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Venezia 83, la moda va in scena sul red carpet: da Amal e George Clooney a Bianca Balti, tutti i look più belli da ricordare

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Amal e George Clooney

È finalmente arrivato settembre. E con lui, puntuale come ogni anno, anche il rito più glamour della Mostra del Cinema di Venezia 83: il red carpet. A Venezia si arriva in motoscafo, si scende in smoking e si sorride ai flash con l’aria di chi sa perfettamente che, da quel momento in poi, ogni dettaglio verrà osservato. Dall’abito ai gioielli, dalle scarpe all’acconciatura: per dieci giorni il Lido diventa il palcoscenico dove cinema e moda si incontrano, si corteggiano e, spesso, si contendono la scena.

Questa 83esima edizione parte all’insegna del glamour senza mezze misure. Smoking impeccabili e silhouette scultoree, velluto e satin, pizzo e trasparenze, cristalli e gioielli importanti: il red carpet riscopre il piacere di essere spettacolare. Ma senza tornare semplicemente al passato. Il glamour di oggi è più personale, più teatrale, a volte persino sfacciato.

Perché se Hollywood porta al Lido il suo consueto esercito di star, sono gli abiti a raccontare la storia prima ancora che inizi la proiezione. Il nero resta il grande classico, il velluto aggiunge profondità, il satin cattura la luce, il pizzo riscrive la sensualità e la sartorialità maschile si fa più morbida, libera, meno ingessata.

Il nero, naturalmente

A Venezia il nero non passa mai di moda. Cambia forma, però. Amal Clooney sceglie la via più sofisticata: un abito a colonna nero su misura di Tom Ford by Haider Ackermann. Essenziale solo in apparenza, è costruito attraverso drappeggi e spalline sottili.

Accanto a lei, George Clooney conferma la propria idea di tuxedo con uno smoking Giorgio Armani, impeccabile e senza tempo. Insieme dimostrano che il vero lusso, sul red carpet, è spesso una questione di misura.

Sul versante femminile, il nero torna anche con Matilde Gioli. L’attrice lo interpreta attraverso incroci, drappeggi e un gioco di trasparenze. Barbara Ronchi sceglie invece uno slip dress impreziosito dal pizzo.

Due declinazioni molto diverse della stessa idea: il minimalismo non è necessariamente minimal. Anche Alessandra Ambrosio punta sul total black. Il suo abito aderente ha una silhouette scolpita ed è accompagnato da una cascata di diamanti. È il linguaggio della diva hollywoodiana nella sua versione più classica: onde morbide, pelle luminosa e gioielli capaci di catturare la luce dei flash.

Il nuovo smoking maschile

Se c’è una tendenza che emerge con particolare chiarezza da questo primo capitolo veneziano è la trasformazione dello smoking. Jonathan Bailey, in Giorgio Armani, ne offre una delle interpretazioni più convincenti. Blu, volumi più morbidi e sovrapposizioni sostituiscono la rigidità del tuxedo tradizionale senza sacrificarne l’eleganza. È una sartorialità che non ha bisogno di ostentare la propria costruzione. Ancora più interessante è Nicholas Galitzine, in Emporio Armani, che arriva senza giacca e lascia alla camicia da smoking il compito di costruire il look.

La spilla Art Déco aggiunge quel dettaglio prezioso che trasforma un outfit formale in un gesto di stile. Poi c’è Jack O’Connell, che sceglie una strada completamente diversa: giacca sartoriale e lunga sciarpa con frange. Il risultato è rilassato, teatrale, quasi bohémien, ma perfettamente calibrato per il Lido. È forse questa la vera evoluzione del red carpet maschile: non più l’obbligo di essere impeccabili, ma la possibilità di essere riconoscibili.

Guy Pearce, al contrario, sceglie la tradizione. Completo sartoriale, proporzioni classiche e quella sicurezza che arriva dopo decenni davanti alle macchine fotografiche. A Venezia, anche il tempo può diventare un accessorio.

Velluto, borgogna e il ritorno della diva

Tra le immagini più sofisticate di questa apertura c’è quella di Greta Scarano, che sceglie un abito Armani in velluto color borgogna. Bustier, scollatura a cuore drappeggiata e gioielli importanti: una silhouette profondamente cinematografica, ma senza nostalgia.

