Connect with us

Eventi

Marylin Monroe, la mostra a 100 anni dalla nascita della diva

Published

on

Icona di bellezza e sensualità, riconosciuta ed acclamata in tutto il mondo. A cento anni dalla nascita di Marilyn Monroe, Los Angeles rende omaggio alla donna che ha trasformato la propria immagine in una delle costruzioni culturali più potenti del XX secolo. Non una semplice retrospettiva dedicata alla star di Hollywood, ma un viaggio immersivo nella mente e nello stile di una donna che ha saputo anticipare i concetti contemporanei di personal branding, celebrity culture e controllo dell’immagine. Fino al 28 febbraio 2027 sarà possibile ammirare all’Academy Museum of Motion Pictures la mostra “Marilyn Monroe: Hollywood Icon“, la più importante retrospettiva mai dedicata negli ultimi anni all’eredità culturale, cinematografica e stilistica dell’attrice nata Norma Jeane Mortenson il 1° giugno 1926. L’esposizione, curata da Sophia Serrano con il supporto di Simran Bhalla, riunisce centinaia di oggetti originali tra fotografie, manifesti, lettere, documenti di produzione, materiali personali e costumi provenienti dai film che hanno consacrato Marilyn all’immortalità. Ma il vero cuore della mostra è la moda. Lontano dall’immagine stereotipata della bionda esplosiva, il percorso racconta come Monroe abbia utilizzato l’abbigliamento come strumento narrativo e politico. “Era molto intelligente nella scelta degli abiti. Era la star della Fox per il Cinemascope e non le piaceva come certe silhouette apparivano sullo schermo. Non indossava mai abiti con la linea a ‘A’ perché riteneva che l’effetto fosse poco lusinghiero. Sapeva come controllare, modificare e gestire la sua immagine”, spiega Sophia Serrano alla stampa. Ogni silhouette, ogni scollatura, ogni dettaglio sartoriale contribuiva alla costruzione di un personaggio che ancora oggi continua a influenzare il linguaggio della moda e della comunicazione visiva. Tra i pezzi più attesi figura il leggendario abito rosa disegnato da William Travilla per “Gentlemen Prefer Blondes” (1953), indossato durante la celebre interpretazione di “Diamonds Are a Girl’s Best Friend”. Considerato uno dei costumi più iconici della storia del cinema, il vestito viene esposto raramente ed è diventato il simbolo stesso dell’estetica marilyniana. Accanto a questo capolavoro della costumistica hollywoodiana trovano spazio due creazioni firmate Orry-Kelly per “Some Like It Hot” (1959), oltre a una selezione di abiti indossati dall’attrice in produzioni che coprono l’intero arco della sua carriera, da “Love Happy” (1949) fino a “Something’s Got to Give” (1962), il film rimasto incompiuto che avrebbe dovuto segnare una nuova fase artistica della sua vita.

