Mood Your Say
Intervista a David Conti
DailyMood.it ha intervistato David Conti.
Ecco cosa ci ha raccontato in questa bella intervista.
DAILYMOOD.IT: Il tuo background e i tuoi studi come ti hanno aiutato a far strada in questo settore?
DAVID CONTI: Per citare Francis Bacon ho sempre ritenuto che la vera chiave sia trovare il modo di far convivere serenamente la pars destruens (cioè la parte critica, che fa evitare e capire gli errori) e la pars costruens (ovvero quella più razionale, che si costruisce attraverso l’impegno costante) in ciascuno di noi.
Quando frequentavo il liceo organizzavo le classiche feste d’istituto creando un impianto che in scala ridotta potrei oggi definire imprenditoriale. Addirittura ad una festa riuscii ad avere come ospite Massimo Ceccherini, con grande sorpresa e felicità di tutti. Ho capito in quegli anni che il networking, unito ad una buona competenza organizzativa, sarebbe stata la chiave per me. Crescendo ho sviluppato e coltivato le pubbliche relazioni, scegliendo nel frattempo di studiare Economia e Commercio, per poi decidere di specializzarmi in Corporate Finance (che frequento tuttora). Desideravo molto aumentare la mia formazione finanziaria, è l’ambito e l’obiettivo che mi interessa di più. Durante gli studi, tuttavia, ho continuato e continuo a coltivare la passione per la moda e per i brand di lusso, cercando di coniugare questi aspetti di me, quello più razionale con quello più mondano. D’altronde l’uno è a supporto dell’altro.
Sono contento di poter dire che la mia storia sia stata d’ispirazione per il mio PA che ha da poco aperto un agriturismo in Valdorcia, Il Casato M.A.G, un bell’esempio di imprenditoria giovanile.
DM: Qual è stato il turning point che ha dato una svolta importante alla tua carriera?
DC:Senza ombra di dubbio, la presenza sul Red Carpet della 75 Mostra del Cinema di Venezia, per la Prima Mondiale della Serie “ L’Amica Geniale” tratto dal libro di Elena Ferrante, come ospite della Maison de Champagne Moët & Chandon. Lo champagne è una mia passione, quindi ero molto emozionato in tale circostanza. Da lì, ho ricevuto delle proposte da alcuni brand, sempre del settore del lusso, che si rivedevano sia nello stile, molto classico e inglese, che mi contraddistingue, sia nella possibilità di condividere insieme tali palcoscenici.
DM: Sappiamo che da brand ambassador del tuo calibro ti dissoci dall’etichetta di “influencer”…Non hai mai pensato di cercare di fare la differenza anche su Instagram per educare un nuovo tipo di pubblico?
DC: Rispondo citando una famosa frase di Howard Schultz: “Non ho mai voluto definirmi un guadagno netto bensì un insieme di valori”.
Ecco, riportando il pensiero a me, sono una persona che si interessa alla qualità, ai contenuti, alle relazioni, alle esperienze dal vivo, agli eventi, più che ai social. E questo viene apprezzato.
I social come IG nel mio caso potranno servire più nel lungo periodo che nel breve, perché i consumatori che l’utilizzano sono generalmente molto giovani e lontani dal target del settore lusso, lontani dalla cultura del prodotto. Per me è importante invece che ci sia una storia dietro ciascun prodotto che scelgo. Kent 1777, Dents 1777, Fulton raccontano una storia, prima di essere semplicemente prodotti.
Kent produceva pettini e spazzole quando ancora non c’era la bicicletta. Mentre i guanti di Dents, di eccellente qualità, venivano usati anche da Daniel Craig in 007. Fulton è famosissimo per gli ombrelli Birdcage che utilizzava la Regina Elisabetta.
Se questi brand venissero pubblicizzati sui social, il pubblico li vedrebbe scorrere tra tante pagine pubblicitarie e si concentrerebbe solamente sul loro aspetto estetico. Perderebbe la storia.
Ad esempio quando ero piccolo mia madre utilizzava i prodotti per il corpo di La Mer. Ancora oggi io utilizzo i prodotti del marchio, ad esempio la Moisturizing Soft Creme. Perché? Ha saputo mantenere la qualità nel tempo ed evoca dei ricordi, mi riporta ogni volta lì, ad un gesto di cura materno.
