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Confronting a serial killer | dal 18 aprile su Starzplay

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Questa docuserie, prodotta e diretta dal regista nominato all’Oscar® e vincitore di un Emmy® Joe Berlinger, racconta la sorprendente storia della relazione senza precedenti tra l’acclamata autrice e giornalista Jillian Lauren e il serial killer più efferato della storia americana, Samuel Little.

Dopo aver evitato la giustizia per decenni, Samuel Little è stato finalmente condannato per tre omicidi nel 2014, ma ha continuato a dichiararsi innocente. Quattro anni dopo, Jillian Lauren si ritrova faccia a faccia con l’assassino, il quale inizia improvvisamente a confessare una moltitudine di altri omicidi, spingendo Jillian Lauren verso una storia che inizialmente doveva essere un libro.

Samuel Little rivela gradualmente informazioni cruciali a Jillian Lauren, la quale aiuta le forze dell’ordine a venire a capo di una serie di casi irrisolti in tutto il paese. Man mano che il numero dei morti cresce, fino a raggiungere 93 omicidi, la serie ci svela i dettagli sui fallimenti delle indagini passate, esplora i pregiudizi sociali impliciti che Samuel Little ha sfruttato per sfuggire agli arresti e aiuta in tempo reale a risolvere alcuni casi, fornendo risposte alle famiglie in lutto che hanno trascorso decenni nell’incubo di non sapere cosa fosse successo ai loro cari.

Confronting a Serial Killer è una serie incentrata sulle vittime. Le donne della serie, in veste di investigatrici, fanno luce sulla cecità istituzionale delle forze dell’ordine e sulle questioni sistemiche che permeano la nostra società, tra cui il pregiudizio verso le comunità emarginate, le persone alle prese con dipendenze, malattie mentali e traumi, e soprattutto verso le donne di colore.

Jillian Lauren scopre i segreti più oscuri di Samuel Little e allo stesso tempo deve riconciliare la sua storia di dipendenza e di vittima di abuso con la sua missione volta a restituire le identità ai corpi senza nome di donne dimenticate, ma scopre di non essere in grado di mantenere questo sordido mondo separato dalla sua famiglia e dalla sua vita personale e si rende conto che potrebbe essere, psicologicamente, l’ultima vittima di Samuel Little.

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You 3: Ogni passo che fai io starò a guardarti… Su Netflix

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Ogni respiro che prendi. Ogni movimento che fai. Ogni legame che rompi. Ogni passo che fai. Io starò a guardarti”. Non vi dicono niente queste parole? Provate a leggerle in inglese. Sono i primi versi di Every Breath You Take dei Police. Abbiamo passato decenni a pensare che fosse una grande canzone d’amore. Poi, un bel giorno, Sting di punto in bianco ci ha rivelato che la canzone parlava di uno stalker. You, la serie Netflix che il 15 ottobre arriva in streaming con la stagione 3, potrebbe essere come Every Breath You Take: potremmo considerarla ogni volta come una storia d’amore (soprattutto l’incipit della prima stagione lo era) o come una storia di stalking e follia. Il fatto è che, da un lato la dedizione di Joe (Penn Badgley) per chi diventa l’oggetto del suo desiderio è totale. Dall’altro, il punto è che questa dedizione è pura follia. Spesso anche omicida.

Dalla fine della stagione 1 di You, però, ormai il gioco è scoperto, e quell’ambiguità su cui si cullava il racconto è ormai svanita. Lo abbiamo capito, Joe Goldberg è uno stalker ed è molto, molto pericoloso. Nella terza stagione di You Joe si è appena sposato con Love (Victoria Pedretti) e hanno avuto un bambino. E si sono trasferiti in una ridente cittadina, Madre Linda, nella California del Nord, dove vivono imprenditori dell’high tech, mamme blogger moraliste e biohacker famosi su Instagram. Joe crede al suo nuovo ruolo di marito e padre, ma ormai ha imparato, e noi con lui, a conoscere Love, e a capire che non è poi così diversa da lui. Nonostante tutto, si appassiona alla nuova vicina di casa.

