Eventi
The Pink Floyd Exhibition. La leggenda del rock in mostra a Roma
“Ho sempre provato un certo oscuro piacere nella consapevolezza che avrebbero potuto unirsi al pubblico in uno dei loro concerti senza essere riconosciuti, un’impresa non indifferente”. Lo scrive John Peel, dell’Evening Standard, a proposito dei Pink Floyd. La sua frase campeggia in una delle prime sale di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, in scena al MACRO di via Nizza a Roma, che sarà aperta fino a luglio. È proprio così. I volti e i corpi dei Pink Floyd sono meno noti e meno iconici di molti altri corpi della musica rock. Ma l’arte dei Pink Floyd, negli ultimi cinquant’anni, è stata tanto iconica quanto indelebile a livello musicale. Dal celebre prisma di The Dark Side Of The Moon
all’uomo in fiamme di Wish You Were Here, dal maiale volante di Animals all’indimenticabile muro attorno al quale ruota il concept di The Wall. Nella mostra del MACRO trovate tutto questo. È un’immersione totale, e multisensoriale, nella musica e nell’arte dei Pink Floyd e dei loro collaboratori. Strumenti, oggetti di scena, manifesti, bozzetti, e preziosi video con interviste: mentre guardiamo tutto questo, siamo avvolti dalle luci. E un’audioguida automatica ci accompagna con la musica, e le parole dei video, non appena ci avviciniamo a ogni postazione. Imperdibile, sia per gli appassionati, che vogliono rivivere i momenti topici della loro carriera, sia per chi li conosce in parte, e cerca un’occasione per scoprirli meglio.
Dopo una sala introduttiva che spiega l’humus culturale in cui fioriscono i Pink Floyd (la stampa alternativa, la Pop Art, la moda psichedelica della Londra degli anni Sessanta), la storia dei Pink Floyd inizia con lo sfortunato genio di Syd Barrett, primo frontman della band: nell’estate del 1967 la sua salute mentale comincia a peggiorare, e nel gennaio del 1968 viene chiamato un suo amico d’infanzia per non fargli sentire la pressione. È David Gilmour. Quando, ad agosto, esce il secondo album, lui non è più nella band. Da qui inizia il viaggio negli album dei Pink Floyd. La loro propensione per le lunghe suite li rende perfetti per un mercato dove gli album cominciano a superare i singoli in fatto di vendite. The Piper At The Gates Of Dawn, del 1967, il loro primo album, viene registrato agli studi di Abbey Road mentre i Beatles stanno registrando Sgt. Pepper, e usa molti effetti della library della EMI, come le campane tubulari. Il disco seguente, A Saucerful Of Secrets (1968), è l’unico che contiene composizioni sia di Barrett che di Gilmour, e alle canzoni in stile giocoso del primo aggiunge nuove dimensioni, come l’antica poesia cinese e lo spazio. I Pink Floyd decidono di concentrarsi solo sulla registrazione e spingono sul pedale della sperimentazione: Ummagumma, del 1969, ha un assolo di batteria di Nick Mason lungo sette minuti. Mentre inizia la collaborazione con il geniale studio Hipgnosis di Storm Thorgerson e Aubrey Powell, i Pink Floyd possono fare qualunque cosa. Atom Heart Mother, l’album del 1970, quello con la famosa mucca in
copertina, riceve un’accoglienza fredda dalla critica, ma è il loro primo disco a raggiungere il primo posto in classifica. Accanto al rock ci sono lunghi ensemble cinematografici, colpi di pistola, nitriti di cavalli, ottoni e intermezzi corali. La mucca? Un’immagine scelta da Thorgerson perché assolutamente inaspettata in un disco rock. La sperimentazione continua con Meddle, del 1971, che ha un lato occupato da una sola canzone, Echoes, mentre nel disco si sentono rumori di sonar e versi di gabbiano. In Seamus c’è addirittura un cane che viene portato in studio ad ululare.
