stesse. E il singolo ha segnato talmente tanto le varie generazioni degli ultimi decenni che, per la ricorrenza ventennale, lo scorso anno l’associazione umanitaria Project Everyone ha realizzato un remake della canzone con ragazze di tutte le nazionalità, volto proprio a sensibilizzare sulla parità di genere.

Sempre nel 1996 esce il primo album Spice, il cui successo planetario supera addirittura quello dei Beatles. E il 1997 è l’anno dei Brit Pop Awards che ci ricorderemo per sempre per due ragioni: il tubino con la bandiera britannica di Ginger Spice – venduto nel 2007 in un’asta dell’Hard Rock Café per ben sessantottomila dollari e motivo d’ispirazione per la stessa Ginger quando deciderà di lanciare una sua linea di underwear – e le mitiche corna di Scary Spice. Ma il 1997 è anche lo stesso anno del film Spiceworld: The Movie che, pur avendo un enorme successo di pubblico, costerà alle ragazze un Razzie Award come peggiori attrici protagoniste.

All’apice del successo, però, arriva una triste notizia che spezza il cuore di milioni e milioni di fan in tutto il mondo: Geri decide di lasciare il gruppo e tentare la carriera da solista – scelta che man mano prenderanno tutte le ragazze, ad eccezione di Victoria che, non a caso, era l’unica Spice con il microfono spento. Tutti ricordano con le lacrime agli occhi la straziante canzone “Goodbye”, realizzata proprio per salutare la loro Ginger.

Le Spice, infatti, continuano la loro carriera anche senza la Halliwell e l’anno successivo compongono l’album Forever con la celebre hit “Viva Forever” – da cui verrà realizzato anche un musical nel 2010. Ma nel giro di poco, purtroppo, la band si scioglie definitivamente, per poi tornare a cantare sul palco tutte assieme nel 2012 in occasione delle Olimpiadi di Londra.

Ed ora arriviamo alla reunion annunciata per il 2018 a cui, sicuramente, non prenderà parte Posh Spice, ormai dedita alla moda da molto tempo, e probabilmente nemmeno Sporty Spice. La buona notizia, però, è che a luglio dello scorso anno Emma, Geri e Mel B. hanno lanciato un nuovo sito per annunciare una reunion di loro tre: Spice Girls – GEM. Nell’attesa di capire cosa accadrà, intanto vi potete consolare con questa prima nuova canzone Song for Her e che il Girl Power accompagni tutte voi!

di Francesca Polici per DailyMood.it

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Carrie Fisher. La nostra amata principessa. Per sempre

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Fantastica la ragazza, eh? Non so se ucciderla o innamorarmi di lei”. Sono le parole di Han Solo. E si riferiscono alla Principessa Leia. È il ruolo che ha lanciato nel mondo del cinema Carrie Fisher, in Guerre Stellari (o meglio, Star Wars – Episodio IV: Una nuova speranza, come è conosciuto oggi). Ed è il ruolo con cui la vediamo, per l’ultima volta, sul grande schermo, in Star Wars: Gli ultimi Jedi. Han Solo, nella finzione, si innamora di Leia, non può resisterle. E in realtà, si è saputo da poco, anche Harrison Ford si innamorò di Carrie Fisher, e i due ebbero una breve relazione. Finita presto, perché lui era sposato. Una delle tante storie finite male di quella che è stata una principessa sfortunata, travolta dal successo, da Hollywood, dalla sua malattia.

Per chi era un ragazzo negli anni Ottanta, la sua apparizione ne Il ritorno dello Jedi, è qualcosa di indimenticabile. Leia è diventata la schiava di Jabba The Hut, e appare in un succinto bikini di bronzo. Il suo corpo è allo stesso tempo minuto e morbido, sinuoso. La sua acconciatura è diversa. Leia, che avevamo visto fino a quel momento in lunghe tuniche bianche, ci appare all’improvviso in tutta la sua bellezza e il suo sex appeal. Vederla, in quel momento, è come vedere, tutto d’un colpo, in bikini, una tua compagnia di scuola che avevi sempre visto in versione compita e castigata, come scoprire la donna dietro la brava ragazza. Carrie Fisher aveva un suo modo di essere sexy, al di là del suo corpo. Era fatto di un sorriso irresistibile, da quelle guance un po’ paffute da ragazzina, quegli occhi timidi e dolci. E sì, anche da quell’incredibile acconciatura del primo Guerre stellari – altra idea di un team d’eccellenza come quello di George Lucas – con i capelli raccolti in due cerchi ai lati del capo, che sembrano delle cuffie, tanto assurda da diventare cult, e imitatissima. La Principessa Leia sogno erotico di molti? Di sicuro era la fantasia di Ross Geller (David Schwimmer) di Friends, talmente fissato da far vestire dai Leia Rachel/Jennifer Aniston, per una notte di passione… Ma Leia è nell’immaginario collettivo di tutti. Non solo degli uomini. Pensiamo a questi giorni di attesa febbrile per Star Wars: Gli ultimi Jedi. In occasione di proiezioni ed eventi a tema non si contavano le cosplayer vestite con gli storici Look di Leia, la veste bianca e il famoso costume da schiava.