Avete presente quei film o quelle serie dove c’è un cattivo, ma il modo in cui è scritto il personaggio ci fa in qualche modo capire le sue ragioni, fa scattare l’empatia con lui? È una delle chiavi del cinema e della serialità dei giorni nostri. Ecco, con Joe Goldberg questo non accade mai. È davvero respingente, meschino, vile, fastidioso. È squilibrato, ossessivo, violento. Il fatto che, attraverso il suo monologo interiore, sia lui a introdurci alla storia e alle sue azioni, non fa che peggiorare le cose, perché trova giustificazioni ai suoi comportamenti che capisce solo lui. Eppure. Eppure non si riesce a staccare gli occhi da You, si continua a guardare la serie conquistati. Ecco, se c’è una serie che potremmo usare per definire alla perfezione il concetto di guilty pleasure – film e serie che guardiamo con senso di colpa sapendo della loro qualità non eccelsa – è proprio questa.

You è cambiata leggermente dalla prima stagione, che ancora oggi è da considerare la migliore e che avrebbe potuto benissimo essere una storia autoconclusiva. Come dicevamo, nella prima stagione camminavamo ancora sul filo dell’incertezza tra le buone e le cattive intenzioni, tra la storia d’amore e la storia di morte. Non credevamo fosse possibile continuare, invece You è andata avanti lasciandosi alle spalle Beck (che era il motore della storia nella stagione 1 e che continua a mancarci molto). Si è lasciata alle spalle anche New York, che dava un’atmosfera unica al racconto, e ora anche Los Angeles che, a suo modo, aveva un’aria seducente e pericolosa. Si è lasciato alle spalle anche la prima impressione di Love e della storia d’amore: la ragazza dal sorriso irresistibile che sembrava essere la sua vittima perfetta è invece il suo specchio. Una donna molto simile a lui.

La terza stagione di You parte proprio da qui, da Love, con cui Joe ha avuto un figlio, Henry. Joe e Love sono una storia d’amore, una famiglia, un’associazione a delinquere, e chissà cos’altro ancora. Ma Joe ha anche posato gli occhi sulla vicina Natalie, 32 anni, agente immobiliare e molto disinibita. Sarà lei il nuovo obiettivo di Joe? Lo scopriremo solo vivendo. Perché tutto, in You, è imprevedibile. Non possiamo assolutamente dirvi altro se non che, insieme a Joe e Love, anche in questa terza stagione tornerà l’altra vera grande protagonista di You: la gabbia di vetro nello scantinato. Non può esserci You senza questo elemento.

Tutto imprevedibile. Tutto prevedibile. Ci chiediamo allora come mai, arrivati alla terza stagione, non riusciamo a smettere di guardare You. Probabilmente è per vedere come gli sceneggiatori riescano ad arrampicarsi sugli specchi e a portare avanti la storia.  Potremmo considerarlo una sorta di esercizio di stile su come lavorare su una serie di variazioni sul tema sulle relazioni malate, sulle ossessioni e sullo stalking.

Ma c’è anche il fatto che, a tratti, You riesce a raccontare quella tensione sentimentale, quello stato nascente, quel senso di innamoramento che di volta in volta si fa strada nella vita di Joe. You, a suo modo, è una serie molto sexy anche se, ogni volta che questo aspetto appare nella storia, sappiamo che in qualche modo si andrà a finire male. Si dice che in amore e in guerra non ci sono regole, tutti abbiamo fatto prima o poi qualcosa di scorretto. Eppure Joe va ogni volta al di là di ogni regola.

Quanto allo scenario in cui You si muove, il passaggio da New York a Los Angeles fino a Madre Linda rende il tutto meno suggestivo. Dopo due città dall’identità forte siamo in uno dei tanti sobborghi residenziali e altolocati degli Stati Uniti, tanto idilliaco quanto anonimo e opprimente. Madre Linda è una sorta di Wisteria Lane, e in questo la terza stagione di You si muove in un mondo meno originale delle altre due, anche se la satira sociale su determinate categorie di persone riesce a rendere tutto comunque interessante. Ma se continuerete a guardare You, in ogni caso, sarà per trovare risposta alla solita domanda: cosa riuscirà ancora a combinare Joe Goldberg?