Dopo il famoso Live At Pompeii, un live senza pubblico con il Vesuvio sullo sfondo, i Pink Floyd entrano nella leggenda con The Dark Side Of The Moon, un album che li vede tornare alla forma canzone, incentrato sui problemi quotidiani: soldi, morte, violenza, follia. L’idea è di Roger Waters, e la band arriva in studio con i pezzi già rodati dopo essere stati suonati a lungo dal vivo. La copertina di Storm Thorgerson è una delle più iconiche della storia della musica. “Questo prisma che si rifrange in uno spettro appartiene a tutti”, dichiarò. A 40 anni dalla sua uscita, The Dark Side Of The Moon continua a vendere 7mila copie alla settimana. Il disco trasforma i Pink Floyd da gruppo cult a una delle band di maggior successo al mondo. Per dare vita al successore di un successo così clamoroso, provano a spiazzare ancora, registrando suoni con vari oggetti casalinghi. Ma poi scartano tutto. David Gilmour comincia a strimpellare qualche accordo sulla sua nuova chitarra, e Roger Waters scrive un testo struggente, dedicato a Syd Barrett. Nasce Wish You Were Here, che dà il titolo all’album omonimo, che è un’osservazione sugli aspetti più meschini dell’industria musicale, l’avidità, l’ambizione, l’alienazione. La natura spietata di quel mondo è rappresentata dalla copertina, firmata sempre Hipgnosis, in cui un uomo prende fuoco dopo aver concluso un affare (si può vedere l’intervista all’uomo nella foto, che prese davvero fuoco), mentre nel retro di copertina, ispirato a Magritte, c’è un salesman senza volto. Wish You Were Here è il disco dell’assenza. Che, all’improvviso, durante le registrazioni, diventa presenza: a sorpresa Syd Barrett fa una visita allo studio.
L’alienazione sale ancora. Roger Waters, durante i concerti in stadi sempre più grandi e impersonali, comincia a sentire un muro tra lui e il pubblico. Fino al celebre sputo ad alcuni fan che stavano cercando di salire sul palco a Montreal nel 1977. Nasce così The Wall, del 1979, concept album (è la storia di Pink, travagliata rockstar che ha perso il padre in guerra e vive un presente problematico) che dà vita, nel 1980-81, a un ambizioso spettacolo rock teatrale, durante il quale veniva costruito e poi demolito un muro. È proprio The Wall, insieme al precedente Animals, del 1977, a fare la parte del leone nella mostra: ai due dischi è dedicata la stanza più grande, dove svettano gli incredibili burattini gonfiabili creati per il tour originale di The Wall, e per lo spettacolo di Roger Waters del 2010-13. Ci sono la testa mostruosa del burattino della moglie, la stanza del motel dove Pink canta Nobody Home (ispirata al Motel Tropicana di Los Angeles dove era di stanza l’equipe), il maestro gonfiabile, che incombe sulla scena, vicino al pupazzo di Pink, che giace ai piedi del muro durante Hey You. Accanto agli enormi pupazzi scorrono le immagini d’animazione di Gerald Scarfe, che saranno al centro anche del film di Alan Parker (con Bob Geldolf) del 1982. I gonfiabili erano i grandi protagonisti degli show di quell’epoca: introducevano un elemento fantasy, ma erano anche pratici, e permettevano di interagire in maniera flessibile. Ma accanto a quelli di The Wall ci sono anche quelli del tour di Animals, il disco del 1977, passati ugualmente alla storia. C’è il famoso maiale che, nella foto di copertina, fluttuava sopra la centrale elettrica di Battersea Park (durante le session fotografiche l’ancoraggio si ruppe e l’enorme pallone a forma di maiale volò sopra lo spazio aereo dell’aeroporto di Heathrow, e fu ritrovato da un contadino del Kent…): alto nove metri, e ribattezzato “Algie” è il protagonista di uno show in cui i gonfiabili sono pecore, figure umane (il padre, enorme, ci accoglie all’ingresso della mostra), televisori e frigoriferi da cui spuntano i vermi. L’idea di Animals, nato durante l’avvento del punk e della crisi politica e industriale, e caratterizzato da suoni più duri dei dischi precedenti, è quella orwelliana de La fattoria degli animali, in cui ogni animale rispecchia un carattere umano. The Final Cut, l’ultimo album di Waters con i Pink Floyd, incentrato sulla condanna alla guerra, chiude la stanza di Animals e The Wall e guida verso gli ultimi capitoli del gruppo, A Momentary Lapse Of Reason e The Division Bell, i sontuosi live che li hanno seguiti, e i relativi album dal vivo, Delicate Sound Of Thunder e Pulse.
