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Prestigioso invito in Puglia per il Professore fiorentino Andrea Tedesco

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Il Professore ritorna in Puglia dove si terrà, il 23 Maggio, un Corso teorico-pratico a San Pancrazio Salentino, al Centro Dentale Sisto.

Sarà una presenza straordinaria, quello del Professore in Puglia, che ritorna nella splendente regione dove, dopo appena un anno, si è svolto l’evento internazionale più importante in Italia sull’Implantologia Zigomatica e Pterigoidea: il IV° Zygoma Day, congresso internazionale giunto alla quarta edizione, dove il Prof. Tedesco ha presentato ha  presentato ufficialmente per la prima volta la Zygomatic Implants World Academy, la prima Società Mondiale di Implantologia Zigomatica.

 Il prossimo 23 Maggio a San Pancrazio Salentino, al Centro Dentale Sisto, dove è Direttore sanitario il Dottor Carmelo Sisto, verrà presentato il Corso sul “ Trattamento Full Arch del Mascellare Superiore” alla presenza di tantissimi colleghi provenienti da tutto il mondo. Il Professor Tedesco, relatore del Corso, presenterà l’approccio Piezoelettrico eseguendo anche un intervento chirurgico in diretta live. I partecipanti potranno inoltre esercitarsi su modelli anatomici sulla tecnica piezoelettrica sempre sotto la supervisione del Prof. Tedesco

Durante la permanenza in Puglia nella settimana del corso alcuni colleghi hanno chiesto al Professore di eseguire degli interventi di implantologia zigomatica su pazienti gravemente atrofici difficili da gestire con tecniche implantari convenzionali.

 Nota sul Professor Tedesco.

 Il Professor Andrea Tedesco, Implantologo fiorentino, ha messo a punto un nuovo protocollo chirurgico da lui definito “Tecnica Zigomatica Minimamente Invasiva TZMI” che ha riscontrato un enorme successo. Infatti nel 2016, ha avuto il massimo riconoscimento alla Royal Society of Medicine a Londra.

Successivamente, nel Luglio 2018, un anno dopo presso l’House of Common a Westmister,  Andrea Tedesco è stato insignito

dell’ International Award Excellence 2019 quale Best Zygomatic Implantologist, e nel 2024, sempre a Londra, ha ricevuto il prestigiosissimo Premio “ International Award of Excellence & British Healthcare Award “ come “Pioneer in Zygomatic Implantology”, uno dei più importanti riconoscimenti per quelle eccellenze mondiali in ambito medico che si sono distinte per la loro professionalità, ricerca e innovazione.

Ed è proprio in Puglia, a Lecce lo scorso anno, che il Professore ha  presentato ufficialmente per la prima volta la Zygomatic Implants World Academy, la prima Società Mondiale di Implantologia Zigomatica.

Un approccio innovativo che ha aperto moltissime strade con richieste da tutto il mondo per corsi ed interventi live su casi complessi.

Centro Dentale Sisto
Via Aldo Moro
San Pancrazio Salentino (BR)

 Prof. Dr. Andrea Tedesco
Medico Odontoiatra
Specialista in Chirurgia Odontostomatologica
Docente al Master di II livello in Implantologia Zigomatica, Università degli Studi di Pisa
Presidente della Società Italiana di Implantologia Zigomatica e Pterigoidea
Presidente della Zygomatic Implants World Academy

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Walter Farnetti, l’amore al gusto di gin tonic

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Pasticcini, notti d’estate e sentimenti contraddittori in Wonderful Pasticcino

Storico dell’arte, bidello e osservatore appassionato delle contraddizioni umane, Walter Farnetti esordisce con un romance folle, brillante e popolato da personaggi che non sanno stare fermi dentro una definizione.

Basta uno sguardo sul bordo di una piscina per mettere in moto Wonderful Pasticcino, il romanzo d’esordio di Walter Farnetti, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER. A incrociarlo sono Elena, frizzante, paranoica e incline alle cotte fulminanti, e Luca, placido, bellissimo, enigmatico. Entrambi lavorano per la Miliardaria, una tiranna che impartisce ordini in un idioma fatto di inglese, italiano e perfidia.

