Serie TV
Alien: Pianeta Terra: L’alieno ritorna, ma stavolta la storia ci parla dell’uomo. Su Disney+ una serie da non perdere
Anno 2120. Siamo nell’astronave Maginot, nello spazio profondo. All’interno della nave, contraddistinta dai classici spazi chiari, moderni eppure in qualche modo sporchi, un equipaggio si è appena svegliato dal criosonno e conversa attorno a un tavolo. Ma alcune presenze inaspettate stanno arrivando. Sembra l’inizio di un classico film di Alien. In parte lo è, in parte è qualcosa di completamente nuovo. È la sorprendente serie tv Alien: Pianeta Terra, una produzione FX nata dalla mente del vincitore dell’Emmy Award Noah Hawley, in arrivo in Italia su Disney+ mercoledì 13 agosto con i primi due degli otto episodi disponibili, seguiti da uno a settimana ogni mercoledì. È la serie che non ti aspetti. Riesce a ricreare la tensione e la paura dei classici film di Alien, ma, contemporaneamente, porta la storia da un’altra parte. E, soprattutto, è puro cinema. Abbiamo incontrato il produttore e gli attori nella conferenza stampa di lancio in streaming e ci hanno raccontato il loro punto di vista su una serie da non perdere.
Noah Hawley: “La fantascienza deve parlare dei nostri problemi”
Nel 2120 la Terra è governata da cinque compagnie: Prodigy, Weyland-Yutani, Lynch, Dynamic e Threshold. In questa Era Corporativa, i cyborg (esseri umani con parti sia biologiche che artificiali) e i sintetici (robot umanoidi con intelligenza artificiale) convivono con gli esseri umani. Ma le regole del gioco cambiano quando il giovane prodigio Fondatore e CEO della Prodigy Corporation, Boy Kavalier, svela un nuovo progresso tecnologico: gli ibridi (robot umanoidi con coscienza umana). Come si può capire, il mito di Alien è un modo per affrontare discorsi più complessi. “La mia ambizione è sempre stata quella che questo genere fosse qualcosa di più che intrattenimento” ci ha raccontato Noah Hawley. “Credo che la fantascienza abbia la responsabilità di parlare dei problemi che stiamo affrontando e di provare a immaginare un futuro in cui possiamo risolverli”.
Noah Hawley: “Ho lasciato fuori i mostri per un attimo per creare un dramma umano”
Alien: Pianeta Terra cambia anche lo schema narrativo dei classici di Alien. Gli esseri artificiali sono sempre stati una parte importante di quel mondo. Dal primo, a sorpresa, di Ian Holm, a quello dichiarato di Michael Fassbender in Prometeus e Alien: Covenant. Qui questo tipo di essere assurge a protagonista, e riempie quasi la metà del racconto, se non di più. Ma Alien: Pianeta Terra introduce un nuovo tipo di essere artificiale. È qualcuno con un’anima umana. E questo cambia completamente le regole del gioco. “Un film di Alien è due ore di storia di sopravvivenza” spiega Noah Hawley. “Uno show televisivo è un’altra cosa, ha una forma più lunga in cui devi investire in dei personaggi che non muoiano, in modo che possa esplorare questi personaggi e i temi del franchise di Alien. La mia sfida è stata lasciare fuori i mostri per un attimo e pensare a quale fosse lo show, dove fosse il dramma. Dovevamo creare un dramma umano per esplorare i problemi del mondo in cui viviamo, ma proiettato nel futuro”.