Lo stesso vale per Vuarnet, brand di occhiali da sole francese che mio padre ha sempre utilizzato e poi donato a me. È possibile raccontare la personale esperienza di un brand attraverso i social? Penso che l’esperienza vada vissuta, per creare un legame con quel brand che diventerà solo nostro, indissolubile e potrà essere tramandato di generazione in generazione. Parafrasando Maya Angelou “ciò che emoziona e ricorda il pubblico non è mai ciò che un’azienda fa, ma come lo fa sentire”.
DM: Come descriveresti il tuo personal branding e qual è il valore aggiunto che puoi offrire ai vari brand?
DC: La Risposta è: Modern Classic. Che fra l’altro è anche lo slogan di Spirit Yachts, la marca di sailing boats che adoro. Come dicevo parto sempre dalla cultura e dalla qualità del prodotto. Se non è un brand storico, se non ne ho fatto “esperienza”, difficilmente concludo collaborazioni. Chiaramente nel mio cuore trovano spazio anche brand più moderni, che producono comunque dei prodotti destinati a diventare storici.
Ad esempio il marchio Tom Ford che utilizzo sia per i vestiti (Suits e Smoking) che per il profumo preferito, ovvero Tuscan Leather, da buon toscano.
Anche l’azienda Falke è tra le mie preferite, il simbolo della calza di lusso. La utilizzo insieme ad altri prodotti come i maglioni, perché hanno una qualità altissima, ma allo stesso tempo uno stile ed un look moderni. Oppure, Levi’s, inventore dei jeans come li conosciamo oggi, altra azienda storica che si adatta al mio stile. Sono ben felice di utilizzare questi brand in eventi importanti, calibrando ogni volta gli outfit.
Ovviamente attraverso di me i brand possono interagire, tanto che molte volte si scoprono e si creano collaborazioni che a partire da me, vanno oltre.
Sono sicuro che i CEO di grandi aziende continueranno anche nel futuro a mettere a frutto il personal branding. E’ notizia proprio di questi giorni che Arnault, CEO del gruppo LVMH ha registrato il suo nome e cognome, insieme a quello dei figli, come brand. Lo seguiranno in tanti.
DM: Con l’accelerazione digitale sempre più case di moda stanno espandendo la loro attività anche nel Metaverso. Questa integrazione col mondo virtuale come e quanto influenza il tuo lavoro da Brand Ambassador?
DC: Parto dicendo che per me più che un lavoro, è sicuramente una passione. Credo che sia ancora presto parlare di metaverso applicato al settore lusso, perché non conosciamo gli effetti a lungo termine del mezzo. Sicuramente può dare un contributo in termini di vetrina, ma ancora non è stato sufficientemente studiato il target-tipo per poter fare una analisi qualitativa. Offre senz’altro tante potenzialità, ma almeno per ora viene utilizzato soprattutto per aumentare la brand awareness. Per quanto mi riguarda, mi piace studiare questi fenomeni e credo che il metaverso possa essere utilizzato in futuro soprattutto per diffondere un messaggio di ecosostenibilità. In questo senso hanno aperto la strada alcune start-up interessanti, come quella dell’azienda Prysma, brand di occhiali da sole Eco-Friendly, in materiale totalmente ecosostenibile.
DM: Quali progetti importanti hai in programma per il medio-lungo periodo?
DC: Sicuramente questo anno, dopo due di assenza dovuti a covid e impegni lavorativi, sarò presente, sempre come ospite della Maison de Champagne Moët & Chandon, alla 80 Mostra del Cinema di Venezia, dove ci vedremo sicuramente sul red carpet, insieme alle aziende che da sempre mi accompagnano nel percorrere questo importante tappeto rosso come Tag Heuer che è l’azienda di orologi che utilizzo, fida compagna di grandi emozioni. Poi usciranno delle mie interviste in TV, che è una forma di media a cui sono estraneo e in Radio. Oltre ciò, riceverò una nomina abbastanza importante a breve che avrò il piacere di condividere anche con voi sicuramente.Continuerò nel mio tempo libero a seguire come volontario le attività di Save the Children, poiché ritengo la solidarietà un aspetto importante per completarmi come individuo.
DM: Qual è il massimo brand di punta a cui aspiri per la tua carriera?
