Eventi
100 capolavori a Firenze. Da Kandinsky a Pollock, l’arte dei Guggenheim
Ancora per qualche giorno, fino al 24 luglio 2016, Palazzo Strozzi ospita una grande mostra che porta a Firenze oltre 100 opere d’arte europea e americana realizzate tra gli anni venti e gli anni sessanta del Novecento, in un percorso che ricostruisce rapporti e relazioni tra le due sponde dell’Oceano, nel segno delle figure dei collezionisti americani Peggy Guggenheim e Solomon R. Guggenheim.

Preparativi. Roy Lichtenstein (New York 1923-1997), 1968, olio e acrilico Magna su tre tele, cm 304,8 x 548,6, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, 69.1885
Foto di Kristopher McKay © Estate of Roy Lichtenstein New York, by SIAE 2016
Curata da Luca Massimo Barbero, curatore associato della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, la mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York e mette in scena uno straordinario e inedito confronto tra le collezioni di Solomon e Peggy, zio e nipote, in un percorso che si snoda tra le più grandi figure della storia dell’arte del XX secolo. Partendo da grandi artisti come Kandinsky, Duchamp, Max Ernst, la mostra si focalizza poi sull’arte del dopoguerra a cavallo tra Europa e America, con i cosiddetti informali europei quali Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, e alcune delle maggiori personalità dell’arte americana tra gli anni quaranta e sessanta, tra cui spiccano Jackson Pollock, di cui saranno esposte addirittura 18 opere, Mark Rothko presente in mostra con ben 6 quadri; Alexander Calder con 5 grandi cosiddetti mobiles; ma anche, tra gli altri, Willem de Kooning, Robert Motherwell, Roy Lichtenstein, Cy Twombly.
Realizzare questa eccezionale rassegna a Firenze vuol dire inoltre celebrare un legame speciale che riporta indietro nel tempo. È proprio a Palazzo Strozzi, infatti, che nel febbraio 1949 Peggy Guggenheim, da poco tornata in Europa, decide di presentare la collezione che poi troverà a Venezia la definitiva collocazione. Ben ventisei delle opere che figuravano nella rassegna che inaugurò gli spazi espositivi della Strozzina sono presenti in mostra. Importanti immagini inedite dell’Archivio Foto Locchi scattate nel corso dell’inaugurazione restituiscono la disposizione delle opere nelle sale insieme all’atmosfera di quella serata. Attraverso dipinti, sculture, incisioni e fotografie provenienti dalle collezioni Guggenheim di New York e Venezia, nonché da alcuni musei e collezioni private, la rassegna costituisce un’occasione unica per ammirare e confrontare insieme massimi capolavori di movimenti artistici che hanno definito il concetto di arte moderna, dal Surrealismo all’Action Painting fino all’Informale e alla Pop art. Tra le opere esposte ci sono la monumentale tela di Kandinsky Curva dominante (1936), che Peggy vendette durante la guerra (una delle “sette tragedie della sua vita di collezionista”); Il bacio (1927) di Max Ernst, manifesto dell’arte surrealista e immagine copertina della mostra alla Strozzina nel 1949; lo Studio per scimpanzé (1957) di Francis Bacon, opera raramente esposta fuori da Venezia e che Peggy Guggenheim teneva appesa nella propria camera da letto; grandi capolavori dell’Espressionismo astratto americano come Risplendente (1958) di Sam Francis e della pittura Color-Field e Post Painterly Abstraction come Miscuglio di grigio (1968-1969) di Frank Stella; la grandiosa opera Preparativi (1968) di Roy Lichtenstein, in cui l’artista pop, attraverso il tipico stile che rimanda al fumetto, propone una denuncia della guerra in Vietnam.

Senza titolo. Jackson Pollock (Cody 1912- East Hampton 1956), 1946 circa, gouache e pastello su carta, cm 58 x 80. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553.
