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Hokusai a Roma: quando l’arte diventa moda e il kimono racconta il corpo

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C’è una linea sottile, e oggi più che mai attuale, che unisce arte, moda e vita quotidiana. Non è una linea retta, ma una trama, fatta di superfici, gesti e simboli. È proprio questa trama che la mostra dedicata a Katsushika Hokusai, ospitata nelle sale di Palazzo Bonaparte a Roma, visitabile fino al 29 giugno 2026, restituisce con straordinaria lucidità. Non una semplice retrospettiva, ma un dispositivo culturale complesso: accanto alle celebri stampe, il percorso si apre a oltre centottanta oggetti — lacche, armature, strumenti musicali e soprattutto kimono, componendo un racconto che dissolve la distinzione occidentale tra arte “alta” e arti applicate. Accanto ai capolavori di Hokusai, come Cinquantatré stazioni del Tōkaidō, la celeberrima La Grande Onda di Kanagawa, le Trentasei Vedute del Monte Fuji fino ai sorprendenti Manga, gli straordinari album di disegni che hanno consegnato alla storia uno dei termini più noti della cultura visiva contemporanea l’esposizione presenta anche un insieme di oltre 180 pezzi tra libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi, tra cui laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a strumenti musicali tradizionali. I costumi (kimono, giacche haori e fasce obi) accompagnano visivamente la visita, creando un dialogo continuo tra arte, vita quotidiana e spiritualità della cultura giapponese. Qui tutto è linguaggio, tutto è progetto. E, soprattutto, tutto è moda. Per comprendere davvero la portata di questa mostra, bisogna partire dal concetto di ukiyo-e, letteralmente “immagini del mondo fluttuante”. Un’espressione che definisce non solo un genere artistico, ma un’intera visione del vivere urbano nel Giappone del Periodo Edo. Un mondo fatto di piacere, spettacolo, consumo visivo — e quindi, inevitabilmente, di stile. Le stampe di Hokusai, inclusa l’iconica La grande onda di Kanagawa, non erano opere destinate a una contemplazione museale, ma oggetti accessibili, riproducibili, parte integrante della cultura popolare. In questo senso, funzionavano come veri e propri media di diffusione estetica, analoghi alle riviste di moda contemporanee. Secondo il Metropolitan Museum of Art, le immagini ukiyo-e contribuivano attivamente alla circolazione di modelli di bellezza, abbigliamento e comportamento, influenzando il gusto collettivo su larga scala. È nel dialogo tra queste immagini e i kimono esposti che la mostra trova il suo punto di massima tensione visiva. Perché il kimono non è semplicemente un abito: è una forma di scrittura. Le sue origini risalgono al Periodo Heian, quando l’élite aristocratica sviluppò un sistema sofisticato di stratificazione tessile, in cui colori e combinazioni indicavano rango, stagione e sensibilità estetica. Ma è nel periodo Edo che il kimono si democratizza e si trasforma in superficie narrativa. I tessuti si popolano di motivi simbolici — onde, rami di ciliegio, gru, paesaggi — molti dei quali trovano un parallelo diretto nelle stampe di Hokusai. Non si tratta di una semplice coincidenza stilistica, ma di una vera e propria convergenza visiva: lo stesso immaginario attraversa arte e abito, costruendo un’estetica condivisa. Il Victoria and Albert Museum sottolinea come il kimono rappresenti uno dei primi esempi di design modulare: tagliato da pezzi rettangolari di tessuto, riduce al minimo lo spreco e privilegia la continuità della superficie. Un principio che oggi risuona con forza nelle pratiche di moda sostenibile. Se la moda occidentale ha storicamente costruito il corpo attraverso costrizione e modellamento — busti, corsetti, tagli aderenti — il kimono propone una visione radicalmente diversa: non impone una forma, ma la accompagna. Questa caratteristica ha esercitato un’influenza profonda sul design contemporaneo. Designer come Issey Miyake hanno trasformato il principio del kimono in ricerca tecnologica e tessile, mentre Rei Kawakubo ha decostruito l’idea stessa di silhouette, portando in passerella volumi che sfidano la logica occidentale del corpo ideale. Anche in Europa, il fascino del Giappone ha lasciato tracce profonde: da Yves Saint Laurent, che negli Anni Settanta reinterpretò l’Oriente in chiave couture, fino alle sperimentazioni concettuali di Maison Margiela. Quello che emerge è un dato chiaro: il kimono non è solo un capo, ma un’idea di moda come spazio di libertà. Uno degli aspetti più sofisticati della mostra è la sua capacità di restituire una verità spesso dimenticata: nella cultura giapponese premoderna, arte e vita non sono mai state separate. Le lacche, le armature, gli oggetti d’uso quotidiano condividono con le stampe e i kimono lo stesso livello di attenzione estetica. Tutto è progettato, tutto è significativo. Questo approccio anticipa molte delle riflessioni contemporanee sulla moda come sistema culturale. Non più semplice industria dell’effimero, ma campo di ricerca che intreccia artigianato, sostenibilità e identità. In un momento storico in cui il sistema moda è attraversato da una profonda trasformazione — tra crisi ambientale e ridefinizione dei modelli produttivi — la lezione di Hokusai e del kimono appare sorprendentemente attuale. Secondo dati dell’European Environment Agency, il settore tessile è tra i più impattanti in termini di consumo di risorse e produzione di rifiuti. In questo scenario, il kimono — con la sua costruzione essenziale, la durabilità e la capacità di essere tramandato — rappresenta un modello alternativo. Un’idea di lusso che non coincide con l’accumulo, ma con la durata. Non con la velocità, ma con la qualità del tempo. Visitare questa mostra significa, in fondo, interrogarsi su cosa significhi oggi “vestire”. Non solo coprire il corpo, ma raccontarlo. Non solo seguire una tendenza, ma partecipare a un sistema di significati. Hokusai, con il suo sguardo capace di attraversare natura e cultura, e il kimono, con la sua struttura essenziale e poetica, ci ricordano che la moda, quando è davvero tale, non è mai superficiale. È, piuttosto, una forma di conoscenza. E forse è proprio questa la sua espressione più radicale di glamour.

