Accessori
Scarpe come oracoli: i destini glamour scritti sotto i nostri piedi
Ci sono accessori che accompagnano, e accessori che guidano. Le scarpe appartengono a questa seconda categoria: non seguono mai, anticipano. Decidono il ritmo, impongono la postura, stabiliscono lo sguardo con cui ci muoviamo nel mondo. Sono amuleti, sono dichiarazioni, sono promesse. E, soprattutto, sono oracoli silenziosi: sanno raccontare chi siamo stati, chi siamo e chi, forse, non abbiamo mai avuto il coraggio di diventare.
Dal mito alla passerella: scarpe che creano storie
Ogni civiltà ha affidato il proprio destino a un paio di scarpe.
Cenerentola non sarebbe mai diventata regina senza la scarpetta di cristallo. Dorothy non avrebbe ritrovato la strada di casa senza quelle rosse scintillanti. Persino Perrault e i fratelli Grimm hanno capito che, per cambiare la vita di una donna, non basta la magia: serve una scarpa.
La moda contemporanea ha ereditato questo potere mitico e lo ha tradotto in icone. I Manolo Blahnik hanno reso Carrie Bradshaw un’eroina pop globale. I tacchi con suola rossa di Christian Louboutin sono diventati simbolo di potere femminile e di seduzione assoluta. Le Tribute di Saint Laurent hanno riscritto il concetto stesso di eleganza audace. E quando Balenciaga ha lanciato le Triple S, scarpe oversize e volutamente sproporzionate, non ha venduto sneakers: ha imposto un manifesto di identità urbana, sovversiva, riconoscibile a chilometri di distanza.
Le scarpe non sono mai semplici. Sono sempre narrazioni condensate in un oggetto.
L’alfabeto segreto delle scarpe
Ogni paio è un codice.
Le décolleté a stiletto trasformano un’entrata in scena in una dichiarazione di guerra. Le slingback Chanel, raffinate e misurate, parlano un linguaggio diverso: quello dell’eternità. Gli anfibi Dr. Martens gridano ribellione, e lo fanno da più di cinquant’anni, passando dalle sottoculture punk alle passerelle couture.
Le scarpe che scegliamo sono sempre un linguaggio, anche quando non ce ne accorgiamo. Raccontano la nostra ambizione, il nostro umore, il nostro rapporto con il mondo.
Non c’è bisogno di parole: basta guardare i piedi per sapere chi abbiamo davanti.
Le scarpe che non hanno mai camminato
Negli armadi ci sono scarpe vissute fino all’ultima suola, graffiate, consunte, piene di vita. Ma accanto a loro esistono scarpe mai uscite dalla scatola: tacchi ancora lucidi, sneakers mai legate, stivali mai scesi in strada. Sono scarpe che abbiamo comprato per un futuro immaginato, per una cena che non è mai arrivata, per una vita che forse non abbiamo mai avuto il coraggio di vivere.
Quelle scarpe sono più eloquenti di tutte. Sono glamour sospeso, possibilità scintillanti rimaste nell’aria. Parlano delle versioni alternative di noi stessi, delle sliding doors mai aperte. Custodiscono sogni ancora in attesa.
Scarpe e identità: più di un accessorio
La sociologia della moda lo conferma: le scarpe non sono meri strumenti funzionali, ma simboli di identità. Non solo perché cambiano la nostra andatura, ma perché cambiano il modo in cui veniamo percepiti. Una donna in sneakers couture e la stessa donna in tacchi a spillo non comunicano mai lo stesso messaggio, anche se indossano lo stesso abito.
Le scarpe hanno il potere di alterare la nostra narrazione personale. Possono renderci più sicuri, più fragili, più aggressivi, più liberi. Sono la soglia tra noi e il mondo: il punto di contatto che decide come ci muoveremo e come verremo ricordati.
Mappe glamour
Se un giorno gli archeologi del futuro volessero capire la nostra epoca, non basterebbe sfogliare lookbook o archivi fotografici. Dovrebbero aprire le nostre scatole di scarpe.
Troverebbero sneakers consumate nei concerti estivi, tacchi alti usurati dopo feste memorabili, ballerine piegate in fondo a una valigia, e scarpe immacolate mai indossate.