Foto di David Heald © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society, ARS, New York, by SIAE 2016
LA GRANDE ARTE DEI GUGGENHEIM
La mostra testimonia l’importanza delle due collezioni, confermando Peggy e Solomon Guggenheim quali figure portanti della storia dell’arte del XX secolo. Da un lato Solomon Robert Guggenheim (1861-1949), sotto la guida della baronessa e pittrice tedesca Hilla Rebay, che sarà poi la prima direttrice del Guggenheim di New York, fonda nel 1939 il “Museum of Non-Objective Painting” (Museo della pittura non oggettiva), basato sull’idea purista dell’astrazione come assenza di figura, e sull’arte di Vasily Kandinsky in particolare, affidando quattro anni dopo all’innovativo e visionario architetto Frank Lloyd Wright il progetto di costruzione del celebre museo che aprì nel 1959. Dall’altro lato Peggy (1898-1979) sembra invece connotarsi secondo una scelta più “trasgressiva”, aperta, e trasversale. Si avvicina all’arte contemporanea quando aveva quasi quarant’anni, e attraverso i consigli del grande storico e critico Herbert Read, nonché di amici come Marcel Duchamp, Howard Putzel, e Nellie van Doesburg, si orienta verso le avanguardie europee, dal Cubismo al Surrealismo, non trascurando di acquistare i capolavori delle avanguardie astratte, arrivando ad includere nella sua collezione opere dell’Espressionismo astratto americano, di artisti come Jackson Pollock e Robert Motherwell, che espone a New York, durante la breve ma intensa e feconda stagione della sua galleria Art of This Century (1942-1947), che precede la nascita del suo museo a Venezia nel 1951. Con la morte di Solomon nel 1949, il museo newyorkese acquisisce il suo nome, e sotto la nuova direzione di James Johnson Sweeney apre a correnti dell’avanguardia oltre all’astrazione, e in particolar modo all’arte europea e americana del secondo dopoguerra, ponendosi come museo d’arte moderna a contemporanea ad ampio raggio.
Negli anni la collezione originaria di Solomon ha visto l’accrescimento attraverso altre collezioni: l’eredità di Karl Nierendorf (1948), la collezione di Justin K. Thannhauser (1976), la collezione di Giuseppe Panza di Biumo (1990-1992), importanti donazioni dalla Robert Mapplethorpe Foundation (1992) e la Bohen Foundation (2001), e infine, nel 2012, le ottanta opere del dopoguerra americana e europea, con diversi capolavori, della collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof. Fondamentale per l’arricchimento e l’internazionalizzazione della Fondazione Solomon R. Guggenheim è stata la donazione da parte di Peggy Guggenheim della sua collezione nel 1976.
LA MOSTRA

Senza titolo. Arshile Gorky (Vosdanik Adoian; Khorkom Vari 1904-Sherman 1948), estate 1944, olio su tela, cm 167 x 178,2, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553
Foto di David Heald © Arshile Gorky by SIAE 2016
La mostra è suddivisa in nove sale: La prima presenta i due grandi collezionisti della famiglia Guggenheim: da un lato Peggy e la sua galleria-museo Art of This Century, dall’altro Solomon con il Museo Guggenheim di New York. La seconda sala approfondisce l’esperienza collezionistica di Peggy e la sua passione per il Surrealismo, la terza è dedicata a Jackson Pollock e alla sua avventura artistica, mentre le sale 4 e 5 sono dedicate all’Espressionismo astratto di de Kooning e alle esperienze artistiche che in quegli stessi anni maturano in Europa. Una saletta attigua accoglie oggetti amati da Peggy, tra cui quattro sculture realizzate da Laurence Vail, primo marito