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Style & Luxury

Ore senza muoversi al lavoro? ecco 7 consigli per ritrovare la leggerezza

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L’autunno è il mese delle agende che tornano a riempirsi, dei buoni propositi e della promessa, puntuale, di trovare più tempo per il proprio benessere. Poi però la realtà prende il sopravvento e tornando al lavoro, le giornate si riempiono di impegni e tra riunioni e appuntamenti si finisce spesso per trascorrere ore nella stessa posizione, sedute dietro una scrivania. La nostra salute passa in secondo piano e a fine giornata a ricordarcelo sono le gambe, con quella sensazione di pesantezza e affaticamento.

Non è solo una sensazione, stare fermi troppo a lungo può infatti mettere sotto pressione il corpo e come segnalato dall’indagine EU-OSHA, ESENER 2024 la seduta prolungata è oggi uno dei principali fattori di rischio sul lavoro. Una situazione che secondo EWCS sembra riguardare in particolare le donne, con il 42% delle lavoratrici che trascorre almeno tre quarti del proprio tempo di lavoro seduta per blocchi di almeno mezz’ora, contro il 39% degli uomini.

Il problema non interessa soltanto chi lavora in ufficio perché se davanti a uno schermo si trascorrono ore sedute, per una commessa, una parrucchiera o per chi svolge un lavoro che richiede di stare in piedi per gran parte della giornata, l’immobilità assume semplicemente Un’altra forma. Posizioni diverse ma un elemento in comune, infatti, per il sistema linfatico non è tanto la posizione in sé a fare la differenza quanto la possibilità di muoversi.

“Il cuore muove il sangue da solo. La linfa ha sette motori: uno lavora da sé, sei dipendono da come muoviamo il corpo. Otto ore nella stessa posizione non significano che il corpo abbia riposato: significano che per otto ore nessuno ha spinto”, spiegano gli esperti di Linfit®, la prima specialità di ginnastica interamente dedicata alla salute del sistema linfatico e circolatorio.

È proprio da qui che nascono i sette consigli per ridare leggerezza alle gambe dopo una giornata di lavoro. I primi cinque compongono una sequenza di circa dieci minuti da fare appena rientrate a casa, mentre gli ultimi due aiutano a portare il movimento anche durante la giornata lavorativa, trasformandola in un’abitudine da mantenere nel tempo.

  1. Prima aprite, poi spingete: trenta secondi di sfioramenti lentissimi, con la mano appena appoggiata, sulle tre zone in cui la linfa rientra in circolo: sopra la clavicola, l’inguine, la piega dietro il ginocchio. Non è un massaggio. I vasi linfatici superficiali sono ancorati alla pelle ed è la trazione leggera ad aprire le loro valvole; la pressione forte li schiaccia. L’errore più comune è partire dalle caviglie e spingere forte verso l’alto: è l’ordine invertito.
  2. Cominciate dal piede, non dalla gamba: due minuti a piedi nudi, da sedute: dita che si alzano una alla volta, salita sulle punte e ritorno, piede che rotola dal tallone all’avampiede. Sotto la pianta c’è un serbatoio che ogni appoggio svuota verso l’alto: è il motore che si spegne per primo dentro una scarpa rigida o su una sedia, e quello che si riaccende con meno fatica. Vale anche per chi lavora in piedi: ferma, il piede non pompa.
  3. Alternate, non sforzate: tre minuti sollevando e riappoggiando i talloni con ritmo regolare, in piedi o da seduta. Nell’essere umano la contrazione muscolare aumenta il flusso linfatico di due-tre volte rispetto al riposo, ma è l’alternanza a fare il lavoro: la fase di rilascio è quella in cui il vaso si riempie. Un muscolo contratto e basta non pompa nulla. Non serve la forza. Serve l’alternanza.
  4. Togliete la gravità dal conto: tre-cinque minuti con le gambe appoggiate al muro e il bacino a terra. Se c’è la possibilità, camminare in acqua fino alla vita vale ancora di più: posizione e pressione dell’acqua sono i due fattori con le evidenze più solide sull’essere umano, e la camminata in acqua riduce in modo misurabile il volume della gamba. Funziona a fine giornata, quando il liquido si è accumulato.
  5. Chiudete con il respiro, che regola, non drena: dieci respiri lenti da sdraiata, lasciando che la pancia si espanda. Il diaframma è la via anatomica attraverso cui passa la maggior parte della linfa del corpo, e il respiro lento è il modo più rapido per abbassare l’attivazione nervosa accumulata in otto ore di lavoro. Da solo non spinge la linfa dalle gambe: cambia la condizione in cui tutto il resto lavora.
  6. Non aspettate la sera: alzarsi e camminare cinque minuti ogni mezz’ora di seduta; se è impossibile, trenta pompaggi di caviglia da seduta, che non è la stessa cosa ma non è zero. In uno studio controllato su undici adulti (Columbia University, 2023) è la dose che ha abbassato insieme picchi glicemici e pressione e ridotto la sensazione di fatica: una ricerca piccola, quindi un’indicazione, non una regola. La pausa non è tempo perso. È l’unico momento in cui la linfa si muove.
  7. Dieci minuti tutti i giorni battono quaranta minuti una volta a settimana: il sistema linfatico non accumula progressi come un muscolo: risponde al movimento mentre lo fate. Meglio agganciare la sequenza a qualcosa che già succede ogni sera.

