Lifestyle
La rivoluzione silenziosa: come gli apparecchi acustici stanno cambiando la vita
In un mondo sempre più rumoroso e interconnesso, un senso fondamentale spesso viene dato per scontato: l’udito. La perdita dell’udito, tuttavia, è una condizione sorprendentemente comune che colpisce milioni di persone, influenzando ogni aspetto della loro vita, dalle interazioni sociali al benessere emotivo e cognitivo. Fortunatamente, l’innovazione tecnologica ha rivoluzionato il campo degli apparecchi acustici, trasformandoli da semplici amplificatori a veri e propri dispositivi intelligenti in grado di ripristinare il mondo del suono con chiarezza e precisione.
Cosa Sono gli Apparecchi Acustici e Perché Sono Essenziali?
Lontani dall’immagine di dispositivi ingombranti e obsoleti, gli apparecchi acustici moderni sono microcomputer sofisticati e discreti. Il loro scopo principale è quello di compensare la perdita uditiva, amplificando i suoni in base alle specifiche esigenze dell’utente. Ma il loro ruolo va ben oltre la semplice amplificazione. Essi permettono di:
- Migliorare la comprensione del parlato: La tecnologia avanzata filtra i rumori di fondo indesiderati, permettendo all’utente di concentrarsi sulle conversazioni in ambienti affollati.
- Aumentare la sicurezza personale: Permettono di percepire suoni cruciali come allarmi, clacson o avvisi di pericolo.
- Prevenire l’isolamento sociale: Ristabilendo la capacità di partecipare attivamente a conversazioni e attività di gruppo, riducendo la solitudine e l’ansia sociale.
- Preservare la salute cognitiva: La perdita uditiva non trattata è stata associata a un maggiore rischio di declino cognitivo e demenza. L’uso di apparecchi acustici stimola le vie neurali dell’udito, aiutando a mantenere il cervello attivo e in salute.
Tecnologie all’Avanguardia: Dalla Connettività all’Intelligenza Artificiale
L’evoluzione degli apparecchi acustici è stata rapidissima, introducendo funzionalità che li rendono indispensabili per lo stile di vita contemporaneo. Le principali innovazioni includono:
- Connettività Bluetooth: La maggior parte degli apparecchi acustici di nuova generazione si connette in modalità wireless a smartphone, tablet e TV. Questo permette di ascoltare musica, rispondere alle chiamate o guardare un film con il suono trasmesso direttamente negli apparecchi, con una qualità audio eccezionale.
- Intelligenza Artificiale (AI) e Machine Learning: I modelli più avanzati utilizzano l’AI per analizzare l’ambiente sonoro in tempo reale. Questi dispositivi “imparano” dalle abitudini dell’utente e regolano automaticamente le impostazioni per garantire la migliore esperienza uditiva in ogni situazione, che si tratti di un ristorante rumoroso o di una tranquilla passeggiata nel parco.
- Ricaricabilità: Dimentica le pile usa e getta. I moderni apparecchi acustici ricaricabili offrono un’intera giornata di autonomia con una singola ricarica, spesso grazie a custodie eleganti e portatili che funzionano come basi di ricarica.
- Direzionalità del microfono: Questa tecnologia consente di focalizzare l’ascolto su una specifica fonte sonora (ad esempio, la persona che sta parlando di fronte a te), riducendo drasticamente il rumore circostante.
Scegliere l’Apparecchio Giusto: Un Percorso Personalizzato
La scelta di un apparecchio acustico non è un’operazione standard, ma un percorso altamente personalizzato che richiede l’assistenza di un audioprotesista qualificato. Il processo inizia con un esame audiometrico completo, che valuta il tipo e il grado di perdita uditiva. Sulla base dei risultati e dello stile di vita del paziente, l’audioprotesista consiglia la soluzione più adatta.