della mecenate e le “scatole” di Joseph Cornell, ricostruendo una magica Wunderkammer. La sala 6 è dedicata alla pittura Color-Field e alla Post Painterly Abstraction e ai mobiles di Calder, in parte appesi al soffitto in parte montati a terra. La sala 7 è dedicata interamente a Rothko, di cui Peggy riconobbe sin da subito le potenzialità, mentre conclude la mostra l’ambiente riservato alle ricerche artistiche degli anni ’60 in Europa e negli Stati Uniti: Preparativi, del 1968, un’opera di grandi dimensioni di Roy Lichtenstein, chiude idealmente il cerchio dell’avventura collezionistica della famiglia Guggenheim. Promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi e dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim con il sostegno del Comune di Firenze, la Camera di Commercio di Firenze, l’Associazione Partners Palazzo Strozzi, la Regione Toscana. Con il contributo dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Per info: http://www.palazzostrozzi.org/mostre/guggenheim/
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- Il pomeriggio soave (Le Doux Après-midi) Giorgio de Chirico (Volo 1888-Roma 1978), 1916, olio su tela, cm 65,3 x 58,3. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald © Giorgio de Chirico, by SIAE 2016
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- Verso l’alto (Empor) Vasily Kandinsky (Mosca 1866-Neuilly-sur-Seine 1944), ottobre 1929, olio su cartone, cm 70 x 49. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald
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- Curva dominante (Courbe dominante) Vasily Kandinsky (Mosca 1866-Neuilly-sur-Seine 1944), aprile 1936, olio su tela cm 129,2 x 194,3. New York, Museo Solomon R. Guggenheim. Solomon R. Guggenheim Founding Collection, 45.989. Foto di Kristopher McKa
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- Ritratto di Frau P. nel Sud (Bildnis der Frau P. im Süden) Paul Klee (Münchenbuchsee 1879-Muralto-Locarno 1940), 1924, disegno ad acquerello e ricalco a olio su carta montata su tavola dipinta a guazzo, cm 42,5 x 31, compresa la montatura. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di Carmelo Guadagno
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- Il bacio (Le Baiser) Max Ernst (Brühl 1891-Parigi 1976), 1927, olio su tela, cm 129 x 161,2. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald © Max Ernst, by SIAE 2016
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- Uccello nello spazio (L’Oiseau dans l’espace) Constantin Brancusi (Hobitza 1876-Parigi 1957), 1932-1940, ottone lucidato, h. cm 151,7 base inclusa. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald © Constantin Brancusi, by SIAE 2016
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- Composizione XI (Kompositie XI) Theo van Doesburg (Utrecht 1883-Davos 1931) 1918, olio su tela con cornice dell’artista, cm 64,6 x 109 (cm 73,2 x 117,8). New York, Museo Solomon R. Guggenheim, 54.1360. Foto di Ellen Labenski
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- L’aurora (L’Aurore) Paul Delvaux (Antheit 1897-Furnes 1994), luglio 1937, olio su tela, cm 120 x 150,5. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald © Paul Delvaux Fondation, St Idesbald, Belgique, by SIAE 2016
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- “L’antipapa” (”The Antipope”). Max Ernst (Brühl 1891-Parigi 1976), 1941 circa, olio su cartoncino montato su tavola, cm 32,5 x 26,5. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di Carmelo Guadagno © Max Ernst, by SIAE 2016.
