Cine Mood
Venezia 83: Oasis, Robert Pattinson e… Nanni Moretti. È l’ora dei divi
Sabato 5 settembre a Venezia è stata la giornata delle star. Rockstar planetarie, come Noel e Liam Gallagher, gli Oasis. Robert Pattinson, divo amatissimo dai tempi di Twilight, e ormai lanciato verso percorsi autoriali lontanissimi dal vampiro Edward Cullen. E poi Nanni Moretti, la star dei registi di casa nostra, tornato a Venezia in concorso dopo 37 anni, quando, con Sogni d’oro, aveva vinto il Leone d’Argento, Otto anni dopo aveva presentato Palombella Rossa alla Settimana della Critica. E poi per lui c’è stato solo Cannes. Ora è il momento di tornare a casa.
Iniziamo da lui, da Robert Pattinson, divo, o ex divo, del nostro cinema di oggi, visto che sta privilegiando ruoli sempre più scomodi e sfaccettati. Pattinson è stato perfetto al Lido, in entrambe le vesti: quelle di protagonista sul red carpet, in un look total white di Dior, un abito gessato bianco con giacca a doppiopetto e una cravatta regimental bordeaux con righe bianche e azzurre. Di Dior anche gli occhiali. Perfetta, accanto a lui, anche la compagna Suki Waterhouse, attrice e musicista, in un abito di pizzo verde salvia di Saint Laurent. Pattinson non ha deluso neanche nell’altra veste, quella di protagonista del film Primetime di Lance Oppenheim, prima opera di finzione di un documentarista, la storia di un conduttore senza scrupoli di un reality show della NBC, To Catch A Predator, che provava ad attirare pedofili e smascherarli in diretta. C’è chi, vedendo il film, ha detto di aver provato un sincero fastidio per il personaggio e per la storia. E questo vuol dire che Robert Pattinson ha fatto un grande lavoro. Sì, perché è proprio questo che è stato Chris Hansen. E non è che l’ultimo della galleria dei personaggi ambigui che Pattinson sta portando sullo schermo. Abbiamo ancora negli occhi il viscido e disturbante Antinoo dell’Odissea di Nolan. E proprio l’attore, a Venezia, ha confessato la vicinanza tra i due personaggi. “C’è stato poco stacco tra i due film. Ogni tanto vedevo Antinoo e ci ritrovavo qualcosa di Hansen”.
Divi e antidivi per antonomasia, rockstar con oltre 30 anni di carriera alle spalle, sono Liam e Noel Gallagher, fratelli coltelli, amici e nemici e poi di nuovo amici, artefici della storia di una delle band più di successo degli anni Novanta, poi sciolta e ricomposta nella famosa reunion con relativo tour mondiale. Oasis: Don’t Look Back In Anger è il film che racconta questa storia e che ha portato i fratelli Gallagher – loro in look total black, sneakers a parte – sul red carpet di Venezia. Il racconto della reunion inizia con le prove, dove i due fratelli arrivano con mood completamente diversi: Noel arriva subito giovale e saluta tutti, Liam arriva dopo due giorni scorbutico e nervoso. Qualcosa però cambia. Perché inizia a scorrere la musica ed è questa grande musica che, in questi anni, ha unito i fratelli. E, possiamo dirlo, ha unito anche noi che li abbiamo ascoltati a lungo. E poi il giorno del debutto sul palco, con Liam che prende la mano del fratello maggiore, davanti a tutti. Il racconto di questi due fratelli si intreccia con quello dei fan della band, con le storie private dei Gallagher e dei loro figli. È la loro storia. Ma è anche la nostra.