“Dopo le vacanze ricominciamo a riempire le giornate di impegni e obiettivi, e il primo a uscire dall’agenda è il corpo. Non serve drenare la linfa: serve allenarla. E non servono allenamenti impegnativi, serve sapere che sei dei suoi sette motori dipendono da come ci muoviamo durante il giorno. Fermo restando che, in presenza di gonfiore improvviso o su una gamba sola, gonfiore doloroso, patologia cardiaca o renale nota o gravidanza complicata, la raccomandazione è rivolgersi al medico prima di intraprendere qualunque pratica”, commenta Claudia Viaggi, co-founder di Linfit e ideatrice del metodo.

di Lidia Pregnolato per Dailymood.it

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Fashion News

Jimmy Choo | Pearls of Wisdom, a Capsule Celebrating 30 Years of Jimmy Choo

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Per trent’anni, la perla è stata intessuta nel tessuto di Jimmy Choo: dalle pareti in travertino alabastrino delle prime boutique alla tonalità iridescente del packaging color ostrica distintivo della maison. Le perle hanno fatto la loro comparsa su scarpe e accessori in ogni forma, dalla più delicata alla più audace. La perla non è un semplice motivo decorativo, è un codice della maison.
Per celebrare i tre decenni di Jimmy Choo, la Direttrice Creativa Sandra Choi riflette su questo simbolo intramontabile con Pearls of Wisdom: una capsule collection e una campagna che rendono omaggio alla perla in tutte le sue forme. Preziosa ma resistente, formatasi lentamente e affinata nel tempo, è emblematica di un trentesimo anniversario e una metafora appropriata di tutto ciò che la maison ha costruito.
«“Pearls of Wisdom” mi è sembrato il punto di partenza perfetto per celebrare i tre decenni di Jimmy Choo. Il traguardo dei 30 anni si allinea in modo naturale a questo motivo che amiamo da tempo. Per me, la perla racchiude una forza discreta e duratura: aggraziata, mai ostentata e sempre caratterizzata da un tocco di giocosa purezza. Per questa collezione, volevo che la perla apparisse naturale e istintiva, un’espressione sottile del nostro passato che continua a plasmare il nostro futuro». Sandra Choi
La campagna è immortalata attraverso uno sguardo di silenziosa reverenza. Dalle immagini still life agli scatti con le modelle e alle vignette, queste immagini dialogano tra loro; ogni inquadratura è studiata, lenta e precisa, con ritagli che guidano lo sguardo verso i dettagli finemente realizzati che definiscono questa collezione. Lo styling riflette la versatilità intrinseca della perla stessa: sicura di sé, senza età e libera da vincoli legati alle occasioni; può essere indossata nei momenti più festosi della vita oppure come elemento capace di elevare la quotidianità, sempre con un senso di freschezza e modernità. Realizzate sia a colori sia in bianco e nero, le immagini richiamano l’eterna attualità e il fascino della perla, insieme alla forza del femminile.
Nelle immagini in movimento della campagna, una grafica con il numero ’96, l’anno di fondazione di Jimmy Choo, viene reinterpretata come simbolo di un’eredità: le forme curve diventano una coppia di apostrofi, uno diritto e uno rovesciato. Sovrapposti in primo piano, incorniciano e scandiscono le immagini. Un’eco visiva delle citazioni, delle storie e dei momenti iconici accumulati nel corso di trent’anni fondamentali. Come la perla stessa, rappresentano un richiamo all’anno di fondazione della maison, il 1996.
Tra scarpe, borse e gioielli, ogni pezzo della capsule offre una propria interpretazione della perla.
La zeppa scultorea dorata ITHACA, che prende il nome da un’isola greca il cui paesaggio romantico è impreziosito dalla madreperla, presenta sul lato inferiore un trio di perle in resina. Il sandalo IRINA avvolge il piede con perle in resina e cristalli, come collane sovrapposte, mentre la INGRID FLAT reinventa una robusta scarpa Oxford con una fibbia in perla di resina trompe-l’œil. Corsage barocchi sbocciano sulle tre silhouette della famiglia INES, proposta nelle versioni décolleté, mule e ballerina.
La BON BON, che richiama i corsage di perle barocche della famiglia INES, si affianca alla TUBE MINI BAG e alla minaudière RAINDROPS, entrambe rifinite con una frangia di perle in resina ricadenti. La clutch CLOUD evoca conchiglie di ostrica e onde dorate, mentre la OYSTER è una clutch scultorea in plexiglas, un oggetto d’arte ispirato alla forma naturale di una perla barocca. Ogni pezzo è concepito come un futuro cimelio, pensando ai prossimi trent’anni.