Se la stanza di The Wall e Animals è l’apice della mostra, c’è un’altra stanza che conquisterà gli appassionati di musica. È quella legata alla tecnologia. Accanto ad alcuni strumenti musicali ad alto tasso scenografico, come una batteria decorata con la Hokusai Wave, usata da Nick Mason dopo un tour in Giappone, e il gong sinfonico Paiste 36, usato nel film The Wall, con l’effigie sinistra dei due martelli, creati sempre da Gerald Scarfe, oggetti e interviste ci mostrano la fascinazione che Waters e soci hanno avuto per i primi sintetizzatori, e come siano stati la prima band a creare il suono del futuro. Sentiamo parlare Alan Parsons, il loro tecnico del suono. E vediamo Richard Wright rievocare la nascita di canzoni come The Great Gig in The Sky e Breathe, ispirata da un solo accordo di Miles Davis, da Kind Of Blue. Essere partecipi, anche se per pochi secondi, e decenni dopo, del processo creativo di una canzone, non ha prezzo. Prima di uscire, vediamo l’esibizione di Waters, Gilmour, Mason e Wright al Live 8 del 2 luglio 2005, la prima volta insieme dopo 24 anni. Tutti e quattro riuniti per un’ultima volta. Se la loro vita fosse un film (e probabilmente lo è stata), si chiuderebbe su questa scena.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- Metal division bell heads as seen on ‘The Division Bell’ album artwork. © The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.
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- Inflatable teacher prop from ‘The Wall’ live shows. © The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.
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- Musicology at The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains. © The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains
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- The Wall, inflatable teacher prop and flying objects pictured at The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains. © The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains
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- Nick Mason loading in and setting up his famed Hokusai wave design painted drum kit. © The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.
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Eventi
FRANCESCO Mostra itinerante di Luciano Schifano in Casentino
Published
3 settimane agoon
4 Agosto 2026By
DailyMood.it
Francesco, la Sua esistenza, donata interamente all’amore, alla riconciliazione e alla fraternità, continua a parlare al cuore dell’umanità anche a ottocento anni dalla sua morte. Scoprire Francesco oggi significa lasciarsi coinvolgere da una storia che continua, silenziosa e forte, l’esortazione a vivere con la gente che, mostrando il mondo amato da Francesco, quello della campagna, gli animali, il silenzio, diventa un invito concreto ad accogliere il Vangelo nella vita quotidiana, a costruire ponti di dialogo con il creato.
Nel 2026 si concluderanno le celebrazioni del grande centenario francescano con gli ottocento anni dalla pasqua di Francesco (1226-2026) e l’artista Luciano Schifano fa suo il messaggio di Francesco, Il Cantico delle Creature, esprimendo il suo pensiero con discrezione, naturalezza, garbo, dedicando a Francesco tutta una serie di opere, che oggi compongono tre mostre telematiche, riunite in una mostra itinerante, organizzata a cura della scrittrice Lorena Fiorini, con il supporto dei Sindaci Luca Santini Pratovecchio Stia, Antonio Fani Castel San Niccolò, e con la direzione artistica della storica d’arte Alberta Piroci.
Il viaggio itinerante, che comprende 130 opere tra locandine, dipinti, retouchées e prove d’autore, creati negli anni che vanno dal 1965 al 2012, inizia dal Museo dell’Arte della lana, successivamente dal Casale di Pratovecchio Stia, prosegue al Castel San Niccolò, Strada in Casentino, Sala dell’Archivio storico Comunale, e ci auguriamo possa concludersi al Santuario della Verna.
Lo scritto più importante di San Francesco è universalmente riconosciuto nel Cantico delle Creature (o Cantico di Frate Sole). Composto nel 1224, è considerato il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. È un inno alla vita, a Dio e alla natura, fondamentale sia dal punto di vista più spirituale che linguistico perché scritto in volgare umbro (invece che in latino) per essere compreso da tutti. Una presenza forte che ci accompagna… come un seme che germoglia nella terra, la presenza di Francesco è luce e promessa per chiunque desideri camminare nella fraternità e nella speranza.