Photo Courtesy of Press Office

di Elena Parmegiani per DailyMoodit

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Il suono del colore: se Kandinsky sale in passerella

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A distanza di venticinque anni dall’ultima grande monografica romana, la Capitale torna a celebrare l’uomo che ha scardinato la figurazione per dare una forma visibile all’invisibile. Presso Palazzo Bonaparte, la mostra prodotta da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi mette in scena oltre settanta capolavori di Vassily Kandinsky. Curata da Angela Lampe, l’esposizione, visitabile fino al 14 febbraio 2027, attraversa l’intera parabola umana e intellettuale del maestro russo. Si spazia dagli esordi figurativi impregnati di folklore rurale fino alle vette geometriche del periodo Bauhaus, passando per l’intensità lirica del movimento Der Blaue Reiter. Ma per chi osserva il mondo attraverso la lente della moda, le sale del palazzo romano non raccontano solo una rivoluzione pittorica, ma svelano la matrice di un alfabeto estetico che i designer continuano a saccheggiare per dare ritmo, movimento e urgenza emotiva agli abiti. Il nucleo profondo dell’arte di Kandinsky risiede nella sinestesia: la capacità, o meglio la necessità, di fondere i sensi. Per il pittore, un punto geometrico sulla tela era un accordo di pianoforte, una linea diagonale il graffio di un violino, e i colori possedevano precise risonanze spirituali. Il giallo era inteso come squillo di tromba, (il colore caldo, eccentrico e carico di aggressività visiva per eccellenza), mentre il blu rappresentava la profondità di un violoncello, la forza fredda e centripeta capace di calmarlo. Quando la moda incontra Kandinsky compie l’operazione inversa, ma complementare: prende quella partitura visiva e la trasforma in materia tridimensionale capace di muoversi nello spazio sul corpo. Non si tratta mai di una mera riproduzione bidimensionale – un errore grossolano per qualsiasi couturier – ma di un dialogo strutturale. Un parallelismo magistrale è rintracciabile nell’approccio di Karl Lagerfeld. Il kaiser della moda ne aveva tradotto la poetica nella celebre collezione Chanel Haute Couture. Lagerfeld destrutturò il rigore della maison ricreando abiti la cui silhouette fluttuante richiamava la celebre tela “Quadri con cerchi concentrici”. I cerchi, privati del loro peso geometrico, diventavano oblò di tessuto, stratificazioni di organza e ricami capaci di vibrare a ogni passo, incarnando quel dinamismo teorizzato dal pittore. Camminando tra le sale di Palazzo Bonaparte, l’attenzione viene catturata da capolavori iconici come Gelb-Rot-Blau (Giallo, rosso, blu) del 1925. È il periodo d’oro del Bauhaus, la scuola in cui Kandinsky ridefinì i confini tra arte visiva, artigianato e design. Nelle tele di quegli anni, le linee rette, i triangoli e i vettori creano tensioni dinamiche instabili. Per l’artista, ogni forma geometrica è carica di un preciso significato emotivo: il triangolo incarna l’energia e l’azione, mentre il cerchio rappresenta la calma suprema e la perfezione spirituale.

