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Mood History

FLESH, MIND AND SPIRIT

Mariani Emma

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Tutti gli amanti del regista premio Oscar Alejandro González Iñárritu, la cui ultima fatica “The Revenant” con Leo Di Caprio, arriverà a breve sui nostri schermi cinematografici, potranno approfittare di una bellissima selezione ad opera del regista, che si terrà alla Fondazione Prada dal 13 gennaio al 1 febbraio 2016.

Flesh, Mind and Spirit” rappresenta, infatti, una selezione di 15 film realizzata dal regista, vincitore di tre premi Oscar, in collaborazione con Elvis Mitchell, critico cinematografico e curatore al LACMA di Los Angeles.
Proposta per la prima volta nel 2009 al Prada Transformer realizzato da OMA a Seoul, la rassegna rappresenta un’occasione unica per rivivere le pulsioni, le suggestioni e le passioni che hanno animato il regista nella scoperta e nella visione di queste pellicole. Come spiega Iñárritu, “nonostante la natura estremamente eclettica di questa selezione, si può trovare un elemento in comune: le esperienze ricche di emozioni che i diversi film riescono a suscitare. Tutti hanno provocato in me appetiti che non avrei mai immaginato di avere”.
I lungometraggi sono divisi in tre categorie contraddistinte da altrettante parole chiave: “Flesh” che include I pugni in tasca (1965), Aguirre, furore di Dio (1972), Le stagioni (1975), Killer of Sheep (1977), Padre Padrone (1977), Yol (1982) e Il buono, il matto, il cattivo (2008); “Mind” che comprende L’anno scorso a Marienbad (1961), Soy Cuba (1964), La Ciénaga (2001) e You, the Living (2007), e “Spirit” che riunisce i film Ordet – La parola (1955), Madre e figlio (1997) e Silent Light (2007).
 Come sottolinea Elvis Mitchell a proposito delle pellicole, “in gran parte affrontano il tema della famiglia in crisi. La forza dei legami familiari è un elemento chiave per interpretare il modo in cui Iñárritu lavora, pensa e sente come regista e persona”.
Il 13 gennaio 2016 si terrà la proiezione al pubblico del film di Pál Fejös Lonesome – Primo amore (1928), con accompagnamento musicale dal vivo, a cura di Andrea Griminelli e Irene Veneziano.

Quindi, per chi non volesse perdere la possibilità di comprendere pienamente cosa c’è alla base delle opere del regista e il suo genio, sappiate che le proiezioni sono assolutamente gratuite, su prenotazione, si terranno al Cinema della Fondazione dal 13 gennaio al 1 febbraio 2016, tutti i giorni, tranne il martedì.
Per informazioni visitate il sito della Fondazione: http://www.fondazioneprada.org/projects/flesh-mind-and-spirit/

di Emma Mariani

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Lily-Rose Depp: Vanessa Paradis in campo lungo, Johnny Depp in primo piano.

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È stata una delle coppie fino a pochi anni fa più invidiate dello star system. Dopo la fine della favola abbiamo capito che non sarebbero vissuti felici e contenti. Ma Johnny Depp e Vanessa Paradis ora vivono insieme sul grande schermo grazie alla figlia, Lily-Rose Depp, protagonista del film di Louis Garrel, L’uomo fedele, nelle sale dall’11 aprile. Johnny Depp e Vanessa Paradis sembrano aver diviso a metà il loro patrimonio più importante, il codice genetico. E sembrano averlo fatto in senso pienamente cinematografico, quasi da registi. Guardate attentamente Lily-Rose ne L’uomo fedele, studiate la sua figura, e pensate quanto possa ricordare i genitori. Mamma Vanessa è tutta nei campi lunghi, papà Johnny è tutto nei primi, e nei primissimi piani.

La figura intera di Lily-Rose Depp, infatti, è una vera e propria fotocopia della madre. I capelli biondi, lunghi e sottili che cadono su quel viso magro, scarno, pallido. Non ha un filo di trucco, in questo film, Lily-Rose, solo un rossetto rosso, in un’unica scena, un voler essere donna senza esserlo mai completamente. Il fisico minuto, la figura slanciata e discreta. Lily-Rose Depp è bella in maniera educata, mai rumorosa.

E lo è anche nel vestire. Con quei suoi jeans semplici, attillati ma non troppo, scoloriti, di un colore chiaro come ce ne sono tanti. Sopra, un lineare giubbetto di jeans, o di pelle. Quando il suo amato la raggiunge a casa, finalmente, lei è così, un paio di jeans e una canottiera fucsia. Quasi come la madre in quel video di Joe Le Taxi, che la lanciò trent’anni fa, in cui la sua bellezza era sussurrata, così come la sua voce in quella canzone. Poco trucco, o niente, un paio di jeans e una felpa color salmone, con nessuna sovrastruttura sexy ad enfatizzare quel possibile ruolo da Lolita che poteva esserle assegnato di default. Lo stile, per una come lei, non è casuale: dal 2015 è un volto di Chanel, scelta da  Karl Lagerfeld, e testimonial per la collezione di occhiali Pearl Eyewear. E dal 2016 è testimonial del profumo Chanel N°5 L’Eau.