È una tonalità che sembra fatta per Venezia: più sensuale del nero, più adulta del rosso, perfetta quando la luce comincia a cambiare. Dall’altra parte dello spettro cromatico arriva Eugenia Silva, con un abito bianco argentato dalla struttura quasi floreale e una corona sulla fronte. Qui il red carpet diventa apertamente couture: il corpo scompare dietro la costruzione dell’abito e la figura si trasforma in un’immagine.

Quando il red carpet diventa spettacolo

C’è poi chi decide di non passare inosservato. Bianca Balti arriva con un abito bustier rosa confetto di Ilya Migmoon, caratterizzato da coppe strutturate, drappeggi e scenografiche ali che trasformano la silhouette in quella di una statua contemporanea. È uno di quei look che funzionano perché comprendono perfettamente il linguaggio del tappeto rosso: non basta essere eleganti, bisogna creare una fotografia memorabile.

Più sensuale è Paola Turani, che punta sul color cioccolato e su una profonda scollatura a V accompagnata da uno spacco deciso. Il beauty look, lasciato volutamente naturale, evita che l’abito diventi eccessivo e lascia alla silhouette il compito di parlare.

Claire Foy, invece, sceglie il rosso assoluto. Tubino Bottega Veneta, guanti lunghi e sandali con il tacco vertiginoso: una dichiarazione cromatica netta, quasi cinematografica, completata da gioielli Swarovski ed ear cuff importanti. Il rosso non è mai una scelta timida e, sul tappeto veneziano, acquista una teatralità ancora maggiore. Foy lo interpreta con un’attitudine sofisticata ma volutamente audace, trasformando il classico abito da sera in un’immagine più contemporanea.

E se il rosso rappresenta la spettacolarità, il verde sceglie invece la strada della profondità. Nina Dobrev arriva con una creazione Armani Privé verde bosco, un bustier ricoperto di paillettes luminose e una sopragonna leggera che accompagna il movimento. È un abito che vive soprattutto sotto i flash: a ogni passo la superficie cambia, catturando la luce e restituendola in modo quasi liquido.

Il ritorno del glamour

A Venezia il glamour non è mai veramente scomparso. Semplicemente, negli ultimi anni ha imparato a essere meno rumoroso. Laura Dern ne offre una delle interpretazioni più convincenti con un abito midi in mikado Prada. La silhouette è composta, quasi bon ton, e proprio per questo sorprende in un contesto nel quale il red carpet tende spesso alla spettacolarità. Le décolleté con kitten heel e il collier di diamanti e rubini aggiungono il necessario elemento prezioso senza compromettere l’equilibrio dell’insieme. \È una forma di lusso che non chiede attenzione, ma la ottiene comunque.

Anche Maggie Gyllenhaal sceglie un’eleganza più intellettuale. Il suo abito nero Celine, con scollatura incrociata, dialoga con il collier Serpenti di Bulgari, creando una silhouette rétro ma assolutamente contemporanea. È il genere di look che non sembra costruito per i social, ma per durare nella memoria.

Il pizzo, le trasparenze, la nuova sensualità

La sensualità di questa Venezia non passa necessariamente attraverso spacchi vertiginosi o scollature profonde. Molto più spesso si nasconde nei materiali. Barbara Ronchi sceglie uno slip dress nero con inserti di pizzo, illuminato da un collier con una grande gemma verde. È una combinazione delicata e sofisticata, dove il romanticismo del pizzo viene bilanciato dalla severità del nero.

Levante, invece, porta sul tappeto rosso una versione più eterea della stessa tendenza. L’abito Giorgio Armani, decorato con motivi floreali, gioca con trasparenze e aperture che lasciano intravedere le gambe. I guanti di velo e le scarpe a punta aggiungono un elemento rétro, quasi da diva d’altri tempi.

È interessante come, in questa edizione della Mostra, la trasparenza non sembri più voler provocare. È diventata un elemento di costruzione dell’abito, una superficie attraverso cui giocare con la luce e con il movimento.

L’oro e l’animalier

Poi c’è chi sceglie di brillare senza compromessi. Kaouther Ben Hania arriva con un abito da sera color oro, prezioso e strutturato, completato da una borsa a mano coordinata. Il risultato è opulento, quasi scultoreo, e ricorda che il red carpet veneziano può ancora concedersi una dose generosa di magnificenza.