La mostra assume particolare rilevanza perché supera la dimensione puramente celebrativa. Attraverso documenti, annotazioni personali e materiali d’archivio, emerge il ritratto di una professionista consapevole, impegnata a gestire ogni aspetto della propria immagine pubblica in un sistema cinematografico dominato dagli studios. Una lettura che restituisce complessità a una figura troppo spesso ridotta a icona glamour. Anche il percorso visivo dell’esposizione evidenzia il rapporto tra Monroe e la moda come linguaggio di potere. Gli abiti raccontano non soltanto l’evoluzione del costume americano degli Anni Cinquanta, ma anche la capacità dell’attrice di trasformare il guardaroba in uno strumento di costruzione identitaria, anticipando dinamiche oggi centrali nell’universo delle influencer e delle celebrity globali. A conferma della rinnovata attenzione critica verso la sua figura, l’Academy Museum accompagna la mostra con una rassegna cinematografica di diciassette film che ripercorrono la sua evoluzione artistica, sottolineando il talento spesso oscurato dal mito. A sessant’anni dalla sua scomparsa e a cento dalla nascita, Marilyn Monroe continua a parlare al presente. Non solo come simbolo di bellezza, ma come donna che comprese prima di chiunque altro il valore dell’immagine nell’era della cultura di massa. “Marilyn Monroe: Hollywood Icon” dimostra che dietro la leggenda c’era una stratega, una professionista e una pioniera della costruzione del sé. Ed è forse proprio questa la sua eredità più moderna. Parlare di Marilyn Monroe significa inevitabilmente confrontarsi con una delle figure più enigmatiche e affascinanti del Novecento. Cresciuta tra famiglie affidatarie e orfanotrofi, la diva riuscì a trasformare una giovinezza difficile in una delle più straordinarie storie di ascesa sociale e mediatica della cultura americana. La sua immagine di bionda irresistibile, costruita con intelligenza e meticolosa attenzione ai dettagli, contribuì a ridefinire il concetto stesso di diva moderna. Dietro il sorriso luminoso e gli abiti scintillanti si nascondeva però una donna complessa, determinata a essere riconosciuta non soltanto per la propria bellezza, ma anche per il proprio talento. Monroe studiò recitazione, fondò una propria società di produzione e sfidò apertamente il sistema degli studios hollywoodiani, diventando una delle prime attrici a rivendicare maggiore autonomia professionale. La sua fama raggiunse livelli planetari e culminò in uno degli episodi più celebri della cultura pop americana: l’esibizione del 1962 al Madison Square Garden, quando cantò “Happy Birthday, Mr. President” al presidente John Fitzerald Kennedy indossando il leggendario abito color carne tempestato di cristalli. Quel momento contribuì ad alimentare le voci di una relazione tra i due, mai confermata ufficialmente e rimasta ancora oggi oggetto di dibattito storico e mediatico. Pochi mesi dopo, il 5 agosto 1962, Marilyn Monroe venne trovata morta nella sua casa di Los Angeles all’età di trentasei anni. La versione ufficiale stabilì come causa del decesso un’overdose di barbiturici, classificata come probabile suicidio. La sua scomparsa improvvisa trasformò definitivamente l’attrice in una leggenda, alimentando per decenni teorie, speculazioni e racconti che hanno spesso oscurato la sua reale dimensione artistica. È proprio questo il merito della mostra “Marilyn Monroe: Hollywood Icon”: restituire al pubblico la donna dietro il mito. Non soltanto l’icona glamour immortalata dalle fotografie, ma una professionista consapevole, una pioniera dell’immagine contemporanea e una figura che continua a influenzare moda, cinema e cultura visiva a oltre sessant’anni dalla sua scomparsa.

Courtesy photo of ©Academy Museum Foundation, Photo by: Emily Shur

di Elena Parmegiani per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quattro × 5 =

Eventi

FRANCESCO Mostra itinerante di Luciano Schifano in Casentino

Published

on

Francesco, la Sua esistenza, donata interamente all’amore, alla riconciliazione e alla fraternità, continua a parlare al cuore dell’umanità anche a ottocento anni dalla sua morte. Scoprire Francesco oggi significa lasciarsi coinvolgere da una storia che continua, silenziosa e forte, l’esortazione a vivere con la gente che, mostrando il mondo amato da Francesco, quello della campagna, gli animali, il silenzio, diventa un invito concreto ad accogliere il Vangelo nella vita quotidiana, a costruire ponti di dialogo con il creato.

Nel 2026 si concluderanno le celebrazioni del grande centenario francescano con gli ottocento anni dalla pasqua di Francesco (1226-2026) e l’artista Luciano Schifano fa suo il messaggio di Francesco, Il Cantico delle Creature, esprimendo il suo pensiero con discrezione, naturalezza, garbo, dedicando a Francesco tutta una serie di opere, che oggi compongono tre mostre telematiche, riunite in una mostra itinerante, organizzata a cura della scrittrice Lorena Fiorini,  con il supporto dei Sindaci Luca Santini Pratovecchio Stia, Antonio Fani Castel San Niccolò, e con la direzione artistica della storica  d’arte Alberta Piroci.

Il viaggio itinerante, che comprende 130 opere tra locandine, dipinti, retouchées e prove d’autore, creati negli anni che vanno dal 1965 al 2012, inizia dal Museo dell’Arte della lana, successivamente dal Casale di Pratovecchio  Stia, prosegue al Castel San Niccolò, Strada in Casentino, Sala dell’Archivio storico Comunale, e ci auguriamo possa concludersi al Santuario della Verna.

Lo scritto più importante di San Francesco è universalmente riconosciuto nel Cantico delle Creature (o Cantico di Frate Sole). Composto nel 1224, è considerato il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. È un inno alla vita, a Dio e alla natura, fondamentale sia dal punto di vista più spirituale che linguistico perché scritto in volgare umbro (invece che in latino) per essere compreso da tutti. Una presenza forte che ci accompagna… come un seme che germoglia nella terra, la presenza di Francesco è luce e promessa per chiunque desideri camminare nella fraternità e nella speranza.

