Serie TV
Dieci capodanni: L’amore, la vita e il tempo come sono davvero. Su RaiPlay
Ci fanno compagnia certe lettere d’amore. Lo diceva una canzone. Ma lo sapete quali sono le moderne lettere d’amore? Sono le note vocali di WhatsApp. È un modo di comunicare che a qualcuno non piace, o che si reputa un modo veloce, spiccio, per lasciare un messaggio. Eppure un vocale può essere anche lungo, intenso, molto caldo. Può mettere a nudo le debolezze e i sentimenti di una persona. Può far rinascere un amore che sembrava finito. I vocali – al cinema o in una serie non li avevamo mai visti così – sono i protagonisti degli episodi finali di Dieci capodanni, una delle serie più belle che vedrete quest’anno. Creata da Rodrigo Sorogoyen, Sara Cano, Paula Fabra e diretta dallo stesso Sorogoyen insieme a Sandra Romero e David Martìn de los Santos, è stata presentata al Festival del Cinema di Venezia, e ora è disponibile, con tutti i dieci episodi, sui RaiPlay. È una storia d’amore, ma anche una storia di vita, e del nostro rapporto con il tempo.
Dieci capodanni (Los años nuevos) segue Ana (Iria Del Rio) e Óscar (Francesco Carril) lungo dieci anni della loro vita, per un giorno all’anno, proprio quello che fa da passaggio tra l’anno che si chiude e quello che sta per iniziare. È il capodanno del 2015, quello in cui Ana e Oscar si incontrano. Lei vive in un appartamento condiviso, cambia spesso amici e sta ancora cercando di capire cosa fare della propria vita. Lui è un medico per vocazione, appassionato e pagato pochissimo. Lei sta lavorando come barista, lui si trova in quel locale. Appena lei stacca, si ritrovano insieme ad una festa e poi a casa di lui. Li seguiremo nel corso degli anni. A volte il destino li vedrà insieme, inseparabili. A volte distanti anche quando sono insieme. A volte davvero lontani. Fino al commovente finale.
Una storia simile è stata già raccontata, certo. È stato citato il nostro Dieci inverni, di Valerio Mieli, con Michele Riondino e Isabella Ragonese. E infatti anche quello era un film bellissimo. O anche la dolceamara commedia inglese One Day. In Dieci capodanni, però, tutto è così intenso, così reale. Ci piace prima di tutto la scelta di ritrarre Ana e Óscar proprio in quel giorno così particolare, quando un momento sta per finire e un altro sta per avere inizio, quando si fanno i bilanci, i propositi. Quando si mangiano gli acini d’uva, uno per mese, perché ci portino fortuna. In ogni episodio, poi. i due scrutano e studiano altre coppie, quasi come degli entomologi, mentre la regia ce li propone con dei ritratti frontali, mentre guardano verso di noi.
Per Sorogoyen ogni capodanno è diverso, non solo perché coglie Ana e Óscar in momenti diversi della loro vita. Anche perché il regista sceglie di raccontare quel giorno ogni volta in maniera diversa: una volta è la notte intera, prima o dopo la mezzanotte; una volta siamo già al mattino del 1 gennaio. Una volta ancora è il giorno del 31, o solo la sera, a cena, prima della mezzanotte. A volte accade tanto, tantissimo. A volte è solo una conversazione, che ci può apparire superficiale, futile, ma che dentro porta tanti aspetti e ragionamenti sulla propria vita, personale, di coppia, di famiglia. Ai dialoghi è anche dato il compito di svelare cosa è accaduto ai due tra un anno e l’altro, per tutto il tempo in cui non li abbiamo visti. Un dialogo, lungo e insistito, può occupare un intero episodio, come nel bellissimo finale girato tutto in piano sequenza.
E così, ogni volta che premete play su un nuovo episodio di Dieci capodanni, non sapete che cosa vi aspetta: vi chiederete se Ana e Óscar saranno ancora insieme, se saranno lontani, come stanno vivendo il loro essere insieme o essere separati. È uno di quei racconti in cui non accadono fatti eclatanti, ma che si seguono con un costante senso di attesa e tensione. Un piccolo, quieto thriller dell’anima e del destino. Tra i dieci anni che passano sullo schermo riviviamo anche qui due anni con la presenza del Covid: Sorogoyen, a modo suo, ci racconta anche questo, tra ospedali, mascherine, paure e vite bloccate.