Ancora più audace Jewel, che porta l’animalier in una dimensione completamente diversa. Il suo abito fasciante, interamente ricoperto di cristalli, trasforma una stampa tradizionalmente aggressiva in qualcosa di prezioso e quasi gioiello. Il bob liscio e l’atteggiamento sicuro completano un’immagine precisa, senza elementi superflui.

Le modelle tornano protagoniste

Come da tradizione, Venezia è anche il territorio naturale delle top model. Alessandra Ambrosio interpreta il glamour attraverso un abito nero aderente, con top sagomato e una gonna caratterizzata da morbide arricciature. Onde da diva e diamanti completano un’immagine che conosce perfettamente il funzionamento del red carpet.

Alana Champion sceglie invece un abito nero dalla gonna ampia e dalle tasche, una silhouette più rilassata illuminata da un importante collier con pendente. I capelli lasciati naturalmente mossi evitano che l’insieme diventi troppo costruito.

E poi c’è Eugenia Silva, che con il suo abito bianco argentato sembra quasi appartenere a un’altra epoca. Il bustier si apre come un fiore, mentre una corona sulla fronte porta il look verso un territorio apertamente couture. Non è semplicemente un abito da red carpet: è una dichiarazione.

La nuova eleganza maschile

Se il glamour femminile cambia attraverso tessuti e silhouette, quello maschile passa soprattutto dalla proporzione. Jonathan Bailey in Giorgio Armani è forse l’esempio più evidente. Le tonalità di blu, le linee più morbide e le sovrapposizioni rendono la sartorialità meno rigida, più contemporanea. È l’eleganza di chi non ha bisogno di dimostrare di essere elegante.

Nicholas Galitzine, in Emporio Armani, sceglie invece di rinunciare alla giacca e lasciare protagonista la camicia da smoking, impreziosita da una spilla Art Déco. Una scelta apparentemente semplice, ma sufficiente a rompere la prevedibilità del classico completo da sera.

Jack O’Connell percorre una strada ancora più personale con la lunga sciarpa dalle frange, portata sopra la giacca. È un dettaglio capace di cambiare completamente la percezione dello smoking: meno formale, più cinematografico, quasi rock. Guy Pearce, al contrario, rimane fedele alla tradizione con un completo sartoriale impeccabile. Nessun esperimento necessario quando il taglio è perfetto e l’attitudine fa il resto.

Venezia, ancora una volta

Alla fine, il fascino dei look veneziani sta proprio nella loro varietà. C’è chi sceglie il nero e chi il rosso, chi preferisce il velluto e chi i cristalli, chi riscopre il pizzo e chi invece punta tutto sulla sartorialità. Ma il filo conduttore è uno: la voglia di tornare a vestirsi per un’occasione. Dopo stagioni di minimalismo, quiet luxury e guardaroba sempre più informali, il red carpet della Mostra sembra voler ricordare che esiste ancora un piacere quasi cinematografico nel costruire un’apparizione. Un abito può essere spettacolare, un gioiello può essere esagerato, uno smoking può avere una silhouette inattesa.

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Venezia 83 comincia con stile, Greta Scarano e Nicolas Maupas, i look del debutto al Lido tra eleganza e semplicità

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Greta Scarano e Nicolas Maupas

Il primo passo verso la Mostra del Cinema è già una dichiarazione di stile. Greta Scarano e Nicolas Maupas arrivano all’Hotel Excelsior e inaugurano la loro Venezia 83 da conduttori con due look agli antipodi ma perfettamente complementari: lei sofisticata e minimal, lui rilassato e impeccabile. E mentre il glamour accende i flash, Greta sceglie di non lasciare fuori dalla scena ciò che accade nel mondo. Alla vigilia dell’apertura dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, i due attori sono approdati all’Hotel Excelsior, pronti a inaugurare una nuova stagione del Festival non soltanto davanti alle telecamere, ma direttamente sul palco della Sala Grande del Palazzo del Cinema. Per entrambi è una prima volta nel ruolo di conduttori: saranno loro, il 2 e il 12 settembre, ad accompagnare le serate di apertura e chiusura della Mostra.