Le opzioni di design e tipologia sono molteplici:
- Retroauricolari (BTE – Behind-The-Ear): Apparecchi più grandi che poggiano dietro l’orecchio. Sono potenti e ricchi di funzionalità, ideali per perdite uditive da moderate a gravi.
- Ricevitore nel canale (RIC – Receiver-In-Canal): Discreti e popolari, con un cavo sottile che collega il dispositivo dietro l’orecchio a un ricevitore posizionato nel canale uditivo. Offrono un’ottima qualità del suono.
- Endoauricolari (ITE – In-The-Ear): Dispositivi personalizzati che si adattano all’interno del padiglione auricolare. Sono meno visibili, ideali per chi cerca una soluzione discreta.
- Endocanalari (CIC/IIC – Completely-In-Canal / Invisible-In-Canal): Sono i più piccoli e invisibili, inseriti completamente all’interno del canale uditivo. Adatti per perdite uditive lievi o moderate.
Un aspetto fondamentale del processo di scelta è il periodo di prova, che permette al paziente di testare l’apparecchio nella propria vita quotidiana per assicurarsi che sia la soluzione perfetta.
Investire nella Qualità della Vita
L’acquisto di un apparecchio acustico è un investimento nella propria salute e nel proprio benessere. Un costo apparecchi acustici può variare notevolmente in base alla tecnologia, alle funzionalità e al tipo di servizio offerto. È importante valutare non solo il prezzo iniziale, ma anche il valore a lungo termine in termini di assistenza post-vendita, manutenzione, regolazioni e garanzia.
Molti centri offrono opzioni di finanziamento, e in alcuni casi è possibile usufruire di detrazioni fiscali o contributi dal Servizio Sanitario Nazionale, rendendo la tecnologia accessibile a un pubblico più vasto.
L’udito è un ponte che ci connette al mondo. Non permettere che la perdita uditiva ti allontani dai suoni che ami. Con la tecnologia all’avanguardia e la consulenza di professionisti esperti, gli apparecchi acustici sono la chiave per riaprire quel ponte e riscoprire la ricchezza del mondo sonoro, un suono alla volta.
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Lifestyle
Back to school: la scuola ricomincia, ma nessuno torna davvero uguale
Published
2 giorni agoon
24 Agosto 2026By
DailyMood.it
C’è un momento preciso, alla fine di agosto, in cui l’estate smette di sembrare infinita.
Non succede quando si guarda il calendario. Succede quando, improvvisamente, su TikTok iniziano a comparire video di zaini nuovi, «first day outfit», agende colorate, scrivanie da sistemare, capelli da cambiare e interminabili wishlist di cose che, fino a una settimana prima, sembravano assolutamente inutili.
La scuola non è ancora iniziata, ma nella testa è già cominciata.
E forse è proprio questo il bello del back to school: non è soltanto il ritorno tra i banchi. È una piccola ripartenza. Un momento sospeso in cui tutto sembra ancora possibile e, soprattutto, in cui ci si può concedere il lusso di immaginare una versione nuova di sé.
Nuovo anno, nuovo zaino. Nuovi jeans. Nuova playlist. Nuovi capelli, magari. Nuove amicizie, nuove crush, nuove storie da raccontare.
E, naturalmente, un nuovo modo di presentarsi al mondo.
Il primo giorno comincia molto prima del primo giorno
Per i ragazzi di oggi il back to school non comincia davanti al cancello della scuola.
Comincia sullo schermo.
TikTok è diventato una specie di termometro collettivo delle tendenze: basta scorrere qualche video per capire cosa sta arrivando, cosa è tornato e cosa, invece, è definitivamente finito nel dimenticatoio.
Ci sono i video di shopping, quelli in cui si mostra tutto quello che è finito nel carrello per settembre. Ci sono gli outfit preparati con una precisione quasi cinematografica. Ci sono i «get ready with me», le trasformazioni dei capelli, i consigli beauty, le idee per personalizzare lo zaino e persino le strategie per sopravvivere al primo giorno senza sembrare troppo emozionati.
Perché sì, il primo giorno conta.