Nella storia di Sorogoyen troviamo tantissimo del Richard Linklater che amiamo di più, quello di Prima dell’alba, Prima del tramonto e Before Midnight, e quello di Boyhood. Dieci capodanni è puro Linklater per come racconta l’amore e la vita attraverso gli incontri, le piccole cose, le parole, quelle dense di significato e quelle che sembrano insignificanti, ma non lo sono mai davvero. È puro Linklater per come racconta l’essere umano e il suo rapporto con il tempo, e in questo modo i cambiamenti che questo opera su di noi. Non c’è lo scorrere naturale del tempo, come nella trilogia Before e Boyhood, progetti per cui sono voluti una decina d’anni: il passare del tempo sui volti degli attori qui non può essere naturale, ma è chiaramente giocato su un trucco fatto di piccoli e pochi dettagli, che lo rendono comunque estremamente efficace. La serie è stata comunque girata in sequenza, per cui gli attori sono riusciti a vivere l’evoluzione dei loro personaggi.
Ma di Linklater c’è, soprattutto, l’immersività del racconto. La sensazione, cioè, di stare in mezzo a quei personaggi, di vivere la loro vita insieme a loro. Vi capiterà di stare accanto ad Ana e Óscar e di sentirvi parte della loro vita, di considerarle persone reali e di sentirvi come un loro amico, e di vivere quei momenti, e non solo assistervi. O forse, vi capiterà di sentirvi uno di loro, a seconda che siate un uomo o una donna. Perché certi momenti di passione, certi sguardi, certi desideri e anche certi dubbi, certi distacchi potreste averli vissuti.
Quello che rende Dieci capodanni qualcosa di veramente unico e potente è il realismo dell’insieme. Pur in una messinscena che è curata e affascinante, non c’è mai niente di patinato, di levigato, di forzato o di finto. Colpiscono l’assoluta naturalezza dei volti e dei corpi – bellissimi in quanto veri, naturali e non costruiti – e dei loro movimenti negli spazi, che sono anch’essi assolutamente reali. E colpisce anche il realismo di alcune scene di sesso, tra le migliori mai realizzate. La chimica tra i due attori protagonisti è eccezionale, ma soprattutto non c’è mai ritrosia né in loro né la regia a rendere l’idea del sesso come davvero è nella vita reale. Nella prima, eccezionale, scena d’amore, tutto è realistico e credibile, nell’insieme come nei dettagli di certi sguardi, certi movimenti della bocca, certi impacci e imbarazzi e in quella foga che è tipica di un amore allo stato nascente.
Siamo a marzo ed è già la seconda volta che ci troviamo a parlare di serie dell’anno (termine usato anche per M – Il figlio del secolo, una serie agli antipodi di questa), ma è davvero così. Dieci capodanni è qualcosa che ancora, nel panorama della serialità, non era stato visto. È una serie che è impossibile non vedere senza guardarsi dentro, senza riflettere su noi stessi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Lucky: Anya Taylor-Joy in una fuga senza fiato su Apple Tv
Published
1 mese agoon
23 Luglio 2026
Una ragazza viene inseguita da alcuni uomini tra dei camion fermi in un parcheggio. Lei è bionda platino, è vestita in jeans, una canotta bianca e un giubbotto di pelle nera. Zoppica. Loro hanno quegli inconfondibili giubbetti blu con la scritta in giallo sulla schiena: sono dell’FBI. Inizia così Lucky, la nuova serie in streaming su Apple Tv tratta dal bestseller del New York Times e selezione del Reese’s Book Club, scritto da Marissa Stapley. La ragazza, la Lucky che dà il titolo alla serie, è l’inconfondibile Anya Taylor-Joy. E insieme a lei ci sono Annette Bening, Timothy Olyphant, Aunjanue Ellis Taylor, Drew Starkey, Clifton Collins Jr. e William Fichtner. La definiscono una dramedy, ma Lucky è soprattutto una serie d’azione, un’azione senza un attimo di respiro.
Quando una rapina multimilionaria va storta, la truffatrice Lucky (Anya Taylor-Joy) è costretta a darsi alla fuga. Braccata sia dall’FBI che da uno spietato boss criminale, Lucky deve lottare per la propria vita e per trovare una via d’uscita. Eppure sembrava tutto perfetto. Poche ore prima avevamo visto Lucky, ed era completamente diversa. I capelli più lunghi e castani, un vestito corto e attillato di lamé. Una bottiglia di champagne da stappare con il proprio compagno. In Dreams di Roy Orbison, famosa per Velluto blu di David Lynch, da ballare stretti stretti. Tutto sembrava andare bene. Ma non è andata così.
