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Walter Farnetti, l’amore al gusto di gin tonic

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Pasticcini, notti d’estate e sentimenti contraddittori in Wonderful Pasticcino

Storico dell’arte, bidello e osservatore appassionato delle contraddizioni umane, Walter Farnetti esordisce con un romance folle, brillante e popolato da personaggi che non sanno stare fermi dentro una definizione.

Basta uno sguardo sul bordo di una piscina per mettere in moto Wonderful Pasticcino, il romanzo d’esordio di Walter Farnetti, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER. A incrociarlo sono Elena, frizzante, paranoica e incline alle cotte fulminanti, e Luca, placido, bellissimo, enigmatico. Entrambi lavorano per la Miliardaria, una tiranna che impartisce ordini in un idioma fatto di inglese, italiano e perfidia.

Da quell’incontro nasce una tempestosa ricerca per ritrovarsi: una caccia al tesoro sentimentale che trascina amici, parenti, colleghi e passanti in un vortice di disavventure, eccessi e ripensamenti. Pasticcini, cocktail, spiagge e selvagge notti d’estate compongono una commedia romantica in cui perfino gli oggetti possono dire la loro.

La sua biografia d’autore sembra già una dichiarazione di poetica: capelli lunghi, una laurea in Storia dell’Arte, il lavoro di bidello, passioni che vanno dall’architettura alla teologia, dai sentimenti contraddittori alle cantanti da ballo di Chianciano Terme. È da questo sguardo colto, ironico e felicemente laterale che nasce un romance capace di prendere sul serio l’amore senza rinunciare al gusto dell’assurdo.

L’intervista

  1. La tua biografia è già un piccolo racconto surreale, tra Storia dell’Arte, teologia, cantanti da ballo di Chianciano e Monica Bellucci che scende da una barca. Quanto di questo sguardo ironico e laterale è entrato in Wonderful Pasticcino?

Nella mia vita, ancora, e ancora mio malgrado, continuano ad assumere un’importanza struggente cose che non contano nulla. Sono un grande spettatore di minuzie, tic, tutte le frattaglie dell’esistenza. Ho uno sguardo innamorato verso gli occhi, le rughe, le mani, il modo in cui la commessa srotola lo scontrino alla cassa (di recente, a Ladispoli, una lo ha fatto con tanta rabbia e confusione che Paolo Crepet potrebbe scriverci il prossimo saggio). Direi che questo sguardo laterale (depurato dai ricordi del catechismo, mediato dalla fede in Sergio Mattarella, comunque pre-filtrato dal mio avvocato) è stato il motore del libro.

  1. Wonderful Pasticcino è il tuo romanzo d’esordio: qual è stata la prima immagine, frase o ossessione da cui è cominciata la storia?

Ragionavo da tempo sull’immagine di una piscina all’aperto; lo strano silenzio e lo strano vocio delle piscine d’estate. L’acqua che è calda, una foglia, un moscerino; macchie di crema solare, riviste aperte a metà. Quell’incomprensibile grumo di desiderio, accidia. Avere voglia di cambiare il mondo e decidere in ultimo che il modo migliore per farlo sia restarsi a piastrare sulla sdraio.

  1. Tutto nasce da uno scambio di sguardi sul bordo di una piscina. In un tempo di chat, profili e relazioni filtrate dagli schermi, che cosa ti affascina ancora del colpo di fulmine?

Il colpo di fulmine è un atto di coraggio, di spregiudicatezza, di prepotenza; un vero gesto punk, pura voglia di vivere e eterna gioia di fare polemica. Chat, foto, filmati impongono mediazioni, differite. Lontananze. L’uomo spregiudicato di fronte a tutto alza il mento e dice: “Ah, sì? E allora mi innamoro!”.

  1. Elena è frizzante e paranoica, Luca placido ed enigmatico: li hai costruiti come opposti destinati a completarsi o come due modi diversi di complicarsi la vita?

Secondo me tutti i nostri atteggiamenti, gioia e mistero, frizzantezza e malinconia, non fanno altro che rimandare l’incontro con se stessi, mascherare lo stralunato, abissale vuoto dell’uomo di fronte alla propria finitudine. Ma, con la proverbiale bonomia di quando d’estate mi si schiariscono i capelli, diciamo pure che sono opposti che si attraggono.