IL PERCORSO TRA SPIRITUALITA’ E ARTE
Direzione artistica della Storica d’Arte Alberta Piroci
E tutte le creature che sono sotto il cielo,
ciascuna secondo la sua natura,
servono e conoscono e obbediscono
al loro Creatore meglio di te, o uomo
(Fonti Francescane, Ammonimento V)
Ore 10,00 Stia-Museo dell’Arte della lana L’uomo e l’artista Luciano
Ore 12,00 Stia – Il Casale – Sala Conferenze Luciano Schifano
Le creature di Dio prive di ragione
Ore 18,00 Castel San Niccolò, Strada in Casentino
Sala dell’Archivio storico Comunale
I francescani costruttori di Chiese
Santuario della Verna
San Francesco e Sorella morte
ORGANIZZAZIONE: Lorena Fiorini
Già Presidente 2025/2026 Rotary Club Casentino
Presidente Associazione Culturale Scrivi la tua storia e Premio Letterario Donne tra Ricordi e Futuro
Sede operativa: Via Roma, 37-39 – 52017 – Pratovecchio Stia – (AR)
cell. 3473506000 – mail: info@scrivilatuastoria.com – info@lorenafiorini.it – www.lucianoschifano.it
COMUNICAZIONE WEB: Valentina Fiorini
TIPOGRAFIA: Marica Petti
UFFICIO STAMPA: Cristina Vannuzzi – mail:cristina.vannuzzi@gmail.com – cell 371 4640013
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Eventi
Steve MᶜQueen – Guggenheim Museum Bilbao
Published
4 settimane agoon
28 Luglio 2026By
DailyMood.it
9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027
Nel corso della storia dell’arte e nei diversi ambiti della creatività umana, alcune opere sono diventate un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione per la nascita di nuove creazioni. In 66–76–26, il toccante tema musicale Wild Is the Wind costituisce il punto di partenza e l’elemento centrale dell’installazione che l’artista e regista britannico Steve McQueen presenta al Guggenheim Museum Bilbao.
Scritta originariamente da Dimitri Tiomkin e Ned Washington per l’omonimo film del 1957, la canzone fu interpretata nella pellicola da Johnny Mathis e ottenne una candidatura all’Oscar. Da allora è stata riproposta in numerose versioni, tra cui spiccano quelle di Nina Simone, del 1966, e di David Bowie, del 1976. Lo stesso McQueen inserì il brano in una sequenza del suo film Widows del 2018.
Questa volta McQueen torna sulle due interpretazioni che lo affascinano da decenni, eliminando ogni accompagnamento strumentale e collocandole in uno spazio privo di altri suoni, immagini o stimoli che possano interferire con la percezione delle voci di Simone e Bowie. Nasce così una nuova opera, carica di emozione e sottigliezza. In linea con il costante interesse di McQueen per la creazione di condizioni capaci di favorire uno sguardo e un ascolto concentrati, il lavoro offre uno spazio in cui queste voci possono essere incontrate con un’intimità e un’attenzione fuori dal comune.
Per Occident è motivo di grande soddisfazione sostenere questo progetto sofisticato e capace di stimolare la riflessione. Mi auguro che possiate apprezzare una mostra che richiede un livello di attenzione e contemplazione al quale non siamo più abituati e nella quale la musica diventa l’essenza di un’esperienza intensa e profonda.
Hugo Serra Calderón
CEO di Occident
Steve McQueen: 66–76–26
Date: 9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027
Curatrice: Lekha Hileman
Sponsor: Occident
- Creata appositamente per il Guggenheim Museum Bilbao, 66–76–26 riunisce due iconiche registrazioni di Wild Is the Wind, presentate a cappella: l’interpretazione di Nina Simone del 1966 e la cover di David Bowie del 1976.
- In parte canzone d’amore, in parte lamento e in parte dichiarazione di desiderio, Wild Is the Wind accompagna Steve McQueen da oltre trent’anni, richiamandolo continuamente a sé grazie alla sua complessità emotiva.
- 66–76–26 è un’opera inedita in cui due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio, entrando in dialogo con l’architettura mentre i visitatori attraversano la galleria.
Il Guggenheim Museum Bilbao è lieto di presentare 66–76–26, una nuova, importante installazione di Steve McQueen. Concepita appositamente per il Museo, l’opera riunisce due registrazioni iconiche di Wild Is the Wind: l’interpretazione del 1966 di Nina Simone della canzone composta da Dimitri Tiomkin e Ned Washington e la cover realizzata da David Bowie nel 1976.
Private dell’accompagnamento strumentale, le due versioni vengono presentate a cappella, con le voci separate nello spazio all’interno di una galleria immersa nella penombra. Due interpretazioni distanti dieci anni, ascoltate in una forma completamente nuova. La mostra è sponsorizzata dalla compagnia assicurativa Occident.
Da oltre trent’anni Wild Is the Wind occupa un posto importante nel lavoro di McQueen. Dopo avere ascoltato per la prima volta la registrazione di Bowie a metà degli anni Novanta e avere successivamente scoperto la versione di Simone, l’artista ha continuato a tornare alla canzone, attratto dalla sua complessità emotiva e dalla capacità di rivelare nuovi significati con il trascorrere del tempo.