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Scene da un matrimonio: Jessica Chastain, Oscar Isaac e l’intimità di una coppia. Su Sky e NOW

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A volte ci è capitato di parlare, a proposito di un film, di un’esperienza immersiva. Lo abbiamo fatto proprio qui, la scorsa settimana, parlando di un film come Dune. Ma ci sono anche altri modi di immergersi e perdersi dentro una storia, dentro un mondo, che non siano grandi film di fantascienza dagli scenari sterminati. Può capitare, ad esempio, di immergersi totalmente dentro una storia che scorre sullo schermo di una tv, e si svolge dentro le quattro mura di una casa. Stiamo parlando di Scene da un matrimonio, la nuova serie tv in onda dal 20 settembre alle 21.15 tutti i lunedì con un episodio a settimana su Sky Atlantic e in streaming su NOW. Oscar Isaac e Jessica Chastain – anche produttori esecutivi – sono i protagonisti assoluti dell’omaggio al classico di Ingmar Bergman targato HBO e firmato da Hagai Levi (In Treatment).

Guardare Scene da un matrimonio è un’esperienza immersiva. Perché dentro a quelle quattro mura della casa dei protagonisti ti ci trovi davvero, avvolto, invischiato, turbato. Sei lì, accanto a loro, a vivere i loro tormenti. O forse sei uno di loro, visto che il racconto della vita quotidiana di una coppia sposata è qualcosa di universale, quello che accade loro può accadere a tutti, ognuno ha vissuto, a suo modo, le proprie scene da un matrimonio. La serie di Hagai Levi riprende una coppia in cinque momenti, quasi cinque “atti” teatrali, staccati fra loro ma simbolici del loro percorso. Mira (Jessica Chastain) è un’affermata professionista nell’ambito del tech insoddisfatta del suo matrimonio. Jonathan (Oscar Isaac) è un professore di filosofia che si sforza di salvare la sua relazione con lei. Li conosciamo nel corso di un’intervista, che una studentessa sta conducendo per la sua tesi. Loro ci sembrano affiatati, divertiti, pacificati nei loro ruoli, organizzati nella loro vita, certi del loro lavoro e di tutto quello che li definisce. Eppure lei sembra essere assente, guarda nervosamente il cellulare. Una domanda sulla monogamia ci trasporta in un’altra scena, in cui si confrontano con una coppia di amici che sembra molto meno solida di loro. La sera, a letto, prima di andare a dormire, Mira dirà a Jonathan qualcosa. È il primo colpo di scena. E negli ultimi dieci minuti ce ne sarà un altro.

Ed è solo l’inizio di cinque atti che ci porteranno su un ottovolante, un saliscendi, una continua doccia scozzese dove la tenerezza e la complicità si alterneranno prima ai dubbi, e poi alle frustrazioni, alle recriminazioni, al rancore. Eppure, a quella coppia che stiamo letteralmente spiando nella loro vita, vorresti dire di non mollare, di tenere duro, di provare ad aggiustare le cose. Vorresti dire loro che ce la possono fare, che alla fine andrà tutto bene. Vediamo che, seppur a tratti, tra loro c’è intimità, c’è intesa, c’è, o almeno c’è stato, quell’attimo di eterno di cui parlava quella canzone. Ma nella vita accadono cose che a volte ti fanno prendere una strada dalla quale, poi, è difficile tornare indietro. Certo, dovete avere voglia di assistere a questa storia, dovete avere voglia di fare questa esperienza, un’esperienza dolorosa. Vivere accanto a queste due persone e accompagnarle in un viaggio molto duro. Sapendo che, da quelle parti, potreste esserci anche voi. O forse ci siete già stati.