  1. La Miliardaria parla una lingua inventata, fatta di inglese, italiano e perfidia. Come è nato questo personaggio e che rapporto c’è, nel romanzo, tra linguaggio e potere?

C’è stato un periodo in cui ascoltavo molte interviste a Raz Degan; una volta ho incontrato Corinne Clèry in un ristorante. Lavoro coi bambini, talvolta mi impigrisco e non finisco le frasi. Uso il traduttore di Google, mi piace Giusy Ferreri, c’è un ristorante giapponese a Viterbo in cui la proprietaria cinese parla umbro. Direi che in me si è sviluppata un’attrazione per le lingue irreali, che, violando le leggi, finiscono per diventare più personali, coinvolgenti.  Il personaggio della Miliardaria è nato pensando che in ognuno di noi ci sia una Miliardaria, che vuole tutto, e vuole piangere di tutto, e vorrebbe poter comprare tutto. E quella Miliardaria in noi esprime il suo potere esattamente così: come un bambino, come uno scemotto, come Raz Degan.

  1. Nella storia tutti contribuiscono al racconto, persone e perfino oggetti. La tua formazione in Storia dell’Arte e l’interesse per l’architettura ti hanno insegnato a guardare gli spazi e le cose come presenze narrative?

Ho un grande amore per gli oggetti: li contemplo, li analizzo, spessissimo li rompo. Rompo molte tazze, molti bicchieri, tutte le chiusure lampo. Credo mi piaccia segretamente scoprirne l’origine, il principio nascosto. Quando la regina Elisabetta indossava un gioiello, era così importante; quando Franco il netturbino carica il camion, niente vale niente, le cose sono solo cose. E tutte le cose della nostra vita sono così: importantissime, e non contano niente.

  1. La ricerca di Elena e Luca attraversa pasticcini, cocktail, spiagge, eccessi e passi indietro. Quanto era importante che l’estate non fosse soltanto uno sfondo, ma una vera temperatura emotiva del romanzo?

Volevo che l’estate fosse proprio l’orizzonte, l’atteggiamento. D’estate facciamo – ci concediamo, osiamo – ciò che in ogni altra stagione sarebbe inopportuno, impensabile. E’ la ragione per cui a Ferragosto anche la severissima impiegata della Asl balla la pizzica.  Il regalo che ci fa l’estate è sperimentarci: provare vite che ci illudiamo di proseguire, immaginarci in luoghi lontani, cambiare volto, cambiare asciugamano. Fare acquagym. I personaggi che sbocciano d’estate possono permettersi tutto.

  1. Il pasticcino del titolo è una promessa di dolcezza, ma la storia è anche magnifica, tormentata e innaffiata di gin tonic. Come hai scelto il titolo e quale sapore volevi lasciasse al lettore?

C’è stato un giorno a Venezia in cui passeggiavo con mia moglie accanto a una barca, poi un leone di pietra, poi un ponte, un altro ponte. “Voglio un titolo assurdo, dolce, sprezzante: Beautiful bocconcino… Italian boy-smack”.  Volevo insomma che fosse divertente, ma avesse anche dei significati.

  1. Il romanzo gioca con i codici del romance e conserva un tono comico, quasi irriverente. Come si fa a prendere sul serio i sentimenti senza diventare solenni e a farne sorridere senza scivolare nel cinismo?

Tratto i sentimenti come gli oggetti. I sentimenti sono sempre – e sempre insieme – la corona della Regina Elisabetta e i soprammobili buttati via da Franco il netturbino: contano tantissimo, e niente.

  1. Dopo questo esordio, che cosa speri trovi il lettore in Wonderful Pasticcino e quale contraddizione, sentimentale o letteraria, vorresti esplorare nel prossimo libro?

Spero che il lettore abbia una parentesi di spensieratezza, quel genere di spensieratezza che ti fa venire voglia di buttare via una bomboniera o di laurearti da vecchio. Quanto al futuro, sto studiando la complicata interrelazione tra innamoramento e prove allergiche. Cioè: si può comunque essere seduttivi se si è allergici al lattosio?

di Redazione

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Il Circo Nero festeggia i suoi 20 anni con un nuovo straordinario party che durera’ tutto l’anno 2027

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I 20 anni di magia del Circo Nero di Leandro Bisenzi ci sono raccontati da Leandro Bisenzi Ceo del Circo Nero durante il suo Tour in Italia per ricevere un importante riconoscimento, il Premio per la migliore agenzia di spettacolo in Italia, il DANCE MUSIC AWARDS a Milano  e,   prima di lasciare il nostro Paese,  ci facciamo raccontare la storia del suo spettacolo e i tanti accadimenti dei 20 anni di vita, le centinaia di talenti che ha incontrato e lanciato, la storia di come nasce il compleanno di questo fantastico progetto che ha incantato il mondo.