Una scelta che segna anche una piccola svolta nella tradizione veneziana. Quest’anno, infatti, la formula cambia: non più soltanto una madrina o un padrino, ma due protagonisti chiamati a condividere la scena, a dialogare e a tenere insieme leggerezza e autorevolezza. E se il sipario sulla loro Venezia deve ancora alzarsi, il primo atto è già andato in scena al Lido. Tra flash, sorrisi e saluti ai fotografi, Scarano e Maupas hanno mostrato due interpretazioni diverse ma complementari dell’eleganza: lei sofisticata e minimal in Giorgio Armani, lui rilassato e impeccabile, con un look giocato sui toni del beige e del nero. Il loro debutto veneziano, insomma, è già una questione di stile. Ma non soltanto.

Greta Scarano, la lezione del minimalismo chic

A bordo di un motoscafo, Greta Scarano raggiunge l’iconico imbarcadero dell’Excelsior. Ad attenderla ci sono fotografi, flash, fan e obiettivi puntati.
Lei risponde con sorrisi, saluti e baci lanciati verso i fotografi. Una naturalezza che, davanti all’obiettivo, acquista ancora più fascino.
Per il primo look della sua Venezia, l’attrice sceglie Giorgio Armani. E punta tutto sulla discrezione.
Jeans skinny dal lavaggio scuro, T-shirt bianca e blazer doppiopetto blu navy costruiscono una silhouette essenziale e sofisticata. La borsa, nella stessa tonalità del blazer, completa l’insieme con grande coerenza.

Ai piedi, décolleté dal tacco elegante. Sul volto, occhiali da sole scuri. Al collo, una sottile catena con ciondolo. Gli orecchini e gli altri gioielli restano minimal.
È il genere di outfit che non ha bisogno di urlare per farsi notare. Il blu e il bianco evocano quasi naturalmente l’atmosfera marina del Lido, ma senza trasformarsi in un esercizio di stile troppo costruito. C’è qualcosa di profondamente italiano nell’equilibrio scelto da Scarano: sartorialità, semplicità, qualità dei materiali e nessun dettaglio superfluo. Il risultato è un’eleganza low profile, apparentemente casual e in realtà studiata in ogni particolare.

Nicolas Maupas, eleganza rilassata al maschile

Poche ore dopo, anche Nicolas Maupas fa il suo ingresso all’Excelsior. Per il suo arrivo al Lido l’attore sceglie una strada diversa, ma altrettanto efficace firmato Giorgio Armani. Pantaloni fluidi color beige, polo nera e blazer nero: tre elementi semplici che costruiscono una mise sofisticata senza perdere quella componente rilassata che ormai è diventata una delle chiavi dell’eleganza maschile contemporanea. Ai piedi, mocassini. A completare il look, gli immancabili occhiali da sole.

Il contrasto tra i pantaloni chiari e la parte superiore total black rende l’insieme immediatamente riconoscibile, senza bisogno di loghi o accessori vistosi. Maupas punta sulla proporzione e sulla silhouette, scegliendo un guardaroba che sembra pensato per muoversi naturalmente tra il pontile dell’Excelsior, il photocall e, perché no, una passeggiata sul Lido. È un’eleganza meno formale di quella che immaginiamo sul red carpet, ma proprio per questo perfetta per un arrivo.

Due stili diversi, la stessa idea di eleganza

Scarano e Maupas arrivano dunque a Venezia con due interpretazioni differenti dello stesso concetto: vestire bene senza sembrare vestiti per forza per impressionare. Lei sceglie il rigore morbido della sartorialità Armani, lui la fluidità di un’eleganza maschile contemporanea. Lei punta sulle sfumature del blu e sul bianco, lui sul contrasto tra beige e nero. Due look che non cercano il colpo di scena, ma costruiscono una presenza. E forse è proprio questo il modo migliore per inaugurare una Venezia che li vuole protagonisti della scena.

di Cristina Siciliano per DailyMood.it

 

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Venezia: Da George Clooney a Robert Pattinson, da Penelope Cruz e Javier Bardem, fino agli Oasis. E Renzo Rosso di Diesel…

