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Penny Dreadful: City Of Angels. Da Londra A Los Angeles l’orrore continua. Su Sky Atlantic

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Va presentata subito con il suo nome completo, Penny Dreadful: City Of Angels, la nuova serie tv Showtime in onda su Sky Atlantic e NOW TV dal 5 dicembre. E puntare l’attenzione sul sottotitolo, City Of Angels. La nuova stagione di Penny Dreadful è una storia completamente nuova, ambientata a Los Angeles nel 1938, dove la Penny Dreadful che abbiamo amato per tre stagioni, ora conclusa, era ambientata nelle Londra vittoriana. L’incipit del film ce lo vuole mettere subito in chiaro: siamo in una piantagione arsa e assolata, in California, dove prima eravamo in una Londra notturna, fredda e oscura. Siamo insomma agli antipodi di quella prima serie. I colori sono dorati e seppiati, mentre lì i toni dominanti erano quelli del blu, del grigio del nero. In comune le due opere di hanno il fatto di muoversi tra il soprannaturale e l’horror, di raccontare storie continuamente in bilico tra la vita e la morte, di viaggiare indietro in un tempo e un luogo ben preciso, e di vivere e respirare al ritmo della città in cui sono ambientate: Los Angeles, come la Londra delle prime tre stagioni, è un vero personaggio del racconto. Come Penny Dreadful, di cui Penny Dreadful: City Of Angels viene definita uno spin-off, ma di fatto è un prodotto a sé stante, è creata e prodotta da John Logan.

Siamo a Los Angeles, nel 1938. Al centro della storia c’è l’indagine su un inquietante omicidio: due vittime vengono trovate con il volto deturpato, e i segni che hanno sul volto evocano un trucco della tradizione messicana, quello della tradizione del Dia de Muertos, e del culto di Santa Muerte. A indagare è il detective Tiago Vega (Daniel Zovatto), il primo detective latino-americano del Dipartimento di Polizia di Los Angeles. Era lui quel bambino che abbiamo visto in quel prologo in un campo assolato di cui vi abbiamo parlato sopra, dove ha visto morire suo padre in circostanze soprannaturali. Con lui c’è il suo partner Lewis Michener (Nathan Lane), un veterano del LAPD, Intanto a Los Angeles, nei quartieri abitati dai messicani, scoppiano delle tensioni legate alla costruzione delle prime superstrade della città, che dovrebbero passare proprio nei luoghi dove sorgono le loro case. Mentre, in altre parti della città, si muove una fitta rete di spionaggio del Terzo Reich, che in qualche modo vuole espandere il potere di Hitler anche in America. Tutte queste storie si incroceranno. Ma tutto sembra essere governato da potenti e minacciose forze soprannaturali. Il Deus Ex Machina è Magda (Natalie Dormer), un demone che ha il potere di assumere varie forme.

Ancora una volta al centro della storia c’è una signora in nero. Se a Londra era una donna in profonda connessione con le forze ultraterrene, forze che tentavano di dominarla ma che lei tentava in tutti i modi di combattere, qui la donna in nero è proprio una creatura sovrannaturale. Magda è in grado di portare la morte, di mutare forma, e di condizionare le coscienze e la volontà delle persone sussurrando poche parole al loro orecchio. Noi queste parole non le sentiamo mai, e per questo ci fanno ancora più paura. Natalie Dormer è bella, affascinante, glaciale. Eppure non è Eva Green, nemmeno lontanamente. Il carisma, la bellezza, il sex appeal e, soprattutto, quella vena di follia e di malattia che riesce ad attraversare i suoi occhi non sono facilmente replicabili. E, nello scarto tra queste due figure femminili c’è un po’ lo scarto tra la Penny Dreadful originale e il suo spin-off. Penny Dreadful: City Of Angels è un’altra storia, e ha il diritto di esserlo. Ma se porta lo stesso nome è inevitabile fare confronti. Ed è davvero difficile replicare quell’alchimia tra storie e personaggi, quell’incastro di immaginari, quella suggestione unica che veniva dall’unire, insieme, i mondi narrativi di Oscar Wilde, Mary Shelley e Bram Stoker. Il primo Penny Dreadful era una sorta di Expanded Universe dei personaggi della Londra vittoriana, da Frankenstein a Dorian Gray a Dracula, all’Uomo Lupo. Geniale, suggestivo, e irripetibile.