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- Oink (Essi vedranno i tuoi occhi). Leonora Carrington (Clayton-le-Woods o Chorley 1917-Città del Messico 2011), 1959, olio su tela, cm 40 x 90,9. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald © Leonora Carrington, by SIAE 2016
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- La pastorella delle sfingi (The Shepherdess of the Sphinxes) Leonor Fini (Buenos Aires 1907-Parigi 1996), 1941, olio su tela, cm 46,2 x 38,2. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald © Leonor Fini, by SIAE 2016
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- Busto di uomo in maglia a righe. Pablo Picasso (Malaga 1881-Mougins 1973), 1939, gouache su carta, cm 63,1 x 45,6. Venezia, collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald © Succession Picasso, by SIAE 2016
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- Senza titolo. Arshile Gorky (Vosdanik Adoian; Khorkom Vari 1904-Sherman 1948), estate 1944, olio su tela, cm 167 x 178,2, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553 Foto di David Heald © Arshile Gorky by SIAE 2016
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- Scatola in una valigia (Boîte en-valise). Marcel Duchamp (Blainville 1887-Neuilly-sur-Seine 1968), 1941, valigia di pelle contenente copie in miniatura, riproduzioni a colori e una fotografia delle opere dell’artista con aggiunte a matita, acquerello e inchiostro, cm 40,7 x 37,2 x 10,1, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di Sergio Martucci © Succession Marcel Duchamp, by SIAE 2016
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- Senza titolo. Jackson Pollock (Cody 1912- East Hampton 1956), 1946 circa, gouache e pastello su carta, cm 58 x 80. Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di David Heald © Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society, ARS, New York, by SIAE 2016
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- Risplendente (Shining Back). Sam Francis (San Mateo 1923-Santa Monica 1994), 1958, olio su tela, cm 202,6 x 135,4, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, 59.1560. Foto di Kristopher McKay © 2016 Sam Francis Foundation, California, by SIAE 2016
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- Il cancello (The Gate). Hans Hofmann (Weissenberg 1880-New York 1966), 1959-1960, olio su tela, cm 190,5 x 123,2, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, 62.1620 Foto di David Heald © Hans Hofmann, by SIAE 2016
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- Nudo-Donna sulla spiaggia. Willem de Kooning (Rotterdam 1904-East Hampton 1997), 1963, olio su carta, montata su tela, cm 81,3 x 67,3, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012, 2012.44. Foto diDavid Heald © The Willem de Kooning Foundation, by SIAE 2016
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- Senza titolo. Laurence Vail (Parigi 1891-1968), s.d., bottiglia di vetro e collage, h. cm 21.Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, 76.2553. Foto di Sergio Martucci
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- Luna gialla. Alexander Calder (Filadelfia 1898-New York 1976), 1966, lamiera dipinta, aste metalliche e filo d’acciaio, cm 162,6 x 243,8 x 177,8, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012, 2012.33 Foto di David Heald © Calder Foundation New-York, by SIAE 2016
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- Nascita. Kenneth Noland, 1961, olio su tela, cm 91,4 x 91,4, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012, 2012.90 Foto di David Heald © Kenneth Noland, by SIAE 2016
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- Miscuglio di grigio. Frank Stella, 1968-1969, olio su tela, cm 175,3 x 175,3, Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012, 2012.101 Foto di David Heald © Frank Stella, by SIAE 2016.
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- Concetto spaziale, Attese Lucio Fontana (Rosario di Santa Fe 1899-Varese 1968), 1965, idropittura su tela, cm 130 x 97. Venezia, Fondazione Solomon R. Guggenheim, Donazione, Fondazione Lucio Fontana, 88.3590 Foto di David Heald © Fondazione Lucio Fontana, Milano, by SIAE 2016
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- Preparativi. Roy Lichtenstein (New York 1923-1997), 1968, olio e acrilico Magna su tre tele, cm 304,8 x 548,6, New York, Solomon R. Guggenheim Museum, 69.1885 Foto di Kristopher McKay © Estate of Roy Lichtenstein New York, by SIAE 2016
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Eventi
FRANCESCO Mostra itinerante di Luciano Schifano in Casentino
Published
3 settimane agoon
4 Agosto 2026By
DailyMood.it
Francesco, la Sua esistenza, donata interamente all’amore, alla riconciliazione e alla fraternità, continua a parlare al cuore dell’umanità anche a ottocento anni dalla sua morte. Scoprire Francesco oggi significa lasciarsi coinvolgere da una storia che continua, silenziosa e forte, l’esortazione a vivere con la gente che, mostrando il mondo amato da Francesco, quello della campagna, gli animali, il silenzio, diventa un invito concreto ad accogliere il Vangelo nella vita quotidiana, a costruire ponti di dialogo con il creato.