IL PERCORSO TRA SPIRITUALITA’ E ARTE

Direzione artistica della Storica d’Arte Alberta Piroci
E tutte le creature che sono sotto il cielo,
ciascuna secondo la sua natura,
servono e conoscono e obbediscono
al loro Creatore meglio di te, o uomo
(Fonti Francescane, Ammonimento V)

Ore 10,00 Stia-Museo dell’Arte della lana L’uomo e l’artista Luciano
Ore 12,00 Stia – Il Casale – Sala Conferenze Luciano Schifano
Le creature di Dio prive di ragione
Ore 18,00 Castel San Niccolò, Strada in Casentino
Sala dell’Archivio storico Comunale
I francescani costruttori di Chiese
Santuario della Verna
San Francesco e Sorella morte

 ORGANIZZAZIONE: Lorena Fiorini
Già Presidente 2025/2026 Rotary Club Casentino
Presidente Associazione Culturale Scrivi la tua storia e Premio Letterario Donne tra Ricordi e Futuro
Sede operativa: Via Roma, 37-39 – 52017 – Pratovecchio Stia – (AR)
cell. 3473506000 – mail: info@scrivilatuastoria.com – info@lorenafiorini.itwww.lucianoschifano.it

COMUNICAZIONE WEB: Valentina Fiorini
TIPOGRAFIA: Marica Petti
UFFICIO STAMPA: Cristina Vannuzzi – mail:cristina.vannuzzi@gmail.com – cell 371 4640013

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Eventi

Steve MᶜQueen – Guggenheim Museum Bilbao

Published

on

9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027

Nel corso della storia dell’arte e nei diversi ambiti della creatività umana, alcune opere sono diventate un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione per la nascita di nuove creazioni. In 66–76–26, il toccante tema musicale Wild Is the Wind costituisce il punto di partenza e l’elemento centrale dell’installazione che l’artista e regista britannico Steve McQueen presenta al Guggenheim Museum Bilbao.

Scritta originariamente da Dimitri Tiomkin e Ned Washington per l’omonimo film del 1957, la canzone fu interpretata nella pellicola da Johnny Mathis e ottenne una candidatura all’Oscar. Da allora è stata riproposta in numerose versioni, tra cui spiccano quelle di Nina Simone, del 1966, e di David Bowie, del 1976. Lo stesso McQueen inserì il brano in una sequenza del suo film Widows del 2018.

Questa volta McQueen torna sulle due interpretazioni che lo affascinano da decenni, eliminando ogni accompagnamento strumentale e collocandole in uno spazio privo di altri suoni, immagini o stimoli che possano interferire con la percezione delle voci di Simone e Bowie. Nasce così una nuova opera, carica di emozione e sottigliezza. In linea con il costante interesse di McQueen per la creazione di condizioni capaci di favorire uno sguardo e un ascolto concentrati, il lavoro offre uno spazio in cui queste voci possono essere incontrate con un’intimità e un’attenzione fuori dal comune.

Per Occident è motivo di grande soddisfazione sostenere questo progetto sofisticato e capace di stimolare la riflessione. Mi auguro che possiate apprezzare una mostra che richiede un livello di attenzione e contemplazione al quale non siamo più abituati e nella quale la musica diventa l’essenza di un’esperienza intensa e profonda.

Hugo Serra Calderón
CEO di Occident


Steve McQueen: 66–76–26

Date: 9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027
Curatrice: Lekha Hileman
Sponsor: Occident

  • Creata appositamente per il Guggenheim Museum Bilbao, 66–76–26 riunisce due iconiche registrazioni di Wild Is the Wind, presentate a cappella: l’interpretazione di Nina Simone del 1966 e la cover di David Bowie del 1976.
  • In parte canzone d’amore, in parte lamento e in parte dichiarazione di desiderio, Wild Is the Wind accompagna Steve McQueen da oltre trent’anni, richiamandolo continuamente a sé grazie alla sua complessità emotiva.
  • 66–76–26 è un’opera inedita in cui due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio, entrando in dialogo con l’architettura mentre i visitatori attraversano la galleria.

Il Guggenheim Museum Bilbao è lieto di presentare 66–76–26, una nuova, importante installazione di Steve McQueen. Concepita appositamente per il Museo, l’opera riunisce due registrazioni iconiche di Wild Is the Wind: l’interpretazione del 1966 di Nina Simone della canzone composta da Dimitri Tiomkin e Ned Washington e la cover realizzata da David Bowie nel 1976.

Private dell’accompagnamento strumentale, le due versioni vengono presentate a cappella, con le voci separate nello spazio all’interno di una galleria immersa nella penombra. Due interpretazioni distanti dieci anni, ascoltate in una forma completamente nuova. La mostra è sponsorizzata dalla compagnia assicurativa Occident.