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2 settembre. Inizia la 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Una Mostra che si nota per l’assenza di Hollywood e dei grandi film americani, con la convinzione che ormai non paghi più la presenza a un grande festival per la promozione di un film. Però le star ci saranno lo stesso. In questo senso, è ancora una Venezia in grado di accendere gli entusiasmi. A partire dal divo per eccellenza, George Clooney, che a Venezia riceverà il Leone d’Oro alla carriera, che quest’anno sarà assegnato anche a Ellen Burstyn. A introdurre Clooney sarà l’attrice premio Oscar Laura Dern. Un divo di un’altra generazione, ma ormai sulla cresta dell’onda da vent’anni, o quasi, è Robert Pattinson, protagonista di Primetime di Lance Oppenheim. L’attore, dopo The Drama e L’Odissea di Christopher Nolan, e al momento sul set di The Batman 2, è in un momento di grazia. Ci saranno Penélope Cruz e Javier Bardem, coppia sul set e nella vita, ad alto tasso di chimica e di fascino, che saranno i protagonisti di Bunker, il nuovo film di Florian Zeller. E forse, con il passare degli anni, non sarà più un sex symbol, non sarà più Il Gladiatore, ma è sempre una stella: Russell Crowe torna al Lido per presentare un suo film da regista, What Love Builds, nella sezione Fuori Concorso – Non Fiction. Il film d’apertura, Ink di Danny Boyle, porterà sul red carpet Guy Pearce e Claire Foy, Bucking Fastard di Werner Herzog, porterà Kate Mara, Rooney Mara e Orlando Bloom. Un film italiano, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, ha nel cast Alicia Vikander, Susan Sarandon e Luca Marinelli. Non sono divi del cinema, ma non potete non chiamarli star. Sono delle rockstar. In occasione della presentazione al festival del film Oasis: Don’t Look Back in Anger, il documentario di Dylan Southern e Will Lovelace dedicato alla reunion degli Oasis, arriveranno al Lido Liam e Noel Gallagher. Dovrebbero arrivare: con loro il condizionale è comunque d’obbligo. Greta Scarano e Nicolas Maupas condurranno la serata d’apertura.

Ci sarà, poi, tutto il meglio del cinema italiano. A partire da Nanni Moretti, con il suo Succederà questa notte, con Louis Garrel e Jasmine Trinca, in competizione. Sono 5 i film italiani in concorso. The Echo Chamber di Andrea Pallaoro nasce dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci. L’estranea di Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi, è un film di genere, un thriller/horror.  Ritorno a Buenos Aires è il nuovo film di Marco Bechis, con Adriano Giannini, che ritorna sul tema della dittatura argentina. Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, con Vanessa Scalera, è la storia di una madre possessiva e ostile.

Non c’è Hollywood, ma ci sono molte produzioni in lingua inglese. Ink di Danny Boyle racconta l’ascesa del quotidiano The Sun di Rupert Murdoch. Company di Casey Affleck è ambientato lungo più di un secolo nei villaggi remoti degli Stati Uniti: nel cast ci sono Nick Nolte e Ben Mendelsohn. Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con John Malkovich e Sam Rockwell, segue due agenti della CIA in missione in Cile alla vigilia del colpo di stato di Pinochet. Primetime di Lance Oppenheim con Robert Pattinson è la storia di un conduttore di un reality show della NBC che vuole attirare pedofili e smascherarli in diretta. Ci sono poi i film francesi. Un Bon Petit Soldat di Stéphane Brizé continua il suo discorso sul mondo del lavoro, con Alba Rohrwacher e Vincent Lindon.  15/18 (A Place To Heal) di Cédric Kahn è la storia di medico che cura adolescenti con problemi psicologici o psichiatrici. Un Peu Avant Minuit di Nicolas Pariser, con Melvil Poupaud e Chiara Mastroianni, è la storia di un uomo che ripensa ai suoi rapporti con le donne alla luce della sensibilità moderna.

Ma i film arrivano da tutto il mondo Kami Nour (A Bit Of Light) di Ali Asgari parla del regime in Iran, Kvinde Ukedt (Woman Unknown) di May el-Toukhy (regista egiziana ma produzione danese), di un matrimonio minacciato da un’ombra nel passato. In Bucking Fastard di Werner Herzog, Kate Mara e Rooney Mara, sorelle nella vita, impersonano due gemelle che che condividevano comportamento e amori. Dau di Ilya Khrzhanovsky, regista russo, racconta la storia del più grande scienziato dell’era sovietica che ha contribuito alla prima bomba atomica. Look Back del giapponese Hirokazu Koreeda, adattamento cinematografico di un manga, è un coming of age di due ragazzine adolescenti che cominciano a disegnare i loro primi manga e poi intraprendono una carriera nella grande industria. Arriva dal Giappone Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, storia di un reduce dalla Guerra che predica pace nelle scuole. Ga-Neung-Han Sa-Rang (Possible Love) di Lee Chang-dong, arriva dalla Corea, ed è ispirato a uno dei capitoli del decalogo di Kieslowski.