E lì, più che nei vestiti, scoprirebbero i nostri destini: i percorsi compiuti e quelli mai tentati, le identità mostrate e quelle rimaste nell’ombra, i sogni vissuti e quelli solo immaginati.
Glamour come destino
Alla fine, le scarpe sono davvero oracoli. Non ci dicono solo chi siamo, ma anche chi vogliamo diventare. Ogni passo è una scelta. Ogni suola, un segno lasciato nel mondo.
E se c’è una verità che la moda ci ricorda, è questa: i nostri destini più glamour non iniziano mai con un abito o con una borsa. Iniziano da un paio di scarpe.
Le icone senza tempo
Christian Louboutin
Una suola rossa e il mondo non fu più lo stesso. Indossare un Louboutin significa trasformare il pavimento in passerella: ogni passo è un atto di potere, ogni entrata una dichiarazione di glamour assoluto.
Manolo Blahnik
Carrie Bradshaw lo sapeva bene: non erano scarpe, erano sogni. I Manolo hanno reso il tacco un linguaggio di desiderio, ironia e indipendenza. Ancora oggi restano sinonimo di femminilità colta e un po’ capricciosa.
Saint Laurent Tribute
Alte, eleganti, sensuali: le Tribute hanno cambiato il modo di intendere il sandalo. Hanno la forza di un classico che non invecchia mai, audace e sofisticato come lo stile del loro creatore.
Balenciaga Triple S
Sproporzionate, massicce, quasi eccessive. Le Triple S hanno osato rompere le regole, trasformando la sneaker in status symbol di lusso. Amate e odiate, restano l’icona che ha riscritto l’estetica urbana.
Dr. Martens
Dal cantiere alle strade punk di Londra, dalle sottoculture ribelli alle passerelle couture. Le Dr. Martens sono molto più di una scarpa: sono manifesto politico, identità di chi non vuole conformarsi.
Chanel Ballerine
Nate come alternativa chic all’eccesso, incarnano l’eleganza sobria e parigina. Con loro, Coco Chanel ha dimostrato che la semplicità può diventare lusso senza tempo.
Valentino Rockstud
Chi avrebbe mai pensato che le borchie potessero essere glamour? Con i Rockstud, Valentino ha trasformato un simbolo di durezza in dettaglio sofisticato, rendendo il sandalo un cult planetario.
Jimmy Choo
Dal red carpet di Hollywood alle pagine patinate delle riviste, Jimmy Choo ha fatto del tacco alto una star. Ogni paio è un inno all’eleganza spettacolare e al potere magnetico delle dive.
Nike Air Jordan 1
Nata sui parquet dell’NBA, diventata leggenda di strada. La Jordan 1 non è solo una sneaker: è mito pop, cultura urbana, rivoluzione sportiva e oggetto da collezione.
Salvatore Ferragamo Rainbow Sandal
Disegnato nel 1938 per Judy Garland, il Rainbow è un capolavoro di artigianalità italiana. Colore, innovazione e sperimentazione: un ponte tra moda e arte che ancora oggi emoziona.
Gucci Horsebit Loafer
Il mocassino con morsetto ha fatto il giro del mondo, conquistando banchieri, attori e creativi. È la scarpa che ha reso Gucci sinonimo di lusso quotidiano, capace di unire classicità e ribellione.
di Emma Mariani
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AGL Bridal Statements per la SS26
Accessori
Occhiali da vista: da dispositivo medico ad accessorio di stile
Published
2 mesi agoon
17 Giugno 2026By
DailyMood.it
Come una conquista tecnica, prima ancora che culturale, ha trasformato un dispositivo medico nell’accessorio più personale del nostro stile
Approfondimento a cura del team di Ottica Giulia
Per capire perché per decenni indossare gli occhiali sia stato vissuto quasi come un disagio, bisogna partire da un dettaglio tecnico spesso dimenticato: fino a buona parte del Novecento le lenti erano di vetro, pesanti, e per le correzioni più importanti diventavano inevitabilmente spesse, dando vita al cosiddetto effetto “fondo di bottiglia” che tanto ha alimentato lo stereotipo del personaggio occhialuto, goffo e poco attraente. Il pregiudizio, insomma, nasceva anche da un limite materiale concreto, non solo da una questione di gusto.
La svolta arriva nel 1947, quando l’azienda californiana Armorlite Lens Company lancia le prime lenti in plastica CR-39: pesano circa la metà di quelle in vetro, mantenendo una buona qualità ottica. È un primo passo, ma il vero cambio di passo arriva negli anni ’70, quando la Gentex Corporation introduce le lenti in policarbonato, materiale nato per le visiere di sicurezza e poi adottato in massa, negli anni ’80, per la sua leggerezza e resistenza agli urti. Negli ultimi decenni, infine, lo sviluppo delle lenti ad alto indice di rifrazione ha permesso di ottenere spessori sempre più ridotti anche per le correzioni più elevate. Solo a quel punto, liberate dal peso e dal volume, le montature hanno potuto restringersi, alleggerirsi e finalmente diventare oggetto di design.
È su questa base tecnica che si costruisce la rivoluzione culturale. Un esempio significativo arriva nel 1977, con “Io e Annie” di Woody Allen: il look proposto da Diane Keaton nei panni di Annie Hall, fatto di blazer oversize, gilet e cravatte presi in prestito dal guardaroba maschile, includeva anche un paio di occhiali importanti, parte di un’estetica androgina che mise in discussione l’idea che certi accessori — gli occhiali compresi — appartenessero a un genere piuttosto che a un altro. Il film diventò un fenomeno di moda capace di influenzare il guardaroba femminile per anni, e ancora oggi viene citato come riferimento di stile.
Un secondo ribaltamento arriva con il boom della tecnologia, tra gli anni ’90 e i 2000. Le montature rotonde diventano, quasi per osmosi, un tratto distintivo dei protagonisti della rivoluzione digitale: l’immaginario del fondatore di startup, brillante e un po’ fuori dagli schemi, sostituisce gradualmente quello del secchione imbranato. Per la prima volta gli occhiali smettono di segnalare una mancanza e cominciano a comunicare competenza, curiosità, persino successo: nasce così quello che oggi chiamiamo “nerd chic”, l’estetica da intellettuale rivalutata in chiave positiva.
Negli anni più recenti la rivoluzione si è completata sul piano del mercato: ai pochi grandi gruppi storici si sono affiancate decine di marchi indipendenti, spesso nati online, che trattano la montatura esattamente come un capo di abbigliamento stagionale, con collezioni rinnovate spesso e collaborazioni con stilisti e artisti. Sui social network, dove ogni dettaglio
del look viene fotografato e condiviso, l’occhiale da vista è diventato un elemento di personal branding al pari di una borsa o di un orologio — al punto che è nato anche un mercato di montature “a vista zero”, scelte da chi non ha alcuna necessità correttiva ma vuole comunque quel dettaglio sul viso. Le forme, inoltre, non rispettano quasi più confini di genere: la stessa montatura oversize o squadrata compare indifferentemente nelle collezioni uomo e donna, scelta in base al viso e alla personalità più che a una convenzione.
Il percorso compiuto in meno di un secolo è quindi duplice: da un lato la tecnica ha reso possibile alleggerire e rimpicciolire le lenti, eliminando il limite fisico che per anni aveva penalizzato chi aveva una vista debole; dall’altro la cultura ha imparato a leggere l’occhiale non più come la prova di un difetto, ma come uno strumento di espressione personale, capace di raccontare chi siamo tanto quanto un capo di vestiario scelto con cura. Chi entra oggi in un negozio di ottica non cerca più semplicemente “la montatura più discreta possibile”, come capitava spesso una generazione fa, ma una forma che valorizzi i propri tratti e rifletta il proprio gusto, proprio come farebbe scegliendo un paio di occhiali da sole o un accessorio di moda. Un cambiamento lento, cominciato in un laboratorio chimico più che su una passerella, ma probabilmente definitivo.
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Accessori
Trenta7, Eleonora Moccia: “Le mie Mary indossate da Madonna!”
Published
4 mesi agoon
12 Maggio 2026
Non capita tutti i giorni di scoprire che dietro un paio di scarpe intraviste casualmente in un negozio si nasconde la designer scelta da Madonna per il suo tour mondiale. E’ una domenica pomeriggio di fine marzo, assolata e rilassante, mi trovo a passeggiare al centro di Roma quando all’improvviso il mio sguardo si concentra su una vetrina in via dell’Oca. Colpisce immediatamente la mia attenzione uno strepitoso tronchetto stile Moulin Rouge in cocco nero. Si vede subito che quella scarpa ha carattere: è moderna, sofisticata, diversa dalle altre. Essendo un giorno festivo la boutique è chiusa, ma dopo circa un mese entro per vedere meglio questa calzatura che aveva acceso la mia curiosità. La titolare mi spiega che il brand si chiama Trenta7, i numeri sono quasi tutti terminati, mi consiglia di contattare direttamente la designer. E così, spinta dalla curiosità di conoscere Eleonora Moccia, direttrice creativa e fondatrice del marchio e vedere dal vivo le sue creazioni, la chiamo il giorno seguente per prendere un appuntamento nel suo atelier di Roma nel quartiere Parioli in via Archimede. Eleonora mi riceve subito, è una donna spontanea, ma al contempo elegante, solare, determinata. Sedute tra forme, pellami e bozzetti, mi racconta la sua storia.” Sono laureata in psicologia e il giorno dell’esame di Stato, che ho superato, sono salita in auto e sono andata a San Mauro Pascoli in Emilia Romagna dove l’indomani mi attendeva il test d’ingresso di ammissione all’Istituto Cercal, specializzato in calzatura e presieduto da Sergio Rossi. Vengo ammessa e intraprendo così il mio percorso di studi di un anno. Grazie a questa formazione specifica imparo tutto il processo creativo della calzatura; dalla realizzazione con le forme in legno, alle tecniche modellistiche, alla ricerca stilistica fino al montaggio della calzatura.” Inizia quindi un percorso professionale per Eleonora molto diverso da quello iniziale, ma sicuramente più in linea con la sua passione per la moda. “Collaboro inizialmente tramite un tirocinio con Pollini”- chiosa Eleonora-“ Qui seguo lo sviluppo del brand Moschino, successivamente vado a Milano per il marchio Rochas, dove affianco il direttore creativo, poi per problemi familiari, a causa della malattia di mio padre, rientro a Roma.”. Ed è proprio nella Capitale, dove è nata e cresciuta, che Eleonora decide di lanciarsi nell’avventura imprenditoriale nel mondo della calzatura. “Nel marzo del 2012 avvio il mio brand, inizialmente ho delle difficoltà nell’intercettare una buona azienda che riesca a produrre il mio progetto creativo, che individuo successivamente nelle Marche, nel distretto calzaturiero, dove attualmente produco le mie creazioni.” Trenta7 si contraddistingue grazie a uno stile riconoscibile, senza tempo, ma al contempo con una forte identità contemporanea ed elegante ed amalgama il mondo maschile a quello femminile, (come il mocassino maschile rivisitato con dettagli femminili). Ben presto, per Eleonora, arriva quella svolta destinata a cambiare il percorso del brand: ”Un giorno vengo contattata da un famoso marchio di abbigliamento che doveva fare uno shooting per il quale servivano delle calzature”- racconta la designer-“ L’editoriale consisteva in una collaborazione tra griffe. Le foto vengono poi pubblicate su vari siti di moda e le nota persino la stylist di Madonna che seleziona per la popstar due miei modelli per il suo tour mondiale: Madam X.” E’ l’inizio di un sogno ad occhi aperti per Eleonora Moccia: la Regina del pop sceglie le sue creazioni. Tra le moltitudini di scarpe che può indossare, Madonna decide di puntare su un marchio giovane e di nicchia, ma dalla forte personalità estetica. “Vedere le mie scarpe ai piedi di Madonna è stata un’emozione incredibile! Lei ha scelto il modello Mary nero in cocco con tacco da cinque centimetri e lacci in velluto su tono e il modello Ines bronzo con tacco da nove e lacci bordò. La scelta di Madonna è avvenuta in estrema velocità a tal punto che in quel preciso momento non avevo disponibile il numero trentotto, (il numero di scarpe della star), ma senza perdermi d’animo ho preso dalla mia scarpiera le mie Mary, che avevo indossato solo due volte, e le ho spedite immediatamente a Los Angeles la sera stessa in cui è stato commissionato l’ordine. Dopo circa tre mesi scorrendo su Instagram mi sono accorta che le mie Mary erano ai piedi di Madonna durante le riprese del suo videoclip! Sono rimasta scioccata, mai avrei pensato che tra tanti colossi mondiali selezionati per il tour lei potesse prediligere me. Ciò chiaramente ha dato grande visibilità alla mia azienda, è stata la realizzazione di un sogno! Anche il naming del brand è singolare come tutta questa storia. “La scelta di Trenta7 nasce perché il trentasette è il mio numero di scarpe”- chiosa Eleonora-“ Non volevo mettere il mio nome e cognome era troppo scontato e non volevo essere così in primo piano, preferisco rimanere dietro le quinte. Desideravo qualcosa che mi rispecchiasse ed ho scelto un nome sia in numero che in lettere. Il logo riporta i numeri rovesciati perché vuole simboleggiare una contrapposizione tra due mondi. Il trentasette è un numero alchemico, è anche il numero delle scarpe di campionario. Sono nata il trenta luglio e nella simbologia questo numero rappresenta il calzolaio e gli angeli che per me sono i miei genitori che purtroppo non ci sono più, ma sento che appoggiano pienamente il mio progetto. Sono sempre molto felice nel ricevere le mie clienti in atelier, in maniera molto intima, poiché per ognuna di loro fisso degli appuntamenti one to one, mi piace incontrarle e conoscerle dal vivo, dedicare loro il mio tempo, rispetto alla vendita on line si instaura chiaramente un rapporto diverso. Prossimamente farò anche dei pop up store a Milano, Parigi, Londra e Verona”. Un’opportunità per vivere un’esperienza diretta con il prodotto e conoscere dal vivo la talentuosa designer.
Photo Courtesy of Trenta7
di Elena Parmegiani per DailyMood.it
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Accessori
McQueen Spring Summer 2026 Eyewear Collection – Lo sguardo affilato dell’estate
Published
4 mesi agoon
5 Maggio 2026By
DailyMood.it
Alcuni accessori completano un look. Altri lo definiscono prima ancora che il resto entri in scena. La collezione eyewear McQueen Spring Summer 2026 appartiene senza esitazioni alla seconda categoria: occhiali pensati non come semplice dettaglio, ma come dichiarazione estetica, gesto netto, firma visiva. In perfetto equilibrio tra precisione architettonica e tensione contemporanea, le nuove silhouette raccontano l’universo McQueen attraverso linee affilate, volumi decisi e finiture capaci di trasformare lo sguardo in un elemento di carattere.
Protagonisti della stagione sono gli Oversized Visor Sunglasses, occhiali da sole dal profilo avvolgente e scenografico, già apparsi nello show Spring Summer 2026. Le montature wraparound, ampie e futuristiche, incontrano lenti dal finish modernista, creando un effetto quasi cinematografico: protettivo, audace, immediatamente riconoscibile. Non sono occhiali pensati per passare inosservati, ma per costruire una presenza, per dare al volto una nuova geometria, per suggerire movimento anche nella staticità di un ritratto.
Accanto a questa visione più futuribile, la linea Spike Cat-Eye Logo interpreta una delle forme più iconiche dell’eyewear con l’energia sovversiva tipica della maison. Il cat-eye si fa più tagliente, più grafico, quasi appuntito: una silhouette femminile ma non docile, elegante ma attraversata da una tensione ribelle. Le estremità affilate, portate a un punto preciso, restituiscono l’idea di una bellezza non accomodante, costruita su contrasti forti e su un’identità visiva immediata.
Più morbida, ma non meno distintiva, è invece la proposta Optical Cat-Eye, che rilegge la stessa silhouette in chiave ottica, alleggerendone l’impatto senza perdere forza. Il dettaglio logo McQueen completa la montatura con discrezione e riconoscibilità, confermando una direzione stilistica in cui ogni elemento, anche il più funzionale, diventa parte di un racconto più ampio.
La collezione eyewear McQueen Spring Summer 2026 è, in fondo, un esercizio perfetto di tensione controllata: tra protezione e provocazione, tra eleganza e taglio netto, tra heritage e futuro. Occhiali che non si limitano a incorniciare il volto, ma lo ridisegnano, portando nello sguardo tutta la forza di una maison che continua a fare della precisione, dell’attitudine e dell’imprevisto la propria lingua più potente.
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