Anche Penny Dreadful: City Of Angels prova a prendere un luogo e un’epoca per mescolare insieme suggestioni diverse. La tradizione dei morti messicana e il Nazismo sono territori affascinanti da esplorare. Solo che ci sembrano molto, forse troppo distanti fra loro, difficilmente amalgamabili, a differenza dei personaggi che si muovevano a Londra, e nascevano dalla stessa cultura, tanto che sembrava naturale vederli muoversi e interagire nello stesso universo. Qui abbiamo l’impressione che si sia voluto mettere troppa carne al fuoco, strafare. Quella tra tutte queste suggestioni, culture, mondi sembra essere insomma una fusione a freddo. E anche il confronto con i personaggi non regge. In Penny Dreadful i protagonisti erano tutto tranne che personaggi letterari: la carta vincente era stata proprio toglierli dalle pagine dei libri e renderli vividi, vibranti, palpabili. In Penny Dreadful: City Of Angels è esattamente il contrario. I personaggi ci sembrano stereotipati, simbolici, ma poco vivi. Non fanno nascere quell’empatia che ci fa avere bisogno di stare con loro per più puntate.

Uno dei personaggi più sorprendenti del primo Penny Dreadful era la Creatura del dottor Frankenstein, diversissimo dall’iconografia tipica del personaggio: Rory Kinnear era una creatura al tempo stesso infantile e mostruosa, dolce e crudele, ingenua e mortale. Ma, soprattutto, dolente. Kinnear torna anche qui, sempre con grande sensibilità, con uno dei personaggi migliori della serie, il Dottor Peter Craft, un pediatra tedesco a capo dell’organizzazione German-American Bund, che proclama la pace tra americani e tedeschi, ma che in realtà trama per l’espansione in America del Terzo Reich. Nel cast ci sono anche Adriana Barraza (Babel) nei panni di Maria Vega, la matriarca della famiglia Vega, E poi una nostra vecchia conoscenza, Michael Gladis (Mad Men) nel ruolo di Charlton Townsend, consigliere e capo del Comitato dei trasporti del consiglio comunale di Los Angeles. I motivi per guardare e godersi Penny Dreadful: City Of Angels insomma ci sono. E anche per godersela. Basta capire che siamo da un’altra parte. È un’altra città. Ed è un’altra storia.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Westworld 4: Nostalgia del vecchio Westworld…

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Non siamo più nel parco. Non siamo più nel vecchio West. E non siamo neanche più nel vecchio Westworld. Ma forse ci torneremo. Intanto è tornato Westworld, il sci-fi drama di culto firmato HBO la cui quarta stagione arriverà in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW il 4 luglio. Ma per chi volesse seguirla in contemporanea assoluta con il debutto su HBO, la serie è disponibile in versione originale sottotitolata on demand e in streaming già dal 27 giugno. È l’occasione per ritrovare i protagonisti più amati della serie: Evan Rachel Wood, Thandie Newton, Ed Harris, Jeffrey Wright, Tessa Thompson, Luke Hemsworth, Aaron Paul e Angela Sarafyan, insieme a una new-entry: la vincitrice del premio Oscar per West Side Story Ariana DeBose. Alcuni saranno ancora loro, altri saranno completamente diversi. Non ci sono certezze, infatti, nel mondo di Westworld.

Westworld 4, creata Jonathan Nolan & Lisa Joy, basata sul film scritto da Michael Crichton, sembra proseguire sulla falsariga della stagione 3, che aveva operato un notevole cambio di tono e di scenario, ma in qualche modo sembra, a tratti, voler tornare indietro verso quelle prime due stagioni, la prima soprattutto, che poneva profonde riflessioni sulla natura umana e sul libero arbitrio. Vi diciamo la verità. Proviamo parecchia nostalgia per il vecchio Westworld, per quella prima, eccezionale, stagione 1 che, se fosse rimasta un pezzo unico, sarebbe stato un grande film di dieci ore con un raffinato percorso di crescita da parte dei personaggi e un finale perfetto. Come vi avevamo raccontato due anni fa, in occasione della stagione 3, l’azione (o, almeno, gran parte di essa, come vedremo) si svolge ora fuori dal parco, nella realtà, in un futuro prossimo che ricorda molti mondi futuri già visti. Ci è mancato quel tocco retrofuturistico del primo Westworld, nome che non a caso denotava quel parco a tema ambientato nel vecchio West, dove avevamo la sensazione straniante di essere in un futuro dove gli automi del tutto simili agli umani possono esistere ma anche trascinati in un mondo indietro nel tempo, quel “selvaggio” West in cui tutto era concesso, agli umani, e in quell’ambiente potevano dare sfogo ai loro istinti peggiori.