La star di casa nostra, invece, è lui. Nanni Moretti ha presentato, in concorso, il suo nuovo film, Succederà questa notte, ed è stato un grande successo. Il precedente film tratto da un libro di Eshkol Nevo, Tre piani, presentato qualche anno fa a Cannes, non era sembrato poi molto riuscito. Tratto dallo stesso autore, Succederà questa notte è un film che parla di amore, di attrazione, della nascita e del suo percorso negli anni. La storia, infatti, si snoda lungo tre città e lungo un arco temporale di diciassette anni. È un film meno intellettuale, e più emotivo, di quelli a cui siamo abituati. Nel cast ci sono Louis Garrell e Jasmine Trinca, gli alter ego del regista, e Laura Morante. Per Moretti, oggi, l’amore è “o tutto o niente”: è la storia dell’attrazione tra Matteo, libraio, e Greta, attrice. Si conoscono su un campo di tennis, si legano ad altri, coinvolgono altre persone nelle loro vite e nel loro amore. Dieci minuti di applausi, così si dice, applausi anche all’apparizione in sala stampa. “Anni fa avevo coniato una frase un po’ scema, ‘vorrei fare sempre lo stesso film, possibilmente sempre più bello’. Ecco, con il passare del tempo mi sono detto che non voglio fare sempre lo stesso film”. E, finalmente, Nanni Moretti ha fatto un film davvero diverso dal solito. C’è sempre la passione, l’alto livello della recitazione, i balletti. E le canzoni. Ascoltiamo Bruce Springsteen con Hungry Hearts e Because The Night (riprese durante un suo concerto a San Sebastian) e She’s Like The Rainbow dei Rolling Stones. Per citare una sua celebre frase: continuiamo così, facciamoci del bene. E dei bei film.
Tra i film italiani ha diviso il pubblico, che ha risposto con applausi e fischi, La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, un passato da ottimo attore (era il protagonista di Ovosodo) e un presente da regista. La città dei vivi è tratto dal romanzo di Nicola Lagioia sull’omicidio di Luca Varani. Se il romanzo si concentrava sulla gratuità dell’omicidio e sulle polemiche successive, il film cambia prospettiva. Cerca di evitare la pornografia del dolore, il sensazionalismo, per raccontare quello che i media non avevano raccontato, cioè la vita della vittima prima del suo omicidio. Il regista lo chiama “un romanzo di formazione interrotto”, che però non vuole trovare le ragioni di quell’interruzione. Il protagonista è il giovane Emanuele Maria Di Stefano, e nel cast brilla, nel ruolo del padre, Valerio Mastandrea. Balcanica è l’opera prima di Nicola Sorcinelli, presentata alle Giornate degli Autori. Parla di un viaggio lungo la rotta balcanica – quel percorso dei migranti che non passa per il mare e non è mai visto – di un padre e un figlio che arrivano dall’Afghanistan quando la musica viene vietata. È un film importante per far sapere quello che accade e che troppo poco spesso ci viene raccontato. Ieri, a Venezia, è stato presentato in concorso anche The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, di cui vi parleremo domani.
La giornata di ieri, al Lido, è stata anche quella dell’unica regista donna in concorso (in realtà si è aggiunta anche Rachel Szork, coautrice del film NAZA, che verrà presentato i prossimi giorni). È May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, che ha presentato Kvinde Ukedt (Woman Unknown). È la storia di un matrimonio minacciato da un’ombra nel passato. È un’opera importante dal punto di vista sociale e storico. Marie sta per sposare il ricco vedovo Christian, di cui è stata la tata della figlia. Ma siamo nel 1945, alla fine della guerra. E la donna porta con sé un segreto scomodo. Woman Unknown è un film che parla del disprezzo per il corpo delle donne, di indipendenza femminile, di differenza di classe, delle ferite che si portano dietro la guerra e i totalitarismi. È un film di cui si parla già di Leone d’Oro, o, almeno, di un posto nel palmares.
E al Leone d’Oro si candida anche un film in arrivo dall’Oriente, dalla fertile Corea. È Possible Love di Lee Chang-dong, uno dei più grandi autori coreani, Leone d’Argento a Venezia nel 2002 con Oasis, ispirato a uno dei capitoli del decalogo di Kieslowski. È la storia di un documentario che una donna ricca e borghese intende fare su un operaio che è stato licenziato. A farsi intervistare è la moglie, affascinata da quella differenza di classe che crede possa sparire, mentre il marito si trincera dietro un risentimento che non sembra poter sparire. È una storia commovente, che ha delle basi vere, uno sciopero represso con la violenza. L’autore coreano ci fa vedere questa storia da un altro punto di vista: l’amore che riesce a sconfiggere il potere. Segnate questo film. Perché ne sentiremo parlare a lungo.
