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Third day Venezia 76: Red Carpet

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Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande

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Ormai lo diciamo ogni volta che vediamo un suo film. Brad Pitt porta con sé un’aura tale che è in grado di tenere in piedi un film da solo, grande o piccolo che sia. Stavolta, però, accade qualcosa di molto particolare. Che a tenere in piedi il film Heart Of The Beast, diretto da David Ayer, al cinema dal 24 settembre, siano in due. Brad Pitt e Odino, un magnifico cane lupo – in realtà sono in 4, in scena, a interpretarlo – di un’espressività e una sensibilità unica. I due, in scena, fanno grandi cose, interagiscono, si abbracciano, lottano insieme. Ma c’è una minuscola sequenza che ci fa capire la sintonia. Nel momento in cui, uscito dall’acqua, Odino fa quel tipico movimento per scrollare il corpo e la testa per asciugarsi, Brad Pitt lo segue con il suo capo, muovendolo come fanno i cani. È un gesto istintivo, probabilmente frutto dell’improvvisazione. Ma è da queste cose che si capisce la sintonia che si può sviluppare su un set tra due attori. Anche se sono un uomo e un cane. Se amate Brad Pitt – e come non amarlo? – Heart Of The Beast è il film che dovete vedere. Se amate i cani  – e come non amarli? – questo è il film che dovete assolutamente vedere. Con un’avvertenza. Vi commuoverete fino alle lacrime.

Dopo un drammatico incidente aereo, l’ufficiale delle Forze Speciali James Belmont (Brad Pitt) si ritrova disperso nelle terre più remote e inospitali dell’Alaska. Al suo fianco c’è solo Odino, il fedele cane militare con cui ha condiviso missioni estreme e situazioni al limite. Circondati da una natura selvaggia e spietata, tra freddo estremo, predatori e ostacoli imprevedibili, James e Odin dovranno affidarsi l’uno all’altro per sopravvivere. Mentre ogni passo verso la salvezza si trasforma in una sfida, il loro legame verrà messo alla prova come mai prima d’ora.

I capelli rasati, come ne L’esercito delle 12 scimmie e Fight Club, la barba lunga ma non troppo, ben curata. Una serie di tatuaggi sul collo e le braccia per farlo entrare nel personaggio. Brad Pitt in Heart Of The Beast è in scena così, in maniera naturale, con pochissimi orpelli. Si porta con sé quelle rughe naturali, poche, che gli ha regalato il tempo, rendendolo ancora più interessante di quando era giovane. Come vi avevamo raccontato a proposito di F1 – Il film, oggi Brad Pitt ha bisogno di fare pochissimo per comunicare ogni suo personaggio, non ha bisogno di una recitazione plateale, di scene madri. E anche qui, in quello che è un film d’azione, che prevede un grande lavoro, una prova fisica, non è mai sopra le righe, è sempre credibile, sempre misurato. Oggi Brad Pitt è l’essenziale del cinema. Oltre ad essere, con Tom Cruise, forse l’ultima della star storiche di Hollywood ad essere ancora saldamente sul suo trono.

Brad Pitt è in grado di reggere da solo un film. Ma qui ha un co-protagonista eccezionale, Odino. Come abbiamo scritto, è interpretato da 4 cani diversi. Il suo personaggio è senza una zampa, ha i denti in titanio perché, in servizio, li ha persi. Come il suo padrone, anche Odino è un reduce di guerra, soffre di stress post traumatico, di notte ha gli incubi. La storia di Odino è quella di tanti cani impiegati nell’esercito, cani che salvano le vite, ma che pagano un prezzo altissimo. E che, a volte, riescono a iniziare una seconda vita. I cani che interpretano Odino sono espressivi, hanno uno sguardo fiero, intenso, un’empatia con l’attore in scena che è un vero punto di forza del film. C’è una cosa che Odino riesce a trasmettere più di ogni altra cosa. La preoccupazione di un cane per il suo padrone. E in questo è impagabile.

Sono 3mila i cani che sono stati impiegato dall’esercito americano negli ultimi 20 anni. Il film ci racconta questo. Ci racconta il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico. Ci racconta l’istinto di sopravvivenza che contraddistingue l’uomo e l’animale. È un film ad alto tasso di adrenalina, di tensione, e di commozione. È uno di quei film che non si fanno più, con gli animali addestrati (riguarda i cani, mentre altri animali sono realizzati in computer grafica per evidenti motivi), con pochi attori, poche parole, e girati in location reali, impervie. Perché solo così si può dare un senso di realismo a tutta la storia. È una sorta di Into The Wild che incontra The Revenant e Alpha – Un’amicizia forte come la vita, quel film che raccontava come è nata l’amicizia tra l’uomo e il lupo, dando vita al cane. Andate a vedere Heart Of The Beast. Ma preparate i fazzoletti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Amori & incantesimi 2: Sandra Bullock e Nicole Kidman, stile da strega