Non necessariamente perché qualcuno debba essere perfetto. Anzi.
Conta perché rappresenta una possibilità.
Quella di entrare in classe e sentirsi, almeno per un giorno, esattamente come ci si era immaginati durante l’estate.
La moda? Sempre più personale
La cosa interessante è che le tendenze tra i più giovani non sembrano più seguire una sola direzione.
Non esiste un unico «look da scuola».
C’è chi sceglie il preppy, con gonne, polo, cardigan e dettagli college. Chi continua ad amare il mondo sporty, fatto di felpe oversize, sneakers e pantaloni comodi. Chi pesca direttamente dagli anni Novanta e Duemila, tra denim, t-shirt vintage e accessori che sembrano usciti da un vecchio album fotografico.
E poi ci sono i baggy jeans, le silhouette rilassate, le sneakers protagoniste, le borse portate in modo apparentemente casuale e quell’arte molto contemporanea di mescolare capi costosi e pezzi trovati chissà dove.
Perché la vera tendenza, forse, è proprio questa: non sembrare troppo costruiti.
Anche quando dietro a quell’«effortless» ci sono quaranta minuti davanti all’armadio.
La moda dei ragazzi è diventata un grande collage. Prende un po’ dal vintage, un po’ dallo streetwear, un po’ dalla cultura pop e moltissimo dai social. Ma soprattutto prende qualcosa dall’identità di chi la indossa.
Lo stesso paio di sneakers può raccontare storie completamente diverse.
Ed è questo che rende il back to school così interessante: ogni corridoio diventa una piccola passerella, ma nessuno sembra volerlo ammettere.
Il beauty come dichiarazione d’identità
Anche beauty e capelli seguono la stessa regola.
Il trucco non è necessariamente lì per «farsi belle». Può essere un modo per giocare, sperimentare, cambiare.
Un eyeliner diverso. Un gloss. Un dettaglio luminoso. Un’acconciatura nuova. Una frangia pensata per settimane e poi tagliata in un pomeriggio.
E soprattutto i capelli.
Cambiarli prima di settembre è quasi un rito di passaggio.
Perché c’è qualcosa di profondamente simbolico nel presentarsi a scuola con un dettaglio che prima dell’estate non esisteva.
Come dire: «Sì, sono sempre io. Però vediamo cosa succede quest’anno».
Il ritorno porta con sé anche un po’ di ansia
Naturalmente il back to school non è tutto entusiasmo.
C’è anche quella piccola inquietudine che arriva quando le vacanze stanno finendo.
La paura di non essere abbastanza. Di non sapere con chi sedersi. Di ritrovare persone con cui qualcosa è cambiato. Di arrivare in una classe nuova. Di sentirsi fuori posto.
E qui i social possono essere contemporaneamente una compagnia e una trappola.
Da una parte raccontano che tutti stanno vivendo la stessa cosa. Dall’altra mostrano continuamente persone apparentemente perfette, organizzate, bellissime, circondate da amici e già pronte per il loro «new era».
Ma la verità è molto meno patinata.
Il primo giorno può andare male.
L’outfit può non convincere più appena si esce di casa. I capelli possono decidere autonomamente di avere una pessima giornata. Si può sbagliare aula. Si può mangiare da soli. Si può ridere nel momento sbagliato.
E va bene così.
Perché nessuno ricomincia davvero da zero.
La cosa più bella? Sentirsi diversi senza doverlo dimostrare
Forse è proprio questa la parte più interessante del nuovo back to school.
I ragazzi non cercano soltanto cose nuove.
Cercano sensazioni nuove.
Vogliono sentirsi più indipendenti, più sicuri, più liberi di scegliere chi essere.
E allora lo zaino nuovo diventa quasi secondario. Lo stesso vale per il paio di sneakers desiderato per tutta l’estate.
Quello che conta davvero è la sensazione di entrare in classe e pensare: «Quest’anno sarà diverso».
