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Beverly Hills 90210: Come eravamo, com’era l’America negli anni Novanta

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Una grande villa nel verde. Un apparecchio che gracchia, continuamente “sveglia, sveglia, sveglia” e ha la forma di una testa di pantera appesa al muro. Uno stereo suona musica rock. E Brandon Walsh, che ha il volto di Jason Priestley, prova a svegliarsi. Ma è in una città nuova, in una casa nuova, ed è il primo giorno in una scuola nuova. Meglio restare a dormire. Nella stanza accanto la sua sorella gemella, Brenda, Shannen Doherty, è già sveglia e pronta per andare a scuola. Ma non sa cosa mettersi. Inizia così il primo episodio di Beverly Hills 90210, la serie con cui tutti siamo cresciuti negli anni Novanta, e finalmente arriva su Sky dal 3 aprile. Inizia così e non ce lo ricordavamo affatto. Forse perché allora andava in onda su Italia 1, e bisognava sintonizzarsi all’ora giusta, e poteva capitare di perdere alcune scene. O forse perché è una serie durata molti anni e poi non è tornata spesso in tv. Così, a differenza di altre, non è una di quelle serie che abbiamo visto più volte. Ora è l’occasione giusta per tornare indietro agli anni Novanta. E ai nostri vent’anni. Dal 3 aprile arrivano tutte le dieci stagioni di Beverly Hills 90210. Per la prima volta dal 2001 in Italia, l’intero cofanetto della serie che ha lanciato star internazionali come Jason Priestley, Jennie Garth e i compianti Shannen Doherty e Luke Perry sarà disponibile on demand, in alta definizione e nel formato 16:9. Dalla stessa data, la serie partirà in modalità maratona su Sky Collection, per l’occasione rinominato Sky Beverly Hills 90210. Inoltre, dal 9 aprile andrà tutti i giovedì alle 20:30 su Sky Serie (con tre episodi a settimana): la stessa collocazione che la serie aveva negli anni Novanta sulla tv generalista.

Il pilota di Beverly Hills 90210: non c’è Dylan

La famosa sigla scorre, con i nomi degli attori in sovraimpressione, e non ancora abbinati ai volti come nelle sigle storiche della serie. Nella sigla immagini che evocano il lusso e l’atmosfera di Beverly Hills, quartiere altolocato di Los Angeles. Il primo episodio della serie è molto diverso dagli altri. Come si usava un tempo, è infatti l’episodio pilota quello che viene girato per essere un test della serie. A volte non viene approvato. A volte sì, e diventa la prima di tante puntate. Nel “pilota” di Beverly Hills, i protagonisti infatti hanno pettinature diverse. Brandon ha i capelli molto lunghi sulla nuca. Brenda li porta pettinati da un lato. Torneranno – il resto degli episodi si gira parecchi mesi dopo il pilota – con i capelli corti sulla nuca e con la proverbiale frangetta sulla fronte. E poi, nel pilota, non c’è Dylan McKay, Luke Perry, che avrebbe segnato in modo indelebile la serie. Al momento di scriverlo e girarlo, quel personaggio non lo avevano ancora trovato.

Dal Minnesota a Beverly Hills: il grande salto

Come tutti sappiamo, Beverly Hills 90210 è la storia di Brandon e Brenda Walsh, due gemelli che si trasferiscono in California dal freddo Minnesota. Con il tempo alla loro provenienza si pensò di meno. I due ragazzi si sarebbero integrati e sarebbero diventati di fatto due ragazzi californiani. Ma nei primi episodi il contrasto tra il Minnesota e Los Angeles si sentiva tutto. I due gemelli Walsh appaiono spaesati di fronte alla grande città, e questo, pur con le debite proporzioni, è qualcosa in cui molti si possono identificare. All’inizio, la serie punta molto sul racconto dell’ambiente privilegiato, altolocato: i ragazzi che arrivano a scuola in macchine di lusso, con tanto di parcheggiatore dedicato, le ragazze in tubini e minigonne e look da modelle. Brandon e Brenda non hanno problemi economici, ma certo non sono al livello dei loro amici. E questo, almeno all’inizio, si sente.

