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CINA 1978. Appunti di viaggio

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Inaugura sabato 15 dicembre alle ore 19.00, la mostra Cina 1978. Appunti di viaggio, una serie di scatti in bianco e nero del fotografo Paolo Gotti che documentano diversi aspetti di quella che era la Cina di quarant’anni fa.

Nel luglio del 1978, Paolo Gotti prende parte a un viaggio d’inchiesta organizzato dall’Istituto politico culturale Edizioni Oriente di Milano per osservare da vicino la società cinese, dal punto di vista di una pluralità di interessi che vanno dall’educazione alla sanità, dalla giustizia all’industria. Il reportage sarà poi pubblicato nella rivista quadrimestrale Vento dell’Est, attiva dal 1965 al 1979.

Scuola cinese

La delegazione, di cui fanno parte una ventina di persone tra cui personalità del calibro di Silvia Calamandrei, Lisa Foa, Franco Marrone, Paola Manacorda e Claudio Meldolesi, viaggia nella parte settentrionale del paese partendo dalla capitale Pechino per poi visitare le città di Dalian, Shenyang, Changchun, Harbin e i pozzi di petrolio di Daqing, fino ai confini settentrionali della Manciuria. L’indagine si inserisce all’interno di una situazione politica segnata dai clamorosi avvenimenti seguiti all’arresto della “banda dei quattro” che rappresentò la fine più evidente di quel movimento politico noto come Rivoluzione Culturale, lanciata da Mao nel 1966 contro le strutture del Partito Comunista Cinese.

L’obiettivo del viaggio era quello di comprendere quanto stava avvenendo e le ragioni che avevano scatenato un’inversione di rotta che avrebbe portato nel tempo a un nuovo schieramento del paese nello scacchiere internazionale, ma questo avveniva registrando non tanto i luoghi della politica quanto piuttosto quelli frequentati dalla gente comune: fabbriche, scuole e asili, quartieri urbani e zone rurali.

Sono queste immagini, scattate da Paolo Gotti, a immortalare alcuni tra gli aspetti più singolari della società cinese di quaranta anni fa – così diversa dalla Cina contemporanea – visti attraverso l’emozione di uno sguardo occidentale: dai mezzi di trasporto spesso bizzarri e improvvisati alle insegne disegnate con i gessetti e ai grandi pannelli illustrati con fumetti promozionali, dalle ricamatrici tradizionali alle esercitazioni delle soldatesse armate di fucile, dalle scuole speciali per bambini ipovedenti fino alle fabbriche, come quelle dei locomotori, che avrebbero portato in futuro il paese a diventare la potenza economica che è oggi.

La mostra, con il patrocinio dell’Istituto Confucio dell’Università di Bologna, nasce dalla riscoperta dell’archivio relativo a quel viaggio, che recentemente ha riconosciuto a Paolo Gotti l’assegnazione del Premio UVA promosso dall’Università di Verona.
Per l’occasione sarà presentato il calendario 2019 Cina 1978. C’era una volta con fotografie a colori di quel viaggio.

Paolo Gotti nasce a Bologna e si laurea in architettura a Firenze, dove frequenta il Centro di studi tecnico cinematografici. Nel 1974 sceglie l’Africa come meta del suo primo grande viaggio. In seguito a questa avventura che lo segna profondamente, intraprende a tempo pieno l’attività di architetto, grafico e fotografo. Dopo varie esperienze nel campo della pubblicità, e una maturata esperienza nello still life, si dedica sempre più al reportage, visitando oltre 70 paesi nei cinque continenti. Ancora oggi gira il mondo per immortalare persone, paesaggi e situazioni che archivia accuratamente in un gigantesco atlante visivo, da cui nascono i calendari tematici che realizza da circa vent’anni.

CINA 1978. Appunti di viaggio
Temporary Gallery | via Santo Stefano 91/a, Bologna
Opening: sabato 15 dicembre ore 19.00
Periodo mostra: 16 dicembre 2018 – 31 gennaio 2019
Orari: martedì-domenica, 10.30-12.30 | 17.00-19.30

 

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An Inquiring Mind: Manolo Blahnik alla Wallace Collection.

