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Gangs of London. Londra brucia, su Sky Atlantic e Now Tv

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È una città sottosopra quella che vediamo nella prima scena di Gangs Of London, la nuova serie Sky Original in onda dal 6 luglio alle 21.15 su Sky Atlantic e NOW TV (e disponibile on demand). È una città sottosopra perché la vediamo con gli occhi di un ragazzo appeso a testa in giù in cima a un grattacielo. Ma è sottosopra perché, nell’affresco nerissimo della serie prodotta dagli Studios di Sky con Pulse Films e Sister Pictures, la capitale d’Albione sembra davvero essere ribaltata: le istituzioni e i simboli che siamo soliti associarle scompaiono, e a governare sembrano esserci solo le spietate gang criminali che, provenienti da tutte le parti del mondo, sembrano essersi date appuntamento a Londra per fondersi in un infuocato crogiuolo del crimine. Gangs Of London è firmata dal maestro dell’action-fighting Gareth Evans (The Raid), che dirige i 9 episodi con Xavier Gens e Corin Hardy. Il loro lavoro è strepitoso, e Gangs Of London ridefinisce i canoni del gangster movie e della violenza nelle serie tv. La seconda stagione è stata già annunciata. E di questa serie se ne parlerà a lungo.

Siamo nella zona di Londra definita “little Albania”, dove Finn Wallace (Colm Meaney, Hell on Wheels), potentissimo boss della mala di origini irlandesi, che con il suo carisma tiene insieme bande da ogni angolo del mondo, viene ucciso da due ragazzini “traveller”. Il figlio di Finn, Sean Wallace (Joe Cole, Peaky Blinders) si candida a prendere il suo posto: oltre a gestire i suoi affari intende scoprire chi e perché lo ha ucciso. Accanto a lui c’è la madre Marian (Michelle Fairley, Il Trono di Spade). E c’è la famiglia Dumani, di origini nigeriane, considerata da tutti come parte della famiglia Wallace. Ed Dumani (Lucian Msamati, His Dark Materials  – Queste oscure materie, Il Trono di Spade) è sempre stato come un fratello per Finn Wallace. Fin da ragazzi si sono trovati uniti da quella città a porte chiuse che era Londra, e che diceva “no black, no irish”, nessun nero e nessun irlandese. Per loro non c’era posto, e così se lo sono preso con il crimine. Ed è diventato il braccio destro di Finn e ha portato figlio Alexander (Paapa Essiedu) nell’organizzazione, dove fa rendere le sue qualità da mago della finanza. Nella successione al trono di Finn Wallace, oltre a Sean, ci sono anche loro. E in scena entra anche Elliot Finch (Sope Dirisu, Black Mirror), uno scagnozzo dei Wallace, considerato un perdente e ansioso di rifarsi. Ma loro sono solo il centro di un universo nel quale gravitano bande di origine pakistana, albanese, curda.

London’s Burning, Londra brucia, cantavano i Clash. E la Londra di Gangs Of London è costantemente messa a ferro e fuoco da bande potentissime in cerca della loro fetta di potere e denaro. Il Big Ben, il numero 10 di Downing Street, Buckingham Palace e Trafalgar Square sono lontanissimi. Quella che vediamo è una Londra impersonale e quasi metafisica. I protagonisti si muovono in un mondo che va da quello delle torri altissime e luminose della City ai bassifondi più sordidi della città. Luoghi opposti, distintissimi fra loro, ma inesorabilmente collegati, come ci ha raccontato, parlando di Roma, la nostra Suburra. Questa Londra dei margini, disperata e violentissima, ci ricorda in parte quella raccontata da alcune storie scritte da Steven Night, come Piccoli affari sporchi e La promessa dell’assassino, e in parte quella dei film di Guy Ritchie, che con il suo RocknRolla ci aveva raccontato le nuove mafie straniere che si insinuavano nella capitale inglese.

Ma nella violenza di Gangs Of London non c’è quell’ironia, quella giocosità che era insita nel cinema di Guy Ritchie, figlio di quello di Tarantino, e quel distacco che questi aspetti comportavano. Per questo la violenza di Gangs Of London ci sembra più disperata, senza speranza, senza appello. La serie di Gareth Evans spinge oltre i limiti l’action, e lo fa a ogni puntata in modo diverso. Le scene d’azione (risse, combattimenti corpo a corpo, sparatorie, agguati, torture, esecuzioni, riti di iniziazione) sono girate in maniera magistrale. Il gangster movie sconfina spesso nel war movie, nel western metropolitano. Quella di Gangs Of London è una violenza iperrealista che ridefinisce il concetto stesso della violenza in tv, e riscrive i codici del genere. Un maestro come Alfred Hitchcock costruiva le trame dei suoi film attorno a quelle scene madri, vere e proprie visioni, che la sua mente immaginava. E, guardando Gangs Of London, e pur restando agganciati dalla trama avvincente, ci viene in mente che, soprattutto nell’economia delle singole puntate, le storie siano costruite per arrivare a quei momenti clou, a quelle scene che stordiscono e lasciano senza fiato, e sono costruite e coreografate alla perfezione.

Ma Gangs Of London non è solo questo. Se la serie funziona è perché disegna delle storie e dei personaggi che sono archetipi, che fanno parte della storia dell’uomo dalla notte dei tempi. Il re tradito, il principe ambizioso che intende prenderne il posto e l’altro erede, non adatto e dimenticato; la regina dolente e solo apparentemente fuori dai giochi di potere; il generale, che non è il successore secondo i legami di sangue, ma è quello che ha con sé le truppe e che tiene le fila del gioco; il giovane “delfino” del re, che non è il figlio, ma secondo lui è il successore perfetto. Potremmo essere in una tragedia di Shakespeare, in una tragedia greca, in una tragedia elisabettiana. Potrebbe essere Il Padrino aggiornato al nuovo millennio, in una Londra multietnica e irriconoscibile. Potrebbe essere l’Inferno.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Suburra 3: Perché la serie Netflix è diventata un cult

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Roma non si governa con le carte. Né con le pistole. Roma si governa con il potere e voi non ce lo avete”. La terza e ultima stagione di Suburra – la serie, il crime thriller italiano originale Netflix prodotto da Cattleya e Bartlebyfilm, disponibile in streaming dal 30 ottobre, è tutto in questa frase, quella di un personaggio secondario, anonimo, come sono spesso dei personaggi chiave nelle storie di potere. Quelli a cui si rivolge sono Aureliano Adami (Alessandro Borghi) e Spadino Anacleti (Giacomo Ferrara), i due protagonisti della serie che, lanciata nel 2017 e concepita sin dal principio per raccontare la profana trinità – Chiesa, Stato, Crimine – è in breve tempo diventata un cult. Le storie di Aureliano, Spadino, di Manfredi e Samurai si fermano qui, alla terza, concisa stagione (6 puntate), e un po’ ci mancheranno. Perché è come se fossero stati da sempre con noi. I personaggi di Suburra sono entrati nell’immaginario collettivo, la gente li imita, ne ripete alcune battute. Su internet c’è una community, Suburra Wiki, dedicata al mondo della serie e del film. Vediamo allora perché la serie Netflix è diventata un cult e come si è evoluta nel corso delle stagioni.

La serie prende spunto dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, e dal film omonimo di Stefano Sollima del 2015. La storia del film è ambientata nel 2011, sette giorni prima della caduta del premier italiano, mentre quella della serie si muove a partire dal 2008, nei venti giorni tra l’annuncio delle dimissioni del sindaco di Roma e la loro entrata in vigore. Si intuiva, ma lo abbiamo capito soltanto ora: la serie non è un prequel del film. E i personaggi non sono destinati ad arrivare a quel punto, a quello che abbiamo visto in quei fatidici sette giorni del 2011. La serie si muove in quel mondo, ma i personaggi prendono una vita propria e sviluppi propri. Per questo, nella terza stagione, aspettatevi davvero di tutto.

La prima stagione ruotava attorno al Vaticano e all’acquisizione dei terreni di Ostia per la costruzione di un porto; la seconda stagione era incentrata sulla competizione per il potere politico sulla città con l’elezione di un nuovo sindaco; questa terza ed ultima stagione sarà una battaglia senza esclusione di colpi per le strade di Roma. Il crimine avrà sempre le sue sponde, però: la politica e la Chiesa ci sono sempre. Con l’elezione del nuovo sindaco di Roma, in Campidoglio Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro) è diventato sempre più potente. Non lo vediamo mai nelle stanze del potere, ma sempre nelle strade. Tutti dovranno passare attraverso lui per spartirsi il più grande affare del nuovo millennio: il Giubileo. Aureliano e Spadino sono pronti a sfidare di nuovo Samurai (Francesco Acquaroli) e ad avvicinarsi a un personaggio chiave, Cardinale Fiorenzo Nascari (Alberto Cracco).

La terza stagione è ricca di sorprese, punta su continui colpi di scena, anche a costo di sacrificare personaggi carismatici. È velocissima, ritmata, sei puntate che arrivano dritte a un finale commovente e potente, una degna conclusione di una serie che è diventata molto amata. La scelta di non legarsi al film ha dato libertà agli sceneggiatori, libertà di stupire a ogni puntata, che è stato uno dei tratti distintivi, sin dalla prima stagione, della serie Suburra.

Lo status di serie cult di Suburra è frutto di una serie di fattori. Il primo è la grande passione, in Italia come in tutto il mondo, delle serie “crime”. E in Italia il format è ben collaudato. Suburra arriva dopo le serie Romanzo criminale e Gomorra, e si inserisce in una linea editoriale ben precisa di Cattleya, quella di portare in tutto il mondo i generi per cui l’Italia si è distinta nel passato. In questo caso è il poliziottesco degli anni Settanta, che qui è riveduto e corretto in chiave pop.

Ma la novità di Suburra, rispetto ai precedenti “romanzi criminali” italiani, è di portare il racconto a Roma, di legarlo in qualche modo alla cronaca, e di andare a toccare dei nervi scoperti su cui l’opinione pubblica è sempre stata attenta. Si è sempre parlato del Vaticano e di una parte un po’ oscura, quella legata agli affari, di parte della Chiesa. Hanno destato attenzione una serie di notizie legate ad alcune associazioni di stampo mafioso come i Casamonica e gli Spada di Ostia. E, soprattutto, c’è stato in Italia un sentimento di disillusione e allontanamento nei confronti della politica, che ha dato vita a movimenti che a loro volta hanno finito per portare altra delusione. L’intelligenza di Suburra è stata quella di intercettare tutti questi spunti che arrivavano dalla società e di confezionarli in un prodotto che, senza denunciare e fare nomi, è riuscito a suggestionare, a evocare certi fantasmi, certi sentimenti nell’aria. Nel frattempo, mentre Suburra arrivava sullo schermo, dalla cronaca continuavano ad arrivare notizie che rafforzavano il fatto che il racconto iperbolico di Suburra si fondasse su delle basi di verità.

Il simbolo della serie allora finisce per essere Amedeo Cinaglia, il politico integerrimo che diventa il più avido e immorale di tutti, interpretato da Filippo Nigro. È guardando lui che il pubblico ripensa ad anni di cattiva politica italiana. Ma, in generale, il fatto è che, sul piccolo o grande schermo, ci piace guardare i cattivi, perché è liberatorio, perché nella loro grande cattiveria finiscono per affogare quelle piccole cattiverie che fanno parte di ognuno di noi. In qualche modo spettacoli come Suburra sono catartici e liberatori.

E poi i personaggi, che nell’arco di tre stagioni riescono ad essere approfonditi meglio che in un film di due ore, hanno trovato i loro interpreti perfetti. Alessandro Borghi è forse il miglior attore italiano della sua generazione, e in Aureliano ha trovato un ruolo ideale, gli occhi lucidi e affebbrati, la mascella serrata, la parlata strascicata. Nella terza stagione il suo personaggio è ancora più malinconico, dolente, consapevole di ciò che sta facendo. “Tutto quello che tocco muore” dice a un certo punto. Dall’altro lato, Giacomo Ferrara è noto quasi solo per il suo ruolo di Spadino, ruolo che gli calza alla perfezione e che, in questa stagione, è riuscito ad arricchire di malinconia e di empatia: quel ghigno a volte diventa finalmente un sorriso più tenero. E il ruolo di un cattivo che forse non lo è abbastanza, a suo modo, è molto moderno. Così come è moderno quello delle due donne del cast, Nadia (Federica Sabatini), la compagna di Aureliano, volto da bambina e grinta da ragazza di strada, e Angelica (Carlotta Antonelli), volto duro e spigoloso, ma con dei sogni da portare avanti.

La terza stagione di Suburra si muove tra Palazzo Patrizi, Piazza del Campidoglio, il Colosseo, Via della Conciliazione, Via Giulia e il Colosseo Quadrato, ma anche Fiumicino, il Porto Turistico di Roma e le spiagge di Ostia e Fregene. Roma è sempre più protagonista in quella che è una tragedia elisabettiana ambientata sul Tevere. Sembra osservare silente, altezzosa, eterna, e far capire a tutti che, comunque, a comandare è lei.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Haunting of Bly Manor: un nuovo “giro di vite” su Netflix

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C’era una grande attesa per l’arrivo su Netflix, di The Haunting Of Bly Manor, la serie disponibile dal 9 ottobre. L’ideatore, Mike Flanagan e il produttore, Trevor Macy, infatti, sono quelli di The Haunting of Hill House, la serie horror che due anni fa ci aveva spaventato, scosso, e commosso. Il nuovo, atteso capitolo della serie antologica, The Haunting Of Bly Manor, è ambientato nell’Inghilterra degli anni Ottanta. Henry Wingrave (Henry Thomas) assume una giovane bambinaia americana, Dani (Victoria Pedretti) per prendersi cura dei nipoti orfani (Amelie Bea Smith e Benjamin Evan Ainsworth) che vivono a Bly Manor con il cuoco Owen (Rahul Kohli), la giardiniera Jamie (Amelia Eve) e la governante, la signora Grose (T’Nia Miller). Apparentemente è un posto di lavoro ideale. Il fatto è che nessuno vuole prenderlo, dopo la tragica morte dell’istitutrice precedente. Nel castello, la sua presenza/assenza si sente. Ma non è la sola…

Mike Flanagan e Trevor Macy si sono ispirati alle classiche storie soprannaturali di Henry James, in particolare a Giro di vite. È una di quelle storie che può capitare di aver letto, o visto già in qualche adattamento, o in altre storie ispirate a questo classico. Assistere nuovamente a una storia di questo tipo, allora, da un lato può suonare familiare. Dall’altro, come sappiamo, ogni adattamento è una nuova vita. Come quando andate a vedere Shakespeare a teatro: magari avrete già visto Molto rumore per nulla, ma non ricordate tutti gli snodi, e a ogni nuovo adattamento potete apprezzare le nuove sfumature. Non abbiamo fatto questo esempio a caso. Perché il fatto che quella di The Haunting sia una serie antologica avvicina il lavoro di Mike Flanagan proprio a quello di un capocomico, un regista/impresario di una compagnia teatrale. Finito il suo spettacolo, cioè la serie precedente, non lavora a un seguito, ma mette in piedi una nuova pièce con quella che, in parte, è la stessa compagnia. Essendo in tv e non a teatro non può essere completamente così, vengono scelti nuovi attori in modo che possano cucirsi addosso su misura i nuovi ruoli. E alcuni attori del cast di The Haunting Of Hill House ritornano, con mansioni diverse. Carla Cugino così appare come narratrice, all’inizio e alla fine, e lascia poi spazio ad altri. Henry Thomas (era il bambino di E.T., osservatelo e lo riconoscerete), che era l’altro protagonista della prima stagione, si ritaglia il ruolo di Henry Wingrave, zio e tutore dei bambini, deus ex machina della storia che però rimane in disparte. Victoria Pedretti, invece, che era una delle figlie nella prima stagione, qui diventa la protagonista assoluta, Dani, la bambinaia/istitutrice dei due bambini. È lei (che abbiamo apprezzato anche nella seconda stagione di You, sempre su Netflix) uno dei motori della storia. I “fantasmi” del passato che riaffioreranno a Bly Manor si mescoleranno ai suoi.

La messinscena di The Haunting Of Bly Manor è vicina a quella di The Haunting Of Hill House: atmosfere gotiche, una casa che diventa un vero e proprio protagonista della storia, tinte scure, ma non così nere come nella stagione precedente. Sin dalle prime sequenze vi accorgerete che questa seconda stagione è in realtà diversa dalla prima: c’è la voglia di raccontare una ghost story più classica, con un respiro più ampio, dai ritmi più compassati. Come se, man mano che assistiamo alla storia, stessimo leggendo le pagine di un romanzo. C’è un’atmosfera di attesa e ci sono meno momenti di spavento vero e proprio. Non c’è, in The Haunting Of Bly Manor, quel continuo senso di pericolo, di morte (è paradossale, visto che la morte è uno degli elementi chiave della storia…) di dolore lancinante. Non siamo, in pratica, in un vero e proprio horror. L’intento non è quello di spaventarci, ma quello di farci entrare in una storia, raccontarcela, farcela vivere.

Da un lato, tutto questo è anche comprensibile. Per tornare al paragone teatrale da cui siamo partiti, è possibile che una compagnia che adatta Shakespeare, scelga di mettere in scena Molto rumore per nulla dopo l’Amleto, scegliendo di lavorare su altri toni e altri registri. The Haunting Of Bly Manor, insomma, è semplicemente un altro genere di spettacolo. Dall’altro lato, anche prendendo in considerazione questo aspetto, non tutto è riuscito. Anche se si è scelto di raccontare una storia prima ancora di spaventare, i momenti di paura, quando arrivano, non funzionano fino in fondo, e non sono inseriti bene nel racconto. Un racconto che, a volte, sembra avere pause troppo lunghe, momenti riempitivi. Alcuni dialoghi un po’ da serie televisiva vecchio stile ci lasciano a tratti un po’ perplessi, così come alcuni momenti sembrano essere stati inseriti per prendere tempo e allungare la storia. I flashback, poi, arrivano troppo presto e svelano troppo, facendo un po’ perdere quell’atmosfera di attesa e inquietudine che dovrebbe contraddistinguere una ghost story. The Haunting Of Bly Manor è comunque uno spettacolo di gran classe, curatissimo nelle scenografie e nella fotografia. Una storia di grande atmosfera in grado di avvolgere lo spettatore.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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We Are Who We Are: gli absolute beginners di Luca Guadagnino nella nuova serie tv Sky

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Harper è un nome da ragazzo”. “È un nome per tante cose”. “Da dove vieni?” “Da tanti posti”. Harper in realtà si chiama Caitlin (Jordan Kristine Seamón) ed è una bellissima ragazza afroamericana. È una dei protagonisti di We Are Who We Are, la nuova serie tv Sky-HBO in otto episodi diretta da Luca Guadagnino, in onda dal 9 ottobre su Sky e in streaming su NOW TV. Siamo in una base americana in Italia, vicino a Chioggia. È il classico non luogo: non è l’America, che è lontana migliaia di chilometri. Ma non è nemmeno l’Italia, perché la base è territorio americano e ha regole tutte sue. È un mondo a parte. Una terra di nessuno, come è una terra di nessuno esistenziale quella in cui vivono i protagonisti della storia. Fraser (Jack Dylan Grazer), 14 anni, è appena arrivato da New York al seguito della madre Sarah (Chloe Sevigny) che prenderà il comando della base. Caitlin, o Harper, come si fa chiamare lei, è la figlia di un altro ufficiale: una bellissima ragazza che però non si sente tale, non si ritrova pienamente nel suo lato femminile, e sente in sé una parte di mascolinità.

Caitlin entra in scena, al mare, in un bikini nero, i lunghi capelli neri, lunghi e crespi, il volto e la capigliatura di una dea africana. Ma la vedremo in abiti maschili, con addosso la camicia del padre e con un cappellino da baseball a nascondere quei capelli così femminili La vedremo tirare di boxe, sparare. E provare interesse, quasi invidia, per i baffetti appena accennati di Fraser. Lui ha i capelli ossigenati, le unghie laccate, t-shirt e giacche coloratissime. Non sa ancora chi è. Forse gli piacciono i ragazzi. Ma si lega a Caitlin perché la sente un’anima gemella, l’unica che lo capisce, ed è così anche per lei. Il loro non è un amore convenzionale, è una comunione di intenti, una sintonia tra due persone che stanno affrontando un percorso, un passaggio. E quel viaggio vogliono farlo insieme. “Senti mai di non appartenere a nessun posto?” chiede Caitlin a Fraser? Quel posto a cui appartenere è qualcosa che cercheranno entrambi, fianco a fianco.

We Are Who We Are parla di fluidità di genere, di omosessualità, di libertà di esprimersi. Ma la serie firmata da Luca Guadagnino, con la sceneggiatura di Paolo Giordano e Francesca Manieri, non è solo questo, è una storia universale. È una storia d’amore, anzi una storia di storie d’amore, è un racconto sull’identità, vista da molteplici punti di vista. I ragazzi alla scoperta della loro sessualità, ma anche quelli italiani che cercano i ragazzi americani per cercare di uscire dal “buco” dove vivono. Gli adulti, divisi tra il loro ruolo pubblico e quello privato, tra i legami che hanno costruito negli anni e quelli nuovi che potrebbero stringere. I militari, divisi tra il loro essere tali e il loro essere persone, con i loro affetti e i loro bisogni.

Questa ricerca dell’identità, la vita all’interno di famiglie spesso problematiche a tratti avvicina We Are Who We Are a Euphoria, altra serie americana HBO passata su Sky lo scorso anno. Ma il tono di Luca Guadagnino è completamente diverso. We Are Who We Are non è mai un pugno nello stomaco, non è mai scioccante, pur essendo viscerale e a momenti molto dura. I toni sono più sfumati, in fondo leggeri. Quello che emerge è una sensualità ancora innocente, una vitalità pulsante, a tratti debordante e incontenibile, che Guadagnino riesce a raccontare come pochi sano fare, forse il solo Abdellatif Kechiche. Senza per forza dover ricorrere continuamente a momenti eclatanti, sconvolgenti (che ci sono, ma lo script non ne abusa), ma lasciando che il racconto segua il fluire della vita.
Il fatto che tutto si svolga in una base militare non fa che far risaltare questa vitalità. Perché poi i ragazzi devono rientrare tra quelle mura, convivere con quei rituali. Perché gli adulti sentono il loro corpi costretti in quelle divise, tanto che, quando le tolgono, quei corpi sembrano respirare, espandersi, esplodere. L’indole ribelle di certi personaggi risalta ancora di più in un mondo fatto di regole, di schemi, di procedure, un mondo rigidamente definito, che è tutto il contrario di quello che sono.

Così come spesso sono rigidamente definite le regole della serialità televisiva. Ma Luca Guadagnino decide di fare come i suoi personaggi, essere libero, indefinito. Il suo We Are Who We Are può essere visto come una serie in otto puntate, ma anche come un film di otto ore. Guadagnino non si preoccupa di cliffhanger, di ritmo, di suspense. Si permette di indugiare quasi per una puntata intera su una giornata di festa, di fermarsi per un attimo su una sequenza di ballo, che è allo stesso tempo avulsa e integrata nella storia, di fermare le immagini per qualche istante prima degli stacchi di montaggio, come se volesse bloccare in delle istantanee (una volta erano le Polaroid, oggi sono i selfie) alcuni momenti dei ragazzi. Il regista di Chiamami col tuo nome piega il tempo a suo piacimento, si permette di rallentarlo e poi di andare avanti veloce. Estate, autunno, inverno: non c’è la primavera. Possiamo intuirla, ma è fuori campo. Il suo stile è libero, emotivo, al servizio delle emozioni dei personaggi. Vi sembreranno strani, come ogni volta che incontrate una persona diversa da voi. Ma dopo poche ore vi troverete completamente immersi nelle loro vite, come se fossero quelle dei vostri amici.

Vi immergerete anche in un periodo ben preciso della Storia recente. America, 2016: è il semestre che porterà alla vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. “La possibilità era troppo ghiotta per non essere colta” ha raccontato Guadagnino. L’avvento di Trump, del “Make America Great Again” è un avvenimento a suo modo epocale nelle vite degli americani. Che, in un mondo che vive in base all’ordine e alle prove di forza come quello militare, non può non influire. “La gente vuole un capo che possa prendere decisioni difficili”, sentiamo dire a Sarah, la madre di Fraser, l’ufficiale in capo nella base, di fronte a una scelta che ha portato alla morte di alcuni soldati. Sì, perché lì fuori, fuori da quella bolla che è la base americana vicino a Chioggia, c’è il mondo reale, c’è la guerra, c’è la morte. Che irrompe, all’improvviso, nelle vite quasi irreali delle persone che vivono lì. E allora tutto si ferma, le aule sono vuote, i corridoi anche. E una matita si spezza, come in Twin Peaks alla notizia della morte di Laura…

Vi abbiamo parlato di Caitlin e di Fraser. Ma We Are Who We Are è anche la relazione tormentata tra Sarah (Chole Sevigny) e Maggie (Alice Braga), due donne sposate che sono le madri di Fraser, è la vita di Britney, inquieta ragazza americana in cerca d’amore e di emozioni (è la sorprendente Francesca Scorsese, sì, proprio la figlia di Martin Scorsese, una che ha respirato cinema fin dalla culla), l’amore tra Craig e Valentina, Romeo e Giulietta divisi non dalle famiglie ma dalla guerra. We Are Who We Are racconta tutte queste storie, dando a tutte, se non lo stesso spazio, la stessa dignità. Per una volta ci sbilanciamo, e diciamo che Luca Guadagnino, con We Are Who We Are, ha realizzato quello che è sin qui il suo lavoro migliore. Tutta l’emotività che mancava nei suoi film precedenti arriva qui, tutta insieme. Ed è impossibile resistervi. Come Fraser e Caitlin, per otto ore, diventiamo anche noi dei “debuttanti assoluti”, degli Absolute Beginners, come canta David Bowie alla fine della serie. “Fino a che siamo insieme il resto può andare all’inferno”, canta il Duca Bianco. E sembra che parli proprio di Fraser e Caitlin. O anche di tutti noi, nel momento in cui abbiamo sentito di trovare un’anima in cui specchiarci.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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