Da oltre trent’anni Wild Is the Wind occupa un posto importante nel lavoro di McQueen. Dopo avere ascoltato per la prima volta la registrazione di Bowie a metà degli anni Novanta e avere successivamente scoperto la versione di Simone, l’artista ha continuato a tornare alla canzone, attratto dalla sua complessità emotiva e dalla capacità di rivelare nuovi significati con il trascorrere del tempo.

Come ha osservato lo stesso McQueen, il brano non si lascia racchiudere in un’unica interpretazione. È allo stesso tempo una canzone d’amore, un lamento e una dichiarazione di desiderio, capace di continuare a provocare e interrogare chi l’ascolta.

In 66–76–26, McQueen riduce le registrazioni al loro elemento più essenziale: la voce umana. La voce di Simone emerge da un lato dello spazio, mentre quella di Bowie le risponde dal lato opposto. Muovendosi nella galleria, i visitatori sentono le due voci svilupparsi in un dialogo che attraversa l’architettura.

Ciò che nasce non è né un confronto né una riconciliazione, bensì un’opera nuova, nella quale due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio.

Il titolo richiama gli anni in cui Simone e Bowie registrarono le rispettive versioni della canzone, oltre all’anno della mostra. Riunendo due interpretazioni separate da un decennio e presentandole cinquant’anni e sessant’anni dopo, McQueen crea un incontro capace di annullare la distanza storica.

L’opera invita a riflettere non soltanto sulla forza duratura della canzone, ma anche sui contesti sociali e politici che hanno accompagnato il percorso delle due registrazioni. Nate in periodi segnati da sconvolgimenti, incertezza e trasformazioni – il movimento per i diritti civili, la guerra del Vietnam e lo scandalo Watergate – queste interpretazioni parlano con particolare intensità anche al nostro presente.

In opere recenti come Bass (2024), Untitled (2025) e Atlas (2026), McQueen si è orientato sempre più verso il suono, la luce e la percezione, utilizzandoli come materiali primari. Invece di costruire narrazioni attraverso le immagini in movimento, questi lavori esplorano il modo in cui fenomeni immateriali possano influenzare l’esperienza corporea e l’attenzione collettiva.

66–76–26 prosegue questo percorso, ampliando la ricerca di McQueen sulle possibilità dell’opera d’arte di agire oltre i confini della cornice.

L’installazione trasforma la galleria in un ambiente essenziale e immerso nella penombra, studiato per amplificare la consapevolezza acustica. Privati delle distrazioni visive, fatta eccezione per la sorgente sonora, i visitatori diventano intensamente consapevoli del suono, del silenzio, del respiro e della durata.

Come ha spiegato McQueen, l’opera nasce da una concezione del silenzio come materiale attivo, un’idea che l’artista associa all’interesse di Miles Davis per gli spazi tra le note, nei quali il significato emerge non soltanto da ciò che è presente, ma anche da ciò che viene trattenuto.

Questo principio determina la struttura di 66–76–26, dove le pause, i respiri, l’attesa e gli intervalli assumono la stessa importanza delle voci.

Questa riduzione non è un semplice esercizio di minimalismo, ma un tentativo di raggiungere l’essenziale. McQueen ha raccontato di voler eliminare il rumore e concentrarsi sugli elementi fondamentali, per chiedersi che cosa rimanga quando tutto ciò che è superfluo viene rimosso e se quello che resta sia abbastanza forte da sostenere l’opera.

Al centro di questa domanda si trovano due voci che si intrecciano e l’intensità che entrambe racchiudono.

«L’amore è l’unica cosa per cui valga la pena vivere e morire», ha dichiarato McQueen parlando del desiderio che percepisce in entrambe le interpretazioni. «Nonostante tutto ciò che accadeva nel mondo, alla fine tutto si riduce a questo. È l’unica cosa.»

La mostra è accompagnata da un catalogo completamente illustrato, progettato dall’acclamata graphic designer olandese Irma Boom. Concepita come un’estensione dell’installazione e non come una sua semplice documentazione, la pubblicazione riunisce materiali d’archivio e fotografici dedicati a Nina Simone e David Bowie, insieme a testi commissionati appositamente.

Tra questi figurano una conversazione tra McQueen e la curatrice Lekha Hileman, dedicata alla realizzazione dell’opera, al fascino duraturo della canzone e al percorso di una ricerca artistica che ha sempre messo alla prova i confini di ciò che l’arte può chiedere allo spettatore, oltre a un nuovo saggio della storica dell’arte e artista Cora Gilroy-Ware, che esplora l’eredità culturale e artistica di Simone e Bowie.