Quando la storia si è spostata nel nostro mondo, anche se tra parecchi anni, tutto è diventato meno particolare, meno originale. È in questo mondo che incontriamo Maeve (Thandie Newton), che sogna ancora la figlia che aveva nel parco a tema Westworld, e che qui vediamo raggiungere Caleb. Vestita in nero, con tanto di ascia da angelo sterminatore, Maeve è “l’Eletto”, tra gli automi, colei ch, non solo è diventata consapevole della propria situazione, ma ha anche il potere di condizionare la mente degli altri automi, comandarli, leggere nelle loro azioni passate. Una sorta di macchina potentissima e di guida per gli altri. Ritroviamo anche Dolores, che però non è più Dolores. Si chiama Christina (Evan Rachel Wood), ha le stesse sembianze di Dolores, ma è un altro essere. Malinconica, pensierosa, dove Dolores era vendicativa e violenta, lavora in un’azienda di intrattenimento per cui costruisce mondi, una sorta di giochi che però hanno luogo nella realtà e condizionano la vita delle persone. È come se fosse una sorta di contrappasso per il personaggio di Dolores, che in un mondo virtuale, dove era una pedina in balia degli altri, era stata concepita ed era costretta a vivere. Ritroviamo anche William (Ed Harris), l’uomo in nero. Sempre più tirato a lucido, magro, sempre più inquietante e padrone della scena. Anche lui sembra nascondere un segreto, e lo scopriremo guardando la quarta stagione.

In questa sua nuova vita, Westworld 4 è grosso modo come la stagione III. Una serie che vira molto sull’azione, dove gli spari, le botte e le uccisioni sono sempre più in primo piano rispetto agli interrogativi e alla filosofia. È un mondo dove tutto può accadere, dove non si può credere ai propri occhi, dove anche chi crediamo umano può essere un automa. Ma, proprio per questa nostalgia del vecchio Westworld, che forse non è solo del pubblico ma anche degli sceneggiatori (o, molto più probabilmente, gli sceneggiatori avranno testato le reazioni del pubblico), la storia ci porterà a fare un nuovo salto nel passato, grazie a una nuova creazione della multinazionale Delos, che non possiamo svelarvi. Non è il vecchio West, ma è un altro momento molto suggestivo ed evocativo della storia americana, che si presta ad essere spettacolare e carico di atmosfera. Per ora è solo una delle tante storyline. Ma ci ridà, per un attimo, quella magia di stare nel passato e nel futuro allo stesso tempo. Certo, una volta svelato il gioco, nella stagione 1, della presa di coscienza di sé degli automi, gli sviluppi dei loro personaggi, che non sono più vittime, ma padroni di sé e del proprio destino, a volte carnefici, fa sì che venga meno la nostra empatia con essi. E che si segua la storia in maniera più fredda e distaccata. Ma Westworld è fatto per stupirci. E forse ci stupirà ancora una volta.

di Maurizio Maurino per DailyMood.it

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Becoming Elizabeth: Alicia von Rittberg è Regina Elisabetta, la prima… su Starzplay

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Molti secoli prima della Regina Elisabetta II, l’attuale Regina d’Inghilterra, c’era un’altra Elisabetta. Quella di Elisabetta I d’Inghilterra è una delle storie più affascinanti mai accadute. Ora è raccontata da Becoming Elizabeth, la nuova serie drammatica sui Tudor, dal 12 giugno in streaming su Starzplay, che esplora l’affascinante storia degli anni giovanili della regina più iconica d’Inghilterra.

Siamo in Inghilterra, nel gennaio del 1547. Il Re Enrico VIII muore, e lascia una nazione allo sbando. Lascia una regina senza figli. E tre figli, ognuno da una madre diversa. Sono Edoardo (Oliver Zetterström), che è soltanto un ragazzino di nove anni, e ha l’ambizione di salire al trono; Maria (Romola Garai), la sorella maggiore, cattolica. Ed Elisabetta Tudor (Alicia von Rittberg), un’adolescente orfana che viene coinvolta nella politica e negli intrighi sessuali della corte inglese. I tre figli di Enrico VIII diventano così pedine in un “Game Of Thrones”, un gioco del trono tra le grandi famiglie d’Inghilterra e le potenze europee che si contendono il controllo del Paese.