Anche se non sappiamo ancora perché.
Anche se magari non lo sarà affatto.
Ma settembre ha questa magia: permette di crederci.
E allora, che cosa vedremo nei corridoi?
Probabilmente un po’ di tutto.
Outfit sporty e look preppy. Jeans larghi e silhouette più ordinate. Sneakers protagoniste, accessori vintage, borse oversize e dettagli personalizzati. Beauty sempre più naturale alternato a momenti di sperimentazione. Capelli nuovi, soprattutto.
Ma soprattutto vedremo ragazzi che provano a raccontare qualcosa di sé.
Con un paio di scarpe.
Con una felpa.
Con un colore.
Con una playlist.
Con il modo in cui entrano in classe.
Perché il back to school non è mai soltanto «si torna a scuola».
È quel piccolo momento dell’anno in cui ci guardiamo allo specchio e decidiamo, anche solo per gioco, chi vogliamo essere nei prossimi mesi.
E forse è proprio per questo che, ogni settembre, ricominciamo tutti un po’ da capo.
Con lo zaino sulle spalle, il telefono in mano e quella strana, bellissima sensazione che qualcosa stia per succedere.
Anche se non sappiamo ancora cosa.
di Redazione
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Lifestyle
Galateo ad alta quota e abitudini fastidiose, gli italiani in volo condividono i braccioli e apprezzano lunghe chiacchierate. I cattivi odori corporei sono un “no” a livello universale
Published
3 mesi agoon
12 Giugno 2026By
DailyMood.it
Secondo un sondaggio di eDreams, in aereo gli italiani sono i viaggiatori più aperti alla condivisione e al dialogo
Volare non è mai solo un trasferimento da un luogo all’altro, ma un momento in cui si condividono spazi, norme e abitudini più o meno sgradevoli. In quelle ore sospese tra cielo e terra, il rispetto delle regole non scritte del vivere comune può fare la differenza tra un’esperienza serena e una da dimenticare: ma esistono veramente delle regole e dei comportamenti universalmente sgraditi? A raccontarlo è un sondaggio di eDreams, leader mondiale nel settore dei viaggi online, che ha confrontato il galateo dei comportamenti ad alta quota dei viaggiatori italiani e stranieri. Dai reclinatori seriali di sedili ai grandi chiacchieroni, dall’uso dei braccioli agli applausi in fase di atterraggio, l’indagine regala una prospettiva multiculturale sulla buona educazione in volo.
Italiani ad alta quota: quasi 1 su 2 è aperto a lunghe chiacchierate
Per molti viaggiatori l’esperienza di volo è una prova di convivenza già a partire dall’imbarco, quando la gestione dei bagagli a mano diventa una questione collettiva. Di fronte a un passeggero in difficoltà nel sollevare lapropria valigia, il 40% degli italiani valuterebbe la persona e le dimensioni del bagaglio prima di intervenire, un altro 40% aiuterebbe sempre senza esitazioni, mentre l’11% ritiene che sia compito dell’equipaggio di bordo. Una volta raggiunto il proprio posto, c’è una possibilità su tre di ritrovarsi nel famigerato sedile centrale. Qui si apre una questione fondamentale: a chi spettano i due braccioli centrali? La maggioranza degli italiani (63%) sceglie la via del compromesso, affermando di condividerli con i passeggeri a lato. Per il 7% vige la regola del “chi prima arriva meglio alloggia”, mentre il 6% li rivendica entrambi per compensare il disagio del posto centrale.