Sydney Chandler: “Per Wendy la mente è conosciuta, il corpo no”
Così, la protagonista di Alien: Pianeta Terra è proprio una di questi esseri ibridi. Un’anima umana in un corpo sintetico. La mente di una bambina in un corpo di una giovane donna. Il primo prototipo di ibrido si chiama Wendy e segna una nuova alba nella corsa verso l’immortalità. Dopo che l’astronave della compagnia Weyland-Yutani si schianta su Prodigy City, Wendy e gli altri ibridi affrontano misteriose forme di vita, più terrificanti di quanto chiunque avrebbe mai potuto immaginare. Wendy è Sydney Chandler. Guardate il momento in cui prende vita. I suoi occhi che si aprono come in Avatar. Sydney Chandler è bravissima. Riesce a rendere l’idea di un corpo artificiale, della testa di una bambina e a mescolare tutto. Della bambina ha quell’espressione candida, serena, attonita del volto. Dell’essere meccanico ha una certa rigidità del corpo. Sydney Chandler, con il suo essere una donna bambina, è perfetta per quel ruolo. Come era stata perfetta nei panni di Chrissie Hynde in Pistols, la serie sui Sex Pistols di Danny Boyle. Gli occhi a mandorla allungati eppure enormi, tra il verde e il nocciola, la bocca a cuore, il sorriso disarmante e innocente, la rendono perfetta per il ruolo. “Wendy è una pagina completamente bianca. Non puoi fare una ricerca su un essere ibrido. Credo che Noah sia stato bravo a creare un personaggio molto stratificato e concreto” ci ha raccontato l’attrice. “Ho bilanciato i due aspetti, quello della bambina e dell’adulta, a seconda di chi mi trovavo di fronte mentre recitavo. Ogni attore porta un colore differente a questo lavoro, e questo mi dava più informazioni su chi stessi interpretando. Avevo in mente l’immagine di due magneti che spingono in due direzioni opposte, e che tu non potessi farli incontrare perché la mente è conosciuta mentre il corpo è un territorio sconosciuto. È come se lei stesse cercando cosa ci fosse in mezzo”.
Sydney Chandler: “La Tailandia, un paesaggio simile ai nostri personaggi”
Il personaggio di Wendy è una vera novità nel mondo di Alien. Ci sono state varie donne guerriere nella saga Alien, dall’archetipo Ripley di Sigourney Weaver in poi. Ma, fino ad oggi, l’eroina non era mai stata un essere artificiale. Per questo il personaggio di Wendy è una vera novità della saga. Sydney Chandler ci ha raccontato anche che cosa è stato girare in Tailandia. “È stato importante per il legame che abbiamo instaurato e per l’arrivo in un nuovo paesaggio, molto simile ai nostri personaggi: in questo modo i legami si sono stretti molto rapidamente. Quanto alla cultura, non ho mai visto persone così gentili, così divertenti, così calde”.
Noah Hawley: “Gli scrittori di fantascienza progettano il nostro futuro”
La Wendy di Sydney Chandler è un punto di rottura nella saga di Alien. È un nuovo modo di pensare l’essere artificiale. Non è un essere completamente sintetico. Non è un cyborg, in parte umano in parte meccanico. È un ibrido, un essere sintetico con l’anima umana. Non è un’intelligenza artificiale, ma reale. È il tentativo dell’uno per fermare la morte. La nuova serie di Alien sembra volerci dire qualcosa sul nostro futuro. “Se chiedi a chi ha inventato la tecnologia che usiamo oggi ti dirà che è stato influenzato dalla fantascienza, che al liceo era un nerd appassionato dalla sci-fi” ci spiega il produttore. “Il lavoro degli scrittori di fantascienza è progettare il futuro che potremo poi realizzare nel tempo. Viviamo delle fasi per cui le storie possono avere possono essere distopiche o più cariche di speranza. C’è 2001: Odissea nello spazio e poi c’è Star Wars e poi c’è Alien: in Star Wars guardi verso l’alto, in Alien verso il basso. La mia responsabilità nel portare Alien sul piccolo schermo è stata quella di creare una visione del futuro. Di porre domande su che cosa è umano e se l’umanità può sopravvivere ai suoi peccati. Magari possono portare un po’ di ottimismo al mondo”.