Ci sono altri bei film che sono passati al Lido in questi giorni. 15/18 di Cedric Kahn è un viaggio dentro un ospedale psichiatrico per adolescenti (il titolo indica proprio l’età dei pazienti che si trovano lì). Seguiamo una serie di ragazzi e ragazze e le loro patologie, l tensioni, le crisi e le speranze. E i medici e infermieri che cercano di fare del loro meglio per aiutarli. Cedric Khan, che interpreta anche un ruolo, quello di uno dei medici, racconta questa comunità con empatia, provando a entrare nel mondo e nell’anima di questi ragazzi. Non vuole dare lezioni, né giudizi. Ma provando a cogliere la voglia di vita di questi giovani.
Nelson-san, anata wa hito o koroshimashita ka, che vuol dire “Ha mai ucciso qualcuno, signor Nelson?”) di Shin’ya Tsukamoto è tratto dal libro autobiografico di Allan Nelson sul trauma per la guerra in Vietnam e il suo superamento. L’educazione a uccidere che si ha diventando un marine, i massacri che avvengono in ogni guerra, e il conseguente disagio provato al rientro dal Vietnam. Uno psichiatra, interpretato dall’empatico Geoffrey Rush, riesce a salvarlo. La morte, il sangue, le ferite appaiono negli incubi di Nelson, ed è una cosa per stomaci forti. Ma l’orrore della guerra è questo. Ed è giusto raccontarlo perché di guerre non ce ne siano più.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Klara e il sole: Jenna Ortega e quell’adolescenza disconnessa
Published
2 ore agoon
22 Ottobre 2026
Klara guarda il sole ogni mattina. Klara parla con il sole. È lui che le dà la vita, l’energia, che la fa muovere. E, secondo Klara, il sole, se glielo chiedi, è anche capace di esaudire i desideri. Klara e il sole (Klara And The Sun) è il nuovo film di Taika Waititi, tratto dal romanzo omonimo del grande Kazuo Ishiguro. Presentato alla Festa del Cinema di Roma, arriva al cinema dal 22 ottobre. Klara è un AA, o AF in lingua originale, un Amico Artificiale (Artficial Friend). È un robot che è stato creato appositamente per diventare un amico per gli adolescenti, che in un futuro prossimo venturo sono soli e disconnessi. Sì, nel mondo in cui cii troviamo non esiste internet. Era bellissimo, quando c’era. Ma noi lo abbiamo usato male, abbiamo fatto scoppiare la Terza Guerra Mondiale e così ce lo hanno tolto. Ce lo spiega la store manager del negozio che vende gli Amici Artificiali, un grande magazzino molto poco hi-tech, che vende anche dei modelli superati. Li mette in saldo, li mette in vetrina perché qualcuno li scelga. Tra loro c’è Klara. Una mattina, una ragazza, Josie (Mia Tharia), passa davanti alla vetrina e capisce che ha qualcosa di speciale. E la sceglie.
Inizia così questa bellissima storia, un doppio romanzo di formazione. Perché, stando vicine, sia Joyce che Klara crescono. Klara non è un robot connesso, non ha una memoria preesistente. Lei, e quelli come lei, sono come dei bambini: imparano man mano, vivendo e crescendo. Sono fatti per assecondare il loro amico reale, per cui non hanno una vera capacità di scegliere, di distinguere tra bene e male. Klara imparerà molto da Joyce. E anche Joyce che, scopriremo, ha grandi doti ma anche grandi problemi, avrà molto da imparare da Klara.
Un po’ manichini, un po’ Barbie a grandezza naturale, gli Amici Artificiali sono molto diversi dai robot che abbiamo visto finora al cinema. Non hanno la freddezza e il carattere, e neanche la forza e la pericolosità dei replicanti di Blade Runner, non hanno la perfezione e l’intelligenza degli automi di Westworld, la loro bellezza. Sono forse più vicini a David, il mecha di A.I. – Intelligenza Artificiale di Spielberg, più che altro per la loro funzione. Ma gli Amici Artificiali hanno coscienza del loro stato, del loro scopo. E anche del loro essere incompleti, imperfetti, limitati a un compito definito e preciso.