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“Che c’è? È il XXI secolo. Un uomo può fare un lavoro da donne”. È una delle battute che sentiamo in Amori & incantesimi 2, il sequel del film del 1998 con Sandra Bullock e Nicole Kidman, che tornano nei loro ruoli di Sally e Gillian Owens 28 anni dopo. A pronunciarla è il professor Ian Wright, improvviso alleato, di fatto uno stregone, uno che fa magia, che è sempre sembrata appannaggio delle streghe. Lo scambio dei ruoli tra maschile e femminile avrebbe potuto essere un punto interessante, nella nostra era, da cui partire per riportare questa storia sullo schermo. Ma è uno spunto che rimane sullo sfondo, un gancio non sfruttato. I temi del film, piuttosto, sono altri. Amori & incantesimi 2 si chiede che cosa sia giusto rivelare ai nostri figli se sia giusto nascondere delle cose per proteggerli o se sia meglio far sapere loro tutto. E anche se sia giusto dimenticare chi si è davvero e nascondere la propria natura e i propri talenti in un cassetto, o se sia meglio provare ad essere se stessi.

Negli anni che sono passati tra le due storie, infatti Sally (Sandra Bullock), dopo la morte del primo e del secondo marito, ha deciso di rinunciare alla magia, di non raccontare mai niente della maledizione alle due figlie, e di non legarsi più a nessuno. Gillian (Nicole Kidman), da sempre è stata restia ai legami. Non ha rinunciato alla magia. Ed è tornata nella casa delle zie, nel Massachusetts. Una delle figlie di Sally ha conosciuto qualcuno e forse è innamorata. La maledizione, lo sapete, fa sì che ogni volta che qualcuno della famiglia si innamora di una persona, questa muore.

Come il primo film, Anche Amori & incantesimi 2 gioca sul contrasto tra le due attrici e i due personaggi. Sorelle diverse, sia fisicamente che nell’indole. Sandra Bullock è la donna con la testa a posto, riflessiva, quella che si innamorava e si sposava, e ora è madre. Nicole Kidman è la scapestrata, la libertina, l’irrequieta e l’emancipata. Quella che sceglieva storie travolgenti, a volte con gli uomini sbagliati, ma che non si innamorava. E che, ancora, non si innamora. Il contrasto, come detto, è anche fisico. Una donna ha i capelli corvini, dai profondi occhi neri come il carbone, dai tratti decisi del volto, e un corpo tonico e giovanile. Un’altra ha i capelli rossi e ricci, un’aura da bellezza preraffaellita, la carnagione bianco latte, il fisico esile e longilineo. Due elementi opposti che, come in chimica, si attraggono e danno vita a un composto potente.

Nicole Kidman è in scena con un perfetto look da strega, una sorta di witch-grunge-chic che riprende un abbigliamento vintage, lo mescola con un po’ di grunge e detta la linea di quella che potrebbe essere una nuova moda. Lunghe gonne scozzesi, a quadri, portate con t-shirt bianche. Abiti leggeri e setosi abbinati a quelle camicie di pizzo a collo alto che si usavano un tempo, con giacche di tessuto broccato o maglioni. O ancora, come usa la giovane strega, figlia di Sally (interpretata da Joey King), sottovesti abbinate a camice di flanella, giacche di pelle, con gli anfibi ai piedi. Sandra Bullock è la strega che ha deciso di rinunciare ai poteri, di diventare una donna normale. E questo si riflette anche nel suo look, fatto di jeans e camicie bianche, golfini e magliette nere, leggins neri portati con le ballerine.

Amori & incantesimi 2 ha in parte gli stessi difetti del primo film, in parte altri, qualcuno lo risolve e qualcuno no. Il primo film aveva un tono davvero troppo leggero e una trama esile ed incerta, con un finale che lasciava la storia in sospeso. Il secondo film prosegue per gran parte sulla falsariga del primo, leggero e impalpabile, per poi lanciarsi, nella seconda parte, in una trama più articolata, ma anche forzata. E a un finale tra il fantasy, l’action e l’horror che, se giustifica la presenza di due streghe nella storia, cambia anche bruscamente il tono del film. Le scene d’azione non sono all’altezza di questo genere di film. Di meglio, rispetto al primo film, ha alcune battute che suscitano qualche sorriso in più.

Alla regia c’è Susanne Bier, la regista danese di Dopo il matrimonio e Noi due sconosciuti (Things We Lost In The Fire), nata con il Dogma e Lars Von Trier. La Bier oggi lavora soprattutto negli Stati Uniti dove è diventata una regista di film d’azione e di serie ad alta tensione. Aveva già lavorato con Sandra Bullock in Bird Box e con Nicole Kidman nella serie The Undoing. In quello che è chiaramente un film su commissione, Susanne Bier prova a portare il suo senso per i rapporti familiari, per i segreti e le cose non dette, per i rapporti tra genitori e figli. Che non sono facili quando si parla di streghe. Ma che, in fondo, non sono facili in ogni caso.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Venezia 83: May el-Toukhy con Woman Unknown è il Leone d’Oro, Riccardo Scamarcio è il miglior attore di Orizzonti

