Serie TV
The Beauty: paura nel mondo dell’alta moda. Cosa siamo disposti a sacrificare per la perfezione?
Parigi, Settimana della Moda. Alcune modelle sfilano in degli abiti succinti di scintillante pelle rossa sulle note techno-punk di Firestarter dei Prodigy in quello che sembra uno scenario apocalittico, in mezzo al fango. Una di queste è interpretata dalla top model Bella Hadid. Ed è proprio lei a scatenare il caos: si scaglia con violenza su alcuni spettatori e cerca le loro bottiglie d’acqua per berle con avidità. Ma non si ferma qui. Scatena il panico correndo in moto per le strade di Parigi e devastando un bistrò, ancora disperatamente in cerca d’acqua. Ne ha bisogno come i vampiri del sangue. È The Beauty, la nuova serie thriller di FX dall’executive producer Ryan Murphy (American Horror Story, Feud, Hollywood, Ratched, Monster), disponibile dal 22 gennaio su Disney+. Come è tradizione per le produzioni FX, vedremo un episodio a settimana. Come si faceva ai vecchi tempi delle serie tv.
Il mondo dell’alta moda viene sconvolto quando alcune top model internazionali cominciano a morire in circostanze misteriose e raccapriccianti. Gli agenti dell’FBI Cooper Madsen (Evan Peters) e Jordan Bennett (Rebecca Hall) vengono mandati a Parigi per scoprire la verità. Man mano che approfondiscono il caso, vengono a sapere di un virus sessualmente trasmissibile che trasforma le persone comuni in esseri fisicamente perfetti, ma con conseguenze terrificanti. La loro indagine li porta direttamente nel mirino di The Corporation (Ashton Kutcher), un oscuro miliardario del settore tecnologico che ha creato in segreto un farmaco miracoloso chiamato La Beauty e che è disposto a tutto pur di proteggere il suo impero da mille miliardi di dollari, persino scatenare il suo letale sicario, The Assassin (Anthony Ramos). Mentre l’epidemia dilaga, Jeremy (Jeremy Pope), un emarginato disperato, viene coinvolto nel caos in cerca di uno scopo; nel frattempo, gli agenti si precipitano a Parigi, Venezia, Roma e New York per fermare una minaccia che potrebbe alterare il futuro dell’umanità.
Cosa saresti disposto a sacrificare per la perfezione? È questo che si chiede The Beauty, un racconto che ci parla di bellezza e dell’ossessione per essa che oggi ci sembra sempre più spasmodica. La storia immaginata da Ryan Murphy vede una serie di persone che, per motivi diversi, diventano incredibilmente più belli. Alcuni lo hanno cercato, altri no, e si sono ritrovati ad esserlo. Ma anche ad essere pericolosamente in pericolo di vita. Come avrete capito, siamo dalle parti di The Substance, il film di Coralie Fargeat che toccava gli stessi temi. Lì si parlava di sdoppiarsi e rinascere in un altro da sé più giovane. Qui di essere avvolti in un bozzolo, come una crisalide, e rinascere in una versione perfetta di se stessi. In entrambi i casi c’è un prezzo da pagare. Come nel Faust, come ne Il ritratto di Dorian Gray. Perché la bellezza è sofferenza.
The Beauty, presentato come thriller, è anche un body horror, proprio come The Substance, e forse è ancora più eccessivo. È splatter, grandguignolesco, debordante. Ma parliamo di Ryan Murphy, autore che ha fatto dell’eccesso, del trash e del camp il suo marchio di fabbrica. Le situazioni, la recitazione, i dialoghi sono spesso sopra le righe come la formula Murphy richiede. Così come gli angoli di ripresa sono cercati per deformare i personaggi, per accentuarne alcune caratteristiche caricaturali.
The Beauty è una doppia metafora. Rappresenta in maniera iperbolica il prezzo da pagare per ottenere la bellezza, il “sacrificio” che ognuno fa per una versione migliore di sé, e che qui è portato all’estremo. Ma c’è qualcosa in più rispetto ad altri racconti di questo tipo. Si parla di un virus che si trasmette attraverso i fluidi corporei e quindi per via sessuale. Ed è impossibile non pensare all’AIDS, al momento in cui è comparso nello scenario mondiale. Quella malattia che era vista come un castigo per chi volesse amare liberamente, provare piacere, che ha spaventato un’intera generazione qui viene evocata da questo virus che ha molto di quell’incubo. È troppo evidente per essere un caso.