Quando nasce Il Circo Nero?

Inizio a operare nel mondo della notte, sia a livello nazionale che internazionale, nei magnifici anni ’90, come proprietario e Direttore Artistico di vari club, dal 1997 al 2007 ho condotto il “Tenax” di Firenze, locale fra i primi 10 al mondo grazie a spettacoli live unici in Italia con artisti del calibro di “Daft Punk” e “Chemical Brothers”

Anni d’oro durante i quali  hai lanciato talenti che sono diventati delle vere Star

Ho avuto il piacere di lanciare talenti e di “giocare” con

CARL COX, ROGER SANCHEZ, DANNY TENAGLIA, ARMIN VAN BUUREN, PAUL KALKBRENNER, JEFF MILLS, TIESTO, AXWELL, DAVID MANCUSO, LITTLE LOUI VEGA, MARTIN SOLVEIG, RICHIE HAWTIN, BOB SINCLAR, CHRIS LIEBING e molti altri, oltre a organizzare concerti ed eventi indimenticabili tra cui

ROBBIE WILLIAMS, RADIOHEAD, BLUR, BEN HARPER, GALLIANO, IRON MAIDEN, MANO NEGRA, GARY BARLOW,THE CURE, MORCHEEBA,etc etc

I tuoi eventi sono importanti ma quello che ricordi con più affetto, soddisfazione?

Portai per la prima volta in Italia “Mano Negra” e “Ramones”,   con i soci de “Le Nozze di Figaro” e ho organizzato il Beach Party più grande della penisola alle Spiagge Bianche di Vada con oltre 90mila persone nelle due edizioni del 2011 e 2012, ero più giovane e direi che questo evento mi è rimasto nel cuore.

Sono  conosciuto nel mondo della notte anche per le  “provocazioni” e sono ideatore di format di successo quali “La Guapa”, “Circo Nero” e molti altri esportati con successo in tour in Italia e all’estero, dove sto gettando le basi di nuove avventure in Asia.

Nel mio girovagare per il mondo ho scritto un libro che parla dei miei viaggi e delle mie notti: è proprio uno STRANOMONDO, come il titolo,  sempre in mano il trolley e parto…il mio  viaggio tra Thailandia , Cambogia, il Tenax e il Circo Nero” – Editore Apice Libri

Circo Nero & Stranomondo

Raccontami la storia del Circo Nero

Il Circo Nero nasce a Firenze nel 2006 dall’amore per il magico e struggente mondo del circo che conquista tutti sin da piccoli, ricordiamoci erano gli anni che ancora non c’era la televisione in tutte le case, come ora, e quando arrivava il circo a Firenze con il suo tendone e i personaggi strampalati in una città piena di neve e di freddo,  portava curiosità e calore e strappando sorrisi a grandi e piccini.

Nell’ideare Il CIRCO NERO, sono stato ispirato dal Film “Freaks” (di Todd Browning, 1932) che porta in scena la diversità come forma d’arte.

E’ nato da una vera e propria folgorazione per il film “Freaks” che è un inno alla tolleranza, ambientato nell’America della crisi dove i “diversi”, appunto i Freaks, venivano esposti e derisi per le loro fisiche “mostruosità”

Il Circo Nero fa della tolleranza e dell’allegria il suo mood  rivisitando il mondo del circo in chiave elegante,  dandogli anche un tocco di stile, in quanto ogni  personaggio ha sempre vestito con outfit affascinati, preziosi, artisti che vanno in scena con abiti creati da stilisti emergenti fiorentini e non, diciamo che è un insieme di abiti dai colori spudorati, sgargianti, sete, piume, una personalizzazione che lo ha distinto negli anni, e non poteva essere altrimenti in quanto è nato  in una città come Firenze che è sempre stata, anche storicamente,  il polo della moda, dello stile e della creatività riconosciuta a livello mondiale.

 Chi ricordi?

