Serie TV
Star Wars: Skeleton Crew: Per tornare ragazzini, su Disney+
Ripensate mai alle cose più eccitanti che trovavamo al cinema quando eravamo ragazzini? Una cosa era sicuramente la saga di Star Wars, che a quei tempi era formata dalla prima trilogia. L’altra erano i film della Amblin, la casa di produzione di Steven Spielberg specializzata in film d’avventura. Parliamo di titoli come E.T. – L’extraterrestre e I Goonies. E poi, in un certo periodo della nostra vita, c’erano anche i film e le storie di pirati. Star Wars: Skeleton Crew, la nuova serie tv che debutta su Disney+ il 3 dicembre (con i primi due episodi, e poi con un episodio a settimana) riesce a racchiudere tutto questo in un solo racconto. Star Wars che incontra i Goonies che incontra i pirati. Che cosa volete di più dalla vita?
Star Wars: Skeleton Crew segue il viaggio di quattro ragazzi che fanno una misteriosa scoperta sul loro pianeta natale, apparentemente sicuro, per poi perdersi in una galassia strana e pericolosa. Trovare la strada di casa – incontrando improbabili alleati e nemici – sarà un’avventura più grande di quanto abbiano mai immaginato. La serie è interpretata da Jude Law, Ravi Cabot-Conyers, Ryan Kiera Armstrong, Kyriana Kratter, Robert Timothy Smith, Tunde Adebimpe, Kerry Condon e Nick Frost. Gli episodi sono diretti da Jon Watts (il regista degli ultimi film di Spider-Man), David Lowery, i Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert), Jake Schreier, Bryce Dallas Howard e Lee Isaac Chung. Jon Watts e Christopher Ford sono i capo sceneggiatori oltre ad essere gli executive producer insieme a Jon Favreau, Dave Filoni, Kathleen Kennedy e Colin Wilson.
Ormai lo abbiamo capito. L’universo di Star Wars, la galassia lontana lontana, si può espandere in tutte le declinazioni e in tutte le direzioni. Per anni abbiamo creduto che, nel mondo di Guerre stellari, fosse possibile solo quella storia, ossia la saga degli Skywalker. Anche la Disney lo ha aveva creduto visto che, appena entrata in possesso del franchise, ha cercato di proseguirla con gli episodi VII, VIII e IX. E, anche quando è uscita dai binari, è rimasta in qualche modo legata, con Rogue One – A Star Wars Story e Solo – A Star Wars Story. Invece, ormai lo abbiamo capito, quello di Guerre Stellari è un mondo dove sono possibili infinite storie. Basta che ci sia quel mood che ormai è codificato.
Il mondo che vediamo all’inizio di Star Wars: Skeleton Crew è certamente quello di Star Wars, ma molto più vicino a quello dei film americani di cui parlavamo prima. Tutto ha inizio infatti in un pianeta che è fatto di villette e giardini, come in tante storie che abbiamo visto. Tanto che si si passa tutto il primo episodio a chiedersi se l’atmosfera sia davvero quella di Star Wars o se sia quella di in un normale film di avventura, o avventura fantascientifica. La risposta arriva presto, con un grande colpo di scena alla fine del primo episodio, seguita da un altro alla fine del secondo. I creatori della serie hanno capito il mood del mondo di Star Wars e anche come declinarlo in formato seriale: ogni episodio si chiude con un momento ad effetto. Che è bene non rivelare, ma che vi piacerà.
Star Wars, lo sapete, è anche la storia dei cavalieri Jedi. Che qui sono presentati in modo diverso. Sono visti attraverso gli occhi di dei bambini. E per questo sono resi ancora più idealizzati, mitici. Il giovane protagonista, a scuola, dice che da grande vuole fare del bene, aiutare gli altri. Vuoi essere uno Jedi, gli dice l’amico, anche se non l’hai detto apertamente. Tutto si accende quando, cadendo per caso in un burrone, crede di avere trovato l’ingresso di un antico tempio Jedi. È lo spunto per l’inizio di un’avventura, per quella ricerca del tesoro che, ad esempio, era alla base di Goonies.