In The Beauty, insomma, c’è molta, forse troppa carne al fuoco. Lo capirete vedendo la serie, se parliamo di carne al fuoco intendiamo metaforicamente, ma anche letteralmente. Restando sul primo livello, nell’opera di Ryan Murphy c’è davvero tanto, troppo. Sia per i temi, sia per l’accumulo di situazioni, sorprese esplosive – ancora una volta intendiamo letteralmente – sia per i toni di racconto. La serie è girata come un thriller, una detective story per cui, una volta visti i primi due episodi, viene sicuramente la voglia di andare avanti per capire come procederà la storia, qual è il mistero alla base di tutto e qual è l’intreccio che legherà i vari personaggi. Però abbiamo l’impressione che la storia funzionerebbe di più se fosse più concreta, più terrena, se Ryan Murphy riuscisse a tenere più a freno tutto. La paura, l’inquietudine, il disgusto e anche la riflessione nascono se la storia, pur iperbolica, è ancorata alla realtà. Perché la senti più vicina a te, ci credi di più, la senti più concreta e probabile. Se spingi sul tasto dell’eccesso, dell’irreale, dell’assurdo, in qualche modo allontani lo spettatore, lo spingi verso il fantastico.
Anche perché The Beauty, tra le altre cose, è ambientato nel mondo della moda. E quel “cattivo gusto” voluto e cercato da Murphy come firma, come tratto distintivo, stride con il mondo di bellezza e raffinatezza in cui è ambientato. Non per fare per forza dei raffronti, ma un racconto simile come The Substance, pur eccessivo, pur disturbante, rimaneva per una parte della storia più rigoroso, controllato. L’uso dei codici di comunicazione televisivi e pubblicitari degli anni Ottanta dava a quel film uno stile, dei contorni entro i quali muoversi. Qui sembra tutto sfrenato, lanciato a 180 all’ora, proprio come quella corsa in moto all’inizio del film, verso l’eccesso. E questo, in qualche modo, fa sì che la storia catturi meno del previsto.
In un cast che, come detto, gioca su toni sopra le righe, spiccano i due agenti FBI interpretati da Evan Peters e Rebecca Hall, colleghi, complici e amanti, che sono disegnati in modo nuovo rispetto ad altri personaggi del genere. Rebecca Hall è sexy e luminosa come non l’avevamo mai vista prima. Ed è bravissima. La scena dell’episodio 2, in cui parla con il partner, dicendo di non volere una storia seria, ma in realtà desiderando proprio quello, dicendo cercando di non dire, chiedendo una cosa ma sperando in un’altra come risposta, è magistrale. Gli occhi ludici, la bocca incerta che si apre e si chiude, il contegno di chi vuole avanzare ma torna indietro. È un momento da non perdere.
Osservando i due agenti FBI interpretati da Evan Peters e Rebecca Hall ci sono venuti in mente Fox Mulder e Dana Scully, i protagonisti di X Files. È come se in scena ci fossero loro due in un universo parallelo, quello in cui non hanno scelto di sublimare la loro attrazione in fervore professionale, ma di cedere alla tentazione e di liberare la loro attrazione. Ma anche questo è un segno dei tempi, e anche della classe e del fascino di certe serie classiche rispetto a quelle odierne. La bellezza di X Files era anche nella costante tensione sessuale tra i due protagonisti, in quel non detto che lasciava tutto in sospeso, sul desiderio per qualcosa che non avveniva mai. Oggi è tutto mostrato, tutto realizzato, tutto esplicitato. Ryan Murphy ci fa vedere i due protagonisti subito a letto, dalla prima scena. Non che non sia piacevole. Ma si perde il senso dell’attesa, di mistero. È così nell’opera di Ryan Murphy, uno che punta sempre ad aggiungere e mai a togliere. Ed è così anche nella serialità moderna, dove tutto deve essere esplicito, netto, detto, spiegato. Ma così è tutto meno affascinante.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- The Beauty — Pictured: Evan Peters as Cooper Madsen, Rebecca Hall as Jordan Bennett. CR: Philippe Antonello/FX