La moda negli anni Novanta

In Italia Beverly Hills 90210 arrivò nel 1992. In America andò in onda per la prima volta il 4 ottobre 1990. Gli anni Novanta erano proprio all’inizio. Ed è bello vedere gli abiti di allora. Kelly Taylor (Jeannie Garth) veste shorts di jeans con sotto pantaloncini da ciclista verdi fluo e una t-shirt arancione, o jeans a vita alta con cinturone e una camicetta bianca che lascia le spalle scoperte. Steve Sanders (Ian Ziering) si presenta ad una festa con una giacca nera da smoking indossata sopra una polo e un paio di pantaloncini bianchi. David Silver (Brian Austin Green) indossa sempre giacche molto ampie, dalle spalle larghe, ancora dal gusto anni Ottanta, su camice o magliette coloratissime. Ma, allora, non lo avevamo notato, porta una t-shirt dei New Order. E infatti il suo personaggio diventerà un deejay e un produttore. Brandon e Brenda, all’inizio, hanno ancora un altro stile. Jean e t-shirt molto semplici. Impareranno anche loro, soprattutto lei, il look californiano. Gli anni Ottanta erano finiti, il grunge e il nuovo punk non erano ancora arrivati. Il look è in un momento di passaggio. Non mancano i famosi maglioni di cotone e le giacche a due colori con le grandi lettere, da college. In generale, Beverly Hills vive di abiti coloratissimi: i verdi, gli arancio, i gialli, i viola. Eppure, non si ha mai l’impressione di vivere qualcosa di datato. Quello stile, quello delle high school americane, in qualche modo è rimasto ed è arrivato fino a noi. È un classico.

1990: gli ultimi anni di pace e prosperità

Ha qualcosa di particolare, di solare, Beverly Hills 90210. E non è solo la California. L’inizio degli anni Novanta era una sorta di età dell’oro, un’era idilliaca. Nel 1989 era caduto il Muro di Berlino ed era finita la Guerra Fredda. Al mondo intero si prospettava un lungo periodo di pace e prosperità. Non sarebbe durato: già poco dopo sarebbero scoppiate la Guerra del Golfo e quella nei Balcani. Ma allora chiunque ignorava tutto ciò. È forse quello che ricordiamo come l’ultimo periodo di serenità e di benessere economico.

L’America del 1990 e quella di Trump…

Vedere quell’America di allora e confrontarla con l’odierna America di Trump fa davvero colpo e lascia molta malinconia. Quella, e tutta quella del decennio precedente, era l’America che sognavamo, un mondo motivazionale, una continua ispirazione. Tutto quello che avveniva nel mondo avveniva prima là che da noi. Oggi dell’America i ragazzi non se ne curano: amano e sognano il Giappone e la Corea. E gli USA non sono più al centro della cultura e dei pensieri dei più giovani.

E alla fine arriva Luke Perry

E poi, un giorno arriva lui. Luke Perry, alias Dylan McKay. Entra in scena al minuto 8.20 dell’episodio 2. E salva un ragazzo da un atto di bullismo, connotandosi già come un eroe. “Forse è meglio se lo lasci stare”. Poche parole, ma dette in modo convincente. Dylan viene svelato lentamente. Prima arriva la voce. Poi viene inquadrato, in penombra, di spalle. E poi si gira, ed eccolo. Chiaramente ispirato a James Dean, è vestito in jeans, t-shirt bianca, e quei tipici giubbetti anni Cinquanta-Sessanta. È questo il mondo che vuole evocare. Anche i capelli, sparati in alto, ricordano proprio JD. È il “rebel without a cause”, un personaggio ben preciso, ben definito. Le Converse ai piedi e una Porsche vintage completano il quadro. Si chiama Dylan, come Bob Dylan, ma anche come il poeta Dylan Thomas, e di poesia se ne intende: tra un’uscita con il surf e l’altra legge Byron.

Aaron Spelling: “Luke Perry lo pago io”

Nel pilota di Beverly Hills Dylan McKay non c’era ancora. Ma, in quel primo episodio, si vedeva che mancava qualcosa. Nel bel documentario I Am Luke Perry, che trovate sempre su Sky e NOW, si racconta del suo arrivo nella serie. Serviva un personaggio particolare, un “bad guy”, un ragazzo problematico. E Dylan è stato costruito anche un po’ su Luke Perry. Aaron Spelling, il produttore, disse “lo pago io” alla Fox che non voleva investire in un altro ingaggio per un personaggio in più. Consci dell’asso che avevano nella manica, ecco l’ingresso in scena ad effetto di Dylan. Avrebbe fatto la fortuna della serie.