Il nuovo Alien è anche il mondo di Peter Pan…
Guardando Alien: Pianeta Terra, e pensando ai nomi, vi verrà in mente qualcosa. Il mondo dove la Prodigy crea i suoi nuovi esseri si chiama Neverland. Un mondo che da noi è noto come l’Isola che non c’è. La protagonista si chiama Wendy. E gli altri esseri come lei sono visti come i Lost Boys, i ragazzi perduti. E, a questo punto, forse avremo anche il nostro Peter Pan. Un Peter Pan moderno ispirato a dei personaggi di oggi. “L’idea di Alien è che tutti i personaggi siano in balia di queste corporation senza nome e senza volto” ragiona il produttore. “Nella nostra era le corporation hanno un volto, quello di giovani tecnocrati, che sono CEO famosi e miliardari. L’idea del capitalismo degli anni Settanta non sarebbe stata adatta al mondo in cui viviamo oggi. Una volta che l’analogia con Peter Pan emerge nel racconto diventa chiaro che il CEO di questa tecnologia ibrida diventerà lui stesso Peter Pan”.
Samuel Blenkin: “I film di Alien: più facile farli che vederli”
Il Peter Pan di cui di parla è interpretato dal giovane e bravissimo Samuel Blenkin. Il suo personaggio, Boy Kavalier, è molto particolare. Gira per i laboratori della sua corporation libero e… a piedi nudi. “Non mi prenderei l’intero merito dell’idea” ha spiegato l’attore. “È stata una collaborazione tra me, Noah e la nostra sorprendente costumista, Suttirat Larlarb. C’è stato un momento che pensavamo che questo ragazzo dovesse indossare un pigiama, e l’idea dei piedi nudi è rimasta da quella prima impostazione. E anche qui i riferimenti a Peter Pan erano molto forti”. Blenkin è completamente a suo agio sul set, molto meno nel guardare i film della saga. “Ho visto Alien prima volta quando avevo 13 anni” ci ha confessato. “Ma non riesco più a guardare questo tipo di film: è più facile farli che vederli”.
Alien: sentire la paura quando è in scena, ma anche quando non c’è
Come avrete capito, in questa storia l’alieno non è un protagonista assoluto, ma è un coprotagonista. È un essere extraterrestre. Ma non è quello dei film di Ridley Scott e dei suoi seguiti. È diverso. È di un’altra specie. È felino, si muove come una pantera: scatta, guizza, salta, attacca. Nasce da altri esseri rispetto a quelli che conoscevamo, simili a insetti. È ancora più letale. È un ottimo modo per riprendere il mito di Alien e rinnovarlo. “Il mio compito era di rendere l’esperienza emotiva di vedere Alien, ma in un nuovo modo di fruirla, in uno show tv” spiega Noah Hawley. “Poi uno dei punti critici era scoprire il ciclo vitale degli alieni. Si tratta di quattro mostri in uno e a ogni passaggio diventa peggiore del precedente. Degli Alien precedenti, dopo sette film, sapevamo tutto. Ma se introduco delle nuove creature e tu non sai come si riproducono e cosa mangiano, senti quella paura ogni volta che sono sullo schermo, o anche quando non sono visibili, ma sai che sono lì fuori, perché non sei mai sicuro di quello che accadrà. Sono orgoglioso di essere riuscito a dare agli attori l’esperienza reale: sapevano contro chi stavano reagendo, che cosa erano le creature. E hanno restituito al pubblico l’emozione che si ha guardando Alien”.
Ci meritiamo di sopravvivere?