Da quell’incontro nasce una tempestosa ricerca per ritrovarsi: una caccia al tesoro sentimentale che trascina amici, parenti, colleghi e passanti in un vortice di disavventure, eccessi e ripensamenti. Pasticcini, cocktail, spiagge e selvagge notti d’estate compongono una commedia romantica in cui perfino gli oggetti possono dire la loro.

La sua biografia d’autore sembra già una dichiarazione di poetica: capelli lunghi, una laurea in Storia dell’Arte, il lavoro di bidello, passioni che vanno dall’architettura alla teologia, dai sentimenti contraddittori alle cantanti da ballo di Chianciano Terme. È da questo sguardo colto, ironico e felicemente laterale che nasce un romance capace di prendere sul serio l’amore senza rinunciare al gusto dell’assurdo.

L’intervista

  1. La tua biografia è già un piccolo racconto surreale, tra Storia dell’Arte, teologia, cantanti da ballo di Chianciano e Monica Bellucci che scende da una barca. Quanto di questo sguardo ironico e laterale è entrato in Wonderful Pasticcino?

Nella mia vita, ancora, e ancora mio malgrado, continuano ad assumere un’importanza struggente cose che non contano nulla. Sono un grande spettatore di minuzie, tic, tutte le frattaglie dell’esistenza. Ho uno sguardo innamorato verso gli occhi, le rughe, le mani, il modo in cui la commessa srotola lo scontrino alla cassa (di recente, a Ladispoli, una lo ha fatto con tanta rabbia e confusione che Paolo Crepet potrebbe scriverci il prossimo saggio). Direi che questo sguardo laterale (depurato dai ricordi del catechismo, mediato dalla fede in Sergio Mattarella, comunque pre-filtrato dal mio avvocato) è stato il motore del libro.

  1. Wonderful Pasticcino è il tuo romanzo d’esordio: qual è stata la prima immagine, frase o ossessione da cui è cominciata la storia?

Ragionavo da tempo sull’immagine di una piscina all’aperto; lo strano silenzio e lo strano vocio delle piscine d’estate. L’acqua che è calda, una foglia, un moscerino; macchie di crema solare, riviste aperte a metà. Quell’incomprensibile grumo di desiderio, accidia. Avere voglia di cambiare il mondo e decidere in ultimo che il modo migliore per farlo sia restarsi a piastrare sulla sdraio.

  1. Tutto nasce da uno scambio di sguardi sul bordo di una piscina. In un tempo di chat, profili e relazioni filtrate dagli schermi, che cosa ti affascina ancora del colpo di fulmine?

Il colpo di fulmine è un atto di coraggio, di spregiudicatezza, di prepotenza; un vero gesto punk, pura voglia di vivere e eterna gioia di fare polemica. Chat, foto, filmati impongono mediazioni, differite. Lontananze. L’uomo spregiudicato di fronte a tutto alza il mento e dice: “Ah, sì? E allora mi innamoro!”.

  1. Elena è frizzante e paranoica, Luca placido ed enigmatico: li hai costruiti come opposti destinati a completarsi o come due modi diversi di complicarsi la vita?

Secondo me tutti i nostri atteggiamenti, gioia e mistero, frizzantezza e malinconia, non fanno altro che rimandare l’incontro con se stessi, mascherare lo stralunato, abissale vuoto dell’uomo di fronte alla propria finitudine. Ma, con la proverbiale bonomia di quando d’estate mi si schiariscono i capelli, diciamo pure che sono opposti che si attraggono.

  1. La Miliardaria parla una lingua inventata, fatta di inglese, italiano e perfidia. Come è nato questo personaggio e che rapporto c’è, nel romanzo, tra linguaggio e potere?