Negli anni abbiamo “fatto circo” con

Personaggi di tutto il mondo come DAVID GUETTA, PAUL KALKBRENNER, TIËSTO, ARMIN VAN BUUREN, AXWELL SEBASTIAN INGROSSO, MARTIN GARRIX, PETE TONG, LOUIE VEGA, JEFF MILLS, TIEFSCHWARZ, SKIN, BOB SINCLAR, STEVE AOKI e molti altri …siamo stati applauditi in centinaia di posti, paesi lontani, in giro per il mondo, luoghi meravigliosi animati dalla gioia di vivere e che mi piace ricordare:

L’Amnesia, Ibiza (Spagna), Pacha, Miami (USA), Habana, Cuba, Stadio Olimpico Roma w/ Tiësto, Sebastian Ingrosso, Nicky Romero , Pineta, Formentera (Spagna),  Illuzion, Phuket (Thailandia, Music On The Rocks – Positano, Mates Festival, Napoli w/ Martin Garrix e Daddy’s Groove, Icon Club, Mosca (Russia) w/ Amanda Lepore,  Cromie Disco, Puglia, Praja, Gallipoli, Scandal, Zurigo (Svizzera), Bono Beach Club, Odessa (Ucraina),  Cave, Gallipoli , Supersonic Festival, Roma w/ Louie Vega & Jeff Mills, Rainbow Magicland, Roma w/ Bob Sinclar Soho Rooms, Mosca (Russia)Samsara, Gallipoli Bamboo, Miami (USA)

Berlin Fashion Week (Germania), Famous Club, Kiev (Ucraina, Café de Paris, Londra (UK), Festival, Phuket (Thailandia), Shôko Club, Barcellona (Spagna), Festival Internazionale del Cinema di Venezia, Festival Internazionale del Cinema di Roma, agli Internazionali di Tennis a  Roma, Telethon Rai 1, Cittadella del Carnevale di Viareggio, Paul Kalkbrenner & David Guetta e molti altri appuntamenti importanti nel mondo …

Personaggi circensi, un collettivo di maschere, contorsionisti, funamboli e maghi, illusionisti, trucchi, gag, la donna cannone, clown e giocolieri, ma Persone, che, dietro le maschere che   indossano, celano il complesso conflitto tra l’io interiore e le aspettative della società per accettare il viaggio dentro noi stessi, primi attori di un format dove il diverso, il folle, l’irriverente, il solitario e un serie di personaggi e voci, ci permettono di esistere nell’intersezione che c’è fra esse.

Finisce lo spettacolo, si spengono le luci, ci allontaniamo con gli occhi pieni dei sogni che Leandro Bisenzi ci regala mentre proviamo a capire e a comprendere le relazioni che intercorrono tra questi personaggi fantastici,  interiori, ed è il modo migliore che abbiamo per scoprire davvero i nostri confini.

Writer: Cristina Vannuzzi

https://www.circonero.it

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Quando il mondo ballava: LIFE racconta un secolo di musica, libertà e rivoluzioni

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Dalle eleganti coreografie di Fred Astaire al ritmo travolgente del Lindy Hop, dal mambo alle discoteche degli anni Sessanta: il volume LIFE – Let’s Dance! edito da TASCHEN trasforma la fotografia in una macchina del tempo, restituendoci il ritratto di un mondo che, ballando, cambiava pelle.

Ci sono fotografie capaci di fermare un istante. E poi ci sono quelle che riescono a farci sentire la musica, anche quando intorno regna il silenzio. Una gamba sollevata a mezz’aria, un abito che si apre durante una giravolta, due corpi che si cercano sulla pista, una folla che si lascia trascinare dal ritmo. In quelle immagini c’è molto più della danza: c’è la vita, con le sue aspirazioni, le sue contraddizioni e il desiderio, sempre attuale, di sentirsi liberi.

È da questa intuizione che prende forma LIFE – Let’s Dance!, il volume pubblicato da TASCHEN e curato da Reuel Golden, con un saggio e le didascalie di Lyndsey Winship. Una raccolta di fotografie tratte dagli archivi della celebre rivista americana LIFE, che attraversa il periodo compreso tra il 1936 e il 1972, restituendo alla danza la sua dimensione più autentica: quella di un linguaggio universale capace di raccontare le trasformazioni della società meglio di molte parole.