DC: Sono certo che tutti i brand con cui collaboro e con cui collaborerò anche in futuro saranno quelli che apprezzo e desidero. Ultimamente ho iniziato un rapporto con Bown of London, definita la Rolls Royce delle vestaglie da casa, un prodotto unico. Sono davvero soddisfatto anche della collaborazione con Sperry-Topsider che si protrae ormai da anni, azienda americana che ha inventato con Paul.A.Sperry le scarpe da barca e altri ottimi prodotti per chi ama la vela, come me. Per la mia shaving routine utilizzo invece Geo F Trumper, insieme ai rasoi inglesi della Wilde & Harte, unici nel loro genere. Adidas invece è il mio brand preferito per lo sport….adoro le famose “Gazzelle”! Spero che alcuni di questi brand possano ispirare anche altre persone, e sono molto orgoglioso di poter dire che mi rivedo appieno nella filosofia, storia e valori che trasmettono. Sono più che convinto che “L’eccellenza non sia un atto, ma un’abitudine” (Aristotele), che va pertanto coltivata.
di Redazione
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Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto
Published
3 giorni agoon
24 Agosto 2026By
DailyMood.it
Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.
Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.
Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.
Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.
DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?
SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.
DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?
SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.
DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?
SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.
DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?
SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.
DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?
SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.
DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?
SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.
DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?
SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.
DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?
SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.
DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?
SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.
DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?
SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.
Redazione DailyMood.it
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Il 19 agosto 1883 nasceva Coco Chanel: White Star le dedica un nuovo volume
Published
1 mese agoon
22 Luglio 2026By
DailyMood.it
Questo volume non racchiude solo la storia di una maison leggendaria. È il racconto di una donna che ha riscritto le regole della moda con la sua filosofia. Gabrielle “Coco” Chanel ha cambiato per sempre il modo in cui le donne si vestono, si muovono e percepiscono sé stesse. Indipendente, rivoluzionaria e audace, ha creato uno stile senza tempo, dando vita a capi e accessori diventati vere e proprie icone. Chanel Philosophy va oltre la moda: esplora la visione innovativa della stilista nel campo degli accessori, dei bijoux e della gioielleria, ambiti in cui ha osato più dei gioiellieri tradizionali. Attraverso materiali d’archivio, modelli storici e interviste esclusive, il libro svela il segreto di un lusso che non è solo esclusività, ma anche eleganza pratica e senza tempo.
Chanel Philosophy di Mara Cappelletti
White Star
240 pagine
27 x 31 cm
ISBN 9788854064225
€ 50,00
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- 02 Cover e bordo del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- 03 Cover e retro del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- Immagine pagine 34-35 Pag. 34 © Hulton-Deutsch Collection/Corbis Historical/Getty Images Pag. 35 Bridgeman Images
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- Immagine pagine 40-41 Pag. 40 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc/Alamy Foto Stock Pag. 41 Retro AdArchives/Alamy Foto Stock
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- Immagine pagine 106-107 Pag. 106 Reg Burkett/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images Pag. 107 Fabio Petroni
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- Immagine pagine 150-151 Pag. 150 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s Pag. 151 Boris Lipnitzki/Roger-Viollet
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- Immagine pagine 194-195 Pag. 194 Immagine gentilmente fornita da Christie’s Images Ltd. 2025 Pag. 195 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s
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La trappola dell’iperconnessione di Barbara Fabbroni
Published
2 mesi agoon
6 Luglio 2026By
DailyMood.it
Nasce un nuovo movimento: gli anarchici digitali. Non un ritorno al medioevo, ma una ribellione psicologica contro il capitalismo della sorveglianza.
C’è un momento preciso, nella vita di un adolescente iperconnesso, in cui il pollice si ferma. Non per stanchezza fisica, ma per una specie di saturazione interiore: lo schermo continua a offrire stimoli, ma qualcosa dentro non risponde più. È lì, in quella micro-pausa, che psicologicamente nasce la ribellione.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi hanno spostato il confine dell’anarchia digitale: non più assenza di regole, ma eccesso di potere invisibile. Piattaforme che sanno cosa desidereremo prima di noi, sistemi di raccomandazione costruiti sui bias della dopamina, un disordine informativo che genera ansia cronica più che libertà. In questo scenario di sorveglianza soft, dove ogni clic diventa dato e ogni dato diventa profitto, cresce un contro movimento silenzioso: i cosiddetti anarchici digitali.