Tra le possibili seccature del volo, spunta anche l’eventualità di ritrovarsi accanto a un passeggero particolarmente loquace: in questo caso, quasi un italiano su due (47%) si lascerebbe coinvolgere, con la speranza di ascoltare una bella storia. Tra i meno propensi, il 29% risponderebbe in modo conciso per concludere rapidamente lo scambio, mentre il 12% ammette di ricorrere a piccole strategie di fuga, fingendo di dormire, di non sentirsi bene o di essere impegnato a lavorare. Fra gli altri comportamenti mal tollerati dai viaggiatori del Belpaese spiccano coloro che abbassano bruscamente lo schienale del sedile senza preavviso (41%), seguiti da chiripone il proprio bagaglio nella cappelliera con estrema lentezza, bloccando l’intera fila (35%), e da chi si alza in piedi prima del dovuto (26%). Meno gettonati, ma pur sempre molesti, gli applausi dopo l’atterraggio (17%) e le richieste di scambiare il proprio posto (16%). Ma se c’è qualcosa di universalmente mal tollerato dagli italiani ad alta quota sono gli odori sgradevoli a bordo: nella classifica dei peggiori regnano sovrani i cattivi odori corporei, citati dal 73% degli intervistati. Seguono, a distanza, i bagni di bordo (11%), i profumi troppo intensi (8%) e i cibi dall’odore pungente, come fast food, formaggi e spezie (7%).
Di fronte a passeggeri in difficoltà con il proprio bagaglio, Millennial e uomini sono i primi a intervenire
Dai dati emergono alcune differenze sottili tra generazioni e genere che raccontano sensibilità diverse nel modo di vivere l’esperienza di volo. Di fronte a un passeggero in difficoltà i più giovani tra i 18 e i 34 anni si dimostrano maggiormente selettivi nel valutare se intervenire (43%), mentre nella fascia 35-44 anni e tra gli uomini prevale un approccio solidale (42%). Più distaccati i 45-54enni, tra i quali il 13% ritiene che l’intervento debba spettare esclusivamente all’equipaggio. Anche sul fronte della socievolezza l’età fa la differenza: quando il passeggero di fianco improvvisa una lunga chiacchierata, il 54% degli over 65 e degli uomini si lascia coinvolgere volentieri, mentre donne (41%) e 25-34enni
(41%) sono più desiderosi di proteggere la propria tranquillità in volo. Rispetto all’altra metà del cielo, la controparte femminile punta sulla concisione (33% vs. 24%) o ricorre a scuse per evitare proprio di parlare (14% vs. 9%) – una tattica condivisa anche dalla generazione Z (17%).
Divisive sono anche le opinioni sui comportamenti più fastidiosi a bordo: se i passeggeri che abbassano bruscamente lo schienale del sedile sono la categoria più sgradita, soprattutto dalla fascia 25-34 (47%) e dalle donne (44%), gli over 65 perdono più facilmente la pazienza quando l’eccessiva lentezza nel riporre i bagagli nella cappelliera rallenta l’imbarco (47%) – un comportamento che infastidisce anche gli uomini (37%). Questi ultimi non tollerano anche chi si alza in piedi in anticipo (28%) insieme alla fascia 25-34 (33%), e gli applausi improvvisati dopo l’atterraggio (19%), sgraditi anche dagli adulti tra i 35 e i 54 anni (18%). Tra i giovanissimi emerge un disprezzo nei confronti di chi chiede di scambiare i posti (23%). Infine, quando si parla di fastidi a bordo, i cattivi odori corporei sono universalmente sgraditi, capitanati dalla fascia 55-64 anni e dalle donne (77%). D’altrocanto, i più giovani e gli uomini mostrano una maggiore irritabilità anche verso altri elementi: la generazione Z trova particolarmente fastidiosi i cibi dagli odori intensi (17%) e gli odori provenienti dai bagni a bordo (17%), chedisturbano anche gli uomini (12%), mentre questi ultimi (9%) e la fascia 25-34 anni (10%) sgradiscono anche i profumi forti.