Ma poi, appena la macchina da presa stringe sul suo volto, ecco arrivarci tutto il “Deep impact”, tutta l’espressività del padre. I lineamenti sono i suoi, quel volto da nativo americano, quell’espressività inconfondibile, il viso scavato, gli zigomi alti. Anche la bocca è la sua, con quegli angoli un po’ verso il basso, e quella capacità di aprirsi in sorrisi stampati, a volte anche un po’ di plastica. E poi quegli occhi scavati, neri, profondi, estremamente espressivi. E in quegli occhi e in quel volto appare, inattesa, a metà film, quella follia che ha spesso contraddistinto i ruoli di Johnny Depp nella sua carriera. Quella follia è una proposta, una dichiarazione di guerra alla sua rivale in amore, quella Laetitia Casta che è la compagna di Garrel nel film (lo è anche nella vita), fatta da una ragazza per cui quell’uomo è un’ossessione fin da quando era piccola.

Perché, come si dice, in amore e in guerra tutto è concesso. E tutto è concesso anche ne L’uomo fedele, un Jules et Jim che incontra Il sospetto. È la storia di un triangolo amoroso che, se non si può certo paragonare a una storia di Truffaut, alla sua scrittura, alla sua regia, con quel cinema ha in comune una certa leggerezza, una certa giocosità. Relazioni che si sfaldano e si riannodano, persone che volano di fiore in fiore, tutto apparentemente senza sofferenza, e con estrema facilità. Il tutto davanti agli occhi (e le orecchie, soprattutto, fate attenzione a come li ascolta…) di un bambino. L’uomo fedele è la storia di un menage a trois, una storia che, in teoria, sarebbe drammatica: Garrel riesce però a raccontarla con momenti di ironia e comicità. Come se la vita fosse veramente una commedia. Ma non una commedia qualunque. Una commedia francese.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Boldi-De Sica, il meglio della loro carriera insieme

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Dopo tredici anni di separazione, Massimo Boldi e Christian De Sica sono tornati a fare coppia sul grande schermo. L’offerta cinematografica natalizia non li vedrà più, dunque, sfidanti a contendersi il pubblico al botteghino, come è spesso successo nelle ultime stagioni, ma di nuovo insieme, l’uno al fianco dell’altro nello stesso film. E per prepararci ad Amici come prima, dal 19 dicembre in più di 500 sale grazie a Medusa, vogliamo ripercorrere i momenti più divertenti della loro smisurata filmografia. Perché se questa pellicola ci regala una nuova veste della coppia, quello che c’è stato tra gli anni Ottanta e l’inizio del Duemila, rimarrà per sempre una fonte inesauribile di risate e, che piaccia o meno, una pagina epocale del nostro cinema.

Il primo incontro
Sebbene il primo film che li vede insieme nel cast sia I pompieri (1985), la pellicola in cui per la prima volta Massimo Boldi e Christian De Sica fanno veramente coppia sul grande schermo è Yuppies – I giovani di successo (1986) di Carlo Vanzina. Al loro fianco ci sono anche Jerry Calà ed Ezio Greggio, ma nonostante la struttura corale, il comico milanese e l’attore romano regalano duetti e scambi indimenticabili che fanno subito capire che la loro è la nuova coppia del cinema comico italiano. Grande affiatamento, perfetta complementarietà. Del film del 1986, indimenticabile la sequenza che li vede organizzare, data l’assenza delle rispettive consorti, la scappatella con due “facili” ragazze (“te dico solo i nomi… Loredana e Moana”). D’altronde, come recita il dentista Sandro (interpretato da De Sica), “mogli in vacanza inizia la danza”.

Gli anni Novanta e le nuove Vacanze di Natale
La vera epoca dei cinepanettoni inizia nel 1990, con Aurelio De Laurentiis che decide di riproporre il “format” vanziniano delle vacanze in montagna, che ebbe tanto successo nell’83. Alla regia c’è Enrico Oldoini, che dirige Vacanze di Natale 90 e poi Vacanze di Natale 91. Due film con diverse storie che si intrecciano (che vedono tra i protagonisti anche Ezio Greggio, Andrea Roncato, Diego Abatantuono nel primo, e addirittura Alberto Sordi nel secondo), dove però a spiccare sono proprio Boldi e De Sica, che recitano fianco a fianco e rafforzano la loro intesa. Con atmosfere più surreali e demenziali rispetto al passato, i due regalano momenti irresistibili, dalla sfida in Ferrari e la “cena delle sberle” del primo (con De Sica che si sbaglia e fa piedino a Boldi), alla condivisione forzata di una stanza d’albergo nel secondo (con inevitabile quanto improbabile scambio di coppie).