Nel 2026 si concluderanno le celebrazioni del grande centenario francescano con gli ottocento anni dalla pasqua di Francesco (1226-2026) e l’artista Luciano Schifano fa suo il messaggio di Francesco, Il Cantico delle Creature, esprimendo il suo pensiero con discrezione, naturalezza, garbo, dedicando a Francesco tutta una serie di opere, che oggi compongono tre mostre telematiche, riunite in una mostra itinerante, organizzata a cura della scrittrice Lorena Fiorini, con il supporto dei Sindaci Luca Santini Pratovecchio Stia, Antonio Fani Castel San Niccolò, e con la direzione artistica della storica d’arte Alberta Piroci.
Il viaggio itinerante, che comprende 130 opere tra locandine, dipinti, retouchées e prove d’autore, creati negli anni che vanno dal 1965 al 2012, inizia dal Museo dell’Arte della lana, successivamente dal Casale di Pratovecchio Stia, prosegue al Castel San Niccolò, Strada in Casentino, Sala dell’Archivio storico Comunale, e ci auguriamo possa concludersi al Santuario della Verna.
Lo scritto più importante di San Francesco è universalmente riconosciuto nel Cantico delle Creature (o Cantico di Frate Sole). Composto nel 1224, è considerato il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. È un inno alla vita, a Dio e alla natura, fondamentale sia dal punto di vista più spirituale che linguistico perché scritto in volgare umbro (invece che in latino) per essere compreso da tutti. Una presenza forte che ci accompagna… come un seme che germoglia nella terra, la presenza di Francesco è luce e promessa per chiunque desideri camminare nella fraternità e nella speranza.
IL PERCORSO TRA SPIRITUALITA’ E ARTE
Direzione artistica della Storica d’Arte Alberta Piroci
E tutte le creature che sono sotto il cielo,
ciascuna secondo la sua natura,
servono e conoscono e obbediscono
al loro Creatore meglio di te, o uomo
(Fonti Francescane, Ammonimento V)
Ore 10,00 Stia-Museo dell’Arte della lana L’uomo e l’artista Luciano
Ore 12,00 Stia – Il Casale – Sala Conferenze Luciano Schifano
Le creature di Dio prive di ragione
Ore 18,00 Castel San Niccolò, Strada in Casentino
Sala dell’Archivio storico Comunale
I francescani costruttori di Chiese
Santuario della Verna
San Francesco e Sorella morte
ORGANIZZAZIONE: Lorena Fiorini
Già Presidente 2025/2026 Rotary Club Casentino
Presidente Associazione Culturale Scrivi la tua storia e Premio Letterario Donne tra Ricordi e Futuro
Sede operativa: Via Roma, 37-39 – 52017 – Pratovecchio Stia – (AR)
cell. 3473506000 – mail: info@scrivilatuastoria.com – info@lorenafiorini.it – www.lucianoschifano.it
COMUNICAZIONE WEB: Valentina Fiorini
TIPOGRAFIA: Marica Petti
UFFICIO STAMPA: Cristina Vannuzzi – mail:cristina.vannuzzi@gmail.com – cell 371 4640013
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Eventi
Steve MᶜQueen – Guggenheim Museum Bilbao
Published
4 settimane agoon
28 Luglio 2026By
DailyMood.it
9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027
Nel corso della storia dell’arte e nei diversi ambiti della creatività umana, alcune opere sono diventate un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione per la nascita di nuove creazioni. In 66–76–26, il toccante tema musicale Wild Is the Wind costituisce il punto di partenza e l’elemento centrale dell’installazione che l’artista e regista britannico Steve McQueen presenta al Guggenheim Museum Bilbao.