Vicini chiacchieroni? Gli spagnoli tagliano il discorso, i britannici improvvisano strategie di evitamento
Oltre i confini nazionali, emerge un panorama ricco di percezioni culturali diverse quando si parla di galateo ad alta quota. Di fronte a un passeggero in difficoltà nel riporre la propria valigia nella cappelliera, se tutte lenazionalità tendono a valutare le dimensioni del bagaglio prima di intervenire, italiani e tedeschi sono i più disposti ad aiutare (40%), mentre i britannici lasciano che sia l’equipaggio di bordo a occuparsene (14%). Una volta seduti, gli italiani emergono anche come i più collaborativi nel condividere i braccioli: quando capita il posto centrale, il 63% è pronto a condividerli con le persone sedute lateralmente, seguiti dai portoghesi (61%). Negli StatiUniti la decisione spetta a chi arriva per primo (25%), mentre tedeschi e britannici (12%) li rivendicano entrambi. In quanto a socievolezza, nell’eventualità di ritrovarsi seduti di fianco a un passeggero particolarmente loquace, portoghesi e italiani si lasciano maggiormente coinvolgere in una lunga conversazione (47%), mentre il 36% degli spagnoli fornisce risposte concise. Meno diretti i britannici (18%), che ricorrono invece a strategie di fuga, fingendosi addormentati o impegnati a lavorare, pur di evitare la conversazione fin dall’inizio.
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Nel 1936, in un paese dell’Alta Valtellina, iniziava l’imbottigliamento di un’acqua minerale diventata presto parte dell’immaginario italiano. Novant’anni dopo, Levissima celebra questo traguardo con la stessa anima delle origini: radici alpine, impegno per il territorio e uno sguardo rivolto al futuro.
C’è un’immagine che molti italiani ricordano ancora: Reinhold Messner in mezzo alle cime innevate, che pronunciava il celebre espressione “Altissima, Purissima, Levissima”. Era la televisione degli anni Novanta, eppure quella voce – e quella vetta bianca sull’etichetta – sono rimaste nell’immaginario collettivo fino a oggi. Simbolo di leggerezza, di purezza, di un’appartenenza alle Alpi che Levissima ha sempre rivendicato con orgoglio.
Tutto inizia nel 1936, quando il Professor Gasparre Piccagnoni ottenne la concessione per l’imbottigliamento della sorgente di Cepina. Ma l’acqua di quel piccolo paese dell’Alta Valtellina era già conosciuta da tempo: medici, studiosi e ospiti dell’Hotel Cepina ne apprezzavano il gusto leggero e puro fin dai primi del Novecento. Secondo la tradizione, fu il Vescovo di Como, Monsignor Alessandro Macchi, a trovare il nome giusto: dopo averla assaggiata la definì “ottima, leggera, levissima”.
Da allora, niente è cambiato. L’acqua nasce ancora lì, ai margini occidentali del Parco Nazionale dello Stelvio, dove le nevi scivolano lentamente attraverso le rocce cristalline delle Alpi Centrali.
Levissima e il suo legame con la montagna
Molto prima che “outdoor” diventasse una parola di tendenza, Levissima aveva già costruito un immaginario distintivo: ghiacciai, trekking, esplorazione, libertà.
Le campagne storiche del brand sono oggi veri pezzi di cultura visiva italiana. Le illustrazioni colorate degli anni Ottanta e Novanta raccontavano un Paese che guardava alla montagna come simbolo di energia e autenticità: concorsi sull’esplorazione, raccolte punti ispirate ai parchi naturali, collaborazioni con il WWF. E poi i testimonial: da Messner a Kristian Ghedina, volti di un’Italia che amava la montagna sul serio.
Con quel claim, Levissima ha trasformato la purezza dell’acqua in qualcosa di più grande: un simbolo culturale legato alla montagna e a uno stile di vita che milioni di italiani hanno fatto proprio.
Uno stabilimento che guarda al futuro
Lo stabilimento di Cepina è oggi uno dei poli produttivi più rilevanti della Valtellina. Più di 100.000 mq e 225 dipendenti. Numeri importanti, per un’azienda che non ha mai smesso di considerare il territorio il proprio punto di partenza.
Sette linee PET, oltre 40 referenze tra acqua naturale, frizzante e Levissima+.