Alien: Pianeta Terra è sempre Alien, ma in un modo nuovo. E non era affatto facile. “L’idea al centro di Alien è che l’uomo sia intrappolato tra natura e tecnologia, ed entrambi stiano cercando di ucciderci” racconta il produttore. “Nei film di Alien la domanda è se quei due o tre esseri umani sopravvivranno; in questo show televisivo la domanda è se l’umanità stessa sopravvivrà. Il che porta alla grande domanda: ci meritiamo di sopravvivere? È la cosa migliore di esplorare questo tema è guardare la storia dagli occhi di un bambino, perché non sanno dire le bugie”.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- FX’s Alien: Earth – Pictured: (l-r) Jonathan Ajayi as Smee, Adarsh Gourav as Slightly, Sydney Chandler as Wendy, Timothy Olyphant as Kirsh, Kit Young as Tootles, Erana James as Curly, Lily Newmark as Nibs. CR: FX
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- FX’s Alien: Earth — Pictured: (l-r) Alex Lawther as Hermit, Diêm Camille as Siberian, Moe Bar-El as Rashidi. CR: Patrick Brown/FX
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- FX’s Alien: Earth — Pictured: (l-r) David Rysdahl as Arthur, Essie Davis as Dame Sylvia. CR: Patrick Brown/FX
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Serie TV
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta
Published
2 giorni agoon
9 Ottobre 2026
Max Pezzali e Mauro Repetto stanno per girare un video, il loro primo, vero, videoclip. Sono in una sorta di hangar e Claudio Cecchetto ha chiamato un regista di grido e una dozzina di modelle tra le più affascinanti sulla scena. Per vestire i nostri eroi ha chiamato lo stilista dei Take That. I due sono vestiti con canotte di rete o di velo nero, trasparenti, hanno delle catene al collo, dei pantaloni larghi. È uno dei grandi momenti – ma ce ne sono tantissimi – di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, seconda stagione della serie di successo Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883, su Sky e NOW dal 9 ottobre con i primi due episodi e poi con un episodio alla settimana. Come è andata con quel video e quegli abiti? Max e Mauro hanno deciso di fare di testa loro. Sono andati dal loro negoziante di fiducia a Pavia e hanno scelto i loro costumi di scena. Un chiodo e una giacca più lunga, entrambi di pelle nera, portati sopra un t-shirt scura e una camicia bianca. Anche il regista, poi, avrebbe cambiato idea: nel video si sarebbero visti più loro e meno le modelle. Parliamo del video di Sei un mito. Ed è un modo per dire che, ancora più della prima, la seconda stagione della serie è un viaggio immersivo negli anni Novanta. Gli anni in cui c’erano i dischi in vinile e le cassettine, c’erano i programmi tivù e radio che allora, per noi, che non avevamo smartphone e social, erano molto più importanti di quanto lo sono oggi. Erano gli anni del Festivalbar, del Karaoke di Fiorello, di Radio Deejay e Claudio Cecchetto che non solo mandava in onda i dischi di successo, ma li produceva. Nord Sud Ovest Est è tutto questo. È tanta musica. Le canzoni degli 883, da Come mai a Rotta per casa di Dio. E tutta la musica di quegli anni e di quelli precedenti: Iggy Pop, Simple Minds, Duran Duran, Radiohead, INXS, Smashing Pumpkins. E poi tutta quella dance commerciale che allora ci faceva ballare.
Erano anni semplici, gli anni Novanta. Tutti noi, come Max e Mauro (Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli), guardavamo all’America e all’Inghilterra come modelli di ispirazione come oggi i ragazzi guardano alla Corea e a Giappone, perché quei mondi ormai li danno per scontati. Ci si vestiva in modo semplice eppure efficace. I chiodi e le giacche di pelle nera, portate sui jeans e una camicia bianca o rossa, per Max. Una camicia celeste o gialla, portata aperta sopra una t shirt bianca, e pronta a svolazzare durante i suoi balli, per Mauro. Ma anche semplici camicie di denim, chiaro o nero, o un gilet di pelle da portare sopra una camicia bianca. Le giacche ampie e colorate, portate sopra pantaloni e maglie nere di Fiorello, con gli immancabili capelli lunghi raccolti in una coda, come li avrebbero poi portati in quegli anni tanti ragazzi. Ma anche le ragazze vestivano in modo semplice. La nostra amata Silvia (Ludovica Barbarito) è spesso in jeans e maglietta. O con uno di quei leggeri vestiti scollati con sotto una t-shirt bianca, come suggeriva la moda americana del grunge e come li portavano le ragazze di Beverly Hills 90210. Eravamo molto semplici. Ma eravamo belli così.
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 inizia dove finiva Hanno ucciso l’uomo ragno. Con una musicassetta che suona un provino di Max. Quel provino, che Max ha intitolato e scritto a penna sulla cassetta con il titolo “Canzone per Silvia”, è Come mai, uno dei più grandi successi del duo. Mauro, però, lo ferma e chiede. “Max, ma io, questa, come la ballo?”. Max, a quel punto, sfonda la quarta parete e si rivolge a noi che lo stiamo guardando. “Tanto lo avrete capito. Questo potrebbe essere l’inizio della fine degli 883”.