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- The Beauty — Pictured: Evan Peters as Cooper Madsen, Rebecca Hall as Jordan Bennett. CR: Philippe Antonello/FX
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- The Beauty — Pictured: Rebecca Hall as Jordan Bennett, Evan Peters as Cooper Madsen. CR: Philippe Antonello/FX
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Serie TV
The Diplomat 4: Sesso, bugie e… diplomazia. Su Netflix
Published
1 settimana agoon
15 Ottobre 2026
C’è il prestigioso Castello di Windsor nel primo episodio della quarta stagione di The Diplomat, serie Netflix partita in sordina, senza squilli di tromba, e cresciuta fino a diventare una delle migliori serie di intrattenimento che potete trovare sulla grande N. Quello di Windsor è il castello della famiglia reale inglese, e così sentiamo subito profumo di The Crown. Non siamo nella serie sulla Regina Elisabetta, certo. Ma questo riferimento ci ha fatto venire in mente che uno dei punti di forza della serie creata da Deborah Cahn, showrunner tanto sottovalutata quanto geniale. È la capacità, come ha proprio The Crown, di farci entrare nelle stanze del potere, nei palazzi dei grandi che decidono le sorti del mondo, nelle regge che a noi sono inaccessibili e in cui non entreremo mai. Queste storie non sono vere ma verosimili, sono eccessive ma in fondo credibili. Quello che vediamo non è realmente accaduto ma ci mostra come funzionano certe “macchine”. Sono storie che stimolano la fantasia della gente comune, ad altro tasso di intrighi di corte e giochi di potere, vicende che abbiamo provato a immaginare ma solo un grande studio della materia può riuscire a raccontare. È stata intrigante da subito, The Diplomat. Ma nella seconda stagione, soprattutto nel finale, e nella terza, ha decisamente alzato il tiro della narrazione, dei colpi di scena, delle svolte narrative. È diventata una serie irresistibile, da binge watching.
Certo, riprendendo la visione di The Diplomat 4, si tratta di fare mente locale. Eravamo rimasti qui. L’abbattimento di un sottomarino inglese ha creato una crisi tra Inghilterra e Stati Uniti d’America, e la nostra Kate Wyler (Keri Russell) si trova ovviamente in mezzo, essendo l’ambasciatrice americana a Londra. La situazione non è solo difficile a causa degli atteggiamenti del Primo Ministro inglese, ma anche dal fatto che la nuova Presidente degli Stati Uniti, Grace Penn (Alison Janney) sembra subire il fascino, a livello politico, ma non solo, di Hal Wyler (Rufus Sewell), nominato Vicepresidente. E anche marito di Kate. Che così si trova doppiamente in mezzo.
The Diplomat, allora, vive su una doppia dialettica. Su quella tra Gran Bretagna e Stati Uniti, alleati storici, vicini ma anche divisi da tante cose. E su quella tra marito e moglie. Hal è narcisista, edonista, carismatico. Kate è bella, femminile, ma è sobria, concreta, realista, pragmatica. È come se lei fosse il contrappeso di lui. Questo continuo mescolare pubblico e privato, interessi professionali e interessi amorosi, quel fare influenzare gli uni dagli altri con il rischio di compromettere entrambi, ci fa pensare a un’altra serie di successo, Grace Anatomy. E non è un caso: dal 2006 a 2013 Deborah Cahn è stata la scrittrice e la produttrice proprio di Grace Anatomy. Ma ha esordito con The West Wing, la serie che viaggiava proprio dentro la Casa Bianca, ed ha lavorato anche su Homeland, serie che parlava di terrorismo.