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C’era una sola donna regista in concorso al Festival di Venezia e proprio lei ha vinto il Leone d’Oro. May el-Toukhy con Woman Unknown ha vinto il premio più importante, e anche la Coppa Volpi alla migliore attrice, Mathilde Arcel. È una scelta fatta chiaramente nel nome delle donne. Lo è quella della giuria, guidata da Maggie Gyllenhaal, per dare un messaggio non tanto ai selezionatori del festival per aver preso una sola donna in concorso, quanto a un sistema che ancora fa fatica a fidarsi delle registe donne e ad affidare loro progetti ambiziosi e importanti. Ma è nel nome delle donne anche la scelta di May el-Toukhy, quella di raccontare la storia di una donna con un passato difficile, con un film che “parla del corpo delle donne come campo di battaglia e soprattutto delle donne che non hanno voce”. Mentre i femminicidi aumentano, mentre ogni giorno arriva una notizia tremenda e sembra che nessuno voglia davvero fare niente per cambiare la situazione, Woman Unknown è un messaggio forte. Ed è anche un gran bel film.

Ma lo sono tutti i film che sono stati premiati, segno che è stata un’ottima edizione del Festival di Venezia. Possible Love di Lee Chang-dong ha vinto il Gran Premio della Giuria raccontando con poesia e sensibilità la lotta di classe in Corea, e mettendosi dalla parte degli ultimi. Wild Horse Nine di Martin McDonagh ha regalato una meritatissima Coppa Volpi per il miglior attore a John Malkovich, e potrebbe far passare questa edizione di Venezia alla storia per quella che ha lanciato il grande attore verso gli Oscar, con un film geniale, divertente e anche piuttosto deciso nel mettere alla berlina un certo modo di essere degli Stati Uniti. Per molti è stato il più bel film della mostra e doveva vincere il Leone d’Oro (stessa cosa che è stata detta per Possible Love). Ma l’occasione di premiare un film valorizzando allo stesso tempo un grande attore faceva pensare che Wilde Horse Nine sarebbe stato un film da Coppa Volpi. Fino a qui i film che hanno messo d’accordo tutti.

C’era chi aveva pronosticato anche che Dau avrebbe vinto il premio per la Miglior Regia, assegnato a Ilya Khrzhanovsky, e chi credeva che non sarebbe stato così, essendo l’opera in parte una rielaborazione di materiale già usato. Hanno avuto ragione i primi e ha vinto il regista dissidente russo, anti-putiniano, che ha dedicato il premio alla resistenza ucraina.  Un bon petit soldat, di Stephane Brizé è stato premiato per la Miglior sceneggiatura, e anche questo si poteva immaginare: è un film di parole e di scrittura, un pamphlet sul mondo del lavoro di oggi e le sue dinamiche perverse. Si pensava che la Coppa Volpi per la migliore attrice sarebbe potuta andare alla protagonista, la nostra Alba Rohwacher, ma il premio alla protagonista di Woman Unknown (e la scelta di premiare questo film per la sceneggiatura) l’hanno eliminata dalla corsa. È un film che ha diviso, e non poteva essere altrimenti, quello che ha vinto il Premio Speciale della Giuria: NAZA, di Yuval Abraham e Rachel Szor, che parla della situazione tra Israele e Palestina. Quando un film divide è difficile che vinca un Leone d’Oro. Ma non è solo un documentario politico, in molti lo hanno apprezzato anche dal punto di vista visivo.

Se ci mettiamo altri film che non sono andati a premio, come l’amatissimo Look Back, come Succederà questa notte, definito da molti il miglior film di Nanni Moretti da molti anni a questa parte, il giudizio complessivo del Festival di Venezia n. 83 è ottimo. È probabilmente una delle migliori edizioni tra le ultime, e, per molti, la selezione è stata persino superiore al Festival di Cannes. Pur nelle discussioni su chi meritasse i premi più alti e quelli meno importanti, la cosa che ha messo d’accordo tutti, o quasi, è che tutti i film citati sono accessibili a tutti, a un pubblico ampio, film comprensibili ed estremamente godibili. Sono film, soprattutto, che usciranno al cinema e non rimarranno confinati nella categoria “film da festival”. Facciamo il tifo per loro, e per il cinema: speriamo che il pubblico torni a riempire le sale.

Speriamo che il pubblico torni al cinema soprattutto per i film italiani, visto che ci interessa che l’industria resti sana e sostenibile. Non abbiamo vinto nessun premio nel concorso principale, è vero, e in molti hanno visto una crisi del cinema italiano. In realtà abbiamo presentato degli ottimi film: L’estranea di Paolo Strippoli, i film di Amelio (Nessun dolore) e di Moretti (Succederà questa notte), quelli di Edoardo De Angelis (Il fuoco che ti porti dentro) e Mario Martone (Scherzetto). E poi I figli della scimmia di Tommaso Landucci, che ha vinto due premi a Orizzonti: Riccardo Scamarcio è stato il Miglior Attore e il film ha vinto anche per la Sceneggiatura. È una storia che parla di disabilità in modo nuovo e originale, e da giovedì 17 sarà in sala. Lo ripetiamo ancora: andate al cinema!

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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