In Orizzonti ci sono quattro film italiani. La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, racconta la figura di una fotografa dimenticata, Gerda Taro. Una Storia è l’esordio alla regia di Anna Foglietta con Alba Rohrwacher e Guido Caprino: una moglie scopre il vuoto della propria esistenza dopo che la figlia ha lasciato la casa per l’università. La città dei vivi di Edoardo Gabriellini è tratto dal romanzo di Nicola Lagioia con Valerio Mastandrea. I figli della scimmia, di Tommaso Landucci con Riccardo Scamarcio, racconta una storia di disabilità.

Fuori concorso nella sezione Non Fiction, uno dei film che sembrano più interessanti è Be Brave di Franceso Carrozzini, il primo film dedicato a Renzo Rosso, fondatore di Diesel, e primo documentario italiano realizzato interamente con l’Intelligenza Artificiale. Fuori concorso c’è anche Dio ride di Giovanni Veronesi, con Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando, che sarà il film di chiusura. E ci sono due grandi autori: Nessun dolore di Gianni Amelio, con Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea, e Scherzetto di Mario Martone, con Toni Servillo e Serena Rossi. Place To Be di Kornél Mundruczò è l’ultima apparizione di Ellen Burstyn. The Basics Of Philosophy è il nuovo film del grande Paul Schrader, un’opera morale nel suo stile, con Sofia Boutella e Bill Pulmman. Un Bon Avocat di Tristan Séguéla, con Laurent Lafitte, Mélanie Laurent e Carole Bouquet, è la storia di avvocato dedito alla cocaina. Jupiter di Alexandre Smia con Denis Mènochet e Andrè Dussolier, è la storia di un presidente francese appena insediato che deve prendere una decisione in base a un ultimatum atomico della Russia. Father Joe di Barthélémy Grossmann è la storia di un prete vendicatore che ruba ai ricchi per donare ai poveri, prodotto da Luc Besson, con Kiefer Sutherland e Al Pacino. C’è una sola serie, Peccato di Valerio Vestoso, con Emanuela Fanelli, un mockumentary comedy in cui, in un futuro immaginario, si racconterà la tragicomica carriera di Emanuela Fanelli (la vedremo su HBO Max). Ci sono i cortometraggi, tra cui Flesh Impact di Maggie Gyllenhaal, presidente di giuria, che è dedicato a Marilyn Monroe. E ci sono film lunghissimi, come Joie De Vivre di Luca Guadagnino, un documentario di 435’, 7 ore di analisi dei film di Bernardo Bertolucci. Per quanto riguarda i film sul cinema, ci saranno anche Juso per ferie di Karen di Porto, Nino – Un film su Nino Rota di Walter Fasano, The Pervert’s Guide To Utopias di Sophie Fiennes, Twist And Shoot Mister Suzuki di Yves Montmayeur e Intermission di Yonfan. Nella sezione, Non Fiction, oltre ai film su Renzo Rosso e sugli Oasis e al film di Russell Crowe, c’è Musk di Alex Gibney, dedicato a Elon Musk, un documentario di 4 ore. Nella sezione Venezia Spotlight segnaliamo Hombre Al Agua di Gael Garcia Bernal (Messico) e Serpenti di Roberto De Paolis Maino con Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Coyote Vs Acme: E se la colpa non fosse mai stata del nostro Willy Coyote?

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E se, tutto d’un colpo, realizzaste che i vostri fallimenti, i vostri errori, le vostre mancanze non sono mai state davvero colpa vostra? È quello che accade nel bellissimo film Coyote vs Acme, un progetto che ha una lunga storia di gestazione e che, finalmente, arriva sugli schermi italiani distribuito da Lucky Red. Lo spunto del film è proprio questo. Dopo l’ennesima caccia a Beep Beep finita male, con la solita caduta in un burrone, il nostro eroe Will E. Coyote, di professione “genio”, come riporta il suo biglietto da visita, vede lo spot di un avvocato di Albuquerque, New Mexico, che gli sembra parlare a lui. Ogni volta che un piano è andato a male, ogni volta che un oggetto è scoppiato, ogni volta che in uno zaino con il paracadute c’era in realtà l’argenteria, è stata colpa di chi lo ha prodotto. Cioè la fantomatica Acme, che, apprendiamo, è una multinazionale che produce oggetti di ogni tipo e ha una sezione dedicata ai cartoni animati. Willy Coyote così decide di andare ad Albuquerque e fare causa alla potentissima Acme.