Beverly Hills 90210 non è il solito teen drama: è una storia di figli senza padri

Alla fine di quel secondo episodio, intanto, si comincia a capire che Beverly Hills 90210 sarebbe stata sì una serie solare, positiva. Ma che avrebbe avuto qualcosa di diverso dai tanti teen drama, che fino allora erano stati soprattutto film, che erano stati fatti. In quella storia spunta una storia di alcolismo. E, nel corso della serie, si sarebbe parlato anche di droghe, Aids, malattie, povertà. Alla fine di quell’episodio 2 vediamo anche Dylan provare a parlare con il padre senza ottenere risposta. E Steve parlare con la madre, famosa attrice, ma vedendola solo in tv. Beverly Hills è soprattutto una storia di figli senza padri e senza madri. E, in questo senso, è molto amara.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Lucky: Anya Taylor-Joy in una fuga senza fiato su Apple Tv

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Una ragazza viene inseguita da alcuni uomini tra dei camion fermi in un parcheggio. Lei è bionda platino, è vestita in jeans, una canotta bianca e un giubbotto di pelle nera. Zoppica. Loro hanno quegli inconfondibili giubbetti blu con la scritta in giallo sulla schiena: sono dell’FBI. Inizia così Lucky, la nuova serie in streaming su Apple Tv tratta dal bestseller del New York Times e selezione del Reese’s Book Club, scritto da Marissa Stapley. La ragazza, la Lucky che dà il titolo alla serie, è l’inconfondibile Anya Taylor-Joy. E insieme a lei ci sono Annette Bening, Timothy Olyphant, Aunjanue Ellis Taylor, Drew Starkey, Clifton Collins Jr. e William Fichtner. La definiscono una dramedy, ma Lucky è soprattutto una serie d’azione, un’azione senza un attimo di respiro.

Quando una rapina multimilionaria va storta, la truffatrice Lucky (Anya Taylor-Joy) è costretta a darsi alla fuga. Braccata sia dall’FBI che da uno spietato boss criminale, Lucky deve lottare per la propria vita e per trovare una via d’uscita. Eppure sembrava tutto perfetto. Poche ore prima avevamo visto Lucky, ed era completamente diversa. I capelli più lunghi e castani, un vestito corto e attillato di lamé. Una bottiglia di champagne da stappare con il proprio compagno. In Dreams di Roy Orbison, famosa per Velluto blu di David Lynch, da ballare stretti stretti. Tutto sembrava andare bene. Ma non è andata così.

Lucky vive soprattutto sul volto e sul corpo di Anya Taylor-Joy. È un’attrice dal fisico esilissimo. E dal volto unico, scavato e sensuale. Con quegli occhi enormi, verde giada, e molto distanti tra loro. Si dice che sia sintomo di poca bellezza, come in fondo si dice della bocca piccola e delle labbra sottili. Non è vero. Anya Taylor-Joy è fatta per smentire tutte queste teorie, per diventare una bellezza allo stesso tempo aliena e, soprattutto in una serie come questa, molto concreta.

La sua Lucky sembra un personaggio di un film di Luc Besson, noto per i ritratti di donne forti e artefici del loro destino, coraggiose e muscolari. Così come sembra un film di Luc Besson, per ritmo e visione, tutta la storia a cui assistiamo. C’è anche qualcosa di Hitchcock, non nello stile ma nei temi. Il personaggio giovane e innocente in fuga è un classico del regista inglese. Qui innocente Lucky non lo è completamente. È una truffatrice, certo. Ma abbiamo visto che è stata a sua volta fregata dal suo compagno. Per questo, e per il fatto che il punto di vista sposato è il suo, Lucky ha da subito la nostra simpatia. E quella del regista. Anche questo è un meccanismo che viene da Hitchcock: pensate a Psycho e al personaggio di Janet Leigh, in fuga dopo aver sottratto al suo capo un’ingente somma di denaro. Anche lei è colpevole, ma stiamo dalla sua parte.

La regia è sempre su di lei, spesso la macchina da presa la accarezza con primi o primissimi piani in grado di scrutare quegli occhi così particolari. Mentre, alla fine del primo episodio, basta una telefonata per costruire una backstory in grado di farci appassionare ancora di più al suo personaggio. Mentre un accendino, nel buio, si ricollega a una delle prime scene dell’episodio e chiude un cerchio. Non ci resta che seguire la fuga di questa nuova eroina che ci ha portato Apple Tv, lo streamer dalle produzioni sempre impeccabili. I primi due episodi sono disponibili, poi ne vedremo uno a settimana. Buona fortuna, Lucky.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Elle: Se La rivincita delle bionde torna agli anni Novanta, tra Beverly Hills e il grunge