Lucky vive soprattutto sul volto e sul corpo di Anya Taylor-Joy. È un’attrice dal fisico esilissimo. E dal volto unico, scavato e sensuale. Con quegli occhi enormi, verde giada, e molto distanti tra loro. Si dice che sia sintomo di poca bellezza, come in fondo si dice della bocca piccola e delle labbra sottili. Non è vero. Anya Taylor-Joy è fatta per smentire tutte queste teorie, per diventare una bellezza allo stesso tempo aliena e, soprattutto in una serie come questa, molto concreta.
La sua Lucky sembra un personaggio di un film di Luc Besson, noto per i ritratti di donne forti e artefici del loro destino, coraggiose e muscolari. Così come sembra un film di Luc Besson, per ritmo e visione, tutta la storia a cui assistiamo. C’è anche qualcosa di Hitchcock, non nello stile ma nei temi. Il personaggio giovane e innocente in fuga è un classico del regista inglese. Qui innocente Lucky non lo è completamente. È una truffatrice, certo. Ma abbiamo visto che è stata a sua volta fregata dal suo compagno. Per questo, e per il fatto che il punto di vista sposato è il suo, Lucky ha da subito la nostra simpatia. E quella del regista. Anche questo è un meccanismo che viene da Hitchcock: pensate a Psycho e al personaggio di Janet Leigh, in fuga dopo aver sottratto al suo capo un’ingente somma di denaro. Anche lei è colpevole, ma stiamo dalla sua parte.
La regia è sempre su di lei, spesso la macchina da presa la accarezza con primi o primissimi piani in grado di scrutare quegli occhi così particolari. Mentre, alla fine del primo episodio, basta una telefonata per costruire una backstory in grado di farci appassionare ancora di più al suo personaggio. Mentre un accendino, nel buio, si ricollega a una delle prime scene dell’episodio e chiude un cerchio. Non ci resta che seguire la fuga di questa nuova eroina che ci ha portato Apple Tv, lo streamer dalle produzioni sempre impeccabili. I primi due episodi sono disponibili, poi ne vedremo uno a settimana. Buona fortuna, Lucky.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Elle: Se La rivincita delle bionde torna agli anni Novanta, tra Beverly Hills e il grunge
Published
2 mesi agoon
1 Luglio 2026
I’m Only Happy When It Rains, il classico dei Garbage degli anni Novanta, risuona nella sigla di Elle, la nuova serie Prime Video in streaming dal 1 luglio. E risuona particolarmente ironica, visto che la nostra protagonista si trova per una serie sfortunata di eventi a trasferirsi da Los Angeles a Seattle, la città più piovosa d’America, “la città dimenticata da Dio e da Gucci”. E, no, non è assolutamente felice solo quando piove, come cantava Shirley Manson. Casomai è tutto il contrario. Elle Woods sarebbe felice solo con il sole della California e con i suoi immancabili vestiti rosa che fanno tanto Beverly Hills e anche tanto Barbie. Elle è la serie prequel de La rivincita delle bionde, il noto film con Reese Witherspoon. Qui la vicenda è trasportata indietro nel tempo e nello spazio, creando una serie di contrasti che rendono la serie divertente e originale.
Nella sua prima stagione, Elle segue Elle Woods (Lexi Minetree) prima che diventi un pesce fuor d’acqua ad Harvard. La incontriamo nel 1995, come un pesciolino nelle acque agitate del liceo, alle prese con amicizie complicate, storie d’amore proibite e scelte di moda discutibili. Tutto nella sua vita cambia, infatti, quando il padre, chirurgo estetico, perde reputazione e lavoro per un naso rifatto male ad un’attrice. E così deve trasferirsi a Seattle con tutta la famiglia. Elle si affida alla sua famiglia come punto di riferimento e rafforza il legame con la madre, dimostrando che insieme possono superare qualsiasi cosa la vita riservi loro, purché abbiano l’una l’altra. Ad ogni sfida che affronta, Elle si avvicina sempre di più alla Elle Woods che conosciamo e amiamo oggi.