È un film pieno di sorprese, Coyote Vs Acme. A partire dall’inizio, in cui, dopo la gag iniziale, e una volta accesa la lampadina della possibile causa nella testa del protagonista, con un breve flashback ci fa vedere una serie di gag storiche di Willy Coyote e Beep Beep, quelle con cui siamo cresciuti, con cui abbiamo riso ogni volta. E qui già qualcosa scatta. Ma le sorprese non finiscono qui. Una volta che il nostro eroe arriva ad Albuquerque, capiamo che Coyote Vs Acme è uno di quei film a tecnica mista, animazione e live action, o meglio animazione 2D e live action, quella tecnica che ha fatto grandi film come Chi ha incastrato Roger Rabbit? e Elliot il drago invisibile, e che presuppone una certa sospensione dell’incredulità per cui si dà per scontato che uomini e cartoni animati vivano insieme e possano comunicare.

Ma le sorprese non finiscono qui. Coyote Vs Acme diventa, sempre virato in commedia e con gag slapstick da cartoon, una sorta di legal thriller. O meglio, uno di quei film sulle cause civili in cui un avvocato e un querelante, soli contro tutti, combattono non solo per sé ma per un bene superiore, il bene della comunità. Ovviamente ad armi impari, come Davide contro Golia. Ed ecco che, tra continui scoppi, cadute, corse e rincorse, salti e giravolte, Coyote Vs Acme segue tutte le regole e gli stilemi di quel tipo di film. Con l’avvocato più improbabile su piazza, certo. Ma improbabile quanto il suo cliente.

Quello che esce da Coyote Vs Acme è un nuovo profilo di Willy Coyote. È finalmente fiero, sicuro, battagliero. L’idea di avere ragione, di essere dalla parte dei giusti, di poter far valere la giustizia, lo rende finalmente qualcuno di determinato. È un’altra persona. Pardon, un altro cartone. Ed è finalmente esplicitato quello che abbiamo sempre pensato sul rapporto con il suo rivale. Senza svelarvi troppo, il destino di Wily Coyote e Beep Beep, alias il Roadrunner, è quello di essere due lati della stessa medaglia. Sono come Rocky e Apollo Creed, come Daniel Larusso e Johnny Lawrence di Karate Kid e Cobra Kai.

Beep Beep è parte della storia, e non poteva essere altrimenti. Ma Coyote Vs Acme è ricco di camei e di citazioni, dal mondo Looney Tunes e non solo. Uno dei personaggi, il Dr. Lorre, fa riferimento, ad esempio, a Peter Lorre, storico attore degli anni Trenta, noto, tra le altre cose, per M – Il mostro di Dusseldorf. È inserito nella storia in modo geniale, come è inserito bene ogni personaggio che entra in scena.

Ma c’è qualcosa di più che ci dice questo Coyote Vs Acme. Che Willy Coyote è un simbolo di resilienza, costanza, impegno. Uno che lavora duro per ottenere il suo obiettivo. Uno che, ogni volta che cade, si rialza e riprova ancora, ancora e ancora. È qualcuno da cui abbiamo davvero tanto da imparare. La bellezza di questo film è che sia riuscito a dare un carattere e una storia a dei personaggi che sembravano bidimensionali, ridotti solo a semplici, per quanto geniali, gag. Geniale anche Lucky Red a prendersi e regalarci questo film che ha avuto una storia tormentata. Prodotto dalla Warner Bros., che è titolare dei diritti dei Looney Tunes, e poi abbandonato, è stato completato da un’altra casa di produzione, ma non era più nei piani distribuitivi della major. Era quindi una carta libera, sul tavolo, solo da pescare. E Lucky Red lo ha fatto. È un film per tutte le età. Piacerà ai più piccoli, ma sarà un cult per il pubblico adulto, visto che intere generazioni sono cresciute con quei bellissimi cartoni animati.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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