C’è stato un periodo in cui ascoltavo molte interviste a Raz Degan; una volta ho incontrato Corinne Clèry in un ristorante. Lavoro coi bambini, talvolta mi impigrisco e non finisco le frasi. Uso il traduttore di Google, mi piace Giusy Ferreri, c’è un ristorante giapponese a Viterbo in cui la proprietaria cinese parla umbro. Direi che in me si è sviluppata un’attrazione per le lingue irreali, che, violando le leggi, finiscono per diventare più personali, coinvolgenti.  Il personaggio della Miliardaria è nato pensando che in ognuno di noi ci sia una Miliardaria, che vuole tutto, e vuole piangere di tutto, e vorrebbe poter comprare tutto. E quella Miliardaria in noi esprime il suo potere esattamente così: come un bambino, come uno scemotto, come Raz Degan.

  1. Nella storia tutti contribuiscono al racconto, persone e perfino oggetti. La tua formazione in Storia dell’Arte e l’interesse per l’architettura ti hanno insegnato a guardare gli spazi e le cose come presenze narrative?

Ho un grande amore per gli oggetti: li contemplo, li analizzo, spessissimo li rompo. Rompo molte tazze, molti bicchieri, tutte le chiusure lampo. Credo mi piaccia segretamente scoprirne l’origine, il principio nascosto. Quando la regina Elisabetta indossava un gioiello, era così importante; quando Franco il netturbino carica il camion, niente vale niente, le cose sono solo cose. E tutte le cose della nostra vita sono così: importantissime, e non contano niente.

  1. La ricerca di Elena e Luca attraversa pasticcini, cocktail, spiagge, eccessi e passi indietro. Quanto era importante che l’estate non fosse soltanto uno sfondo, ma una vera temperatura emotiva del romanzo?

Volevo che l’estate fosse proprio l’orizzonte, l’atteggiamento. D’estate facciamo – ci concediamo, osiamo – ciò che in ogni altra stagione sarebbe inopportuno, impensabile. E’ la ragione per cui a Ferragosto anche la severissima impiegata della Asl balla la pizzica.  Il regalo che ci fa l’estate è sperimentarci: provare vite che ci illudiamo di proseguire, immaginarci in luoghi lontani, cambiare volto, cambiare asciugamano. Fare acquagym. I personaggi che sbocciano d’estate possono permettersi tutto.

  1. Il pasticcino del titolo è una promessa di dolcezza, ma la storia è anche magnifica, tormentata e innaffiata di gin tonic. Come hai scelto il titolo e quale sapore volevi lasciasse al lettore?

C’è stato un giorno a Venezia in cui passeggiavo con mia moglie accanto a una barca, poi un leone di pietra, poi un ponte, un altro ponte. “Voglio un titolo assurdo, dolce, sprezzante: Beautiful bocconcino… Italian boy-smack”.  Volevo insomma che fosse divertente, ma avesse anche dei significati.

  1. Il romanzo gioca con i codici del romance e conserva un tono comico, quasi irriverente. Come si fa a prendere sul serio i sentimenti senza diventare solenni e a farne sorridere senza scivolare nel cinismo?

Tratto i sentimenti come gli oggetti. I sentimenti sono sempre – e sempre insieme – la corona della Regina Elisabetta e i soprammobili buttati via da Franco il netturbino: contano tantissimo, e niente.

  1. Dopo questo esordio, che cosa speri trovi il lettore in Wonderful Pasticcino e quale contraddizione, sentimentale o letteraria, vorresti esplorare nel prossimo libro?

Spero che il lettore abbia una parentesi di spensieratezza, quel genere di spensieratezza che ti fa venire voglia di buttare via una bomboniera o di laurearti da vecchio. Quanto al futuro, sto studiando la complicata interrelazione tra innamoramento e prove allergiche. Cioè: si può comunque essere seduttivi se si è allergici al lattosio?

di Redazione

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Cristina Pender, comunicare senza filtri – Lavoro, desideri e fughe parigine in #NoFilter. Una PR in fuga

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Finalista del concorso Arkadia LOVER, l’addetta stampa e professionista della comunicazione esordisce nella narrativa con una chick-lit brillante sul coraggio di smettere di vivere una vita perfetta soltanto sulla carta.