Ma vale la pena di vivere la loro storia. Scene da un matrimonio è un’esperienza totalizzante, unica. A trascinarvici dentro ci penseranno Jessica Chastain e Oscar Isaac, due attori in stato di grazia e affiatati come pochi altri ci è capitato di vedere su grande e piccolo schermo. Capaci di infinite sfumature e variazioni sul tema, capaci di mettersi (anche letteralmente) a nudo, di farci vivere la loro intimità, di farci credere a quello che vediamo. D’altra parte, all’inizio di ogni puntata Hagai Levi ce li mostra dietro le quinte, prima del ciak o subito dopo, preoccupandosi bene di mostrarci i set. È qualcosa che non vediamo mai nei film o nelle serie tv, ed è molto interessante. Levi sembra quasi volerci dire subito “guardate che comunque è tutta finzione, che siamo a teatro, che quelli che vedete sono solo dei personaggi”, quasi a stemperare la tensione di quelle scene che andremo a vedere, che a tratti è altissima. Ma è anche forse una testimonianza di quello che è stato girare una serie ai tempi del Covid, con le mascherine sul volto della troupe e la massima attenzione per ogni aspetto.

È anche forse un modo per dirci che siamo solo su un set e che quella casa, dove tutto è così intenso, non esiste, è solo un insieme di quinte costruite per la serie. Perché la casa di Mira e Jonathan è un vero e proprio protagonista della storia (attenzione alla, sorprendente, quinta puntata), un personaggio che accompagna marito e moglie nelle loro storie. Dalla camera da letto a quel divano in soggiorno, dalla cucina fino alla stanza sull’attico, ogni luogo si imprimerà nella vostra testa assieme a quello che accade in quei luoghi. La casa di Mira e Jonathan, fin dalle prime scene, è fotografata con dei toni caldi, tra il seppia e il dorato. È qualcosa che sembra volerci dire che siamo a casa, in un luogo familiare, rassicurante e luminoso, caldo e quotidiano. Ma anche nel posto dove ci sentiamo più sicuri, in fondo, non lo siamo. Anche a proposito della luce, fate attenzione all’ultima puntata.

In un prodotto di eccellenza come Scene da un matrimonio anche il montaggio ha il suo ruolo importante. Le scelte sono quelle di lasciare il più possibile le lunghe scene madri senza interromperle, per farci vivere tutta la loro intensità. Alcune idee ci hanno colpito in particolare. Nella prima puntata, quando, alla domanda sulla monogamia dell’intervista, una lunga risata irrompe nella scena, e ci trasporta così alla scena successiva, dove i protagonisti sono a cena con degli amici e stanno proprio parlando di quella domanda e di quell’argomento. E poi c’è lo stacco netto di montaggio alla fine del primo episodio, che ci trasporta di colpo verso una scelta che, nella scena precedente, ci sembrava andare in un’altra direzione. La vita di Mira e Jonathan prenderà più volte direzioni inaspettate. Ma così è la vita. Non perdete l’occasione di assistere alla loro storia.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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La casa di carta 5: Lisbona, Stoccolma e Tokyo, le Tre Grazie che sanno decidere e imporsi

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Entrano in scena a piedi nudi, con la tuta rossa slacciata, una maglietta nera attillata e il volto scoperto. E sono abbracciate. Tre Grazie che decidono di prendere in mano la situazione e metterci la faccia. È quello che accade nel primo episodio della quinta stagione de La casa di carta, la serie spagnola di Netflix che è arrivata alla sua stagione finale divisa in due parti: la Parte 5 Volume 1 è in streaming dal 3 settembre (il volume 2 arriverà a fine anno). Lisbona, Stoccolma, Tokyo, ma potete chiamarle anche Raquel, Monica, Silene. In questa nuova stagione de La casa di carta i protagonisti si chiamano sempre più spesso con i loro nomi, e non solo con i nomi di città. Segno che hanno raggiunto tra loro una certa intimità. Come quella che abbiamo ormai noi con loro. Ma in quell’abbraccio, quell’atto di coraggio che le tre donne hanno avuto nell’uscire allo scoperto, per trattare con la polizia, ci abbiamo visto tante cose.