Come ha osservato lo stesso McQueen, il brano non si lascia racchiudere in un’unica interpretazione. È allo stesso tempo una canzone d’amore, un lamento e una dichiarazione di desiderio, capace di continuare a provocare e interrogare chi l’ascolta.
In 66–76–26, McQueen riduce le registrazioni al loro elemento più essenziale: la voce umana. La voce di Simone emerge da un lato dello spazio, mentre quella di Bowie le risponde dal lato opposto. Muovendosi nella galleria, i visitatori sentono le due voci svilupparsi in un dialogo che attraversa l’architettura.
Ciò che nasce non è né un confronto né una riconciliazione, bensì un’opera nuova, nella quale due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio.
Il titolo richiama gli anni in cui Simone e Bowie registrarono le rispettive versioni della canzone, oltre all’anno della mostra. Riunendo due interpretazioni separate da un decennio e presentandole cinquant’anni e sessant’anni dopo, McQueen crea un incontro capace di annullare la distanza storica.
L’opera invita a riflettere non soltanto sulla forza duratura della canzone, ma anche sui contesti sociali e politici che hanno accompagnato il percorso delle due registrazioni. Nate in periodi segnati da sconvolgimenti, incertezza e trasformazioni – il movimento per i diritti civili, la guerra del Vietnam e lo scandalo Watergate – queste interpretazioni parlano con particolare intensità anche al nostro presente.
In opere recenti come Bass (2024), Untitled (2025) e Atlas (2026), McQueen si è orientato sempre più verso il suono, la luce e la percezione, utilizzandoli come materiali primari. Invece di costruire narrazioni attraverso le immagini in movimento, questi lavori esplorano il modo in cui fenomeni immateriali possano influenzare l’esperienza corporea e l’attenzione collettiva.
66–76–26 prosegue questo percorso, ampliando la ricerca di McQueen sulle possibilità dell’opera d’arte di agire oltre i confini della cornice.
L’installazione trasforma la galleria in un ambiente essenziale e immerso nella penombra, studiato per amplificare la consapevolezza acustica. Privati delle distrazioni visive, fatta eccezione per la sorgente sonora, i visitatori diventano intensamente consapevoli del suono, del silenzio, del respiro e della durata.
Come ha spiegato McQueen, l’opera nasce da una concezione del silenzio come materiale attivo, un’idea che l’artista associa all’interesse di Miles Davis per gli spazi tra le note, nei quali il significato emerge non soltanto da ciò che è presente, ma anche da ciò che viene trattenuto.
Questo principio determina la struttura di 66–76–26, dove le pause, i respiri, l’attesa e gli intervalli assumono la stessa importanza delle voci.
Questa riduzione non è un semplice esercizio di minimalismo, ma un tentativo di raggiungere l’essenziale. McQueen ha raccontato di voler eliminare il rumore e concentrarsi sugli elementi fondamentali, per chiedersi che cosa rimanga quando tutto ciò che è superfluo viene rimosso e se quello che resta sia abbastanza forte da sostenere l’opera.
Al centro di questa domanda si trovano due voci che si intrecciano e l’intensità che entrambe racchiudono.
«L’amore è l’unica cosa per cui valga la pena vivere e morire», ha dichiarato McQueen parlando del desiderio che percepisce in entrambe le interpretazioni. «Nonostante tutto ciò che accadeva nel mondo, alla fine tutto si riduce a questo. È l’unica cosa.»
La mostra è accompagnata da un catalogo completamente illustrato, progettato dall’acclamata graphic designer olandese Irma Boom. Concepita come un’estensione dell’installazione e non come una sua semplice documentazione, la pubblicazione riunisce materiali d’archivio e fotografici dedicati a Nina Simone e David Bowie, insieme a testi commissionati appositamente.
Tra questi figurano una conversazione tra McQueen e la curatrice Lekha Hileman, dedicata alla realizzazione dell’opera, al fascino duraturo della canzone e al percorso di una ricerca artistica che ha sempre messo alla prova i confini di ciò che l’arte può chiedere allo spettatore, oltre a un nuovo saggio della storica dell’arte e artista Cora Gilroy-Ware, che esplora l’eredità culturale e artistica di Simone e Bowie.