Di giorno Alice scrive comunicati stampa e organizza eventi; di notte prepara biscotti sui quali imprime le frasi che nella vita preferisce tacere. È da questa contraddizione, ironica ma molto contemporanea, che prende forma #NoFilter. Una PR in fuga, il romanzo d’esordio di Cristina Pender, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER.

Laureata in Pubbliche relazioni, addetta stampa e docente di comunicazione e marketing, Cristina ha lavorato anche come blogger e creatrice di progetti editoriali per il mondo kids e hospitality. Nel 2020 ha fondato Ladidà Biscuits, un piccolo brand di biscotti personalizzati. Non sorprende, quindi, che tra lei e Alice affiorino echi biografici: il lavoro nelle PR, l’amore per Parigi, le parole e quei biscotti capaci di dire ciò che spesso resta in sospeso.

Ambientato tra Cagliari e il sogno di una fuga parigina, il romanzo racconta l’incontro tra Alice e Alessandro Corona, imprenditore dell’hotellerie di lusso. L’antipatia iniziale diventa attrazione, ma le attenzioni di lui si alternano a silenzi e sparizioni. Dietro la leggerezza della chick-lit, #NoFilter parla di identità, aspettative, amicizia e della libertà di scegliere una felicità meno perfetta, ma finalmente propria.

L’intervista

  1. #NoFilter. Una PR in fuga è il tuo romanzo d’esordio. Ricordi il momento in cui Alice ha smesso di essere soltanto un’idea e hai capito che la sua storia sarebbe diventata un libro?

CRISTINA PENDER: Non c’è stato un momento esatto. La nascita di questo romanzo è stata più che altro un processo non lineare, durante il quale si sono accumulate idee, riflessioni, dettagli, caratteristiche rubate qua e là. Pian piano questi elementi si sono naturalmente collocati e hanno dato vita alla storia. Ma se devo ricordare un momento di svolta è stato quando ho capito chi dovesse essere Alice e le ho permesso di essere un disastro. Ho sentito fortemente che per far funzionare la storia dovevo lasciarla libera. Libera di essere insicura, di sbagliare, di non imparare dai propri errori, di inciampare, letteralmente e figurativamente, di non sapere cosa fare, libera di incasinarsi la vita, come facciamo nella realtà. Secondo me è stato il suo modo di essere imperfetta che ha permesso al romanzo di esistere.

  1. Il romanzo è arrivato tra i finalisti del concorso Arkadia LOVER e poi alla pubblicazione. Che cosa ha significato per te questo riconoscimento e quanto ha cambiato il modo in cui ti percepisci come autrice?

 CP: Ha significato che la storia che avevo scritto non sarebbe più stata solo mia. Sarebbe uscita dal mio cassetto per arrivare ad altre persone. Io desideravo fortemente che la storia di Alice venisse letta, che fosse capace di intrattenere, emozionare o evocare quella sensazione di riconoscersi nelle pagine che i libri sanno dare. La pubblicazione stava per rendere tutto questo possibile. Ma rende possibile anche l’altra faccia della medaglia, perché pubblicare significa anche accettare il rischio contrario, Alice poteva non essere amata come la amo io.  Quindi è stata una felicità assoluta mista a una grande consapevolezza. Però non ero intimorita, avevo voglia di mettermi in gioco. Su come è cambiato il modo in cui mi percepisco come autrice ti direi che nato un nuovo senso di responsabilità. Quando il mio direttore di collana Giovanni Lucchese e Arkadia hanno scommesso su di me sapevo che non stavo rispondendo più solo a me stessa, ma anche a delle persone che mi stavano dando fiducia. Lo stesso vale per il lettore che acquista il tuo libro, paga il prezzo di copertina per leggerti e ti dedica il suo tempo. È nato quindi un senso di responsabilità profondo assieme al desiderio di non tradire la fiducia di chi sceglie di dedicarti risorse, tempo e attenzione.

  1. Sei addetta stampa, hai insegnato comunicazione e marketing, sei stata blogger e hai creato progetti editoriali. In che modo tutte queste vite professionali sono confluite nella scrittura del romanzo?