Quello che dà forza alla serie è il sentimento del contrario. Tutto, a Seattle, è diverso. Piove ogni giorno, tutti vestono di nero, con jeans, anfibi e camicie di flanella a quadri, nessuno bada alle apparenze e tutti alla sostanza. “Mi sento così bionda” dice la nostra Elle, che veste ancora completamente di rosa. Il senso della serie sta tutto qui. Nel ribaltamento dei ruoli, delle situazioni. La classica reginetta della scuola, la popolare, la bionda, la bella in rosa di tanti film qui diventa, di colpo, il suo contrario. Per il posto in cui si trova, è lei la strana, l’impopolare, la diversa. Quella che, come vediamo da sempre nei film, non trova dove sedersi a tavola perché i posti sono occupati. E le popolari che negano il posto qui sono altre. Anche per il padre le cose si sono ribaltate. “Alla gente piace il proprio naso. Andrà meglio quando il grunge sarà passato” dice.
Capiamo subito che quella di Elle è una storia sull’identità, un romanzo di formazione che però non procede in maniera classica. Almeno, non all’inizio. C’è, come in ogni racconto di questo tipo, una protagonista che deve trovare il proprio posto nel mondo. Solo che la nostra Elle il suo posto lo aveva già trovato, ma lo ha perso e deve ricominciare tutto da capo. È una questione di orientamento, di coordinate da ritrovare, di una serie di comportamenti da resettare. Ci si chiede se Elle sceglierà di tornare a Los Angeles o di giocarsi le sue carte a Seattle. E se, in questo caso, si adatterà al modo di vivere e al look degli altri o sceglierà di farlo rimanendo se stessa.
Dicevamo di Seattle. È bello, in un teen drama di questo tipo, ritrovarsi nell’America di metà anni Novanta, quando, rispetto a quella di Beverly Hills 90210, era già cambiato tutto. È bello ritrovarsi in un negozio di dischi che ci ricorda quello di Alta fedeltà, di ascoltare discorsi su Kurt Cobain e i Nirvana, Chris Cornell e i Soundgarden, la Sub Pop gli Alice In Chains, ascoltare i R.E.M. e i Radiohead. Come si dice, appena abbiamo capito dove fosse ambientata la storia abbiamo detto il classico: ok, avete la nostra attenzione.
Certo, non è un film immersivo negli anni del grunge (per quello cercate e rivedetevi Singles di Cameron Crowe). E ai puristi del grunge non piacerà. Seattle e il grunge sono in realtà usati come un elemento funzionale al racconto, come l’ostacolo tra Elle e il suo mondo, l’espediente usato per metterla in difficoltà. Ma che siano presenti in un film di questo tipo non è per niente male. È bello vedere che il grunge sia storia. E anche un po’ triste, perché sono passati 30 anni e vuol dire che stiamo diventando vecchi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Spider-Noir: Nicolas Cage è un Uomo Ragno che sembra uscito dagli anni Trenta. Su Prime Video
Published
3 mesi agoon
27 Maggio 2026
L’abbiamo vista in bianco e nero. Ma potevamo scegliere tra bianco e nero e colore. La nuova tv, quella dei player dello streaming, è anche questa. Prime Video ha lanciato così Spider-Noir, l’attesissima serie con Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in una serie tv. Prodotta da Sony Pictures Television per Prime Video, la serie è disponibile dal 27 maggio, in due modalità, “Autentico Bianco e Nero” e “True-Hue Full Color”, consentendo al pubblico di scegliere.
Abbiamo scelto di vederla in bianco e nero perché ci sembrava che avesse più senso così. Spider-Noir è una serie live-action basata sul fumetto Marvel Spider-Man Noir. Racconta la storia di Ben Reilly (Cage), un navigato investigatore privato caduto in disgrazia nella New York degli anni Trenta, che a seguito di una tragedia profondamente personale, è costretto a fare i conti con il suo passato di unico supereroe della città. È un racconto che ha senso vedere in bianco e nero perché sono le tinte in cui ha vissuto quel cinema lì, il glorioso noir americano, l’hard boiled, il cinema dei detective alla Marlowe. Personaggi che sono antieroi, perdenti e tormentati, soli e stropicciati.