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Fashion News

Alexander McQueen sostiene Tate Britain The 90s: Art and Fashion

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Alexander McQueen è onorato di sostenere The 90s: Art and Fashion, una mostra di rilievo alla Tate Britain, curata da Edward Enninful OBE, la cui prospettiva unica esamina un’epoca che ha trasformato l’arte, la moda e la cultura contemporanea.

Alexander McQueen, fondato da Lee Alexander McQueen a Londra nel 1992, emerse durante questo decennio determinante per la moda e la cultura britanniche. Dopo essersi formato nella londinese Savile Row e alla Central Saint Martins, McQueen unì la precisione della sartoria e dell’artigianato britannici a una visione creativa sovversiva e senza compromessi. Il suo lavoro sfidò le convenzioni e ebbe una risonanza ben oltre la moda, riflettendo il ricco dialogo tra arte, cultura ed espressione creativa che caratterizzò gli anni Novanta.

Nell’ambito del suo sostegno alla mostra, Alexander McQueen ha concesso in prestito una selezione di look d’archivio provenienti dalle sue fondamentali sfilate degli anni Novanta. Presentati in dialogo con opere d’arte e voci culturali influenti, questi pezzi offrono una rara opportunità di vivere il lavoro degli esordi della maison all’interno del più ampio panorama creativo di un decennio che ha plasmato la storia della moda.

The 90s: Art and Fashion
8 ottobre 2026 – 14 febbraio 2027
Tate Britain, Londra

LOOK IN MOSTRA

Alexander McQueen Autunno Inverno 1998 ‘Joan’
Abito con cappuccio con base in tulle e perline tubolari in vetro rosso distribuite su tutta la superficie.

Alexander McQueen Autunno Inverno 1998 ‘Joan’
Armatura in metallo di alluminio, realizzata da Sarah Harmarnee per Alexander McQueen.

Alexander McQueen Autunno Inverno 1997 ‘It’s a Jungle Out There’
Giacca sartoriale in pelle di vitello con corna di impala.

Alexander McQueen Autunno Inverno 1999 ‘The Overlook’
Corsetto a spirale in metallo di alluminio, realizzato da Shaun Leane per Alexander McQueen.

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Sfilate

CHANEL Sfilata Primavera Estate 2027

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La Conversation – Parte Tre – Volti diversi della stessa medaglia

«La bambina che ero un tempo è con me oggi. Ho realizzato i suoi progetti. Ho soddisfatto i suoi gusti. È da lei che ho acquisito i miei standard esigenti, ed è lei che sono riuscita a soddisfare. Nessuno mi è più vicino di lei. Lei mi deve tutto, e io le devo ciò che sono riuscita a dare al mio tempo.»

Gabrielle Chanel

«Nel corso della loro vita, le donne diventano molteplici sé, volti diversi della stessa medaglia. È come un gioco del cadavere squisito, in cui un’identità conduce a un’altra. Si tratta delle donne dentro una donna. E qui si tratta di una donna, Gabrielle, che poi è diventata Chanel.»

Matthieu Blazy

La moda è malleabile e trasformativa, trasmettendo dal passato al presente e verso il futuro.

Le identità della moda cambiano e si trasformano, eppure, in relazione a una donna, sono sempre diverse e sempre le stesse. Nella collezione di questa stagione, Matthieu Blazy, Direttore Artistico delle Attività Moda, rende omaggio a questi molteplici sé nel suo continuo dialogo con Gabrielle Chanel.