Questa specifica tensione geometrica è la stessa che muove lo stilista giapponese Junya Watanabe. Per la sua acclamata sfilata Spring/Summer 2015, il designer (pupillo di Rei Kawakubo) ha attinto direttamente alla teoria dei colori e delle forme di Kandinsky. Watanabe ha portato in passerella copricapi e abiti scultura tridimensionali composti da pannelli di PVC rigido, cerchi intrecciati e triangoli accostati secondo i pesi cromatici del maestro russo. I modelli fluttuavano intorno al corpo come se le geometrie si fossero improvvisamente liberate dalla prigione della tela per abitare lo spazio reale. Mentre le interpretazioni tradizionali della moda si dividono spesso tra il rigore geometrico del Bauhaus e il lirismo espressionista degli esordi, l’occhio colto del custom luxury contemporaneo riesce a rintracciare strade più complesse. È il caso del brand italiano Luluredgrove, fondato dalla designer Giuliana Civello, che nel suo mini abito della collezione autunno/inverno 2027 compie un’operazione interpretativa profonda, quasi da architetto dello spazio sartoriale. Il brand si ispira esplicitamente a una delle fasi più affascinanti e stratificate del maestro: quella di opere come “Yellow Painting”. Questo periodo tardo è celebre per la sua capacità di fondere i tre grandi vocabolari della vita dell’artista: la griglia geometrica rigida del periodo Bauhaus (la scacchiera), la totale libertà cromatica degli anni di Monaco e le nuove forme organiche o biomorfiche scoperte durante l’esilio a Parigi. L’abito di Luluredgrove – realizzato in crepe stretch di seta tripla A stampata ad alta risoluzione a Como, con maniche in georgette di seta – traduce questa complessa evoluzione storica in un pezzo d’alta sartoria. La composizione ruota attorno a un giallo ocra/senape dominante, che per Kandinsky rappresenta il picco dell’energia vitale, bilanciato e placato da tocchi di blu profondo, rosso/ruggine e crema. È la stessa identica combinazione calda-fredda che dà energia visiva sia al quadro che al tessuto. Se Kandinsky costruiva l’opera per piani geometrici giustapposti, quasi come un collage di forme che si incastrano, l’abito ne assimila la logica strutturale attraverso la stampa: bande verticali spezzano la superficie tessile in pannelli alternati (dove si avvicendano motivi floreali pieni, trasparenze e righe), creando un ritmo segmentato e musicale. Ed è proprio qui che emerge la variazione più interessante rispetto al rigore nudo del Bauhaus: la creazione mette in scena un dialogo serrato tra organico e geometrico. Esattamente come in “Yellow Painting”, dove gocce, forme biomorfiche e archi sinuosi si sovrappongono a una scacchiera di fondo, nell’abito i motivi floreali fluttuanti sono incorniciati ed enfatizzati da rigide righe verticali. Questa transizione si riflette persino nell’architettura tridimensionale del capo, che stempera la severità del pattern grafico attraverso la morbidezza delle maniche e il movimento fluttuante della gonna a pieghe. Una dimostrazione di come le forme, pur geometriche, possano farsi fluide, organiche e squisitamente sartoriali. Si ispira a Kandinsky anche il couturier Vittorio Camaiani per l’abito grigio della collezione triangolo del 2009 che fa parte di una serie di pezzi dedicati proprio al celebre maestro russo. La creazione si trasforma avvicinandosi alla silhouette femminile senza perdere la forma geometrica e crea volumi diversi a seconda di come si indossa. Se la moda franco-giapponese ha celebrato il Kandinsky più grafico, il prêt-à-porter italiano ne ha sposato da tempo la componente più intima e materica. Consuelo Castiglioni, durante la sua storica direzione creativa per Marni, ha più volte utilizzato l’astrattismo organico come firma stilistica del brand. Nella collezione Fall/Winter 2016, le sovrapposizioni asimmetriche, i cappotti oversize dai tagli netti e le bluse dalle stampe dissonanti richiamavano le famose “Improvvisazioni” kandinskiane. Marni ha assimilato la lezione più importante del pittore: il rifiuto della simmetria rassicurante a favore di un’armonia nuova, cerebrale, basata su accostamenti cromatici apparentemente azzardati. I feltri pesanti e le sete stampate convivevano nello stesso outfit proprio come i tratti densi di pigmento e le linee a matita sulle tele del maestro. La mostra romana di Palazzo Bonaparte ci ricorda che l’astrattismo non è una fuga dalla realtà, ma un viaggio verso la sua essenza emotiva. Curiosamente la moda fa esattamente lo stesso: usa il tessuto non solo per coprire il corpo, ma per proiettare all’esterno un’identità, uno stato d’animo, una vibrazione interiore. Oggi, mentre osserviamo i settanta capolavori esposti a Roma, comprendiamo perché i grandi designer e realtà couture come Luluredgrove e Vittorio Camaiani continuino a guardare a Kandinsky. Le sue opere non sono passate di moda perché non sono mai state ancorate al tempo oggettivo. Finché la moda cercherà il movimento, il ritmo e la capacità di emozionare attraverso un solo accostamento di colore, la passerella rimarrà, intrinsecamente, la tela preferita di Vassily Kandinsky.