Becoming Elizabeth arriva sui nostri schermi in streaming durante il Giubileo di Elisabetta II, e quando abbiamo negli occhi The Crown, a breve attesa con la stagione 5. Questa storia, avvenuta quattrocento anni prima, è tutt’altra cosa. È un’altra Corona, è un’altra Inghilterra. È brutale, ancestrale, violenta. Per questo, in tutti i sensi, quello di Becoming Elizabeth è un ritratto a tinte forti. Una definizione che è da intendere pensando ai comportamenti, ai costumi, alle tradizioni. E quell’Inghilterra si riflette nelle immagini: Becoming Elizabeth è un racconto di chiaroscuri, di interni notturni illuminati solo dal fuoco, dalle candele o dalle fiaccole. Di interni giorno in cui, nelle buie stanze del potere filtra una luce fioca, una luce pallida che è presente anche negli esterni. Le scene sono illuminate, o almeno così sembra, solo dalle luci naturali, come accadeva in Barry Lindon di Stanley Kubrick.

È in quella luce a lume di candela che i tratti raffinati di Alicia von Rittberg diventano dorati, gli occhi brillanti. In certi momenti è come se la protagonista del film uscisse da un’icona, da un dipinto preraffaellita, in una serie che ha un forte senso pittorico. Ma è in ogni immagine che la nuova interprete di Elisabetta I, un personaggio che avremo sempre negli occhi con il volto di Cate Blanchett, colpisce. Alicia von Rittberg. rientra alla perfezione nell’iconografia della giovane Elisabetta: la pelle diafana, i lunghi capelli rossi dai riccioli ribelli. L’attrice, una bellezza acerba e intrigante, qualcosa di Amy Adams e di Kirsten Dunst ma uno stile tutto suo, ha un portamento nobile, regale, un’eleganza innata che la rendono perfetta per il personaggio. Il sorriso arcaico, appena accennato, i movimenti impercettibili del volto, ne fanno il centro perfetto di un racconto duro e complesso, il centro di gravità intorno girano tutti gli altri. Uomini spesso rozzi, volgari, donne eleganti ed enigmatiche. D’ora in poi potrete vedere la nuova Elisabetta, e quell’Inghilterra spietata, ogni domenica con una nuova puntata su Starzplay.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Bridgerton 2: Se Jane Austen avesse la macchina del tempo…

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C’era una volta un Duca, e c’era una volta una nobile fanciulla. C’erano una volta il Duca di Hastings di Regé-Jean Page e la Daphne Bridgerton di Phoebe Dynevor, protagonisti avvenenti e hot di Bridgerton, la prima serie targata Shondaland, la casa di produzione fondata da Shonda Rhimes, creata dal suo collaboratore Chris Van Dusen, già mente dietro serie come Scandal, Grey’s Anatomy e Private Practice. C’erano una volta e non ci sono più (o quasi, come vedremo) perché la seconda stagione di Bridgerton è lo stesso mondo, ma è un’altra storia. La seconda stagione di Bridgerton è disponibile in streaming su Netflix da venerdì 25 marzo. Conclusasi con un “e vissero tutti felici e contenti” (ma che fatica…) la storia dei due innamorati, la nuova stagione racconta la storia di Lord Anthony Bridgerton e la sua ricerca dell’amore.

Avevamo conosciuto Lord Anthony Bridgerton (Jonathan Bailey), il maggiore dei fratelli e sorelle Bridgerton, come il capofamiglia (il padre dei fratelli era venuto a mancare da qualche anno), colui che si occupava della vita sentimentale dalla sorella Daphne, gestendo i suoi spasimanti e cercando di indirizzare le sue scelte. Mentre la sua idea di amore era, diciamo, piuttosto “libera”. Ma ora ha deciso di sposarsi. Certo, si tratta in realtà di senso del dovere nel salvaguardare il nome della sua famiglia. Perché, come abbiamo imparato a conoscere dalla prima stagione, in quel mondo la reputazione è tutto. Come oggi, del resto. Anthony sembra fondare la sua ricerca non sull’amore e sulla passione, ma su criteri oggettivi. E sembra che nessuna debuttante possa soddisfare i suoi standard. Quando Kate Sharma (Simone Ashley) e la sua sorella più giovane Edwina (Charithra Chandran) arrivano in città dall’India, le cose sembrano cambiare. Anthony inizia a corteggiare Edwina, Ma Kate, che capisce che Anthony non intende sposarsi per amore, prova a ostacolarlo.