Dai suoi inizi agli anni più tardi, dalla rivelazione della biancheria in jersey all’inizio della collezione fino al suo lavoro del dopoguerra sul tailleur, qui indossato come una seconda pelle contro la carne nuda, leggero come un profumo. Qui, il continuum della moda Chanel si dimostra stratificato e circolare, con l’inizio che informa la fine.

Nella collezione, la giovane Gabrielle diventa le diverse donne Chanel che sarà. Ognuna porta l’altra dentro di sé, una storia stratificata di identità all’interno di una storia stratificata degli abiti che indossava. Questo è il suo personale viaggio nella moda: dalle costrizioni del corsetto e della sartoria edoardiana che un tempo aveva adottato e contro cui si era ribellata, alle sue idee riconfigurate e rivoluzionarie sul tailleur, indossato con disinvoltura e portato con leggerezza.

Le identità vengono provate, valorizzate, aggiunte, utilizzate come un gioco o, a volte, abbandonate e combattute. Lasciano dietro di sé tracce delle loro precedenti incarnazioni: linee di stecche d’ombra, il movimento di un peplo, il volant di un colletto, la curva di un corpino, che diventano i resti spettrali di vite della moda passate.

Dalla costruzione alla decostruzione, ritorna la sua rivelatrice esplorazione della sartoria maschile: l’abbigliamento formale maschile da giorno e da sera viene tagliato a vivo e trasformato in gilet, indossati con pantaloni, oppure riconfigurato in tailleur con gonna a matita.

Il mondo maschile scivola in quello femminile con abiti formali in stile anni Trenta, ricamati di paillettes e strutturati in sbieco, oppure lavorati a maglia e impreziositi da perline, abbastanza leggeri da essere infilati e indossati con la facilità di una T-shirt. I paradossi della femminilità sono al centro di ciascuno di essi.

Eppure, forse, è il flou a risultare più sorprendente quando imita il time-lapse delle formazioni delle nuvole, ottenuto sovrapponendo differenti pesi di trasparenze di seta stampata e tagli ampi e fluttuanti. Segna il mattino, l’ora dorata e il calare della notte; il passaggio del tempo.

Simboleggiato dall’uccello, in particolare dal rondone e dalla rondine, un senso di libertà prende il volo attraverso gli abiti, posandosi a volte nella sua incarnazione aviaria come bottoni, gioielli e ricami.

Ma è nello straordinario sviluppo dei tessuti dell’atelier, sia intrecciati sia lavorati a maglia, che le sue capacità supreme risplendono, spingendo una concezione della libertà attraverso il movimento e la leggerezza.

Qui, la filosofia Chanel diventa non soltanto un motivo, ma un progetto di vita, qualcosa che è nel cuore della maison. Come la libertà stessa, non si tratta soltanto di vedere, ma di sentire.

Il capitolo finale della collezione chiude il cerchio, dalla seconda pelle della biancheria all’inizio della sua storia fino all’ultima incarnazione del tailleur nel nuovo «tweed smock».

Quest’ultimo rappresenta un’innovazione sorprendente: richiama il primo nella sua leggerezza senza sforzo, nella sua malleabilità e mobilità ottenute grazie all’elasticità, diventando un capo performante possibile soltanto oggi.

Eppure continua le tradizioni degli obiettivi ultimi di Gabrielle Chanel attraverso l’abito: movimento, espressione di sé, libertà.

A partire da Dyanira Hurbuscher, che tiene la stessa borsa 2.55 di Gabrielle Chanel proveniente dagli archivi del Patrimoine, la collezione ritorna a essa alla fine, indossata dalla stessa modella; gli accessori riflettono la stessa molteplicità di significati e di identità.

Ere ed epoche si fondono, in particolare nella varietà delle borse con patta, sia vecchie sia nuove. Dall’eleganza della pelletteria di un nuovo classico, con la sua chiusura a catena da orologio, passando per le borse nuvola e i loro segni del passaggio del tempo, fino alla minaudière a forma di gabbia per uccelli, con i suoi uccelli fuggiti, simbolo e significante, allo stesso tempo giocoso e profondo.

«Questa non è una collezione storica; è una collezione sulle storie stratificate di Gabrielle Chanel. Alla fine, Chanel ha preso il volo, e ogni passo che ha compiuto l’ha condotta verso la libertà, come un uccello.»

Matthieu Blazy

  • Mémoires de Coco, Louise de Vilmorin, Gallimard, 1999.
    Copyright CHANEL

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