Il corpo come fotografia del Novecento

Quando LIFE nacque, nel 1936, la sua ambizione era raccontare il mondo attraverso la forza delle immagini. La danza offriva ai fotografi una sfida straordinaria: catturare qualcosa che, per natura, esiste soltanto nel movimento. Il risultato è una galleria di istanti sospesi, in cui la tecnica fotografica incontra l’energia fisica e l’emozione.

Il volume ci conduce dalle linee rigorose del balletto alla leggerezza sofisticata di Fred Astaire, dalla potenza atletica di Gene Kelly alle sperimentazioni della danza moderna di Martha Graham. Accanto ai grandi protagonisti dello spettacolo, compaiono ballerini in sala prove, aspiranti performer, coppie comuni e giovani che trasformano una pista da ballo in uno spazio di scoperta.

Tra le immagini più sorprendenti ci sono quelle realizzate da Gjon Mili, fotografo capace di sperimentare con il flash stroboscopico per scomporre il movimento in una successione di istanti. Il corpo di un ballerino sembra moltiplicarsi nello spazio, mentre un salto diventa una scultura temporanea, sospesa tra forza e leggerezza. La fotografia non si limita a documentare la danza: ne rivela ciò che l’occhio, da solo, faticherebbe a cogliere.

Dal Lindy Hop al mambo: quando ballare significava cambiare le regole

La storia della danza è anche una storia di contaminazioni culturali, di confini attraversati e di linguaggi che si trasformano. Le fotografie di LIFE – Let’s Dance! raccontano con particolare intensità il ruolo delle comunità afroamericane nella nascita e nella diffusione di nuovi stili, dal Lindy Hop al jazz, fino alle evoluzioni della musica funk.

Nato ad Harlem alla fine degli anni Venti, il Lindy Hop conquista le piste con i suoi salti, le improvvisazioni e un’energia che rompe gli schemi della danza di coppia tradizionale. Nel 1943, LIFE gli dedica un importante servizio fotografico, contribuendo a documentare un fenomeno destinato a superare i confini degli Stati Uniti.

Le immagini di Leon James e Willa Mae Ricker, immortalati mentre sembrano volare sopra il pavimento, sono tra le più emblematiche della raccolta. Il loro movimento esprime una libertà fisica e creativa che non si lascia contenere dalle convenzioni.

Negli anni Cinquanta, intanto, il mambo invade le sale da ballo americane. Al Palladium Ballroom di New York, sulle musiche di Pérez Prado e Tito Puente, la pista diventa un vortice di corpi, improvvisazioni e sensualità. Tango, rumba e danze latinoamericane entrano nell’immaginario popolare, attraversando classi sociali e geografie, pur venendo spesso adattate ai gusti e alle convenzioni del pubblico dominante.

È una storia di scambi culturali, ma anche di contraddizioni: le stesse immagini che celebrano l’energia di questi balli documentano le disuguaglianze razziali dell’America del tempo. La fotografia diventa così una testimonianza preziosa non soltanto di ciò che accadeva sulle piste, ma anche di ciò che avveniva fuori.

Hollywood, il glamour e la disciplina del gesto

La danza è anche spettacolo, costruzione dell’immagine, ricerca della perfezione. E Hollywood ne ha fatto uno dei suoi strumenti più potenti.

Fred Astaire incarna un’eleganza apparentemente spontanea, frutto in realtà di prove minuziose e di una disciplina rigorosa. Gene Kelly rappresenta invece una fisicità magnetica, atletica, capace di trasformare ogni gesto in un’esplosione di energia. Due modi diversi di abitare lo spazio, entrambi destinati a lasciare un segno nell’immaginario collettivo.

Il volume restituisce anche il fascino dei grandi spettacoli, delle showgirl, delle coreografie sincronizzate e delle scenografie monumentali. Dai palcoscenici ai set cinematografici, la danza diventa una promessa di evasione, un universo di bellezza e di movimento nel quale il pubblico può riconoscersi oppure sognare un’altra vita.

Ma dietro la leggerezza del risultato c’è sempre un lavoro invisibile: il corpo allenato, la ripetizione, la fatica, la ricerca di un equilibrio tra controllo e abbandono. La fotografia riesce a raccontare entrambi i lati, quello scintillante dello spettacolo e quello più intimo della preparazione.