Nelle ultime stagioni di The Diplomat troviamo un po’ tutto questo. E anche un po’ di 24 e House Of Cards. È soprattutto questione di tensione. Deborah Cahn e i suoi autori sono bravissimi a gestire l’escalation della narrazione, i cliffhanger che ci lasciano in sospeso, sapientemente piazzati alla fine di ogni episodio, i colpi di scena continui. Man mano che la storia va avanti c’è sempre più azione, più spy story, pur senza trascurare la geopolitica. Come nelle due serie che abbiamo appena citato, quella raccontata è un’America astratta, guidata da una presidenza e un’amministrazione astratte, slegate dalla realtà di questi giorni. C’è però il senso di uno stato d’animo del mondo verso l’America. Fate attenzione a quando Hal riflette sul fatto che gli Stati Uniti cominciano ad essere una nazione odiata che porta violenza nel mondo. Sì, con The Diplomat, oltre che stare sulle spine, c’è anche da riflettere.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- The Diplomat. (L to R) Nana Mensah as Billie Appiah, Keri Russell as Kate Wyler, Rufus Sewell as Hal Wyler, Allison Janney as Grace Penn, Neil Pearson as Fitzwilliam, Bradley Whitford as Todd Penn in episode 401 of The Diplomat. Cr. Nick Wall/Netflix © 2026
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- The Diplomat. (L to R) Keri Russell as Kate Wyler, Aidan Turner as Callum Ellis in episode 403 of The Diplomat. Cr. Nick Wall/Netflix © 2026
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- The Diplomat. (L to R) Keri Russell as Kate Wyler, Bradley Whitford as Todd Penn in episode 405 of The Diplomat. Cr. Nick Wall/Netflix © 2026
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- The Diplomat. (L to R) Ali Ahn as Eidra Park, Ato Essandoh as Stuart Hayford in episode 406 of The Diplomat. Cr. Idris Solomon/Netflix © 2026
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- The Diplomat. (L to R) Bradley Whitford as Todd Penn, Allison Janney as Grace Penn in episode 408 of The Diplomat. Cr. Nick Wall/Netflix © 2026
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- The Diplomat. Keri Russell as Kate Wyler in episode 401 of The Diplomat. Cr. Courtesy of Netflix © 2026
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Serie TV
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta
Published
2 settimane agoon
9 Ottobre 2026
Max Pezzali e Mauro Repetto stanno per girare un video, il loro primo, vero, videoclip. Sono in una sorta di hangar e Claudio Cecchetto ha chiamato un regista di grido e una dozzina di modelle tra le più affascinanti sulla scena. Per vestire i nostri eroi ha chiamato lo stilista dei Take That. I due sono vestiti con canotte di rete o di velo nero, trasparenti, hanno delle catene al collo, dei pantaloni larghi. È uno dei grandi momenti – ma ce ne sono tantissimi – di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, seconda stagione della serie di successo Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883, su Sky e NOW dal 9 ottobre con i primi due episodi e poi con un episodio alla settimana. Come è andata con quel video e quegli abiti? Max e Mauro hanno deciso di fare di testa loro. Sono andati dal loro negoziante di fiducia a Pavia e hanno scelto i loro costumi di scena. Un chiodo e una giacca più lunga, entrambi di pelle nera, portati sopra un t-shirt scura e una camicia bianca. Anche il regista, poi, avrebbe cambiato idea: nel video si sarebbero visti più loro e meno le modelle. Parliamo del video di Sei un mito. Ed è un modo per dire che, ancora più della prima, la seconda stagione della serie è un viaggio immersivo negli anni Novanta. Gli anni in cui c’erano i dischi in vinile e le cassettine, c’erano i programmi tivù e radio che allora, per noi, che non avevamo smartphone e social, erano molto più importanti di quanto lo sono oggi. Erano gli anni del Festivalbar, del Karaoke di Fiorello, di Radio Deejay e Claudio Cecchetto che non solo mandava in onda i dischi di successo, ma li produceva. Nord Sud Ovest Est è tutto questo. È tanta musica. Le canzoni degli 883, da Come mai a Rotta per casa di Dio. E tutta la musica di quegli anni e di quelli precedenti: Iggy Pop, Simple Minds, Duran Duran, Radiohead, INXS, Smashing Pumpkins. E poi tutta quella dance commerciale che allora ci faceva ballare.
Erano anni semplici, gli anni Novanta. Tutti noi, come Max e Mauro (Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli), guardavamo all’America e all’Inghilterra come modelli di ispirazione come oggi i ragazzi guardano alla Corea e a Giappone, perché quei mondi ormai li danno per scontati. Ci si vestiva in modo semplice eppure efficace. I chiodi e le giacche di pelle nera, portate sui jeans e una camicia bianca o rossa, per Max. Una camicia celeste o gialla, portata aperta sopra una t shirt bianca, e pronta a svolazzare durante i suoi balli, per Mauro. Ma anche semplici camicie di denim, chiaro o nero, o un gilet di pelle da portare sopra una camicia bianca. Le giacche ampie e colorate, portate sopra pantaloni e maglie nere di Fiorello, con gli immancabili capelli lunghi raccolti in una coda, come li avrebbero poi portati in quegli anni tanti ragazzi. Ma anche le ragazze vestivano in modo semplice. La nostra amata Silvia (Ludovica Barbarito) è spesso in jeans e maglietta. O con uno di quei leggeri vestiti scollati con sotto una t-shirt bianca, come suggeriva la moda americana del grunge e come li portavano le ragazze di Beverly Hills 90210. Eravamo molto semplici. Ma eravamo belli così.