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Dal 10 giugno al 1 settembre 2019, la Wallace Collection e Manolo Blahnik presentano An Inquiring Mind: Manolo Blahnik alla Wallace Collection. Questa entusiasmante mostra londinese giustappone Manolo, artista vivente e icona del mondo del design di scarpe, con l’eccezionale collezione Wallace, che è stata fonte d’ispirazione per gli artisti da quando è stata aperta al pubblico nel 1900.

Co-curata dal direttore della Wallace Collection, Dr Xavier Bray e dallo stesso Manolo, la partnership celebra il fascino di lunga data del famoso designer con la Wallace Collection, fornendo un’esplorazione senza precedenti del suo processo creativo. L’avventura colloca una curata montatura di scarpe dagli archivi di Manolo nell’intimo contesto della Wallace Collection accanto a dipinti, sculture e arredi che hanno ispirato la sua mente indagatrice – portando a un dialogo tra il vecchio e il nuovo, l’arte e l’artigianato, il reale e la fantasia.

La Wallace Collection è stata per me un punto di riferimento sin dai miei primi giorni a Londra: è stato – e rimane – uno dei miei musei preferiti con la più raffinata selezione d’arte, sono incredibilmente grato e onorato di far parte del progetto e ho esposto il mio lavoro al museo “. Manolo Blahnik

La Wallace Collection è stata a lungo fonte di stimoli creativi per Manolo, che si è affermato come uno dei principali designer di calzature grazie alla sua costante ricerca intellettuale per il nuovo e il bello dell’arte e della vita, della letteratura e del cinema, e in passato e presente. Con l’occhio di un artista per i dettagli visivi, negli anni ha tratto ispirazione dai dipinti, dai mobili, dalle porcellane e dalle sculture della Wallace Collection. Le sue scarpe evocano un mondo di lusso e bellezza, e riecheggiano le qualità di abilità e creatività trovate nell’arte.

Manolo ha collaborato con il museo per selezionare i capolavori del suo archivio che aiutano a guidare il visitatore in un viaggio stimolante di ricerca attraverso alcune delle grandi opere della Collezione Wallace. Le 10 gallerie utilizzate per la mostra sono spazi in cui Manolo ha sperimentato l’ispirazione, la passione e l’emozione di una grande arte che ha alimentato la propria creatività. Qui apprendiamo l’ascesa dello spettacolo pubblico nella Francia del XVIII secolo, nella Commedia dell’Arte e nelle arti dello spettacolo; ammiriamo le passioni collezionistiche degli intenditori neoclassici e le mode revival dell’antichità; scopriamo il dramma del barocco accanto all’opulenza dell’abbellimento e sperimentiamo il potere erotico di Boucher e Fragonard.

Qualità ed eccellenza sono la chiave dell’ethos di Manolo. Proprio come i fondatori della Collezione Wallace hanno cercato di acquisire il più bello, il più accattivante e il più prezioso, Manolo cerca anche di produrre scarpe di qualità ed eleganza squisite. I principi dell’artigianato e dell’artigianato dietro ciò che fa, riecheggiano anche con i mobili, le porcellane, gli orologi e le scatole d’oro con cui sono circondate le scarpe.

Durante la mostra ci sarà una serie di talk che celebreranno la partnership tra Manolo e la Wallace Collection. Tra i relatori ospiti eminenti studiosi, stilisti e professionisti di tutto il mondo dell’arte.

Per info: https://www.manoloblahnik.com/eu/wallace-collection/

Photography by Cassandra Parsons, © The Wallace Collection

 

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Durante la Milan Art Week si inaugura “Whether Line” a Fondazione Prada

T. Chiochia Cristina

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Fondazione Prada, come nella moda segue anche nell’arte il suo slogan: “un universo concettuale per chi ama sperimentare, sfidando le convenzioni“. In questo si inserisce appieno il nuovo progetto espositivo concepito da Lizzie Fitch e Ryan Trecartin per la sede milanese, quella di Largo Isarco.
Sino al 5 Agosto quindi, sarà possibile visitare l’installazione Whether Line, un lungo processo creativo, iniziato nel 2016 in America e che ha portato al percorso espositivo site specific Whether Line; che è anche il titolo della mostra che si snoda in molti degli ambienti di Fondazione Prada.
Una sorta di “casa di legno stregata”, in un percorso fatto di echi: sonori e visivi , naturali , di vita quotidiana che si uniscono a vere e proprie “distorsioni” di spazialità limitanti e di esperienze familiari.