La rivoluzione della pista: gli anni Sessanta

Con l’arrivo degli anni Sessanta cambia tutto. La musica accelera, i giovani conquistano uno spazio sociale sempre più autonomo e la danza si allontana progressivamente dalle regole codificate del ballo di coppia.

Il Twist permette di ballare senza necessariamente toccarsi. Il rock’n’roll invita a seguire il proprio ritmo. Nelle discoteche, tra luci psichedeliche, schermi e abiti eccentrici, la pista diventa il luogo di una nuova libertà individuale.

Nel 1966, LIFE racconta l’esplosione dei club newyorkesi, dove migliaia di persone si ritrovano in ambienti immersivi, rumorosi e affollati, per ballare fino a perdere la percezione del tempo. Pochi anni dopo, le immagini della cultura giovanile e dell’universo hippie restituiscono un altro modo di vivere il corpo: meno disciplinato, più istintivo, libero di seguire una musica interiore.

È una trasformazione che va oltre i passi. Cambiano i rapporti tra uomini e donne, si ridefiniscono le convenzioni sociali, si afferma una generazione che vuole scegliere come vestirsi, muoversi e stare al mondo. La danza diventa una dichiarazione d’identità.

Dalla pista alla vita quotidiana

Uno dei meriti più interessanti di questa raccolta è non fermarsi ai grandi nomi e ai palcoscenici prestigiosi. Accanto al balletto classico e alle star del cinema, LIFE – Let’s Dance! apre finestre su tradizioni lontane: il flamenco in Andalusia, le danze popolari ucraine, i rituali delle comunità africane, i balli delle donne Banjara in India, le tradizioni giapponesi e le espressioni coreutiche di diverse parti del mondo.

Ogni immagine porta con sé un contesto, una storia, una funzione sociale. Si balla per celebrare, per corteggiare, per custodire una tradizione, per esprimere appartenenza o per incontrare culture diverse. In alcuni casi la danza è anche lavoro, come accade nei concorsi di resistenza degli anni della Grande Depressione, quando coppie esauste continuavano a muoversi per giorni nella speranza di vincere un premio in denaro.

Questa varietà ricorda che la danza non appartiene soltanto ai teatri e agli artisti professionisti. Appartiene ai bambini, agli innamorati, agli amici, agli anziani, a chiunque abbia trovato nella musica un modo per esprimere qualcosa che le parole non riescono a contenere.

Un libro da guardare, ma soprattutto da sentire

Sfogliare LIFE – Let’s Dance! significa attraversare quasi quattro decenni di storia attraverso una prospettiva insolita. Non quella dei grandi eventi politici o delle date che scandiscono i manuali, ma quella dei corpi, degli abiti, degli sguardi e dei gesti che raccontano come le persone vivevano il proprio tempo.

Le fotografie hanno il fascino delle immagini d’archivio, ma non restituiscono un passato immobile. Al contrario, mostrano una società in continuo movimento, nella quale ogni nuova musica porta con sé un modo diverso di stare insieme. La tecnica fotografica trattiene l’istante, mentre l’energia dei ballerini sembra continuare oltre i bordi della pagina.

Ed è forse proprio questa la qualità più bella del volume: ricordarci che la danza non è mai soltanto una questione di passi. È un modo di abitare il corpo, di incontrare gli altri, di attraversare i cambiamenti e, qualche volta, di anticiparli.

Perché le mode passano, le musiche cambiano e le piste si svuotano. Ma il bisogno di muoversi, di lasciarsi andare e di trovare un ritmo comune continua a parlarci, da una generazione all’altra.

E se una fotografia può fermare un ballerino a mezz’aria, queste immagini riescono a fare qualcosa di ancora più straordinario: rimettere in movimento un intero pezzo di mondo.

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4 motivi per cui l’amicizia è la prima palestra del dating secondo gli esperti di hinge

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6 utenti su 10 sostengono che le amicizie solide aiutano a essere più consapevoli a  livello emotivo

L’amore richiede pratica, e le amicizie sono il luogo in cui iniziamo il nostro training. Secondo i dati di uno studio condotto da Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, le persone che hanno amicizie solide riferiscono benefici concreti nel modo in cui vivono la ricerca di una nuova relazione: il 64% afferma infatti che queste amicizie aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo, il 56% a sentirsi più sicure e il 56% a comunicare meglio. Moe Ari Brown, Love and Connection Expert di Hinge, spiega 4 motivi per cui le amicizie rappresentano davvero una palestra per il dating e le relazioni.