CP: Nei romanzi ogni dettaglio, ogni scena, dev’essere funzionale alla trama. Nella realtà non è proprio così, i percorsi sono più disordinati e casuali ma mi piace pensare che nella mia vita professionale sia successo proprio questo. Che le mie esperienze siano state una specie di preparazione a questo libro. Anche se non stavo seguendo una traiettoria precisa, si è creata naturalmente una costante: tutti i miei lavori richiedevano di maneggiare le parole. Come se fossero una palestra per un progetto più strutturato, che avrebbe richiesto l’uso di molte più parole. Parole che non servivano più per comunicare o informare, ma per creare una realtà. Probabilmente questa è una visione un po’ romanzata della mia vita, ma mi piace pensarla così.

  1. Alice lavora nelle PR, ama Parigi e prepara biscotti con le frasi. Dove finisce Cristina e dove comincia la sua protagonista?

CP: La tentazione di cercare l’autore nei protagonisti dei romanzi è forte e lo facciamo spesso, ma #NoFiter non è un romanzo autobiografico. Nei dettagli di superficie della storia di Alice c’è certamente molto del mio mondo. Amo follemente Parigi, ho dimestichezza con il mondo della comunicazione e ho davvero posseduto un marchio di biscotti personalizzati. Questi però sono strumenti di scena, inseriti per permettere ad Alice di muoversi nella storia, per creare un’atmosfera, renderla più visiva, più vera, tridimensionale. Alice, intesa come persona invece non sono io, è un personaggio autonomo. Se dovessi cercarmi all’interno del mio romano, la verità è che non mi ritroverei solo in alcune caratteristiche della protagonista, ci sono frammenti del mio carattere sparsi in diversi personaggi. Alice ha la sua vita, il suo percorso, io le ho solo prestato alcune passioni.

  1. Il titolo #NoFilter richiama l’idea di mostrarsi senza filtri, mentre Alice è abituata a curare parole, eventi e immagini. Quanto ti interessava raccontare la distanza tra ciò che comunichiamo e ciò che proviamo davvero?

CP: Alice lavora in un mondo dove tutto è basato sull’immagine: ogni cosa dev’essere ben confezionata, le parole scelte e controllate a tavolino, gli eventi impeccabili. Lei prova a stare al gioco, ma la verità è che fallisce spesso e volentieri. Secondo me questo è il suo aspetto più interessante ed è quello che fa emergere la parte migliore di lei. Alice è troppo vera per contenersi, parla d’impulso, dice la cosa sbagliata al momento sbagliato, si fa travolgere da quello che sente. Nella vita reale essere senza filtri si rivela una scelta quasi mai strategica e non garantisce affatto che le cose vadano come si desidera. Anzi spesso rende vulnerabili e complica i piani. Mi piaceva l’idea di raccontare questo cortocircuito. Se è vero che la spontaneità spesso fa perdere il controllo sulla buona riuscita di una situazione è anche l’unico modo per essere autentici e costruire legami veri. È un valore con il quale è difficile scendere a compromessi.

  1. Alice ha un lavoro perfetto sulla carta, ma sente che non la rappresenta più. È una crisi personale oppure il ritratto di una generazione che fatica a concedersi il diritto di cambiare strada?

CP: La crisi di Alice nasce come fatto personale, ma rispecchia un disagio che appartiene a tanti. Nella vita reale capita molto spesso di sentire le persone raccontare di essere insoddisfatte al lavoro, incastrate in professioni che non amano, desiderose di intraprendere un’altra strada o un progetto personale. Non siamo tutti pronti a decidere chi vogliamo diventare a diciannove o a ventiquattro anni, ed è a mio avviso un errore pensare che la propria strada debba essere definita una volta per tutte all’inizio.  Allo stesso tempo, non mi piace la retorica del “per cambiare basta volerlo”. A volte il cambiamento non è una questione di coraggio, ma di possibilità reali e chi compie il salto non è più bravo di più di chi resta. ​A me interessava raccontare lo stato d’animo, la frizione tra realtà e sogno. Senza giudizio, ma come rappresentazione di una situazione molto diffusa.