Figlia d’arte – la madre è la famosa attrice Debbie Reynolds e il padre il cantante Eddie Fisher che, quando Carrie aveva solo due anni, lascia la famiglia per sposare Elizabeth Taylor – Carrie a 15 anni lascia la scuola per fare l’attrice e, poco più tardi, lascia anche la scuola di recitazione per girare un piccolo e temerario film di fantascienza, una scommessa: Star Wars, Guerre stellari. È il 1977. Diventerà una leggenda, e lei insieme al film. Potrebbe essere l’inizio di un periodo d’oro. Ma è l’inizio di un inferno. All’età di 24 anni le viene diagnosticato un disturbo bipolare. Ma lei non accetta la cosa, almeno fino all’età di 28 anni, quando va in overdose, e definitivamente nel 1987, dopo un esaurimento nervoso. È una vita da romanzo, e lo diventa: Cartoline dall’inferno è il titolo del suo libro, in parte autobiografico, del 1987, e del film che Mike Nichols ne trae, del 1990. La protagonista è Meryl Streep, e la sceneggiatura è della stessa Fisher, come quella di Hook di Spielberg. La dipendenza da droghe, iniziata alla fine degli anni Settanta, è stata una costante della prima fase della sua carriera, rischiando anche di farla licenziare dal set di Blues Brothers. Anche la sua vita sentimentale è stata molto sfortunata. Il matrimonio con il cantautore Paul Simon, nel 1983, è durato solo un anno. È del 1991 la relazione con l’agente Bryan Lourd (da cui ha una figlia, Billie), ma finisce nel 1994. Quando lui scopre di essere omosessuale.

La sua filmografia conta quarantasei film. Ma dopo la trilogia originale di Star Wars e The Blues Brothers, pochi la ricordano. Eppure ha recitato con Lumet, Woody Allen (Hannah e le sue sorelle), Joe Dante, Wes Craven, anche con Kevin Smith. Ma spesso la sua apparizione sembra essere giustificata dal fatto di essere una “special guest”. Quando, dopo Star Wars, l’abbiamo rivista in Harry ti presento Sally, dove è l’amica di Sally/Meg Ryan, quasi non la riconoscevamo più. È già una signora di mezza età, i capelli corti, il trucco misurato, l’espressione anonima. Diverso da tutto è invece uno degli ultimi ruoli della sua carriera, quello in Maps To The Stars, il film di David Cronenberg dedicato a Hollywood e alla fama interpreta se stessa, ed è un po’ come riprendersi fieramente il proprio posto. Ma, ruolo di Leia a parte, il suo momento cult nella storia del cinema è la sua apparizione, con tanto di mitra, in The Blues Brothers, in cui è la fidanzata di John Belushi, passata alla storia come quella con le scuse più improbabili, mai inventate: “un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette…”. È una scena in cui molti di noi, per la prima volta, hanno visto Carrie in abiti normali, senza alcun costume fantasy. Solo un maglione e i capelli sciolti.

In Star Wars: Gli ultimi Jedi, come aveva fatto ne Il risveglio della forza, Carrie ritorna ad essere la principessa Leia (anzi, il generale Leia), ed è come se si fosse ripresa il suo posto, il posto che le spetta. È davvero l’ultima volta che la vedremo: Carrie è scomparsa, in seguito a un infarto, il 27 dicembre 2016, a sessant’anni. La Leia della nuova trilogia di Star Wars è molto diversa. I capelli cominciano a essere grigi, e raccolti dietro la nuca, semplicemente. Ci sono le rughe, i tratti del volto si sono induriti. La bocca è quasi sempre piegata con gli angoli verso il basso, le labbra serrate quasi in una smorfia. E, quando raramente si apre a un sorriso, è quasi sempre trattenuto. Il suo ruolo è quello di una leader, di un simbolo, di una santa. Ma la sua Leia è così iconica e così fissata nell’immaginario di Star Wars che i nuovi film, da Rogue One a Gli ultimi Jedi non mancano mai di riprendere le sue immagini. Come in Rogue One, in cui è ricostruita al computer nello splendore della sua giovinezza e nel candore della giovane Principessa Leia. O come ne Gli ultimi Jedi, quando R2 D2 proietta ancora una volta quel videomessaggio che, tanto tempo fa, diede inizio a tutto. La magia del cinema è questa: nonostante il tempo passi, i corpi e i volti cambino, le vite possano anche essere tormentate, le immagini del grande schermo possono fissare i nostri volti amati nel loro momento più bello. È così anche per Carrie Fisher. To our lovely princess, si legge sui titoli di coda, mentre risuona il tema di John Williams. Sì, Carrie Fisher sarà la nostra amata principessa. Per sempre.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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