Nella storia ci sono cose a cui siamo abituati, e alcune cose originali. C’è, ad esempio, un modo nuovo di utilizzare i droidi. E, insieme ad esso, l’idea che una ragazzina sappia trattare con loro, ingannarli, piegarli a sé. La strana “squadra dello scheletro” (è questo che significa Skeleton Crew) è formata da due ragazzi (uno, simpaticissimo, con i tratti di un elefante, il mondo di Star Wars è fatto anche di creature curiose e tenere) e da due ragazze. Che, da subito, si dimostrano più intraprendenti e coraggiose dei ragazzi. Un po’ sono i tempi che stiamo vivendo, un po’ è proprio tipico di quell’età, in cui le ragazzine crescono più in fretta dei ragazzi. Il cast, ad ogni modo, è amalgamato bene e funziona.
Nel cast c’è anche Jude Law, divo del cinema da ormai più di vent’anni, uno degli attori più affascinanti, che per la prima volta entra nel mondo di Star Wars, per il quale sembra essere particolarmente adatto, grazie alla sua aura. Anche sul suo ruolo è bene non dire troppo per non guastarvi la sorpresa.
Un’altra novità è che Star Wars: Skeleton Crew mette in scena per la prima volta la scuola e la fa vedere in modo piuttosto prestazionale e repressivo. Una cosa che, nel nostro mondo reale, denunciava già Roger Waters con i Pink Floyd in The Wall: we don’t need no education. È qualcosa che non avevamo mai visto, perché abbiamo sempre visto personaggi più adulti, oppure bambini, oppure giovani alle prese con un apprendistato Jedi, insomma, figure in qualche modo lontane dalla normalità. È un po’ strano vedere un sistema così repressivo, perché dovremmo essere nell’era della Repubblica, post impero, un’era più libertaria.
Quello che conta, però, in Star Wars: Skeleton Crew è che il team creativo coglie alla perfezione il tono che vuole dare alla storia, quello appunto del cinema d’avventura per ragazzi della Amblin. Il tono, per capirci (derive horror dell’ultima stagione a parte) che ha saputo intercettare alla perfezione una serie cult come Stranger Things. Quindi, una storia che ha sempre affascinato i giovanissimi come Star Wars, passata attraverso la lente di un cinema per ragazzi, diventa avventura all’ennesima potenza. Lo stupore e l’incanto sono assicurati. È un ulteriore modo per vivere il mondo di Star Wars.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- (L-R) KB (Kyrianna Kratter) and Fern (Ryan Kiera Armstrong) in Lucasfilm’s STAR WARS: SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- (L-R) KB (Kyrianna Kratter), Fern (Ryan Kiera Armstrong) and Wim (Ravi Cabot-Conyers) in Lucasfilm’s STAR WARS: SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- Jod Na Nawood (Jude Law) in Lucasfilm’s STAR WARS: SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- Neel (Robert Timothy Smith) in Lucasfilm’s STAR WARS: SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- Mae (Amandla Stenberg) in Lucasfilm’s SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- (Center L-R): Droid teacher and Fara (Kerry Condon) in Lucasfilm’s SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- (L-R): KB (Kyriana Kratter) and Fern (Ryan Kiera Armstrong) in Lucasfilm’s SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- (L-R): Wim (Ravi Cabot-Conyers), Fern (Ryan Kiera Armstrong), KB (Kyriana Kratter), and Neel (Robert Timothy Smith) in Lucasfilm’s SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- (L-R): KB (Kyriana Kratter) and Fern (Ryan Kiera Armstrong) in Lucasfilm’s SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- (L-R): Fern (Ryan Kiera Armstrong), Wim (Ravi Cabot-Conyers), KB (Kyriana Kratter), and Neel (Robert Timothy Smith) in Lucasfilm’s SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- (L-R): KB (Kyriana Kratter), Neel (Robert Timothy Smith), SM-33 (voiced by Nick Frost), Fern (Ryan Kiera Armstrong), and Wim (Ravi Cabot-Conyers) in Lucasfilm’s SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- Jod Na Nawood (Jude Law) in Lucasfilm’s SKELETON CREW, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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- (L-R): Wim (Ravi Cabot-Conyers), Jod Na Nawood (Jude Law), KB (Kyriana Kratter), Neel (Robert Timothy Smith), and Fern (Ryan Kiera Armstrong) in Lucasfilm’s STAR WARS: SKELETON CREW, exclusively on Disney+. Photo by Matt Kennedy. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.