En travesti
Se in Amici come prima, De Sica si finge donna per ottenere il posto di badante del vecchio Boldi, in passato si sono ritrovati entrambi in panni femminili. Vero cult, ad esempio, è l’episodio di Anni 90 con i due attori che, travestiti da donna per carnevale, alla fine si ritrovano con la macchina in panne vicino da un gruppo di prostitute transessuali. Spassoso il momento che li vede cantare in macchina Donna del Quartetto Cetra. Se De Sica in abiti femminili riesce ad avere la consueta eleganza, il risultato di Boldi con pelliccia, body e parrucca è irresistibile. Sempre in abiti femminili li ritroviamo anche nell’antica Roma di S.P.Q.R. – 2000 e 1/2 anni fa, quando si presentano nei panni delle sgraziate cuoche Lella e Nella in casa del senatore Cinico (Leslie Nielsen).

Dall’antica Roma alla Firenze di Lorenzo il Magnifico
Si può ridere del presente anche immergendoci nel passato? Sì, si può, e grazie al genio ironico dei fratelli Vanzina, Boldi e De Sica, dopo la rivisitazione di Tangentopoli in “salsa” romana del citato S.P.Q.R., viaggiano dalla preistoria agli anni Sessanta, passando per la Firenze Rinascimentale e la Seconda guerra mondiali, nel dittico A spasso nel tempo. Indimenticabile l’episodio alla corte di Lorenzo il Magnifico, quando inventano il calcio e consigliano al mecenate fiorentino l’acquisto di Batistuta, così come la sfida contro il lucertolone che attacca le parti intime di Boldi.

La passione per la doccia…
Forse la scena più esilarante della storia cinematografica della coppia Boldi-De Sica è quella memorabile della doccia in Vacanze di Natale 95. Da quel momento in poi, la doccia è diventato un topos ricorrente nella loro filmografia. In Vacanze di Natale 2000, si ritrovano a condividerla con Megan Gale, in Natale sul Nilo rimangono incastrati nel box non riuscendo a fermare il flusso dell’acqua e finendo per sfondare il pavimento e travolgere i poveri Fichi d’India nella stanza al piano di sotto.

Dall’Egitto all’India, i duetti “esotici”
Dopo i risultati al botteghino un po’ deludenti di fine anni Novanta, la resurrezione del cinepanettone arriva con Merry Christmas, che vede Boldi e De Sica in vacanza ad Amsterdam (cult la scena dei piercing). Da quel successo, i due iniziano a viaggiare il mondo con i loro film natalizi. Natale sul Nilo, Natale in India e Natale a Miami (escludendo la parentesi Christmas in Love) sono gli ultimi grandissimi successi della coppia. Qualche volgarità di troppo, ma tante tante risate. Nel primo da ricordare la scena sull’aereo nel deserto egiziano, nel secondo la gita sull’elefante, nel terzo il travolgente momento in cui i due, a casa di un killer, si ritrovano a mangiare testicoli umani. Esageratamente scorretto, per alcuni trash puro, ma in ogni caso l’ultima scena veramente comica della loro lunga carriera insieme. Prima di questo Natale, ovviamente.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Amy Adams. Infinite sfumature di rosso

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Era già stata una giornalista, sullo schermo, Amy Adams. Era stata Lois Lane, in Superman: Man Of Steel di Zack Snyder. Ma lì eravamo a tutti gli effetti in un altro mondo, quello dei fumetti, e, pur essendo un personaggio umano, la sua Lois era indubbiamente un carattere stilizzato. In Sharp Objects, la nuova serie cult HBO, in onda su Sky Altantic, la sua Camille Preaker è un personaggio reale e pulsante. È una giornalista di secondo piano, una che non vincerà mai il Pulitzer, una che viene mandata in provincia solo perché una serie di delitti sono stati commessi nella sua città natale, Wind Gap. E il suo direttore le chiede di scrivere un pezzo di colore, “un quadretto suggestivo”.