Il catalogo propone un dialogo tra immagine e suono, presenza e assenza, intimità e performance, interrogandosi sul modo in cui due artisti così unici continuino a risuonare attraverso le generazioni.
Parallelamente alla mostra, il Museo presenterà una rassegna dedicata all’opera cinematografica di McQueen, offrendo al pubblico l’opportunità di riflettere sul rapporto tra il suo lavoro per il cinema e quello destinato agli spazi espositivi.
Sebbene i film di McQueen abbiano ottenuto riconoscimenti internazionali – tra questi 12 Years a Slave, vincitore dell’Oscar – 66–76–26 porta in primo piano i temi che da sempre animano la sua pratica artistica: la percezione, la dimensione corporea, la memoria, la durata e la capacità dell’arte di creare spazi di riflessione e incontro.
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After –Un percorso di lavoro. Fendi Karl Lagerfeld, la mostra alla Galleria d’Arte moderna
Published
1 mese agoon
22 Luglio 2026
Nel 1985 la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea a Roma ospitò la mostra che celebrava i vent’anni di lavoro di Karl Lagerfeld per Fendi. Oggi, dopo più di trent’anni, Maria Grazia Chiuri, attuale direttrice creativa di Fendi, rievoca questa esposizione, ma soprattutto la figura di Lagerfeld, guida della Maison romana. In esposizione ci sono schizzi, tele, carte, tavolette che riproducono prove di lavorazione ideate da Fendi nell’arco di venti anni di attività. Fino al 25 ottobre 2026, infatti, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea sarà possibile ammirare After Un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985, che ripropone la mostra inaugurata nel 1985. La rassegna, curata da Maria Luisa Frisa, è stata inaugurata in occasione della sfilata di Fendi Couture, che è stata ospitata nelle sale dedicate alle opere del Novecento della GNAMC. L’esposizione odierna segue il più fedelmente possibile le orme dell’esposizione del 1985, nello stesso museo, ma in spazi diversi. Concepita per illustrare i diversi passaggi che conducono dall’ideazione alla progettazione e alla produzione del capo, si articola nelle sezioni: Tavolette, Caleidoscopio, Matrici Progettuali, Teatro, Pettine, Video, Schizzi e Computer, attraverso una sequenza narrativa basata su quella studiata dallo stesso Lagerfeld quarant’anni fa. La retrospettiva si configura come un percorso illustrato delle tappe di lavoro che si affrontano dall’idea iniziale prima di una collezione alla realizzazione finale dei capi che la costituiscono. Nel percorso c’è la rappresentazione della creatività di Lagerfeld , ma anche quella di chi inventa nuovi modelli e differenti tecniche di lavorazione, di un’equipe che realizza i capi secondo criteri antichi, ma anche sperimentali. “Ieri è trascorso-Oggi va passando- Non resta che domani- Solo l’avvenire mi interessa e mi intriga-La curiosità dell’ignoto è la più stimolante tra quelle della mia vita professionale che è la mia vita tout court”, dichiara Lagerfeld a proposito della sua mostra nel 1985 all’epoca una delle prime dedicate a un brand di moda ospitate in un museo. L’idea di Maria Grazia Chiuri di replicarla permette di andare oltre il racconto della sua concezione. Renderla fruibile oggi significa ricreare la presenza fisica dell’esposizione e generare una nuova iterazione con il pubblico. Al titolo originale della retrospettiva è stata anteposta la parola After, che comunica la ricontestualizzazione di oggetti e immagini finalizzata ad ottenere qualcosa di nuovo dopo la mostra originaria. Ricreare un’esposizione del passato è sempre un’operazione critica. Il tentativo di riproporre le sezioni, l’impianto allestivo e gli oggetti originari, nello stesso museo, ma in spazi diversi, ha posto diverse questioni, sia per quanto riguarda l’allestimento sia per i pezzi esposti, essendo recuperabili solo una parte di quelli del 1985. Tele e pellicce sono state sostituite da heritage reproductions. Tra le novità l’allestimento di una vastissima rassegna stampa che, attraverso illustri critici, documenta la discussione, allora generata dalla retrospettiva, sull’opportunità di portare la moda dentro un museo d’arte. Un gesto che ancora oggi fa riflettere sui problemi irrisolti della museologia della moda in Italia.
“Fendi / Karl Lagerfeld 1985. After Steps Through Work”, courtesy photo of Fendi Giorgio Benni
di Elena Parmegiani per DailyMood.it
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