Lo stabilimento è un presidio industriale radicato nella comunità locale, che da quasi un secolo contribuisce all’economia e alla vita dell’Alta Valtellina.
“Novant’anni sono un traguardo straordinario, ma per noi rappresentano soprattutto una responsabilità”, dichiara Ilenia Ruggeri, Direttore Generale del Gruppo Sanpellegrino. “Levissima nasce in Valtellina e continua ogni giorno a costruire il proprio futuro insieme alla comunità locale, alle persone che lavorano nello stabilimento e ai partner che condividono il nostro impegno verso la montagna. In questi anni abbiamo investito in innovazione, qualità e sostenibilità con l’obiettivo di custodire la purezza della nostra acqua, portarla sulle tavole dei nostri consumatori pura come sgorga alla fonte e contribuire concretamente alla valorizzazione della comunità.”
Impegni concreti per la tutela del territorio montano
La montagna non è solo lo sfondo del brand: è una responsabilità. Da anni Levissima sostiene progetti concreti per la tutela dell’ecosistema alpino, la ricerca scientifica e la valorizzazione del territorio.
Dal 2007 il brand collabora con l’Università degli Studi di Milano per il monitoraggio dei ghiacciai italiani. Il progetto “Levissima Spedizione Ghiacciai” segue l’evoluzione del Ghiacciaio Dosdè Orientale e del Ghiacciaio dei Forni – veri laboratori naturali per capire cosa sta succedendo al clima delle Alpi. Nel tempo, il brand ha contribuito anche al Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani e a iniziative di divulgazione scientifica e sensibilizzazione ambientale.
Sul fronte della rigenerazione forestale, Levissima lavora insieme all’Università degli Studi di Milano, al Consorzio Forestale Alta Valtellina per il ripristino di alcune aree devastate dalla tempesta Vaia, interventi di riforestazione e monitoraggio della fauna alpina.
Completano il quadro le iniziative legate alla valorizzazione del territorio: le esperienze con Gite in Lombardia, il sostegno al recupero del Bivacco Meneghello e a infrastrutture montane che avvicinano le persone all’ambiente alpino.
Innovazione e sostenibilità lungo tutta la filiera
Nello stabilimento, il 100% dell’energia elettrica acquistata proviene da fonti rinnovabili e il 99,9% dei rifiuti viene riciclato o recuperato energeticamente.
Anche la logistica fa la sua parte: circa il 40% del prodotto viaggia via treno, oltre il 37% su mezzi a basse emissioni, tra cui camion a Bio GNL. Nel 2023, Levissima ha introdotto il primo camion 100% elettrico nel settore dell’acqua minerale in Italia.
Novant’anni e uno sguardo avanti
Novant’anni non sono un traguardo, sono una misura. La misura di quanto un’acqua, una montagna e le persone che le abitano possano costruire qualcosa di duraturo.
Nata in Valtellina nel 1936, Levissima guarda al futuro con lo stesso spirito delle origini: custodire ciò che viene dalla montagna e restituirlo – ogni giorno, in ogni bottiglia – a chi sceglie di portarla con sé.
Levissima
Levissima è una delle acque minerali del Gruppo Sanpellegrino, da sempre impegnata nella tutela del territorio da cui ha origine.
Un’acqua minerale unica che nasce nel cuore delle Alpi Centrali, in un’area protetta ai margini occidentali del Parco Naturale dello Stelvio, nel territorio valtellinese dell’antica contea di Bormio. La sua purezza, che sgorga da sorgenti situate alle pendici di montagne con cime fino a 3000m, arriva ai suoi consumatori così come sgorga dalla fonte.
Inoltre, Levissima, anche tramite la piattaforma “Rigeneriamo Insieme” intende contribuire attivamente con iniziative concrete ad un mondo in cui le risorse naturali vengono utilizzate in modo condiviso e responsabile, promuovendo stili di vita sostenibili e progetti per la tutela del territorio montano.
Per ulteriori informazioni, visita www.levissima.it
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