In comune con molte delle creature di cui abbiamo parlato hanno quell’umanità che finisce per essere realmente tale, in confronto agli umani, sempre meno umani presi da passioni, dolori, calcoli, ripicche, invidie. L’amore incondizionato, la fedeltà, la devozione di Klara a Joyce è qualcosa di davvero commovente. In un mondo individualista ed egoista come quello di oggi, vedere una persona dedicarsi totalmente all’altro è qualcosa di rivoluzionario, un atto potentissimo. Così come, in un mondo secolarizzato in cui la fede vacilla, è incredibile vedere qualcuno che crede ciecamente in qualcosa di trascendente e superiore. Klara parla con il sole, lo prega e crede che le sue preghiere possano avverarsi. È una metafora del nostro rapporto con Dio, quello che avevamo e forse non abbiamo più, presi come siamo dal mondo.
Jenna Ortega qui è bravissima ad uscire dai ruoli iconici per cui è diventata famosa, la Mercoledì Addams della serie a lei dedicata e la protagonista di Scream, e a disegnare un ritratto perfetto di Klara, Amica Artificiale. Gioca molto sul volto, dove le sue lentiggini rimangono al loro posto, ma gli occhi sono sempre spalancati, pieni allo stesso tempo di stupore e gratitudine. Ha un sorriso stampato sul volto, innaturale come deve esserlo quello di un essere che è artificiale, ma che man mano che la storia procede diventa sempre più naturale ed empatico. Gioca anche con il corpo, con movimenti a scatti, meccanici. Ed è bravissima a ricreare il ritratto di un essere artificiale, ma, a su modo, umano. Il film è tratto dalla penna di Kazuo Ishiguro, che aveva già trattato un tema simile nel bellissimo romanzo Non lasciarmi (anch’esso diventato un ottimo film), di cui questa storia è la naturale evoluzione. Stessi temi e stessa riflessione, ma legata a un’altra fascia d’età, l’adolescenza. Teen drama per taglio e personaggi, Klara e il sole è in realtà un film molto adulto. Parlando ai ragazzi, tocca temi come l’amicizia e la crescita, ma anche l’accettazione di sé, la malattia e la morte. È un film che possono, e devono vedere tutti.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Ragione e sentimento: le grandi storie non muoiono mai. Daisy Edgar-Jones e Ceara Coveney sono le prossime star
Published
2 giorni agoon
20 Ottobre 2026
Ormai lo avrete capito. Alcuni dei più grandi sceneggiatori del mondo del cinema arrivano da molto, molto lontano nel tempo. Uno di questi da migliaia di anni, e lo abbiamo visto questa estate: è Omero. Un altro sceneggiatore perfetto per decine e decine di film ha qualcosa come quattro secoli, ed è un certo William Shakespeare. E poi c’è un’autrice di duecento anni fa, una signora, Jane Austen. I suoi romanzi non finiscono mai di essere adattati. Ogni generazione ha il suo film. Per restare agli ultimi trent’anni, c’è stato l’adattamento di Ragione e sentimento del 1995 di Ang Lee con Emma Thompson e una giovane Kate Winslet. C’è stato Emma del 1996 con Gwyneth Paltrow e quello de 2020 con Anya Taylor Joy. C’è stato il famoso adattamento di Orgoglio e pregiudizio della BBC del 1995, con Colin Firth nei panni di Darcy, diventato ispirazione per Il diario di Bridget Jones. E c’è stato l’Orgoglio e pregiudizio del 2005, che aveva lanciato la stella di Keira Knightley nel firmamento delle star e Joe Wright come talento della regia. Ma sono solo alcuni esempi. Sembra che ogni adattamento da Jane Austen sia una sorta di battesimo, un rito d’iniziazione per lanciare una nuova stella. E qui c’è Daisy Edgar-Jones, la nuova attrice inglese in rampa di lancio, già vista nella serie Normal People e già chiamata da Hollywood per Twisters. Nel nuovo Ragione e sentimento, diretto da Georgia Oakley, al cinema dal 22 ottobre, recita nel ruolo di Elinore Dashwood, la sorella più grande, il ruolo che nel 1995 era stato di Emma Thompson. Ragione e sentimento (Sense and sensibility) arriva al cinema proprio nell’anno in cui un altro grande classico della letteratura al femminile è stato adattato per il grande schermo, quel Cime tempestose di Emily Bronte, riscritto completamente da Emerald Fennell. Ragione e sentimento non segue quell’esempio e rimane sulla tradizione. È un adattamento filologico e fedele. Anche se nelle interpretazioni si può ritrovare qualche novità.