Non sono luddisti. Non spaccano server, non demonizzano la tecnologia in sé. La loro è una rivolta psicologica prima ancora che ideologica: il rifiuto di un sistema di ricompense variabili — lo stesso meccanismo neurobiologico delle slot machine — che tiene agganciata l’attenzione attraverso il rilascio intermittente di dopamina. Skinner lo aveva già dimostrato negli anni Trenta con i suoi esperimenti sul rinforzo intermittente: è la ricompensa incerta, non quella certa, a generare dipendenza comportamentale. I social network ne sono l’applicazione perfetta.
Non ci si confronta più con i pari reali, ma con versioni curate e algoritmicamente premiate dell’esistenza altrui.
Il prezzo psichico di questa architettura si vede nei numeri clinici che arrivano dagli studi sui giovani: aumento dei disturbi d’ansia, fenomeni di ritiro sociale che in Giappone hanno un nome preciso, hikikomori, e che oggi si osservano anche nei contesti occidentali con forme più sfumate ma altrettanto preoccupanti. Il confronto sociale continuo, teorizzato già da Festinger negli anni Cinquanta come meccanismo naturale dell’identità, trova online un’amplificazione patogena. Il risultato è un vissuto cronico di inadeguatezza che la letteratura definisce comparazione sociale ascendente disfunzionale.
A questo si aggiunge il vamping, la veglia digitale notturna che frammenta il sonno REM proprio nella fascia di età in cui la consolidazione mnestica e la regolazione emotiva dipendono in modo critico dal riposo. Non stupisce che irritabilità, difficoltà attentive e labilità dell’umore siano tra i sintomi più frequenti riportati nei colloqui clinici con adolescenti fortemente esposti.
Il rifiuto del diktat algoritmico
Notifiche disattivate, dumbphone, il passaggio dalla FOMO alla JOMO. È riappropriazione del locus of control: lo spostamento dell’origine percepita delle proprie azioni dall’algoritmo alla scelta consapevole.
La tutela radicale della privacy
Sistemi crittografati, browser anonimi, rifiuto della mercificazione del sé digitale. Sottrarsi al tracciamento come forma di autodeterminazione.
Comunità alternative
Micro-comunità orizzontali, non mediate da logiche di monetizzazione della rabbia. Un ritorno a quello che Winnicott chiamava spazio transizionale.
Non è un movimento nostalgico. È una risposta adattiva a un ambiente che, nel tentativo di connettere tutti, ha finito per isolare i singoli dentro bolle di validazione artificiale. E forse la domanda più interessante non è se questi giovani abbiano ragione a disconnettersi, ma cosa ci dice della nostra epoca il fatto che disconnettersi sia oggi percepito come un atto di coraggio.
La disconnessione come atto clinico
Forse è qui che dobbiamo tornare a quel pollice fermo sullo schermo. Non è resa, non è sconfitta della tecnologia sull’attenzione: è il primo gesto di un organismo che si difende. In termini clinici, potremmo chiamarlo un tentativo di riregolazione — il sistema nervoso che, esausto da uno stato di allerta perenne, cerca la via più semplice per tornare a uno stato di quiete: interrompere lo stimolo.
I ribelli digitali non stanno inventando nulla che la psicologia non sapesse già. Stanno semplicemente agendo, su scala generazionale, un principio che ogni terapeuta conosce bene: quando un ambiente diventa strutturalmente incapace di rispettare i bisogni di chi lo abita, l’unica risposta sana è ridefinire i confini. Non è patologia il ritiro — è patologico, semmai, il sistema che lo rende necessario.
C’è però un rischio da non ignorare, ed è forse la nota più scomoda di questa analisi: la disconnessione volontaria, per essere davvero liberatoria, richiede risorse. Tempo, consapevolezza, un contesto familiare e sociale che sostenga la scelta invece di isolarla ulteriormente. Chi non ha gli strumenti per teorizzare la propria ribellione rischia di restare semplicemente intrappolato, senza nemmeno il lessico per nominare la propria sofferenza. L’anarchia digitale, in questo senso, è anche una questione di classe psicologica: chi può permettersi di disconnettersi, e chi no.
Resta la domanda che chiude davvero il cerchio, quella che il pezzo pone nel finale: se il coraggio, oggi, si misura nella capacità di spegnere una notifica, forse non è la generazione che va analizzata. È l’architettura che l’ha costretta a considerare la quiete come un atto di resistenza.
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