La seconda stagione della leggendaria storia degli 883 sta alla prima come il secondo album, Nord Sud Ovest Est, sta al primo, Hanno ucciso l’Uomo Ragno. È più matura, più a fuoco, più universale. Ed espande l’immaginario degli 883. La seconda stagione non è solo la storia di due amici, ma quella di un mondo, una Pavia mitologica con vista su Milano e sullo star system, e uno sguardo ancora più in là, verso il sogno dell’America. Ma Nord Sud Ovest Est non è solo la storia di un sogno. È anche quella del suo rovescio, dei dubbi che assalgono chi ha raggiunto la vetta. Nord Sud Ovest Est, intesa come la canzone ma anche la serie, è la storia di una grande crisi d’identità, di qualcuno che “si è perso nella notte”. In quel “questa io come la ballo?”, in fondo, c’è un’altra domanda, che tutti prima o poi ci siamo posti nella vita: “io chi sono?” “Qual è il mio posto nel mondo?”. A chiederselo è Mauro, ma la domanda se la pongono entrami gli 883. Chi siamo? La risposta è: “non lo so”. E sono queste parole ad entrare nel testo di Nord Sud Ovest Est. E solo adesso capiamo che quell’allegra canzoncina in stile mariachi nascondeva tanta malinconia e disorientamento, perché “forse quel che cerco neanche c’è”.
Nord Sud Ovest Est ci fa vivere da vicino la storia di Sei un mito, quella dei “tappetini nuovi, Arbre Magique”, che era più prosaica di quello che pensavamo. Ci fa capire che la festa di Rotta per casa di Dio era anche piuttosto importante, e il viaggio è stato anche più avventuroso di quello che dice la canzone. Ci fa vivere la ricerca dei “pezzi della maturità”, che i nostri troveranno decidendosi a pubblicare Come mai. Anche se è un lento. Anche se Mauro non la potrà ballare. Anche se, probabilmente, questa cosa lo porterà lontano da Max e dagli 883.
Già, Mauro Repetto, quello che a lungo per noi è stato un mistero. Quello che, ingiustamente, era stato definito “il ballerino degli 883”. Ma che, come abbiamo imparato guardando le due stagioni della serie, era il motore, l’entusiasmo degli 883, oltre che il coautore delle canzoni. Ecco, Nord Sud Ovest Est diventa ancora più intensa quando prova a entrare in quel mistero, a raccontarci tutto quello che è successo da quando i due hanno vinto il Festivalbar e il Festival Italiano con Come mai fino a quando gi 883 sono ricomparsi con Tieni il tempo, ma c’era solo Max con un’altra band. L’uscita di scena di Mauro è avvenuta lontano dalla ribalta, e il finale di questa serie prova a raccontarla. Ed è un momento folle, romantico, dolceamaro. Una delle scene più belle è quella in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Mauro mentre Max canta Gli anni, che ha scritto da solo. È il segnale che Mauro ha assolto il suo compito, proteggere il suo amico. Max, ora, può farcela da solo. E Mauro è pronto per un nuovo ruolo, per una nuova avventura. Sydney Sibilia l’ha fatto di nuovo, ci ha raccontato ancora un’incredibile avventura, una leggendaria storia. Nord Sud Ovest Est è un’altra delle sue storie d’amicizia e di nostalgia, di sogni e di follia, un’irriverente e romantica storia di punk, di pirati e di cowboy. E, come ci insegna Max Pezzali, i cowboy non mollano mai.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Dark Matter: Taron Edgerton e Jennifer Connelly dentro a oscure materie. È la serie dell’anno?