Ragione e sentimento è la storia delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood che, insieme alla madre e alla sorella minore Margaret, si ritrovano improvvisamente in ristrettezze economiche dopo la morte del padre, la cui eredità passa interamente al fratellastro John a causa delle leggi dell’epoca. Sfrattate dalla loro casa di famiglia nel Sussex, la madre e le sorelle Dashwood si trasferiscono in un modesto cottage nel Devonshire. Qui, con vista su Londra, le due sorelle maggiori dovranno navigare tra le rigide convenzioni sociali e i dolori dei loro rispettivi e tormentati primi amori, incarnati dalle figure di Edward Ferrars, John Willoughby e del colonnello Brandon.
L’idea dell’amore e del matrimonio di Jane Austen era questa. Un’unione che nasce da un sentimento lasciato decantare e da una conoscenza profonda dei rispettivi interessi e compatibilità ha più ragione d’essere rispetto a un cosiddetto colpo di fulmine, a un amore basato solo sulla passione e sull’istinto. Le sue storie ci dicono sempre questo. Non sempre, anzi quasi mai, quello che a prima vista sembrava amore lo è davvero. Per questo i personaggi che si gettano a capofitto in una storia, di solito, ne escono con le ossa rotte. Anche se hanno la possibilità di rifarsi con un amore più “ragionato”.
E così le due visioni dell’amore di Jane Austen sono affidate a due personaggi vicini e allo stesso tempo lontani. Le due protagoniste sono due sorelle, ma sono profondamente diverse per temperamento. Elinor è guidata dalla prudenza e dal controllo delle emozioni: è lei “sense”, la ragione. Marianne dall’impulso e dalla passione romantica: è appunto “sensibility”, il sentimento. Per Marianne l’amore deve essere “senza freni, senza inibizioni”. Per Elinor è contegno, riflessione, attesa.
Le due eroine letterarie vivono in due volti attualissimi eppure perfetti per incarnare personaggi d’altri tempi. Daisy Edgar-Jones è credibile sia nei panni di una ragazza irlandese dei nostri giorni come nella bellissima serie Normal People che nel ruolo di una ragazza inglese dell’Ottocento. Il suo volto è bellissimo, ma è al tempo stesso semplice, neutro. È una tela su cui puoi dipingere qualsiasi quadro. Gli occhi bistrati di Normal People come il volto al naturale di Elinor. I profondi occhi neri sono gli stessi, così come il volto fiero, il mento con la fossetta e quel modo unico di muovere la bocca, piccola e perfetta. Ma se Daisy Edgar Jones è già una star, presto lo diventerà anche Ceara Coveney, che interpreta a sorella Marianne. Volto da bambina, carnagione chiara, tratti delicati e occhi blu ghiaccio, ma ribollenti di passione. Ne sentiremo ancora parlare. La sua Marianne è straordinaria.