Scritta originariamente da Dimitri Tiomkin e Ned Washington per l’omonimo film del 1957, la canzone fu interpretata nella pellicola da Johnny Mathis e ottenne una candidatura all’Oscar. Da allora è stata riproposta in numerose versioni, tra cui spiccano quelle di Nina Simone, del 1966, e di David Bowie, del 1976. Lo stesso McQueen inserì il brano in una sequenza del suo film Widows del 2018.
Questa volta McQueen torna sulle due interpretazioni che lo affascinano da decenni, eliminando ogni accompagnamento strumentale e collocandole in uno spazio privo di altri suoni, immagini o stimoli che possano interferire con la percezione delle voci di Simone e Bowie. Nasce così una nuova opera, carica di emozione e sottigliezza. In linea con il costante interesse di McQueen per la creazione di condizioni capaci di favorire uno sguardo e un ascolto concentrati, il lavoro offre uno spazio in cui queste voci possono essere incontrate con un’intimità e un’attenzione fuori dal comune.
Per Occident è motivo di grande soddisfazione sostenere questo progetto sofisticato e capace di stimolare la riflessione. Mi auguro che possiate apprezzare una mostra che richiede un livello di attenzione e contemplazione al quale non siamo più abituati e nella quale la musica diventa l’essenza di un’esperienza intensa e profonda.
Hugo Serra Calderón
CEO di Occident
Steve McQueen: 66–76–26
Date: 9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027
Curatrice: Lekha Hileman
Sponsor: Occident
- Creata appositamente per il Guggenheim Museum Bilbao, 66–76–26 riunisce due iconiche registrazioni di Wild Is the Wind, presentate a cappella: l’interpretazione di Nina Simone del 1966 e la cover di David Bowie del 1976.
- In parte canzone d’amore, in parte lamento e in parte dichiarazione di desiderio, Wild Is the Wind accompagna Steve McQueen da oltre trent’anni, richiamandolo continuamente a sé grazie alla sua complessità emotiva.
- 66–76–26 è un’opera inedita in cui due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio, entrando in dialogo con l’architettura mentre i visitatori attraversano la galleria.
Il Guggenheim Museum Bilbao è lieto di presentare 66–76–26, una nuova, importante installazione di Steve McQueen. Concepita appositamente per il Museo, l’opera riunisce due registrazioni iconiche di Wild Is the Wind: l’interpretazione del 1966 di Nina Simone della canzone composta da Dimitri Tiomkin e Ned Washington e la cover realizzata da David Bowie nel 1976.
Private dell’accompagnamento strumentale, le due versioni vengono presentate a cappella, con le voci separate nello spazio all’interno di una galleria immersa nella penombra. Due interpretazioni distanti dieci anni, ascoltate in una forma completamente nuova. La mostra è sponsorizzata dalla compagnia assicurativa Occident.
Da oltre trent’anni Wild Is the Wind occupa un posto importante nel lavoro di McQueen. Dopo avere ascoltato per la prima volta la registrazione di Bowie a metà degli anni Novanta e avere successivamente scoperto la versione di Simone, l’artista ha continuato a tornare alla canzone, attratto dalla sua complessità emotiva e dalla capacità di rivelare nuovi significati con il trascorrere del tempo.
Come ha osservato lo stesso McQueen, il brano non si lascia racchiudere in un’unica interpretazione. È allo stesso tempo una canzone d’amore, un lamento e una dichiarazione di desiderio, capace di continuare a provocare e interrogare chi l’ascolta.
In 66–76–26, McQueen riduce le registrazioni al loro elemento più essenziale: la voce umana. La voce di Simone emerge da un lato dello spazio, mentre quella di Bowie le risponde dal lato opposto. Muovendosi nella galleria, i visitatori sentono le due voci svilupparsi in un dialogo che attraversa l’architettura.
Ciò che nasce non è né un confronto né una riconciliazione, bensì un’opera nuova, nella quale due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio.
Il titolo richiama gli anni in cui Simone e Bowie registrarono le rispettive versioni della canzone, oltre all’anno della mostra. Riunendo due interpretazioni separate da un decennio e presentandole cinquant’anni e sessant’anni dopo, McQueen crea un incontro capace di annullare la distanza storica.