Published
1 settimana agoon
1 Ottobre 2026
Che cosa accadrebbe se la polizia vi fermasse e vi chiedesse spiegazioni sul fatto che sono stati trovati tredici cadaveri con il vostro volto e il vostro stesso Dna? Sarebbe difficile da spiegare. È così che inizia la stagione 2 di Dark Matter, su Apple Tv con episodi settimanali. È una serie di cui si parla poco, nel mare magnum dello streaming di oggi, forse perché è su Apple Tv, un servizio che hanno in pochi, forse perché non è una novità ma è alla seconda stagione. Ecco, Dark Matter è una delle serie (e non è l’unica) che vale già da sola l’abbonamento. È una delle migliori serie degli ultimi anni. È una serie che si avvicina molto a Lost e Westworld. Il senso del mistero, il coinvolgimento allo stesso tempo intellettuale ed emotivo, la spinta a continuare la visione e a volerne sempre di più sono le stesse. Come è lo stesso il livello di qualità, cinema trasportato nella serialità.
Ma torniamo un attimo indietro, alla prima stagione, per spiegarvi di cosa si tratta. Dark Matters è la storia di un uomo che si trova in una versione alternativa della sua vita. E non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Secondo una teoria della fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volta infinite vite parallele, infiniti mondi. Se non fossero teorici ma reali e qualcuno trovasse il modo per muoversi tra questi mondi, ecco che succederebbe quello che vediamo qui. Al centro della storia c’è una scatola, un cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik.
Avevamo lasciato Jason, il nostro protagonista, arrivato finalmente nel suo mondo, accanto alla moglie e al figlio. A casa sua, in un porto sicuro. Il problema è che, nel suo mondo, si muove anche Jason 2, arrivato da un altro mondo, anche lui innamorato di sua moglie al punto da volersi prendere la sua vita. Lei, una sera, quando Jason 2 si presenta e si fa insistente, gli spara. Quando la polizia li scopre, Jason e la sua famiglia non hanno scelta. Scappare, entrare nel cubo, pensare positivo e trovare un nuovo mondo. Se non un mondo perfetto, quello migliore dove vivere una vita tranquilla. Sembrano trovarlo. Ma, come sappiamo, fino a che il cubo resta aperto e attivo può succedere di tutto.
Dark Matter è una serie incredibilmente magnetica, misteriosa, oscura. È un racconto che vive di una tensione palpabile e costante, di un senso di incertezza e pericolo che si percepisce a ogni sequenza. In questa seconda stagione lo schema è quello di Alfred Hitchcock e degli innocenti in fuga di tanti suoi film. Ma, man mano che la visione prosegue, in Dark Matter pensiamo sempre più a Steven Spielberg. In questa storia c’è la sua gestione della tensione e del mistero, la capacità di tenere lo spettatore sulla corda, ma anche la sua proverbiale attenzione all’umano. Una delle chiavi che rende appassionante questa storia sono i due protagonisti principali, Taron Edgerton e Jennifer Connelly, attraenti e carismatici, ma anche molto affiatati tra di loro. L’empatia con i personaggi è immediata ed è questo che ci tira dentro alla storia.
In questa seconda stagione ci sono poi degli spunti interessanti. Dark Matter sembra voler rispondere a quella suggestione a cui pensiamo in tanti e sempre più spesso. Cioè a come sarebbe davvero un mondo senza internet e senza connessione. In uno dei mondi possibili, infatti, l’uomo non è andato sulla Luna e questo ha fermato tutta un’idea di progresso. È romantico vedere i ragazzi ascoltare dischi e vedere i film in vhs, andare sullo skateboard e duplicarsi la musica. Anche se in questo mondo non si conoscono i Nirvana. Questo mondo, ve lo diciamo, ci piace molto. E piace anche ai protagonisti Ma, in quella che tutti gli effetti un’Odissea, è Itaca, l’approdo finale, la casa, o è solo un’isola in un continuo errare? Lo scopriremo solo vivendo.