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I’m Only Happy When It Rains, il classico dei Garbage degli anni Novanta, risuona nella sigla di Elle, la nuova serie Prime Video in streaming dal 1 luglio. E risuona particolarmente ironica, visto che la nostra protagonista si trova per una serie sfortunata di eventi a trasferirsi da Los Angeles a Seattle, la città più piovosa d’America, “la città dimenticata da Dio e da Gucci”. E, no, non è assolutamente felice solo quando piove, come cantava Shirley Manson. Casomai è tutto il contrario. Elle Woods sarebbe felice solo con il sole della California e con i suoi immancabili vestiti rosa che fanno tanto Beverly Hills e anche tanto Barbie. Elle è la serie prequel de La rivincita delle bionde, il noto film con Reese Witherspoon. Qui la vicenda è trasportata indietro nel tempo e nello spazio, creando una serie di contrasti che rendono la serie divertente e originale.

Nella sua prima stagione, Elle segue Elle Woods (Lexi Minetree) prima che diventi un pesce fuor d’acqua ad Harvard. La incontriamo nel 1995, come un pesciolino nelle acque agitate del liceo, alle prese con amicizie complicate, storie d’amore proibite e scelte di moda discutibili. Tutto nella sua vita cambia, infatti, quando il padre, chirurgo estetico, perde reputazione e lavoro per un naso rifatto male ad un’attrice. E così deve trasferirsi a Seattle con tutta la famiglia. Elle si affida alla sua famiglia come punto di riferimento e rafforza il legame con la madre, dimostrando che insieme possono superare qualsiasi cosa la vita riservi loro, purché abbiano l’una l’altra. Ad ogni sfida che affronta, Elle si avvicina sempre di più alla Elle Woods che conosciamo e amiamo oggi.

Quello che dà forza alla serie è il sentimento del contrario. Tutto, a Seattle, è diverso. Piove ogni giorno, tutti vestono di nero, con jeans, anfibi e camicie di flanella a quadri, nessuno bada alle apparenze e tutti alla sostanza. “Mi sento così bionda” dice la nostra Elle, che veste ancora completamente di rosa. Il senso della serie sta tutto qui. Nel ribaltamento dei ruoli, delle situazioni. La classica reginetta della scuola, la popolare, la bionda, la bella in rosa di tanti film qui diventa, di colpo, il suo contrario. Per il posto in cui si trova, è lei la strana, l’impopolare, la diversa. Quella che, come vediamo da sempre nei film, non trova dove sedersi a tavola perché i posti sono occupati. E le popolari che negano il posto qui sono altre. Anche per il padre le cose si sono ribaltate. “Alla gente piace il proprio naso. Andrà meglio quando il grunge sarà passato” dice.

Capiamo subito che quella di Elle è una storia sull’identità, un romanzo di formazione che però non procede in maniera classica. Almeno, non all’inizio. C’è, come in ogni racconto di questo tipo, una protagonista che deve trovare il proprio posto nel mondo. Solo che la nostra Elle il suo posto lo aveva già trovato, ma lo ha perso e deve ricominciare tutto da capo. È una questione di orientamento, di coordinate da ritrovare, di una serie di comportamenti da resettare. Ci si chiede se Elle sceglierà di tornare a Los Angeles o di giocarsi le sue carte a Seattle. E se, in questo caso, si adatterà al modo di vivere e al look degli altri o sceglierà di farlo rimanendo se stessa.

Dicevamo di Seattle. È bello, in un teen drama di questo tipo, ritrovarsi nell’America di metà anni Novanta, quando, rispetto a quella di Beverly Hills 90210, era già cambiato tutto. È bello ritrovarsi in un negozio di dischi che ci ricorda quello di Alta fedeltà, di ascoltare discorsi su Kurt Cobain e i Nirvana, Chris Cornell e i Soundgarden, la Sub Pop gli Alice In Chains, ascoltare i R.E.M. e i Radiohead. Come si dice, appena abbiamo capito dove fosse ambientata la storia abbiamo detto il classico: ok, avete la nostra attenzione.

Certo, non è un film immersivo negli anni del grunge (per quello cercate e rivedetevi Singles di Cameron Crowe). E ai puristi del grunge non piacerà. Seattle e il grunge sono in realtà usati come un elemento funzionale al racconto, come l’ostacolo tra Elle e il suo mondo, l’espediente usato per metterla in difficoltà. Ma che siano presenti in un film di questo tipo non è per niente male. È bello vedere che il grunge sia storia. E anche un po’ triste, perché sono passati 30 anni e vuol dire che stiamo diventando vecchi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Spider-Noir: Nicolas Cage è un Uomo Ragno che sembra uscito dagli anni Trenta. Su Prime Video

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L’abbiamo vista in bianco e nero. Ma potevamo scegliere tra bianco e nero e colore. La nuova tv, quella dei player dello streaming, è anche questa. Prime Video ha lanciato così Spider-Noir, l’attesissima serie con Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in una serie tv. Prodotta da Sony Pictures Television per Prime Video, la serie è disponibile dal 27 maggio, in due modalità, “Autentico Bianco e Nero” e “True-Hue Full Color”, consentendo al pubblico di scegliere.