  1. I biscotti personalizzati esistono anche nella tua vita grazie a Ladidà Biscuits. Perché hai scelto proprio il cibo e le frasi impresse sulla frolla per dare voce a tutto ciò che Alice non riesce a dire apertamente?

CP: Ladidà Biscuits è stata una parentesi del mio passato, un progetto che volevo realizzare e un’esperienza che a un certo punto andava conclusa.  Per Alice invece il cibo è qualcosa di più profondo, sono le sue radici. Viene da una tradizione familiare nel campo della ristorazione, la mamma è un’ispettrice Michelin e per lei la cucina è un linguaggio oltre che un rifugio. I biscotti con le frasi all’inizio per me erano un elemento di colore, una valvola di sfogo per un personaggio incastrato in una routine che le andava stretta. Poi mi sono accorta che timbrare quelle frasi era per lei un modo di liberare pensieri, un luogo in cui essere spontanea e un po’ sfacciata.

  1. Alessandro alterna fascino, attenzioni e sparizioni improvvise. Attraverso il loro rapporto volevi parlare anche di ghosting, ambiguità emotiva e di quelle relazioni che ci tengono sospesi più di quanto ci rendano felici?

CP: Alessandro rappresenta quella tipologia di persone che, quando ci sono, sanno essere estremamente affascinanti e travolgenti, ma mancano di costanza. Ha l’abitudine di esserci e poi sottrarsi, fisicamente ed emotivamente, lasciando ad Alice un senso di vuoto sproporzionato che finisce per occupare tutti i suoi pensieri. Mi interessava soprattutto parlare della sua posizione. Alice non resta perché è stupida, ma perché è incastrata in una speranza alimentata dall’illusione. È una dinamica logorante in cui l’intensità dell’attesa viene scambiata per sentimento. Volevo parlare di quando l’amore smette di essere felicita e si trasforma in una prova di resistenza.

  1. Cagliari, Parigi, la moda, l’hotellerie di lusso e le amiche Bianca e Arianna danno al romanzo un’atmosfera molto visiva. Quali sono state le tue ispirazioni e come hai costruito l’equilibrio tra ironia, romanticismo e desiderio di fuga?

CP: Le mie ispirazioni arrivano dalla quotidianità, da quello che osservo intorno a me e mi colpisce. Anche l’aver visto molti film e molte serie tv credo contribuisca al mio modo di raccontare. Il fatto che la mia scrittura venga definita molto visiva mi fa piacere perché amo l’idea di far vedere le scene a chi legge. Quanto all’equilibrio tra ironia e romanticismo, penso derivi dal mio modo di comunicare e di guardare il mondo. Parlo così nella vita di tutti i giorni, quindi riportare questa modalità nella scrittura mi viene naturale.

  1. Che cosa vorresti restasse di #NoFilter a una lettrice che, come Alice, si accorge di stare vivendo una vita ben confezionata ma non più autentica?

CP: Il mio obiettivo è raccontare una storia e intrattenere. Però, se dovesse restare qualcosa vorrei che fosse la sensazione di normalità. Che sia normale non essere perfetti, non sentirsi sempre all’altezza, che sia normale fare errori, che andiamo bene come siamo. E che i nostri sogni e le nostre passioni non sono aspetti frivoli o secondari. C’è una frase di un film di Almodóvar che dice “una è tanto più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di sé stessa”. Secondo me cercare la nostra autenticità non significa necessariamente stravolgere la propria vita, ma anche solo smettere di mettersi in secondo piano e concedersi un po’ di spazio per ciò che ci fa sentire vivi.

Redazione DailyMood.it

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Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto

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Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.

Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.

Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.

Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.

DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?

SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.

DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?

SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.

DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?

SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.

DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?

SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.

DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?

SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.

DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?

SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.

DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?

SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.

DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?

SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.

DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?

SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.

DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?

SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.

Redazione DailyMood.it

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