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Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta
Published
2 giorni agoon
9 Ottobre 2026
Max Pezzali e Mauro Repetto stanno per girare un video, il loro primo, vero, videoclip. Sono in una sorta di hangar e Claudio Cecchetto ha chiamato un regista di grido e una dozzina di modelle tra le più affascinanti sulla scena. Per vestire i nostri eroi ha chiamato lo stilista dei Take That. I due sono vestiti con canotte di rete o di velo nero, trasparenti, hanno delle catene al collo, dei pantaloni larghi. È uno dei grandi momenti – ma ce ne sono tantissimi – di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, seconda stagione della serie di successo Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883, su Sky e NOW dal 9 ottobre con i primi due episodi e poi con un episodio alla settimana. Come è andata con quel video e quegli abiti? Max e Mauro hanno deciso di fare di testa loro. Sono andati dal loro negoziante di fiducia a Pavia e hanno scelto i loro costumi di scena. Un chiodo e una giacca più lunga, entrambi di pelle nera, portati sopra un t-shirt scura e una camicia bianca. Anche il regista, poi, avrebbe cambiato idea: nel video si sarebbero visti più loro e meno le modelle. Parliamo del video di Sei un mito. Ed è un modo per dire che, ancora più della prima, la seconda stagione della serie è un viaggio immersivo negli anni Novanta. Gli anni in cui c’erano i dischi in vinile e le cassettine, c’erano i programmi tivù e radio che allora, per noi, che non avevamo smartphone e social, erano molto più importanti di quanto lo sono oggi. Erano gli anni del Festivalbar, del Karaoke di Fiorello, di Radio Deejay e Claudio Cecchetto che non solo mandava in onda i dischi di successo, ma li produceva. Nord Sud Ovest Est è tutto questo. È tanta musica. Le canzoni degli 883, da Come mai a Rotta per casa di Dio. E tutta la musica di quegli anni e di quelli precedenti: Iggy Pop, Simple Minds, Duran Duran, Radiohead, INXS, Smashing Pumpkins. E poi tutta quella dance commerciale che allora ci faceva ballare.
Erano anni semplici, gli anni Novanta. Tutti noi, come Max e Mauro (Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli), guardavamo all’America e all’Inghilterra come modelli di ispirazione come oggi i ragazzi guardano alla Corea e a Giappone, perché quei mondi ormai li danno per scontati. Ci si vestiva in modo semplice eppure efficace. I chiodi e le giacche di pelle nera, portate sui jeans e una camicia bianca o rossa, per Max. Una camicia celeste o gialla, portata aperta sopra una t shirt bianca, e pronta a svolazzare durante i suoi balli, per Mauro. Ma anche semplici camicie di denim, chiaro o nero, o un gilet di pelle da portare sopra una camicia bianca. Le giacche ampie e colorate, portate sopra pantaloni e maglie nere di Fiorello, con gli immancabili capelli lunghi raccolti in una coda, come li avrebbero poi portati in quegli anni tanti ragazzi. Ma anche le ragazze vestivano in modo semplice. La nostra amata Silvia (Ludovica Barbarito) è spesso in jeans e maglietta. O con uno di quei leggeri vestiti scollati con sotto una t-shirt bianca, come suggeriva la moda americana del grunge e come li portavano le ragazze di Beverly Hills 90210. Eravamo molto semplici. Ma eravamo belli così.
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 inizia dove finiva Hanno ucciso l’uomo ragno. Con una musicassetta che suona un provino di Max. Quel provino, che Max ha intitolato e scritto a penna sulla cassetta con il titolo “Canzone per Silvia”, è Come mai, uno dei più grandi successi del duo. Mauro, però, lo ferma e chiede. “Max, ma io, questa, come la ballo?”. Max, a quel punto, sfonda la quarta parete e si rivolge a noi che lo stiamo guardando. “Tanto lo avrete capito. Questo potrebbe essere l’inizio della fine degli 883”.