Il catalogo propone un dialogo tra immagine e suono, presenza e assenza, intimità e performance, interrogandosi sul modo in cui due artisti così unici continuino a risuonare attraverso le generazioni.

Parallelamente alla mostra, il Museo presenterà una rassegna dedicata all’opera cinematografica di McQueen, offrendo al pubblico l’opportunità di riflettere sul rapporto tra il suo lavoro per il cinema e quello destinato agli spazi espositivi.

Sebbene i film di McQueen abbiano ottenuto riconoscimenti internazionali – tra questi 12 Years a Slave, vincitore dell’Oscar – 66–76–26 porta in primo piano i temi che da sempre animano la sua pratica artistica: la percezione, la dimensione corporea, la memoria, la durata e la capacità dell’arte di creare spazi di riflessione e incontro.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Eventi

After –Un percorso di lavoro. Fendi Karl Lagerfeld, la mostra alla Galleria d’Arte moderna

Published

on

Nel 1985 la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea a Roma ospitò la mostra che celebrava i vent’anni di lavoro di Karl Lagerfeld per Fendi. Oggi, dopo più di trent’anni, Maria Grazia Chiuri, attuale direttrice creativa di Fendi, rievoca questa esposizione, ma soprattutto la figura di Lagerfeld, guida della Maison romana. In esposizione ci sono schizzi, tele, carte, tavolette che riproducono prove di lavorazione ideate da Fendi nell’arco di venti anni di attività. Fino al 25 ottobre 2026, infatti, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea sarà possibile ammirare After Un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985, che ripropone la mostra inaugurata nel 1985. La rassegna, curata da Maria Luisa Frisa, è stata inaugurata in occasione della sfilata di Fendi Couture, che è stata ospitata nelle sale dedicate alle opere del Novecento della GNAMC. L’esposizione odierna segue il più fedelmente possibile le orme dell’esposizione del 1985, nello stesso museo, ma in spazi diversi. Concepita per illustrare i diversi passaggi che conducono dall’ideazione alla progettazione e alla produzione del capo, si articola nelle sezioni: Tavolette, Caleidoscopio, Matrici Progettuali, Teatro, Pettine, Video, Schizzi e Computer, attraverso una sequenza narrativa basata su quella studiata dallo stesso Lagerfeld quarant’anni fa. La retrospettiva si configura come un percorso illustrato delle tappe di lavoro che si affrontano dall’idea iniziale prima di una collezione alla realizzazione finale dei capi che la costituiscono. Nel percorso c’è la rappresentazione della creatività di Lagerfeld , ma anche quella di chi inventa nuovi modelli e differenti tecniche di lavorazione, di un’equipe che realizza i capi secondo criteri antichi, ma anche sperimentali. “Ieri è trascorso-Oggi va passando- Non resta che domani- Solo l’avvenire mi interessa e mi intriga-La curiosità dell’ignoto è la più stimolante tra quelle della mia vita professionale che è la mia vita tout court”, dichiara Lagerfeld a proposito della sua mostra nel 1985 all’epoca una delle prime dedicate a un brand di moda ospitate in un museo. L’idea di Maria Grazia Chiuri di replicarla permette di andare oltre il racconto della sua concezione. Renderla fruibile oggi significa ricreare la presenza fisica dell’esposizione e generare una nuova iterazione con il pubblico. Al titolo originale della retrospettiva è stata anteposta la parola After, che comunica la ricontestualizzazione di oggetti e immagini finalizzata  ad ottenere qualcosa di nuovo dopo la mostra originaria. Ricreare un’esposizione del passato è sempre un’operazione critica. Il tentativo di riproporre le sezioni, l’impianto allestivo e gli oggetti originari, nello stesso museo, ma in spazi diversi, ha posto diverse questioni, sia per quanto riguarda l’allestimento sia per i pezzi esposti, essendo recuperabili solo una parte di quelli del 1985. Tele e pellicce sono state sostituite da heritage reproductions. Tra le novità l’allestimento di una vastissima rassegna stampa che, attraverso illustri critici, documenta la discussione, allora generata dalla retrospettiva, sull’opportunità di portare la moda dentro un museo d’arte. Un gesto che ancora oggi fa riflettere sui problemi irrisolti della museologia della moda in Italia.

Fendi / Karl Lagerfeld 1985. After Steps Through Work”, courtesy photo of Fendi Giorgio Benni

di Elena Parmegiani per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending