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K-Way x THE Marc Jacobs per la Primavera/Estate 2020

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Torna l’esclusiva collaborazione tra K-Way e THE Marc Jacobs nei negozi The Marc Jacobs, online e presso i migliori rivenditori indipendenti in tutto il mondo.

K-Way e Marc Jacobs hanno una storia comune di vecchia data, la loro ultima collaborazione risale infatti a nove anni fa. Sotto la direzione creativa di THE Marc Jacobs, i marchi si sono uniti ancora una volta per esplorare “La Giacca a Vento“. La collezione ha rivisitato l’iconica giacca K-Way Le Vrai Eiffel 3.0 e la tuta Pierrick con la stampa hero SS20 di THE Marc Jacobs, fondendo gli aspetti classici e funzionali di K-Way con la giocosità di THE Marc Jacobs.

Lanciata nel maggio 2019, THE Marc Jacobs è stata concepita per mantenere il concetto di brand unico della maison e integrare la collezione runway anziché dividerla. Per la primavera 2020, il marchio desiderava esplorare “La Giacca a Vento” e ha deciso di unirsi ancora una volta con K-Way proponendo in chiave contemporanea e psicadelica una stampa floreale paisley, immaginata in una tavolozza pastello di rosa, giallo, arancione, verde, blu e viola e declinata sulle originali silhouette K-Way.

K-Way, nasce a Parigi in una giornata piovosa nel 1965 e si distingue da subito come capospalla elegante e versatile “en cas de pluie”, da cui deriva l’attuale nome del marchio. K- Way è diventato celebre come la giacca impermeabile per eccellenza: classica, moderna, tecnologica, funzionale e colorata. Le collezioni comprendono le giacche storiche con zip termosaldata, che possono essere ripiegate in una piccola tasca e realizzate con materiali impermeabili, antivento, caldi e traspiranti, nonché abbigliamento e accessori alla moda, che presentano le stesse caratteristiche di praticità e funzionalità.

La collaborazione unisex è ora disponibile online e nei negozi Marc Jacobs, nonché in selezionate boutique Worldwide. THE Marc Jacobs x K-Way ha un prezzo al pubblico pari a 500 euro, mentre la tuta è in vendita a 770 euro.

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Look grunge e identità per ripartire con AGL

T. Chiochia Cristina

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Ci sono tanti modi per ritornare alla normalità. Uno di questi è riappropriarsi della propria vita. Scrollarsi di dosso le paure, le ansie e le circostanze di questi mesi e diventare un po’ gladiatori. Ripartire, come vere e proprie guerriere, facendosi largo tra le sneaker di primavera armate, in modo fortemente identitario, di un vero must have.

Forse con queste “reminiscenze da gladiatore”, come recita il comunicato stampa, le sorelle Giusti di AGL riescono a incarnare bene il concetto di ripartenza al femminile, in una città come Milano che ha sempre puntato, e punta anche stavolta, a uno stile identitario della donna nelle calzature, che si rispecchia anche nella vera comodità. Ne è un esempio lo stivale DROMODECOR, che fonde in sé ricerca e innovazione.

Avevamo lasciato le sorelle Giusti durante l’ultima settimana della moda, poco prima dell’ordinanza per la pandemia a Milano e, già allora, la loro proposta appariva a chi scrive ricca di una forte identità personale. Poi è arrivata la nuova campagna pubblicitaria di Paolo Roversi, che ci ha dimostrato che non si tratta solo di una nuova estetica calzaturiera, bensì di una vera e propria proposta per chi vuole farsi accettare per la donna che è davvero.

A vederli ora gli stivali calzati dalla figlia di Michael Jackson nella foto di Roversi, che mostrano una donna dal look casual e chic insieme, con quei dettagli caratterizzati da ganci in metallo, sembrano rappresentare perfettamente la donna che vuole ripartire dopo mesi lunghi e difficili, all’insegna del “mood delle sneaker”, pensato però in modo quasi atletico, anche se femminile.

Un po’ scarpa da montagna, un po’ amazzone di città, con la maxi suola in gomma ideata in esclusiva per AGL, DROMODECOR è adatto a chi è pronto ad osare, tra innovazione e tradizione, calzando il Made in Italy in attesa di ripartire davvero, per vincere.

Concludendo, l’avere nuovamente come testimonial Paris Jackson, vista con gli occhi di Paolo Roversi, ha fatto la differenza, come l’uso del bianco e nero per definire il modello di calzatura, mettendone in risalto il carattere. Così, in questa nuova campagna pubblicitaria, la figlia di Michael Jackson rappresenta appieno l’idea che sta alla base di DROMODECOR: sensualità e femminilità in attesa di un nuovo giorno, o un giorno nuovo, per somigliarsi e volersi bene sempre di più.

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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International Museum Day 2020 | La HUI Foundation e il Centennial Fashion Museum celebrano il valore dell’uguaglianza e inclusività nella cultura

DailyMood.it

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IL CENTENNIAL FASHION MUSEUM E LA HUI FOUNDATION CELEBRANO IL VALORE DELLA CULTURA TRANSNAZIONALE NELLA GIORNATA DEI MUSEI

I progetti di Zhao Huizhou, designer della maison HUI, promuovono una visione autentica della cultura e della memoria creando un legame virtuoso e fecondo tra il passato e il futuro dei popoli

Il 18 maggio, la giornata internazionale dei musei, è l’occasione per pensare, una volta di più al valore della cultura e della memoria che, insieme, creano l’identità dei popoli e la trasmettono nel tempo.  Un appuntamento annuale che oggi, in periodo di emergenza sanitaria, acquista un ulteriore ed emblematico significato non solo ergendosi a testimonianza attiva dalla quale imparare ma ponendosi come un importante strumento di scambio e di arricchimento culturale, di sviluppo della comprensione reciproca e di cooperazione  e di pace tra i popoli.

È in questo contesto che hanno preso vita due importanti progetti, capaci di fondere mirabilmente tradizione e modernità, celebrando le radici per proiettarsi in un futuro solido che, soprattutto, conosca la potenza dell’unione e del sapere: sono il Centennial Fashion Museum e la HUI Foundation, entrambi nati dalla volontà di Zhao Huizhou. Designer della maison HUI, un legame forte con l’Italia riconoscibile in uno stile che unisce l’eleganza sartoriale italiana al gusto decorativo tipicamente orientale, la signora della moda cinese ha riunito, con il suo spirito collezionista e di ricerca, un patrimonio di testimonianze capaci di raccontare la cultura della moda e della sua storia. Uno scrigno potente che si fa custode del patrimonio cinese, raccogliendo il materiale più svariato (dai costumi della dinastia Qing all’arte del ricamo capace di attraversare i secoli e tutta la storia millenaria della Cina) con l’obiettivo di riflettere l’evoluzione storica della moda e accrescerne la valenza culturale.

Un’attenzione per la bellezza e per la cura della tradizione che non prescinde dal capitale umano riassunto nell’attività della Fondazione HUI il cui fine – al netto della protezione e della promozione dell’artigianalità tipica della cultura cinese – punta al benessere delle persone promuovendo progetti solidali e benefici atti a migliorare la vita e a perpetuare attività ancestrali che, ancora oggi perpetuate, costituiscono la ricchezza di un territorio.

I musei sono e devono essere hub culturale al centro della comunità che stabiliscono un dialogo tra culture diverse per affrontare tematiche sociali contemporanee con l’ausilio della storia e valorizzando, al contempo, il patrimonio culturale in maniera proattiva e interattiva con il futuro” ha dichiarato Zhao Huizhou. Una filosofia alla quale aggiunge l’essenza stessa del patrimonio culturale di un popolo che deve uscire dai suoi confini per confrontarsi con quello degli altri paesi per creare sinergie virtuose e, soprattutto, capaci di unire.

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Post-Coronavirus, la moda fa un salto indietro nel tempo: con il “back in time” si riscoprono i valori del passato per riparare ai 7 vizi capitali del fast fashion

DailyMood.it

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Sostenibilità, lavorazioni artigianali, eleganza senza tempo, valorizzazione delle realtà locali, collezioni più ridotte, stretto rapporto con i clienti, capacità di adattamento: sono questi gli ingredienti del back in time, trend che mira a riportare la moda a un passato più virtuoso. Un modo per non soccombere alla crisi che minaccia un settore che vale 2500 miliardi di dollari, sanando i vizi capitali di cui la moda si è macchiata.

E se il segreto per fare un passo avanti fosse farne uno indietro? È questa la domanda che ha iniziato a diffondersi nel mondo della moda durante l’emergenza. La crisi incombe su un settore che vale circa 2500 miliardi di dollari, secondo quanto riporta il Financial Times, mostrando in modo evidente le debolezze del fast fashion, un modello che aveva dato prova dei suoi limiti già prima dell’avvento del virus. La quarantena ha costretto gran parte degli abitanti del Pianeta a rallentare il passo, aprendo la porta a una vita più semplice, fatta quasi esclusivamente di acquisti necessari, meno sprechi e più tempo trascorso in famiglia. Ed è così che, amplificando un trend già in atto da qualche tempo, lo stile di vita si fa più attento all’ambiente, attribuendo più importanza all’artigianato e ai prodotti realizzati in modo sostenibile. Dunque, il futuro può attendere: è tempo di riscoprire il passato e riprenderne alcuni valori, cogliendo l’occasione per rimediare ai vizi capitali ai quali parte del settore fashion ha ceduto negli ultimi anni. Glocalizzazione, sostenibilità, artigianalità, coerenza e tradizione: sono questi gli ingredienti del back in time, un trend che non riguarda solo la moda, ma si allarga ad altri comparti. Nel cinema, ad esempio, c’è chi preannuncia un ritorno del drive-in che, come riporta il Wall Street Journal, sembra essere fatto apposta per una pandemia, dal momento che permette di evitare contatti diretti con il resto del pubblico. Nella cucina, invece, si riscopre il piacere del pane fatto in casa: come racconta l’Economist le vendite di farina hanno registrato un forte aumento e le ricerche online legate a questo argomento sono cresciute esponenzialmente, così come i post dedicati all’home baking. Nei trasporti, infine, sembra essere la bicicletta il mezzo su cui puntare per evitare le affollate metro cittadine: secondo Le Parisien, nella capitale francese il numero dei ciclisti è cresciuto addirittura dell’85%.

È quanto emerge da uno studio condotto da Espresso Communication su oltre 20 testate internazionali dedicate a tendenze e attualità nei campi della moda, del design e del lifestyle per Bigi Cravatte Milano. “La nostra è una realtà radicata sul territorio e da ottant’anni a questa parte, le lavorazioni eseguite nel nostro atelier milanese sono rimaste immutate e permettono di creare prodotti di qualità che durano nel tempo – spiega Stefano Bigi, amministratore unico di Bigi Cravatte Milano – Ogni cravatta firmata Bigi viene confezionata rigorosamente a mano, con l’intento di portare avanti i valori che animavano il nonno, fondatore dell’azienda, ovvero artigianalità, ricerca di un’eleganza sobria e raffinata, rigorosa selezione delle materie prime. Possiamo parlare anche di sostenibilità, benché la parola non fosse utilizzata all’epoca: la riduzione degli scarti di lavorazione e la produzione manuale erano allora una scelta obbligata, ma che oggi sosteniamo fortemente. Fra le principali criticità del mondo della moda vedo quello della rincorsa al ribasso dei prezzi fra saldi, promozioni e Black Friday, una logica che, insieme all’anticipazione esasperata delle stagioni nei negozi e al vertiginoso avvicendarsi di trend che durano pochi mesi, portano il consumatore a fare acquisti non realmente necessari e poco ragionati. Sono convinto che una bella cravatta di qualità oggi lo sarà anche l’anno prossimo e quello dopo ancora. Ad andare troppo veloci c’è, infatti, il rischio di uscire di strada!”

Secondo il report The state of fashion, Coronavirus update, oltre 7 consumatori europei e americani su 10 prevedono di tagliare le proprie spese nel settore dell’abbigliamento. Inoltre, Federazione Moda Italia stima un calo di almeno il 50% delle entrate per il 2020. Ma se da una parte la crisi legata allo scoppio della pandemia preoccupa il settore, dall’altra può rivelarsi un’occasione perfetta per intraprendere un nuovo cammino, come spiega Women’s Wear Daily, sanando i vizi capitali di cui la moda si è a lungo macchiata.

Secondo il professor Giovanni Maria Conti, docente di Storia e Scenari della Moda al Politecnico di Milano: “La pandemia cambierà i valori intorno alla sostenibilità, intensificando il dibattito che ruota attorno al materialismo, al consumo eccessivo e alle pratiche commerciali irresponsabili. Non so se il fast fashion abbia imboccato il viale del tramonto, ma sicuramente la moda dopo questo evento sarà molta diversa perché saremo diversi noi, le nostre necessità e, forse, i nostri bisogni”.

Ecco i 7 vizi capitali del fast fashion e come superarli per dare vita a una nuova moda degli anni ’20:

  • Superbia, pensare di essere più importante del Pianeta: secondo uno studio pubblicato da The Guardian, l’industria della moda è responsabile del 10% delle emissioni annuali globali di diossido di carbonio e utilizza ogni anno 1,5 bilioni di litri d’acqua. Inoltre, ogni ora in America si gettano circa 20 kg di vestiti, secondo il libro “Overdressed: the shockingly high cost of cheap fashion”. Un modus operandi che alimenta l’inquinamento, da quello dell’aria fino a quello degli oceani. Occorre quindi ripensare il sistema di produzione, preferendo tessuti e lavorazioni compatibili con la salute della Terra e dei suoi abitanti.
  • Avarizia, farsi guidare esclusivamente dal profitto e optare per manifatture a basso prezzo: preferire lavorazioni industriali a quelle di qualità e manuali può non essere la scelta vincente dal momento che oggi l’artigianalità rappresenta un valore aggiunto, capace di guidare le scelte del consumatore e incrementare le vendite, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Marketing. I ricercatori della Cornell University hanno, infatti, dimostrato l’esistenza dell’handmade effect che fa sì che le persone siano più disposte ad acquistare, regalare o pagare una cifra più alta per oggetti o capi confezionati a mano in quanto, secondo il campione, i prodotti artigianali “contengono più amore”.
  • Lussuria, cercare di soddisfare i piaceri dei clienti con capi fatti per non durare: per superare questo vizio, secondo l’online spagnolo Trendencias, nel post Coronavirus si farà largo l’idea di produrre e acquistare vestiti dall’eleganza senza tempo, di qualità e in grado di accompagnare le persone per gran parte della loro vita. Inoltre, durante la quarantena tanti hanno colto l’occasione per riordinare gli armadi, tra questi anche le celebrities Ludovica Sauer e Paola Turani. Riscoprire vestiti dimenticati e riadattarli è un utile trucco per rinnovare il guardaroba senza fare nuovi acquisti.
  • Invidia, desiderare di essere come chi produce tanto, non come chi produce bene: da tempo sono diversi i brand che hanno optato per massicce delocalizzazioni. Secondo Fashion United, nel dopo Coronavirus la produzione locale sarà protagonista di una fase di espansione e gli atelier artigianali vivranno un momento di rinascita. Parola chiave sarà glocalizzazione, un approccio che consiste nel mantenere le specificità locali, aprendosi però a un mercato globale.
  • Gola, produrre un’eccessiva quantità di capi durante il corso dell’anno: come riporta Euronews, negli ultimi vent’anni i capi prodotti dall’industria della moda sono raddoppiati. I principali responsabili sono i trend in continuo cambiamento, mode fatte per durare appena qualche mese che spingono i consumatori ad acquistare nuovi capi e creano una domanda artificiale. Il possibile antidoto è creare una sola collezione per stagione e riproporre le rimanenze degli anni precedenti.
  • Ira, arrabbiarsi per l’emergenza in corso: in questo momento l’imperativo è non limitarsi a osservare la situazione in corso con frustrazione, ma utilizzare questo tempo per organizzarsi e costruire un nuovo rapporto con i clienti. Secondo Business of Fashion la strada da seguire è impostare una relazione basata sulla personalizzazione e su una maggiore attenzione alla customer experience.
  • Accidia, resistenza al cambiamento: nonostante le evidenze che mostravano le debolezze del fast fashion, il settore non ha modificato le proprie abitudini negli ultimi anni. Ed ecco che ora, la moda si vede costretta a superare questa avversione al rinnovamento e a costruire un futuro diverso. Secondo The state of fashion, il 15% dei consumatori statunitensi ed europei acquisterà capi più sostenibili sia a livello ecologico sia sociale. Sempre d’accordo col report, soltanto i brand che saranno capaci di rispondere a questa nuova domanda potranno captarla al meglio.

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