La seconda stagione della leggendaria storia degli 883 sta alla prima come il secondo album, Nord Sud Ovest Est, sta al primo, Hanno ucciso l’Uomo Ragno. È più matura, più a fuoco, più universale. Ed espande l’immaginario degli 883. La seconda stagione non è solo la storia di due amici, ma quella di un mondo, una Pavia mitologica con vista su Milano e sullo star system, e uno sguardo ancora più in là, verso il sogno dell’America. Ma Nord Sud Ovest Est non è solo la storia di un sogno. È anche quella del suo rovescio, dei dubbi che assalgono chi ha raggiunto la vetta. Nord Sud Ovest Est, intesa come la canzone ma anche la serie, è la storia di una grande crisi d’identità, di qualcuno che “si è perso nella notte”. In quel “questa io come la ballo?”, in fondo, c’è un’altra domanda, che tutti prima o poi ci siamo posti nella vita: “io chi sono?” “Qual è il mio posto nel mondo?”. A chiederselo è Mauro, ma la domanda se la pongono entrami gli 883. Chi siamo? La risposta è: “non lo so”. E sono queste parole ad entrare nel testo di Nord Sud Ovest Est. E solo adesso capiamo che quell’allegra canzoncina in stile mariachi nascondeva tanta malinconia e disorientamento, perché “forse quel che cerco neanche c’è”.
Nord Sud Ovest Est ci fa vivere da vicino la storia di Sei un mito, quella dei “tappetini nuovi, Arbre Magique”, che era più prosaica di quello che pensavamo. Ci fa capire che la festa di Rotta per casa di Dio era anche piuttosto importante, e il viaggio è stato anche più avventuroso di quello che dice la canzone. Ci fa vivere la ricerca dei “pezzi della maturità”, che i nostri troveranno decidendosi a pubblicare Come mai. Anche se è un lento. Anche se Mauro non la potrà ballare. Anche se, probabilmente, questa cosa lo porterà lontano da Max e dagli 883.
Già, Mauro Repetto, quello che a lungo per noi è stato un mistero. Quello che, ingiustamente, era stato definito “il ballerino degli 883”. Ma che, come abbiamo imparato guardando le due stagioni della serie, era il motore, l’entusiasmo degli 883, oltre che il coautore delle canzoni. Ecco, Nord Sud Ovest Est diventa ancora più intensa quando prova a entrare in quel mistero, a raccontarci tutto quello che è successo da quando i due hanno vinto il Festivalbar e il Festival Italiano con Come mai fino a quando gi 883 sono ricomparsi con Tieni il tempo, ma c’era solo Max con un’altra band. L’uscita di scena di Mauro è avvenuta lontano dalla ribalta, e il finale di questa serie prova a raccontarla. Ed è un momento folle, romantico, dolceamaro. Una delle scene più belle è quella in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Mauro mentre Max canta Gli anni, che ha scritto da solo. È il segnale che Mauro ha assolto il suo compito, proteggere il suo amico. Max, ora, può farcela da solo. E Mauro è pronto per un nuovo ruolo, per una nuova avventura. Sydney Sibilia l’ha fatto di nuovo, ci ha raccontato ancora un’incredibile avventura, una leggendaria storia. Nord Sud Ovest Est è un’altra delle sue storie d’amicizia e di nostalgia, di sogni e di follia, un’irriverente e romantica storia di punk, di pirati e di cowboy. E, come ci insegna Max Pezzali, i cowboy non mollano mai.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Dark Matter: Taron Edgerton e Jennifer Connelly dentro a oscure materie. È la serie dell’anno?
Published
1 settimana agoon
1 Ottobre 2026
Che cosa accadrebbe se la polizia vi fermasse e vi chiedesse spiegazioni sul fatto che sono stati trovati tredici cadaveri con il vostro volto e il vostro stesso Dna? Sarebbe difficile da spiegare. È così che inizia la stagione 2 di Dark Matter, su Apple Tv con episodi settimanali. È una serie di cui si parla poco, nel mare magnum dello streaming di oggi, forse perché è su Apple Tv, un servizio che hanno in pochi, forse perché non è una novità ma è alla seconda stagione. Ecco, Dark Matter è una delle serie (e non è l’unica) che vale già da sola l’abbonamento. È una delle migliori serie degli ultimi anni. È una serie che si avvicina molto a Lost e Westworld. Il senso del mistero, il coinvolgimento allo stesso tempo intellettuale ed emotivo, la spinta a continuare la visione e a volerne sempre di più sono le stesse. Come è lo stesso il livello di qualità, cinema trasportato nella serialità.
Ma torniamo un attimo indietro, alla prima stagione, per spiegarvi di cosa si tratta. Dark Matters è la storia di un uomo che si trova in una versione alternativa della sua vita. E non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Secondo una teoria della fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volta infinite vite parallele, infiniti mondi. Se non fossero teorici ma reali e qualcuno trovasse il modo per muoversi tra questi mondi, ecco che succederebbe quello che vediamo qui. Al centro della storia c’è una scatola, un cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik.
Avevamo lasciato Jason, il nostro protagonista, arrivato finalmente nel suo mondo, accanto alla moglie e al figlio. A casa sua, in un porto sicuro. Il problema è che, nel suo mondo, si muove anche Jason 2, arrivato da un altro mondo, anche lui innamorato di sua moglie al punto da volersi prendere la sua vita. Lei, una sera, quando Jason 2 si presenta e si fa insistente, gli spara. Quando la polizia li scopre, Jason e la sua famiglia non hanno scelta. Scappare, entrare nel cubo, pensare positivo e trovare un nuovo mondo. Se non un mondo perfetto, quello migliore dove vivere una vita tranquilla. Sembrano trovarlo. Ma, come sappiamo, fino a che il cubo resta aperto e attivo può succedere di tutto.
Dark Matter è una serie incredibilmente magnetica, misteriosa, oscura. È un racconto che vive di una tensione palpabile e costante, di un senso di incertezza e pericolo che si percepisce a ogni sequenza. In questa seconda stagione lo schema è quello di Alfred Hitchcock e degli innocenti in fuga di tanti suoi film. Ma, man mano che la visione prosegue, in Dark Matter pensiamo sempre più a Steven Spielberg. In questa storia c’è la sua gestione della tensione e del mistero, la capacità di tenere lo spettatore sulla corda, ma anche la sua proverbiale attenzione all’umano. Una delle chiavi che rende appassionante questa storia sono i due protagonisti principali, Taron Edgerton e Jennifer Connelly, attraenti e carismatici, ma anche molto affiatati tra di loro. L’empatia con i personaggi è immediata ed è questo che ci tira dentro alla storia.
In questa seconda stagione ci sono poi degli spunti interessanti. Dark Matter sembra voler rispondere a quella suggestione a cui pensiamo in tanti e sempre più spesso. Cioè a come sarebbe davvero un mondo senza internet e senza connessione. In uno dei mondi possibili, infatti, l’uomo non è andato sulla Luna e questo ha fermato tutta un’idea di progresso. È romantico vedere i ragazzi ascoltare dischi e vedere i film in vhs, andare sullo skateboard e duplicarsi la musica. Anche se in questo mondo non si conoscono i Nirvana. Questo mondo, ve lo diciamo, ci piace molto. E piace anche ai protagonisti Ma, in quella che tutti gli effetti un’Odissea, è Itaca, l’approdo finale, la casa, o è solo un’isola in un continuo errare? Lo scopriremo solo vivendo.