Consapevolezza emotiva
Per costruire un’amicizia solida, probabilmente abbiamo già affrontato un momento difficile con un’altra persona e poi abbiamo ricostruito il rapporto. È proprio questo processo di riparazione a rendere le persone più consapevoli a livello emotivo.

 Autostima
Le persone pensano che l’autostima sia semplicemente un’energia che si possiede, ma in realtà significa avere paura di mostrarsi autenticamente e scegliere di farlo comunque. È come per uno scrittore che condivide il proprio lavoro: si inizia da un diario, poi lo si mostra a una persona di fiducia, quindi si pubblica qualcosa perché chiunque possa leggerlo, aumentando gradualmente la propria capacità di tollerare l’esposizione davanti a un pubblico. L’amicizia fa la stessa cosa: ci prepara a un momento ad alta intensità emotiva, come il mostrarsi vulnerabili in una relazione.

 Capacità comunicative
Allenare la regolazione emotiva e l’empatia sviluppa anche ottime capacità comunicative. Tenere conto dei bisogni dell’altra persona, considerando allo stesso tempo i propri, aiuta a costruire una versione più integrata di noi stessi; più ci esercitiamo a farlo, meno ci sembrerà faticoso. Una buona comunicazione inizia così a diventare il nostro modo naturale di relazionarci, invece di qualcosa che dobbiamo mettere in scena.

L’ascolto attivo, poi, significa rivolgere il corpo verso l’altra persona, mantenere il contatto visivo e restituire ciò che abbiamo ascoltato, invece di spostare la conversazione su di noi. E quando ascoltiamo ed empatizziamo davvero, anziché formulare la nostra prossima risposta, comunichiamo più chiaramente perché non reagiamo in maniera impulsiva. Esercitandoci con le nostre amicizie, questo atteggiamento diventerà naturale durante un appuntamento, facendo la differenza tra chi affronta quel momento con curiosità e chi invece interpreta un ruolo.

 Le amicizie possono essere il nostro specchio
Le amicizie ci rimandano un’immagine di come ci si sente a stare in una relazione con noi. Ci aiutano a creare ritmi e abitudini insieme a un’altra persona, a uscire dalla nostra testa e a organizzarci anche intorno agli impegni di qualcun altro: tutti aspetti che il dating e le relazioni richiedono, e a cui normalmente non pensiamo. Le amicizie possono inoltre cogliere ciò che tendiamo a minimizzare, oppure individuare uno schema comportamentale che, essendo troppo vicini alla situazione, non riusciamo a vedere. La chiave per ricevere questo tipo di riflessione sincera da una persona amica dipende dal modo in cui la chiediamo. Possiamo individuare due categorie di domande da rivolgere agli amici: domande tattiche e domande orientate alla crescita. Una domanda tattica consiste nel chiedere alla persona di confermare un’ipotesi che abbiamo già formulato: «Ho torto a provare rabbia perché l*i non si è offert* di venirmi a prendere?» In realtà non è una vera domanda: è una richiesta di approvazione e rimane confinata al rapporto tra noi e la persona amica.

Una versione orientata alla crescita elimina completamente la narrativa tra ragione e torto e pone domande come: «Aiutami a vedere questa situazione da prospettive diverse» oppure «Aiutami a fare pratica su quello che voglio dire, così posso affrontare la situazione con curiosità invece che sulla difensiva». Il test da applicare è semplice: questa domanda mi avvicina all’altra persona oppure si limita a confermare una posizione che ho già assunto?

Le persone amiche possono essere anche ottimi interlocutori con cui confrontarsi sul proprio profilo, spesso perché vedono lati di noi che non mettiamo sempre in primo piano. Per esempio, il modo in cui ci comportiamo con le persone a cui vogliamo bene o un lato giocoso che non mostriamo sempre per primo. È qui che entra in gioco la funzione Friend’s Take di Hinge, che porta il punto di vista di una persona amica all’interno del proprio profilo senza permetterle di sostituire la propria voce. È anche per questo che il 69% delle persone che frequentano app di dating** e che hanno aggiunto un Friend’s Take afferma che questa funzione ha migliorato la capacità del proprio profilo di mostrare chi sono davvero.

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