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 inizia dove finiva Hanno ucciso l’uomo ragno. Con una musicassetta che suona un provino di Max. Quel provino, che Max ha intitolato e scritto a penna sulla cassetta con il titolo “Canzone per Silvia”, è Come mai, uno dei più grandi successi del duo. Mauro, però, lo ferma e chiede. “Max, ma io, questa, come la ballo?”. Max, a quel punto, sfonda la quarta parete e si rivolge a noi che lo stiamo guardando. “Tanto lo avrete capito. Questo potrebbe essere l’inizio della fine degli 883”.
La seconda stagione della leggendaria storia degli 883 sta alla prima come il secondo album, Nord Sud Ovest Est, sta al primo, Hanno ucciso l’Uomo Ragno. È più matura, più a fuoco, più universale. Ed espande l’immaginario degli 883. La seconda stagione non è solo la storia di due amici, ma quella di un mondo, una Pavia mitologica con vista su Milano e sullo star system, e uno sguardo ancora più in là, verso il sogno dell’America. Ma Nord Sud Ovest Est non è solo la storia di un sogno. È anche quella del suo rovescio, dei dubbi che assalgono chi ha raggiunto la vetta. Nord Sud Ovest Est, intesa come la canzone ma anche la serie, è la storia di una grande crisi d’identità, di qualcuno che “si è perso nella notte”. In quel “questa io come la ballo?”, in fondo, c’è un’altra domanda, che tutti prima o poi ci siamo posti nella vita: “io chi sono?” “Qual è il mio posto nel mondo?”. A chiederselo è Mauro, ma la domanda se la pongono entrami gli 883. Chi siamo? La risposta è: “non lo so”. E sono queste parole ad entrare nel testo di Nord Sud Ovest Est. E solo adesso capiamo che quell’allegra canzoncina in stile mariachi nascondeva tanta malinconia e disorientamento, perché “forse quel che cerco neanche c’è”.
Nord Sud Ovest Est ci fa vivere da vicino la storia di Sei un mito, quella dei “tappetini nuovi, Arbre Magique”, che era più prosaica di quello che pensavamo. Ci fa capire che la festa di Rotta per casa di Dio era anche piuttosto importante, e il viaggio è stato anche più avventuroso di quello che dice la canzone. Ci fa vivere la ricerca dei “pezzi della maturità”, che i nostri troveranno decidendosi a pubblicare Come mai. Anche se è un lento. Anche se Mauro non la potrà ballare. Anche se, probabilmente, questa cosa lo porterà lontano da Max e dagli 883.
Già, Mauro Repetto, quello che a lungo per noi è stato un mistero. Quello che, ingiustamente, era stato definito “il ballerino degli 883”. Ma che, come abbiamo imparato guardando le due stagioni della serie, era il motore, l’entusiasmo degli 883, oltre che il coautore delle canzoni. Ecco, Nord Sud Ovest Est diventa ancora più intensa quando prova a entrare in quel mistero, a raccontarci tutto quello che è successo da quando i due hanno vinto il Festivalbar e il Festival Italiano con Come mai fino a quando gi 883 sono ricomparsi con Tieni il tempo, ma c’era solo Max con un’altra band. L’uscita di scena di Mauro è avvenuta lontano dalla ribalta, e il finale di questa serie prova a raccontarla. Ed è un momento folle, romantico, dolceamaro. Una delle scene più belle è quella in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Mauro mentre Max canta Gli anni, che ha scritto da solo. È il segnale che Mauro ha assolto il suo compito, proteggere il suo amico. Max, ora, può farcela da solo. E Mauro è pronto per un nuovo ruolo, per una nuova avventura. Sydney Sibilia l’ha fatto di nuovo, ci ha raccontato ancora un’incredibile avventura, una leggendaria storia. Nord Sud Ovest Est è un’altra delle sue storie d’amicizia e di nostalgia, di sogni e di follia, un’irriverente e romantica storia di punk, di pirati e di cowboy. E, come ci insegna Max Pezzali, i cowboy non mollano mai.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Dark Matter: Taron Edgerton e Jennifer Connelly dentro a oscure materie. È la serie dell’anno?