Se nel Podium e nel Cortile della Fondazione il progetto del 2019 “Neighbor Dub“, segna l’inizio di un viaggio (con una installazione a 15 canali e volumi sonori) nel Deposito della Fondazione Prada, l’unica risposta che viene fornita è nella visione della proiezione di “Plot Front” sempre del 2019, un video di circa un’ora e mezza.
Contenuti narrativi e atmosfere grottesche che segnano anche il punto di arrivo – su delle sedie a dondolo bianche- dei visitatori in una sorta di percorso obbligato.
L’idea, che fa eco allo “sculptural theaters“, si esprime bene ed in maniera più che diretta essendo costretti ad esserne parte costantemente. Inoltre, la scelta di legare immagini tratte dagli ambienti naturali americani dove il progetto è nato, permette di ripercorrere un legame nuovo con gli spazi aperti: obbligando il visitatore a rimanere in un luogo chiuso, ma con la percezione di uno spazio esterno.

Come ben hanno detto gli stessi artisti la caratteristica di questa mostra è che: “Il set di Athens è molto diverso dai [nostri ]precedenti per vari motivi. In primo luogo per il legame con gli spazi aperti, tanto che anche l’interno instaura una forte relazione con ciò che è fuori” (Fitch).
Paura, timore di morte, paura dell’abbandono nel bosco, l’idea di una necessaria ed imminente separazione perchè non è “più il tempo”, avviene attraverso la fruizione della mostra, così come anche nell’ultima parte del percorso, degna di nota, nella sala cinema della Fondazione Prada. Con la proiezione di “The movies” , la Fondazione Prada raccoglie, in una sorta di collezione video enciclopedica (in tre atti scenici) un lasso di tempo artistico dei due creativi di quasi 10 anni di carriera,quasi tutta la produzione di questi insoliti autori americani.

I temi dei video di “Kitchen Girl“, di “I. Be Area” e di “Yo!“, per esempio, si mischiano a molti altri temi di milioni di minuti di girato negli anni, dagli esordi al successo, dove i temi cari agli artisti, come quello del diventare adulti o di provvedere a se stessi, fanno eco o controcanto ad altri tra cui: far parte di una società o meno, dispezzarla o deriderla. Creando ruoli sociali sempre diversi e del tutto nuovi, senza garbo e senza ironia, ma che paiono quasi un viaggio alla ricerca di quelle “briciole”, mangiate chissà da chi e dove, come in una moderna fiaba di Hansel e Gretel e che dovrebbero aiutare il visitatore della mostra ad orientarsi infine , in questo viaggio regressivo dove il meteo diventa anche viaggio mentale tra concetti di territorio e senso di proprietà.

Il viaggio nel mondo di Fitch e Trecartin che, come un tempo variabile reale, verbale e non, hanno fatto dell’immagine della installazione finale la costruzione “icona” di tutto il progetto: una casa ed il brutto tempo. Un vero universo concettuale per chi ama sperimentare, sfidando le convenzioni che, come Ryan Trecartin ha detto: “a causa del brutto tempo i lavori di costruzione sono andati a rilento rispetto ai programmi. Alla fine, per questa parte di riprese abbiamo dovuto girare accanto all’edificio e modificare molte delle idee che avevamo immaginato su come utilizzare il set. Abbiamo avuto anche tanti problemi con i vicini. Da qui sono nati i contenuti che riguardano i concetti di territorio e proprietà e che si sono poi mescolati alle prime idee che stavamo già esplorando.”

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

 

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‘Camp: Notes on Fashion’ at The Met Fifth Avenue, New York

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Through more than 250 objects dating from the seventeenth century to the present, The Costume Institute’s spring 2019 exhibition will explore the origins of camp’s exuberant aesthetic. Susan Sontag’s 1964 essay “Notes on ‘Camp‘” provides the framework for the exhibition, which examines how the elements of irony, humor, parody, pastiche, artifice, theatricality, and exaggeration are expressed in #fashion.

Camp: Notes on Fashion

At The Met Fifth Avenue

MAY 9–SEPTEMBER 8, 2019

www.metmuseum.org

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