Daphne Bridgerton, dunque, è uscita di scena. Nella nuova stagione compare come special guest, un po’ per dettare il legame con la prima stagione, un po’ per fare da coscienza critica del fratello maggiore, da consigliera. Da Elizabeth (la protagonista di Orgoglio e pregiudizio), sembra essere diventare Emma, l’eroina di un altro noto romanzo di Jane Austen, colei che amava aiutare gli altri e combinare le giuste unioni tra le persone che conosceva. Al centro della storia ora ci sono il fratello maggiore, Anthony, e la nuova ragazza arrivata in città, Kate. Tra i due sembra replicarsi lo schema di attrazione e repulsione che univa Daphne e il Duca di Hastings, ma anche, in fondo, quella diffidenza poi diventata amore che univa Elizabeth e Darcy in Orgoglio e pregiudizio. Sullo sfondo si fa largo la giovane debuttante di casa Bridgerton, la piccola Eloise (Claudia Jessie), un personaggio che ha un fascino molto particolare. Intelligente, scaltra, colta nella vita, ma anche insicura e impacciata per tutto quello che riguarda la vita mondana e l’abitudine di corte, è un personaggio amabile e moderno. A lei, però, non tocca la storyline dedicata a seduzione e matrimonio, ma piuttosto una sottotrama investigativa, quella in cui cerca di scoprire chi si cela dietro alla misteriosa Lady Whistledown, fustigatrice di costumi attraverso il “foglio” che fa uscire periodicamente e che rende noto il gossip sulla vita di corte.

In Bridgerton, la serie ispirata ai romanzi di Julia Quinn, è come se Jane Austen, la famosa autrice di romanzi dell’Ottocento, avesse preso la macchina del tempo e fosse arrivata ai giorni nostri, avesse visto i costumi di adesso, e fosse tornata indietro ai suoi tempi e riscritto le sue storie secondo i canoni odierni. Oppure che abbia preso delle droghe in grado di liberare i suoi freni inibitori (a proposito di droghe, gustatevi una scena tra gli altri due fratelli Bridgerton) e di farle scrivere anche quello che all’epoca non si poteva. Perché Bridgerton fa questo: dove la letteratura per pudore si fermava ai tè, ai ricevimenti, alle passeggiate e ai balli, alle promesse e ai baci, la serie Shondaland entra nelle camere da letto. Dove il parlare era forbito e l’agire controllato, Bridgerton fa venire fuori la cattiveria, le litigate, le pulsioni e le passioni. Quello che le donne non dicono, come diceva la canzone.

Certo, la prima stagione, a un certo punto, da Orgoglio e pregiudizio diventava 50 sfumature di grigio, con le evoluzioni tra le lenzuola del Duce e Daphne fatte vedere a tutti, come mai sarebbe stato possibile in un romanzo del tempo. Questa seconda stagione è più casta, non punta sul sesso ma sulla psicologia. In teoria è più raffinata e ricercata. Ma anche più statica e meno sensuale. È vero che la loro storia era compiuta, ma togliere a Bridgerton i due protagonisti è come togliere a Grey’s Anatomy Meredith e Derek, Ellen Pompeo e Patrick Dempsey.

L’attualità di Bridgerton però sta da un’altra parte. In quel lottare della piccola Eloise perché le donne siano considerate in un altro modo, non solo un oggetto da matrimonio, ma che debbano essere apprezzate non solo per la propria bellezza ed eleganza, ma per l’intelligenza e la cultura. L’altro discorso riguarda i media. Lady Whistledown. “Whistle”, se ci fate caso, significa “fischio”, come “cinguettio” in inglese è “tweet”. Così Lady Whistledown è Twitter, cioè sta a quei tempi come i social media, artefici oggi del destino della nostra reputazione, stanno ai nostri. È l’Inghilterra della reggenza., ma siamo noi, qui ed ora.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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