Sì, perché, dopo aver visto le altre serie create per Netflix da Álex Pina, in particolare Sky Rojo, ci siamo interrogati sul ruolo delle donne nelle sue opere. Una delle famose frasi de La casa di carta era “Inizia il matriarcato”, pronunciata da Nairobi. In Sky Rojo, una serie incentrata su tre donne che dovrebbe sposare il loro punto di vista, ci aveva lasciato perplessi quel reiterato, forse compiaciuto uso della violenza che sembrava davvero mancare di rispetto alle donne. Per fortuna, tornando a vedere La casa di carta nella prima parte di quella che è la stagione finale, ritroviamo quella vicinanza alle donne che era stato uno dei punti di forza della serie. Ogni volta che Alex Pina indossa la tuta rossa e la maschera di Dalì torna ad essere quell’uomo che amava le donne che ci aveva colpito nelle prime stagioni della serie. E così, continua il matriarcato.

Quella a cui assistiamo, nei primi episodi della stagione 5 de La casa di carta, è una sorta di “sorellanza”, di solidarietà femminile. Nel momento in cui Lisbona (Itziar Ituño), rientrata nella Banca, incontra Tokyo (Ursula Corberò), sembra scontrarsi con lei, che sospetta della sua fedeltà alla causa. Ma, subito dopo, complice un bagno caldo per la nuova arrivata, le due si avvicinano. Cominciano le confessioni. Lisbona è innamorata del suo uomo, il Professore (Álvaro Morte). Dice che è molto romantico il fatto che lui abbia scavato per lei un tunnel di 12 metri, e che le abbia fatto fare un giro della città in elicottero. Tokyo invece le confessa un segreto, il suo primo grande, amore, che ancora rimpiange: René (Miguel Ángel Silvestre, visto in Sky Rojo), che ha perso la vita durante una rapina. “Durante le rapine l’amore diventa più forte. Perché ogni minuto può essere l’ultimo” confessa. Più tardi, la vedremo comunque dedicarsi al suo amore attuale, Rio, e flirtare con lui. “Tu da qui non esci senza di me”. “Vuoi tagliare l’acciaio o provarci con me?” “Posso fare le due cose insieme, e provare a fare anche una terza”. È questo il dialogo tra Tokyo e Rio. Questa è la risposta di Tokyo. Sì, le donne sono più forti, sono multitasking, possono fare tante cose insieme. Ecco un altro segnale di come, almeno qui, Álex Pina ami le sue donne.

Ma fate attenzione a un altro momento. Con il Professore sotto scacco, dopo che Alicia Sierra, alla fine della stagione 4, aveva in qualche modo scoperto il suo covo, è proprio Lisbona, nel momento in cui, insieme alle altre due ragazze esce a trattare con la polizia, a notare un particolare, qualcosa che la polizia non dice, durante le trattative. Lisbona è la compagna del Professore, e sembra avere il suo acume, le sue intuizioni. Quello che Álex Pina vuole dirci in questa quinta stagione è che Lisbona, una donna, può essere una leader. Può fare il capo – grazie alla sua intelligenza e al suo carisma – come, e forse meglio di un uomo. C’è una certa dolcezza con cui, durante quel bagno caldo, la regia accarezza il corpo di quella donna matura, ancora sensuale, grazie alla sua bellezza, ma anche alla sua intelligenza.

E poi c’è Monica (Esther Acebo). Ora si chiama Stoccolma, non a caso. Era la segretaria dei Arturo Roman, Arturito, alla Zecca di Stato. Poi è stata preda di una Sindrome di Stoccolma, da ostaggio si è innamorata del suo sequestratore, Denver. E così ha preso il nuovo nome. Tra tutte sembra la più fragile. C’è chi le dice che non è adatta a questa nuova vita, che ha sbagliato a lasciare da solo il figlio che ha appena avuto. Chi le dice “sarai sempre e solo una segretaria”. Con quel viso preraffaellita, botticelliano, ci sembra sempre una dama da proteggere. E invece vedremo che, anche lei, saprà trovare il suo spazio, senza permettere a nessuno di definirla, di determinarla. Anche questo, se ci pensate, è molto attuale. E così torniamo a quell’immagine iniziale. Monica, Raquel e Silene, chiamiamole così, sono a piedi nudi, sono strette in un abbraccio e rivolte verso chi guarda. Come le Tre Grazie del Canova. Un’immagine classica (anzi, neoclassica) e allo stesso tempo moderna. In ogni caso, potentissima.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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