Courtesy Photo of Press Office

Di Elena Parmegiani per DailyMood.it

 

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KIKO MILANO fa rivivere il PLASTIC per una notte indimenticabile

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In occasione della Milano Fashion Week, KIKO MILANO ha presentato Club K by KIKO MILANO, la nuova collezione make-up dedicata al colore e alla libera espressione di sé, con una serata speciale in collaborazione con Vogue Italia.
Ispirandosi alla creatività che anima Club K by KIKO MILANO, Via Sammartini 76 si è trasformata per una notte in un omaggio al leggendario Plastic, accogliendo oltre 1.000 ospiti protagonisti delle community fashion e beauty.
La performance di SKIN e LADYFAG, accompagnata da makeup look vibranti e da un’espressione di sé libera da convenzioni, ha dato vita all’essenza di Club K by KIKO MILANO: uno spazio dedicato alla sperimentazione, al colore e all’espressione della propria individualità.

Tra gli ospiti che hanno partecipato alla serata:
Skin
Ladyfag
Mariacarla Boscono
Benedetta Porcaroli
Tina Kunakey
Alton Mason
Bella Thorne
Tessa Brooks
Arisa
Ana Mena
Gala Gonzalez
Natalia Paragoni
Bianca Atzei

Club K by KIKO MILANO
COLOUR. CREATE. REPEAT.

Il colore non chiede il permesso. Tu nemmeno.
Club K by KIKO MILANO è la linea pensata per chi cambia look con la stessa naturalezza con cui cambia playlist.
Per chi sperimenta, mixa, osa e ricomincia, ogni volta che ne ha voglia.
Formule ad alte prestazioni, nuance che lasciano il segno e prezzi che ti invitano a provare ancora.
Energia tutta italiana.
Colore ad alto impatto.
Lip combo a meno di 10€. Welcome to the Klub.
Formule super pigmentate per occhi e labbra che si fanno notare.
Un’ampia selezione di shade: dai nude ai rossi intensi, fino ai colori più audaci.
Matite cremose e scorrevoli e ombretti dal comfort estremo.
Rossetti e lipgloss con efficacia idratante* testata.
Mascara 3-in-1: effetto volume, lunghezza e curvatura.

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Pleats Please Issey Miyake “Azure Colors” Pop-up da 10 Corso Como

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10·Corso·Como Pop-Up
10 settembre – 11 ottobre 2026

PLEATS PLEASE ISSEY MIYAKE ha inaugurato il primo pop-up store a Milano da 10.Corso.Como. In occasione del lancio della nuova serie “Azure Colors”, il brand avrà un suo spazio dedicato in 10.Corso.Como, dal 10 settembre all’11 ottobre 2026.
Presentando un’installazione immersiva ispirata ai colori in continuo mutamento del cielo, lo spazio offre al pubblico una nuova opportunità per entrare in contatto con l’universo distintivo di PLEATS PLEASE ISSEY MIYAKE, dove tecniche innovative di plissettatura, libertà di movimento e un vivace approccio al colore si incontrano in capi pensati per la quotidianità contemporanea.
Concepito come un ambiente immersivo, il pop-up trae ispirazione dal cielo e dalle sue continue trasformazioni. Sfumature di blu, una sensazione di leggerezza e il delicato movimento delle nuvole si traducono in un allestimento tridimensionale, dando vita a uno spazio che sembra fluttuare tra colore, luce e aria.

AZURE COLORS
È una serie speciale sviluppata in sei tonalità di blu. Ispirata ai delicati mutamenti del cielo e delle nuvole, la serie spazia dalle sfumature più tenui dell’azzurro chiarissimo fino all’intensità del celeste, del blu profondo e del blu navy.
La gradazione cromatica si sviluppa attraverso una selezione di top, abiti, gonne, pantaloni e stole. Quando le pieghe si riempiono d’aria e assecondano i movimenti del corpo, i capi evocano la serenità e mutevole di un cielo in continua trasformazione. Caratterizzati da silhouette essenziali e da una leggerezza quasi impalpabile, possono essere indossati singolarmente oppure abbinati nelle diverse tonalità, dando vita a composizioni cromatiche personali e giocose.
Attraverso il dialogo tra la collezione e l’installazione spaziale, il pop-up milanese invita i visitatori a scoprire il colore, il movimento e la leggerezza che costituiscono l’essenza di PLEATS PLEASE ISSEY MIYAKE.

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