Published
3 settimane agoon
1 Ottobre 2026
Che cosa accadrebbe se la polizia vi fermasse e vi chiedesse spiegazioni sul fatto che sono stati trovati tredici cadaveri con il vostro volto e il vostro stesso Dna? Sarebbe difficile da spiegare. È così che inizia la stagione 2 di Dark Matter, su Apple Tv con episodi settimanali. È una serie di cui si parla poco, nel mare magnum dello streaming di oggi, forse perché è su Apple Tv, un servizio che hanno in pochi, forse perché non è una novità ma è alla seconda stagione. Ecco, Dark Matter è una delle serie (e non è l’unica) che vale già da sola l’abbonamento. È una delle migliori serie degli ultimi anni. È una serie che si avvicina molto a Lost e Westworld. Il senso del mistero, il coinvolgimento allo stesso tempo intellettuale ed emotivo, la spinta a continuare la visione e a volerne sempre di più sono le stesse. Come è lo stesso il livello di qualità, cinema trasportato nella serialità.
Ma torniamo un attimo indietro, alla prima stagione, per spiegarvi di cosa si tratta. Dark Matters è la storia di un uomo che si trova in una versione alternativa della sua vita. E non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Secondo una teoria della fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volta infinite vite parallele, infiniti mondi. Se non fossero teorici ma reali e qualcuno trovasse il modo per muoversi tra questi mondi, ecco che succederebbe quello che vediamo qui. Al centro della storia c’è una scatola, un cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik.
Avevamo lasciato Jason, il nostro protagonista, arrivato finalmente nel suo mondo, accanto alla moglie e al figlio. A casa sua, in un porto sicuro. Il problema è che, nel suo mondo, si muove anche Jason 2, arrivato da un altro mondo, anche lui innamorato di sua moglie al punto da volersi prendere la sua vita. Lei, una sera, quando Jason 2 si presenta e si fa insistente, gli spara. Quando la polizia li scopre, Jason e la sua famiglia non hanno scelta. Scappare, entrare nel cubo, pensare positivo e trovare un nuovo mondo. Se non un mondo perfetto, quello migliore dove vivere una vita tranquilla. Sembrano trovarlo. Ma, come sappiamo, fino a che il cubo resta aperto e attivo può succedere di tutto.
Dark Matter è una serie incredibilmente magnetica, misteriosa, oscura. È un racconto che vive di una tensione palpabile e costante, di un senso di incertezza e pericolo che si percepisce a ogni sequenza. In questa seconda stagione lo schema è quello di Alfred Hitchcock e degli innocenti in fuga di tanti suoi film. Ma, man mano che la visione prosegue, in Dark Matter pensiamo sempre più a Steven Spielberg. In questa storia c’è la sua gestione della tensione e del mistero, la capacità di tenere lo spettatore sulla corda, ma anche la sua proverbiale attenzione all’umano. Una delle chiavi che rende appassionante questa storia sono i due protagonisti principali, Taron Edgerton e Jennifer Connelly, attraenti e carismatici, ma anche molto affiatati tra di loro. L’empatia con i personaggi è immediata ed è questo che ci tira dentro alla storia.
In questa seconda stagione ci sono poi degli spunti interessanti. Dark Matter sembra voler rispondere a quella suggestione a cui pensiamo in tanti e sempre più spesso. Cioè a come sarebbe davvero un mondo senza internet e senza connessione. In uno dei mondi possibili, infatti, l’uomo non è andato sulla Luna e questo ha fermato tutta un’idea di progresso. È romantico vedere i ragazzi ascoltare dischi e vedere i film in vhs, andare sullo skateboard e duplicarsi la musica. Anche se in questo mondo non si conoscono i Nirvana. Questo mondo, ve lo diciamo, ci piace molto. E piace anche ai protagonisti Ma, in quella che tutti gli effetti un’Odissea, è Itaca, l’approdo finale, la casa, o è solo un’isola in un continuo errare? Lo scopriremo solo vivendo.
Ma in questa seconda stagione Dark Matter diventa sempre più anche una riflessione sulla scienza, e sui confini e i limiti che deve avere l’iniziativa dell’uomo. Lo scienziato deve solo scoprire, innovare, o deve porsi delle domande sull’uso e gli effetti che potrebbe avere la propria scoperta? La risposta che si dicono i personaggi, in un flashback, è che se una cosa può essere fatta, va fatta. L’uomo non si deve fermare.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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