Ma in questa seconda stagione Dark Matter diventa sempre più anche una riflessione sulla scienza, e sui confini e i limiti che deve avere l’iniziativa dell’uomo. Lo scienziato deve solo scoprire, innovare, o deve porsi delle domande sull’uso e gli effetti che potrebbe avere la propria scoperta? La risposta che si dicono i personaggi, in un flashback, è che se una cosa può essere fatta, va fatta. L’uomo non si deve fermare.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Brothers: Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono Fratelli? Su Apple TV
Published
3 settimane agoon
23 Settembre 2026
Uno è da anni uno dei “bellissimi” di Hollywood. L’altro è considerato un duro, un’affascinante canaglia. Sono due modi diversi di essere attraenti. Eppure, se li vedete uno vicino all’altro nelle loro foto da bambini e da ragazzi, Matthew McConaughey e Woody Harrelson si somigliano parecchio. Non è solo un fatto di tratti somatici. È proprio un modo di porsi, di sorridere, di guardare. E se fossero fratelli? È da questo spunto, e da quello che a quanto pare è uno dei rumour più affascinanti di Hollywood, che nasce Brothers, la nuova serie comedy dal 23 settembre su Apple TV. La serie segue McConaughey e Harrelson, che interpretano versioni romanzate di sé stessi, nel momento in cui la cui amicizia viene sconvolta quando scoprono un segreto custodito da decenni: potrebbero essere davvero fratelli.
Dopo che il matrimonio della figlia di Woody va in pezzi, l’attore decide di caricare tutta la famiglia e trasferirsi temporaneamente ad Austin, per trascorrere un lungo periodo nel ranch di Matthew. Quella che inizialmente sembra una vacanza rigenerante prende però una piega inaspettata quando Ma Mac, la madre di Matthew (Holland Taylor), lascia accidentalmente trapelare un segreto sepolto da anni: i due amici potrebbero essere in realtà fratelli.
L’autofiction è sempre interessante. È quel tipo di racconto in cui un personaggio famoso mette in scena se stesso, mettendoci il proprio nome, il proprio carattere, la propria personalità. Quel personaggio non è proprio lui, è “scritto”, è costruito ad arte. Ma è chiaro che porta sullo schermo qualcosa di sé, qualcosa di vero. Un esempio che abbiamo visto di recente è la serie tv Vita da Carlo, con Verdone che recitava in una versione verosimile di se stesso. Anche qui i due attori americani fanno qualcosa di simile: mettono in scena se stessi, esagerando pregi e difetti, vizi e virtù.
L’ultima volta che li avevamo visti insieme erano in una storia dalle tinte completamente diverse. Era la prima stagione di True Detective, serie capolavoro, che li vedeva insieme sfiancati, devastati dal peso del loro lavoro, dai loro fantasmi, da una vita che con loro era stata molto dura. Qui il clima è completamente diverso, solare, divertito e divertente.
Il fatto che, in Brothers, si mescoli realtà e finzione, fa sì che la serie abbia un tono particolarissimo, così come il ritmo. Non sono quelli che troveremmo in un film, ma neanche in una serie convenzionale. È un tono sospeso, giocoso, con i personaggi principali, e i loro attori, liberi di esprimersi, con una recitazione naturale e non effettata. I due ironizzano su alcuni lati del loro carattere e, in fondo, del maschio medio americano di mezza età. E così vediamo le bevute, il rodeo, le battute di caccia. Alla storyline principale, quella dell’amicizia e del segreto che unisce i due, ce n’è un’altra, che vede McConaughey in procinto di candidarsi a governatore. Brothers è la storia di un’amicizia virile, o una “bromance” come si direbbe oggi. Lo avremmo chiamato un buddy movie: per il suo formato la possiamo chiamare buddy serie. Ti amo poi ti odio poi ti amo poi ti odio poi ti amo, come diceva la famosa canzone. Tra i due funziona così.
Brothers parla di due uomini sui cinquant’anni, realizzati ma in qualche modo anche irrisolti. E anche dei rapporti con le loro famiglie, con le mogli e con i figli. Anche con le madri e con i padri, anche con chi non c’è più ma fa sentire la sua presenza. È una storia che gioca con le citazioni, come quella sulla serie Friday Night Lights, o come l’autocitazione in cui McConaughey rifà il famoso rituale che faceva in The Wolf Of Wall Street. Ha momenti molto particolari, come il funerale di un cervo, che è romantico e grottesco allo stesso tempo. Tutto raccontato in un fluire naturale, come la vita. D’altra parte, dobbiamo credere che qui Matthew McConaughey e Woody Harrelson siano davvero loro.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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