L’opera invita a riflettere non soltanto sulla forza duratura della canzone, ma anche sui contesti sociali e politici che hanno accompagnato il percorso delle due registrazioni. Nate in periodi segnati da sconvolgimenti, incertezza e trasformazioni – il movimento per i diritti civili, la guerra del Vietnam e lo scandalo Watergate – queste interpretazioni parlano con particolare intensità anche al nostro presente.
In opere recenti come Bass (2024), Untitled (2025) e Atlas (2026), McQueen si è orientato sempre più verso il suono, la luce e la percezione, utilizzandoli come materiali primari. Invece di costruire narrazioni attraverso le immagini in movimento, questi lavori esplorano il modo in cui fenomeni immateriali possano influenzare l’esperienza corporea e l’attenzione collettiva.
66–76–26 prosegue questo percorso, ampliando la ricerca di McQueen sulle possibilità dell’opera d’arte di agire oltre i confini della cornice.
L’installazione trasforma la galleria in un ambiente essenziale e immerso nella penombra, studiato per amplificare la consapevolezza acustica. Privati delle distrazioni visive, fatta eccezione per la sorgente sonora, i visitatori diventano intensamente consapevoli del suono, del silenzio, del respiro e della durata.
Come ha spiegato McQueen, l’opera nasce da una concezione del silenzio come materiale attivo, un’idea che l’artista associa all’interesse di Miles Davis per gli spazi tra le note, nei quali il significato emerge non soltanto da ciò che è presente, ma anche da ciò che viene trattenuto.
Questo principio determina la struttura di 66–76–26, dove le pause, i respiri, l’attesa e gli intervalli assumono la stessa importanza delle voci.
Questa riduzione non è un semplice esercizio di minimalismo, ma un tentativo di raggiungere l’essenziale. McQueen ha raccontato di voler eliminare il rumore e concentrarsi sugli elementi fondamentali, per chiedersi che cosa rimanga quando tutto ciò che è superfluo viene rimosso e se quello che resta sia abbastanza forte da sostenere l’opera.
Al centro di questa domanda si trovano due voci che si intrecciano e l’intensità che entrambe racchiudono.
«L’amore è l’unica cosa per cui valga la pena vivere e morire», ha dichiarato McQueen parlando del desiderio che percepisce in entrambe le interpretazioni. «Nonostante tutto ciò che accadeva nel mondo, alla fine tutto si riduce a questo. È l’unica cosa.»
La mostra è accompagnata da un catalogo completamente illustrato, progettato dall’acclamata graphic designer olandese Irma Boom. Concepita come un’estensione dell’installazione e non come una sua semplice documentazione, la pubblicazione riunisce materiali d’archivio e fotografici dedicati a Nina Simone e David Bowie, insieme a testi commissionati appositamente.
Tra questi figurano una conversazione tra McQueen e la curatrice Lekha Hileman, dedicata alla realizzazione dell’opera, al fascino duraturo della canzone e al percorso di una ricerca artistica che ha sempre messo alla prova i confini di ciò che l’arte può chiedere allo spettatore, oltre a un nuovo saggio della storica dell’arte e artista Cora Gilroy-Ware, che esplora l’eredità culturale e artistica di Simone e Bowie.
Il catalogo propone un dialogo tra immagine e suono, presenza e assenza, intimità e performance, interrogandosi sul modo in cui due artisti così unici continuino a risuonare attraverso le generazioni.
Parallelamente alla mostra, il Museo presenterà una rassegna dedicata all’opera cinematografica di McQueen, offrendo al pubblico l’opportunità di riflettere sul rapporto tra il suo lavoro per il cinema e quello destinato agli spazi espositivi.