Abbiamo scelto di vederla in bianco e nero perché ci sembrava che avesse più senso così.  Spider-Noir è una serie live-action basata sul fumetto Marvel Spider-Man Noir. Racconta la storia di Ben Reilly (Cage), un navigato investigatore privato caduto in disgrazia nella New York degli anni Trenta, che a seguito di una tragedia profondamente personale, è costretto a fare i conti con il suo passato di unico supereroe della città. È un racconto che ha senso vedere in bianco e nero perché sono le tinte in cui ha vissuto quel cinema lì, il glorioso noir americano, l’hard boiled, il cinema dei detective alla Marlowe. Personaggi che sono antieroi, perdenti e tormentati, soli e stropicciati.

Vedere Spider-Noir in bianco e nero significa quindi immergersi in un mondo, Quello dei chiaroscuri, delle luci e delle ombre che si incontrano e si scontrano del bianco  e nero che dai netti contrasti che dividono lo schermo. Di quelle luci incidentali, quasi caravaggesche, che tagliano la scena. È quel mondo fatto dei quotidiani lanciati al mattino dagli strilloni, da sigarette su sigaretta avidamente consumate mentre si battono a macchina le notizie, dei personaggi che si muovono nei loro lunghi cappotti e i cappelli a tesa larga, dei banconi del bar e dei bicchieri di whisky bevuti uno dopo l’altro ogni notte.

Quella tra il fumetto e il noir degli anni Trenta e Quaranta sono mondi destinati a incontrarsi in modo naturale. Il bianco e nero è quello delle iconiche pellicole dell’epoca, rimaste fissate nell’immaginario collettivo come nella Storia del cinema, ma anche quello dell’inchiostro di china sul foglio bianco dei fumetti. Il risultato di Spider-Noir è in qualche modo vicino a Sin City e The Spirit, i film tratti dai fumetti di Frank Miller. Anche se, rispetto alle figure eccessive e larger than life di quei racconti, Spider-Noir si mantiene su un maggiore realismo. Che è proprio quello dei classici film

In un progetto di questo genere ci sta benissimo un volto come quello di Nicolas Cage, un attore che è stato definito prima di culto e sex symbol, ai tempi di Cuore selvaggio, poi mostro di bravura da Oscar, ai tempi di Via da Las Vegas, poi schermito per molte scelte discutibili e infine assurto di nuovo a personaggio di culto. Il suo volto è perfetto per incarnare quello di quei detective provati dalla vita degli anni Trenta e Quaranta. E, allo stesso tempo, ha i tratti somatici per essere anche il protagonista di un fumetto. Spider-Noir sembra essere un progetto fatto apposta per lui. Nel cast sono da segnalare Li Jun Li, nei panni della femme fatale, e Brendan Gleeson, perfetto nei panni del villain.

È interessante vedere come l’Uomo Ragno, tra tutti i supereroi, sia quello che, più di altri si presti a infinite reinvenzioni. Mentre quasi tutti gli eroi sono legati ai loro alter ego e alle loro storie, l’idea è che un ragno radioattivo, in teoria, possa mordere chiunque. E così l’Uomo Ragno, che siamo soliti associare a Peter Parker, e che sarà sempre questo personaggio, può essere anche altre persone. Così abbiamo conosciuto lo Spider-Man di Miles Morales, dai fumetti e anche dai film animati di Spider-Man: Un nuovo universo. E ora l’Uomo Ragno noir anni Trenta di Nicolas Cage. Il rischio di un progetto come questo è quello di fare più attenzione alla qualità e alla raffinatezza delle immagini, all’interpretazione di Cage, a una New York scintillante e vera protagonista della storia, che alla trama. A proposito di raffinatezza, abbiamo provato a vedere la serie anche nella versione a colori, e funziona molto bene anche quella. Ha i toni laccati dei primi film in technicolor, il gioco di luci ed ombre funziona, le luci di New York fanno la loro parte. Insomma, in qualunque modo la vogliate vedere, Spider-Noir ha un senso. A voi la scelta.

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