Era la ragazza più bella di Wind Gap, Camille. Oggi non è certo una numero uno. Se non sapessimo, fin dalle prime scene, che è una giornalista, potrebbe sembrarci una detective privata. Sbiadita, stropicciata, sfinita, la Camille di Amy Adams sembra la versione attuale e femminile dei tanti loser dei noir anni Quaranta. I suoi capelli rossi sembrano più sbiaditi, lei appare spenta. Il suo è un lavoro di sottrazione, di understatement. Difficile, per una come lei, che ci ha abituato a illuminare lo schermo. Ma Amy Adams ci riesce alla grande. E allora tocca andare dietro alla patina ovattata che ricopre Sharp Objects, dietro la sua recitazione sottotono, dietro a tutto questo per ritrovare quei suoi occhi vispi, svegli, quella carnagione rosa pallido, i tratti del viso morbidi che qui fa di tutto per indurire. Una sigaretta dietro l’altra, un whisky (o una vodka) dietro l’altro, ogni gesto fa di Camille/Amy Adams una Philip Marlowe al femminile. È una figura nera – i jeans attillati, gli stivali, le felpe infeltrite – che si staglia sul verde umido del Midwest, e attraversa, come un fantasma, i luoghi del suo passato.

È il punto più lontano di un’evoluzione che non potevamo immaginare, siamo agli antipodi del punto di partenza con il quale l’avevamo conosciuta, quel Come d’incanto, prodotto dalla Disney, in cui ironizzava sulla classica principessa disneyana, una Cenerentola, che, però, dalle favole, veniva bruscamente portata nella realtà, nella New York di oggi. I capelli rosso vivo, gli occhi azzurri, il sorriso smagliante e l’espressione sognante: Amy era una principessa così perfetta da sembrare disegnata (e lo era, nella prima parte del film, quella ambientata nel mondo dei cartoni), così come lo era la sua Amelia Earhart in Una notte al museo 2, altra sorta di cartoon per attori in carne ed ossa. La Amy che avevamo conosciuto era gradevole, fresca, perfetta per quei ruoli. Ma nessuno pensava che l’attrice nata in Italia, a Vicenza (nel 1974) e cresciuta per i primi anni di vita ad Aviano (Pordenone, dove il padre, militare, lavorava), fosse capace di dare profondità, e aspetti di volta in volta diversi, a quel volto carino.

Ci ha stupito più volte, Amy Adams, in questo suo percorso che l’ha portata fino a Sharp Objects, in cui il rosso dei suoi capelli ha attraversato un’infinità di sfumature. La prima volta è stata in The Fighter, un primo tentativo di sporcare quella bellezza da favola, nel ruolo di una barista: una ragazza comune, jeans e canotta scollata, ma con una dose di sensualità che fino ad allora non le avevamo mai associato, donatale da qualche chilo e qualche forma in più, dovuti alla gravidanza in stato iniziale. Percorso inverso, ma stesso risultato: qualche anno dopo abbiamo ritrovato Amy irresistibile come non mai in American Hustle, ancora diretta da David O. Russell, un film ambientato negli anni Settanta. Perfetto contraltare di un Christian Bale sovrappeso e grottesco, Amy Adams appare tonica, il fisico nervoso e tirato a lucido, nei succinti abiti Seventies, scollati davanti e sulla schiena, fermando il tempo ogni volta che attraversa la scena, con i suoi capelli che diventano ricci e più tendenti a un luminoso castano.

Se American Hustle è azione e muscoli, e interpretazioni sopra le righe, Amy Adams è tornata a lavorare di sottrazione nella doppia interpretazione che l’ha finalmente consacrata come star del cinema d’autore, in quell’anno di grazia, il 2016, che l’ha vista protagonista di Animali notturni, di Tom Ford, e Arrival, di Denis Villeneuve. Tom Ford riveste Amy di abiti eleganti e di colori laccati che sembrano uscire da una tela di Hopper, i capelli lisci ramati, il rossetto rosso, gonne attillate e stivali sotto al ginocchio, fissandola in un’immagine iconica da cui è ancora più difficile far trasparire il dolore, il rimpianto, la perdita. Che però ci arrivano tutti. È il contrario di quello che accade in Sharp Objects, dove il dolore trasuda dalla pelle senza luce e senza trucco, mentre qui è ingabbiato da rossetti e mascara. Villeneuve invece lascia spesso la sua carnagione chiara e i capelli rossi liberi, illuminati dalla luce del sole, alla natura, quando non la ingabbia nella tuta da astronauta.

Capace di sembrare una diva d’altri tempi come una tipica ragazza di oggi, una principessa delle favole come una donna determinata e volitiva, Amy è entrata anche nel mondo di Tim Burton, dove l’incanto non è propriamente quello di una classica favola, ma contiene sempre qualcosa di insolito. È interessante che la Adams, nota per i suoi grandi occhi blu, abbia finito per interpretare Margaret Keane, la donna dietro i famosi ritratti con i grandi occhi in Big Eyes. Ogni volta che recitga in un film, immaginiamo sia difficile non chiederle di spalancarli, di non aprire il suo sorriso brillante. In Sharp Objects Amy Adams tiene a freno tutto questo, tutti i suoi punti di forza. E, nonostante tutto, o forse proprio per questo, è ancora una volta irresistibile.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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