Sebbene i film di McQueen abbiano ottenuto riconoscimenti internazionali – tra questi 12 Years a Slave, vincitore dell’Oscar – 66–76–26 porta in primo piano i temi che da sempre animano la sua pratica artistica: la percezione, la dimensione corporea, la memoria, la durata e la capacità dell’arte di creare spazi di riflessione e incontro.
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Eventi
After –Un percorso di lavoro. Fendi Karl Lagerfeld, la mostra alla Galleria d’Arte moderna
Published
1 mese agoon
22 Luglio 2026
Nel 1985 la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea a Roma ospitò la mostra che celebrava i vent’anni di lavoro di Karl Lagerfeld per Fendi. Oggi, dopo più di trent’anni, Maria Grazia Chiuri, attuale direttrice creativa di Fendi, rievoca questa esposizione, ma soprattutto la figura di Lagerfeld, guida della Maison romana. In esposizione ci sono schizzi, tele, carte, tavolette che riproducono prove di lavorazione ideate da Fendi nell’arco di venti anni di attività. Fino al 25 ottobre 2026, infatti, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea sarà possibile ammirare After Un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985, che ripropone la mostra inaugurata nel 1985. La rassegna, curata da Maria Luisa Frisa, è stata inaugurata in occasione della sfilata di Fendi Couture, che è stata ospitata nelle sale dedicate alle opere del Novecento della GNAMC. L’esposizione odierna segue il più fedelmente possibile le orme dell’esposizione del 1985, nello stesso museo, ma in spazi diversi. Concepita per illustrare i diversi passaggi che conducono dall’ideazione alla progettazione e alla produzione del capo, si articola nelle sezioni: Tavolette, Caleidoscopio, Matrici Progettuali, Teatro, Pettine, Video, Schizzi e Computer, attraverso una sequenza narrativa basata su quella studiata dallo stesso Lagerfeld quarant’anni fa. La retrospettiva si configura come un percorso illustrato delle tappe di lavoro che si affrontano dall’idea iniziale prima di una collezione alla realizzazione finale dei capi che la costituiscono. Nel percorso c’è la rappresentazione della creatività di Lagerfeld , ma anche quella di chi inventa nuovi modelli e differenti tecniche di lavorazione, di un’equipe che realizza i capi secondo criteri antichi, ma anche sperimentali. “Ieri è trascorso-Oggi va passando- Non resta che domani- Solo l’avvenire mi interessa e mi intriga-La curiosità dell’ignoto è la più stimolante tra quelle della mia vita professionale che è la mia vita tout court”, dichiara Lagerfeld a proposito della sua mostra nel 1985 all’epoca una delle prime dedicate a un brand di moda ospitate in un museo. L’idea di Maria Grazia Chiuri di replicarla permette di andare oltre il racconto della sua concezione. Renderla fruibile oggi significa ricreare la presenza fisica dell’esposizione e generare una nuova iterazione con il pubblico. Al titolo originale della retrospettiva è stata anteposta la parola After, che comunica la ricontestualizzazione di oggetti e immagini finalizzata ad ottenere qualcosa di nuovo dopo la mostra originaria. Ricreare un’esposizione del passato è sempre un’operazione critica. Il tentativo di riproporre le sezioni, l’impianto allestivo e gli oggetti originari, nello stesso museo, ma in spazi diversi, ha posto diverse questioni, sia per quanto riguarda l’allestimento sia per i pezzi esposti, essendo recuperabili solo una parte di quelli del 1985. Tele e pellicce sono state sostituite da heritage reproductions. Tra le novità l’allestimento di una vastissima rassegna stampa che, attraverso illustri critici, documenta la discussione, allora generata dalla retrospettiva, sull’opportunità di portare la moda dentro un museo d’arte. Un gesto che ancora oggi fa riflettere sui problemi irrisolti della museologia della moda in Italia.
“Fendi / Karl Lagerfeld 1985. After Steps Through Work”, courtesy photo of Fendi Giorgio Benni
di Elena Parmegiani per DailyMood.it
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