Vedere Spider-Noir in bianco e nero significa quindi immergersi in un mondo, Quello dei chiaroscuri, delle luci e delle ombre che si incontrano e si scontrano del bianco e nero che dai netti contrasti che dividono lo schermo. Di quelle luci incidentali, quasi caravaggesche, che tagliano la scena. È quel mondo fatto dei quotidiani lanciati al mattino dagli strilloni, da sigarette su sigaretta avidamente consumate mentre si battono a macchina le notizie, dei personaggi che si muovono nei loro lunghi cappotti e i cappelli a tesa larga, dei banconi del bar e dei bicchieri di whisky bevuti uno dopo l’altro ogni notte.
Quella tra il fumetto e il noir degli anni Trenta e Quaranta sono mondi destinati a incontrarsi in modo naturale. Il bianco e nero è quello delle iconiche pellicole dell’epoca, rimaste fissate nell’immaginario collettivo come nella Storia del cinema, ma anche quello dell’inchiostro di china sul foglio bianco dei fumetti. Il risultato di Spider-Noir è in qualche modo vicino a Sin City e The Spirit, i film tratti dai fumetti di Frank Miller. Anche se, rispetto alle figure eccessive e larger than life di quei racconti, Spider-Noir si mantiene su un maggiore realismo. Che è proprio quello dei classici film
In un progetto di questo genere ci sta benissimo un volto come quello di Nicolas Cage, un attore che è stato definito prima di culto e sex symbol, ai tempi di Cuore selvaggio, poi mostro di bravura da Oscar, ai tempi di Via da Las Vegas, poi schermito per molte scelte discutibili e infine assurto di nuovo a personaggio di culto. Il suo volto è perfetto per incarnare quello di quei detective provati dalla vita degli anni Trenta e Quaranta. E, allo stesso tempo, ha i tratti somatici per essere anche il protagonista di un fumetto. Spider-Noir sembra essere un progetto fatto apposta per lui. Nel cast sono da segnalare Li Jun Li, nei panni della femme fatale, e Brendan Gleeson, perfetto nei panni del villain.
È interessante vedere come l’Uomo Ragno, tra tutti i supereroi, sia quello che, più di altri si presti a infinite reinvenzioni. Mentre quasi tutti gli eroi sono legati ai loro alter ego e alle loro storie, l’idea è che un ragno radioattivo, in teoria, possa mordere chiunque. E così l’Uomo Ragno, che siamo soliti associare a Peter Parker, e che sarà sempre questo personaggio, può essere anche altre persone. Così abbiamo conosciuto lo Spider-Man di Miles Morales, dai fumetti e anche dai film animati di Spider-Man: Un nuovo universo. E ora l’Uomo Ragno noir anni Trenta di Nicolas Cage. Il rischio di un progetto come questo è quello di fare più attenzione alla qualità e alla raffinatezza delle immagini, all’interpretazione di Cage, a una New York scintillante e vera protagonista della storia, che alla trama. A proposito di raffinatezza, abbiamo provato a vedere la serie anche nella versione a colori, e funziona molto bene anche quella. Ha i toni laccati dei primi film in technicolor, il gioco di luci ed ombre funziona, le luci di New York fanno la loro parte. Insomma, in qualunque modo la vogliate vedere, Spider-Noir ha un senso. A voi la scelta.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- “Robbie Robertson” (Lamorne Morris) in a scene from Prime Video’s Spider-Noir (Courtesy of Aaron Epstein)
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- Ben Reilly/Spiderman (Nicolas Cage) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Finn Byrne/Silvermane (Brendan Gleeson) and Winston (Lukas Haas) in SPIDER-NOIR Photo: Courtesy of Prime © Amazon Content Services LLC
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- Ben Reilly/Spiderman (Nicolas Cage) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Jack Huston (Flint Marco/Sandman) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Nicolas Cage (Ben Reilly/Spiderman) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Ben Reilly/Spiderman (Nicolas Cage) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Lonnie/Tombstone (Abraham Popoola) in SPIDER-NOIR Photo: Courtesy of Prime © Amazon Content Services LLC
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- Robbie Robertson (Lamorne Morris) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Finn Byrne/Silvermane (Brendan Gleeson) and Flint Marco/Sandman (Jack Huston) in SPIDER-NOIR Photo: Courtesy of Prime © Amazon Content Services LLC
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- Janet Ross (Karen Rodriguez) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Cat Hardy (Li Jun Li) and Ben Reilly/Spiderman (Nicolas Cage) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Janet Ross (Karen Rodriguez) and Ben Reilly/Spiderman (Nicolas Cage) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Robbie Robertson (Lamorne Morris) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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- Ben Reilly/Spiderman (Nicolas Cage) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC
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