Ma in questa seconda stagione Dark Matter diventa sempre più anche una riflessione sulla scienza, e sui confini e i limiti che deve avere l’iniziativa dell’uomo. Lo scienziato deve solo scoprire, innovare, o deve porsi delle domande sull’uso e gli effetti che potrebbe avere la propria scoperta? La risposta che si dicono i personaggi, in un flashback, è che se una cosa può essere fatta, va fatta. L’uomo non si deve fermare.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Brothers: Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono Fratelli? Su Apple TV
Published
3 settimane agoon
23 Settembre 2026
Uno è da anni uno dei “bellissimi” di Hollywood. L’altro è considerato un duro, un’affascinante canaglia. Sono due modi diversi di essere attraenti. Eppure, se li vedete uno vicino all’altro nelle loro foto da bambini e da ragazzi, Matthew McConaughey e Woody Harrelson si somigliano parecchio. Non è solo un fatto di tratti somatici. È proprio un modo di porsi, di sorridere, di guardare. E se fossero fratelli? È da questo spunto, e da quello che a quanto pare è uno dei rumour più affascinanti di Hollywood, che nasce Brothers, la nuova serie comedy dal 23 settembre su Apple TV. La serie segue McConaughey e Harrelson, che interpretano versioni romanzate di sé stessi, nel momento in cui la cui amicizia viene sconvolta quando scoprono un segreto custodito da decenni: potrebbero essere davvero fratelli.
Dopo che il matrimonio della figlia di Woody va in pezzi, l’attore decide di caricare tutta la famiglia e trasferirsi temporaneamente ad Austin, per trascorrere un lungo periodo nel ranch di Matthew. Quella che inizialmente sembra una vacanza rigenerante prende però una piega inaspettata quando Ma Mac, la madre di Matthew (Holland Taylor), lascia accidentalmente trapelare un segreto sepolto da anni: i due amici potrebbero essere in realtà fratelli.
L’autofiction è sempre interessante. È quel tipo di racconto in cui un personaggio famoso mette in scena se stesso, mettendoci il proprio nome, il proprio carattere, la propria personalità. Quel personaggio non è proprio lui, è “scritto”, è costruito ad arte. Ma è chiaro che porta sullo schermo qualcosa di sé, qualcosa di vero. Un esempio che abbiamo visto di recente è la serie tv Vita da Carlo, con Verdone che recitava in una versione verosimile di se stesso. Anche qui i due attori americani fanno qualcosa di simile: mettono in scena se stessi, esagerando pregi e difetti, vizi e virtù.
L’ultima volta che li avevamo visti insieme erano in una storia dalle tinte completamente diverse. Era la prima stagione di True Detective, serie capolavoro, che li vedeva insieme sfiancati, devastati dal peso del loro lavoro, dai loro fantasmi, da una vita che con loro era stata molto dura. Qui il clima è completamente diverso, solare, divertito e divertente.
Il fatto che, in Brothers, si mescoli realtà e finzione, fa sì che la serie abbia un tono particolarissimo, così come il ritmo. Non sono quelli che troveremmo in un film, ma neanche in una serie convenzionale. È un tono sospeso, giocoso, con i personaggi principali, e i loro attori, liberi di esprimersi, con una recitazione naturale e non effettata. I due ironizzano su alcuni lati del loro carattere e, in fondo, del maschio medio americano di mezza età. E così vediamo le bevute, il rodeo, le battute di caccia. Alla storyline principale, quella dell’amicizia e del segreto che unisce i due, ce n’è un’altra, che vede McConaughey in procinto di candidarsi a governatore. Brothers è la storia di un’amicizia virile, o una “bromance” come si direbbe oggi. Lo avremmo chiamato un buddy movie: per il suo formato la possiamo chiamare buddy serie. Ti amo poi ti odio poi ti amo poi ti odio poi ti amo, come diceva la famosa canzone. Tra i due funziona così.
Brothers parla di due uomini sui cinquant’anni, realizzati ma in qualche modo anche irrisolti. E anche dei rapporti con le loro famiglie, con le mogli e con i figli. Anche con le madri e con i padri, anche con chi non c’è più ma fa sentire la sua presenza. È una storia che gioca con le citazioni, come quella sulla serie Friday Night Lights, o come l’autocitazione in cui McConaughey rifà il famoso rituale che faceva in The Wolf Of Wall Street. Ha momenti molto particolari, come il funerale di un cervo, che è romantico e grottesco allo stesso tempo. Tutto raccontato in un fluire naturale, come la vita. D’altra parte, dobbiamo credere che qui Matthew McConaughey e Woody Harrelson siano davvero loro.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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