Ragione e sentimento, allora, è un classico della letteratura trattato come si è soliti trattare un romanzo di questo tipo, senza il bisogno di riscriverlo, come ha voluto fare Emerald Fennel con Cime tempestose. Alla regia c’è anche qui una donna, Georgia Oakley, ma le sue scelte sono agli antipodi della regista di Promising Young Woman. La sua messa in scena è tradizionale, con l’uso più possibile di luci naturali. La regista punta sui corpi delle giovani donne, guardandoli da un punto di vista femminile, con pudore e mai con voyeurismo. Riprende le ragazze in simbiosi con la natura, in modo da far sentire il loro legame con la terra in cui sono cresciute. Si sente che le considera spiriti affini, si identifica in loro, non le guarda dall’alto e non le giudica, ma si mette invece in mezzo a loro, sul loro stesso piano. Giudica gli uomini, certo, ma non in chiave di scontro, quanto del normale gioco delle parti che erano le relazioni dell’epoca, influenzate dalle leggi e dal retaggio. Quanto alle attrici protagoniste, pur in una messinscena classica e rispettosa, chiede loro di tirare fuori di più sensazioni e sentimenti, chiede loro interpretazioni più viscerali di quelle che siamo abituati ad associare agli adattamenti da Jane Austen.
Ragione e sentimento è la prova che le grandi storie non muoiono mai. Che non ci si stanca mai di vederle. Ma c’è una cosa da dire su questa nuova versione di Ragione e sentimento. L’importanza di questo film sta nel vedere, oggi, un personaggio come Elinore Dashwood, un personaggio che non vuole causare l’infelicità di un’altra persona per raggiungere la propria felicità. Vedere oggi Elinore vuol dire vedere una vera eroina, che si staglia sul mondo di oggi che è tutto individualità ed egoismo. Se una storia come questa è così forte è anche merito di questo personaggio.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- 4258_D002_00611_R Bodhi Rae Breathnach stars as Margaret Dashwood, Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood and George MacKay as Edward Ferrars in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- 4258_D005_00597_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood and George MacKay as Edward Ferrars in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- 4258_D010_00449_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- 4258_D016_00074_R Herbert Nordrum stars as Colonel Brandon in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00012_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood, Esmé Creed-Miles as Marianne Dashwood, Bodhi Rae Breathnach as Margaret Dashwood and Caitríona as Mrs. Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00050_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood and Esmé Creed-Miles as Marianne Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00139_R Esmé Creed-Miles stars as Marianne Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00191_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood and George MacKay as Edward Ferrars in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00497_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00497_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00027_R Bodhi Rae Breathnach stars as Margaret Dashwood and Caitríona Balfe as Mrs. Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00111_R Caitríona Balfe stars as Mrs. Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00124_R Esmé Creed-Miles stars as Marianne Dashwood and Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00124_R Esmé Creed-Miles stars as Marianne Dashwood and Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00172_R George MacKay stars as Edward Ferrars and Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00172_R George MacKay stars as Edward Ferrars and Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00247 Frank Dillane stars as Willoughby in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00312_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood and Esmé Creed-Miles as Marianne Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa
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3 settimane agoon
2 Ottobre 2026
È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per girare Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio. Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), è irriconoscibile, o quasi, per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. Digger è un film che non vi resterà dentro solo per l’interpretazione di Cruise. Non vi lascerà mai più, dopo la visione, perché è un’accusa, a tutti quanti, anche a noi che guardiamo, per tutto quello che riguarda l’ambiente e il cambiamento climatico.
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un miliardario americano a capo di un impero petrolifero. Un mattino gli arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa, creare uno tsunami e inondare la Gran Bretagna e la Norvegia. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.
È una storia che si svolge in America, che ritrae gli USA di oggi in modo caustico e spietato come solo chi non è americano forse oggi potrebbe fare. Da messicano, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA per la questione dei muri e dell’immigrazione, Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che viene a dire a noi “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo”. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto dei desideri di Trump.
Ma, attenzione, il j’accuse di Iñárritu non è rivolto solo all’America ma a tutti noi. Quando Digger parla davanti ai politici europei in realtà sta parlando a ogni singolo abitante del mondo. E ci mette davanti a una realtà inconfutabile e disarmante. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni. Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Sta parlando a noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server.
Come Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica, anche in Digger il tema dell’ambiente viene raccontato con toni non seri, ma solo apparentemente. Digger è satirico, grottesco, farsesco, ma durissimo. Continuiamo così, facciamoci del male, come diceva un famoso film. La crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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