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	<title>miniserie &#8211; Daily Mood</title>
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		<title>FiloBlu mette in gioco il divertimento con la miniserie “Crescendo con Clementoni”</title>
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				<pubDate>Mon, 13 Dec 2021 09:58:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DailyMood.it]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Il progetto, realizzato da FiloBlu con Clementoni, esprime una nuova strategia di branded content Crescere è un’avventura straordinaria, fatta di piccole e grandi scoperte. Per accompagnare bambini e genitori in questo importantissimo viaggio, FiloBlu ha creato con Clementoni il progetto “Crescendo con Clementoni”, una miniserie in tre puntate condotta dal talent Massimo Temporelli, fisico e [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il progetto, realizzato da FiloBlu con Clementoni, esprime una nuova strategia di branded content</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Crescere è un’avventura straordinaria, fatta di piccole e grandi scoperte. Per accompagnare bambini e genitori in questo importantissimo viaggio, <strong>FiloBlu</strong> ha creato con Clementoni il progetto <strong>“Crescendo con Clementoni”, una miniserie in tre puntate condotta dal talent Massimo Temporelli,</strong> fisico e divulgatore scientifico.</p>
<p style="text-align: justify;">La serie è ambientata in una stanza colorata e piena di giochi. Qui, Massimo Temporelli, con l’aiuto di 6 bambini di età diverse, racconta e presenta per ogni puntata, uno dei tre percorsi Clementoni: Montessori, Liberi di giocare e Scienza in gioco (STEAM). Questi percorsi rappresentano proprio i tre pivot di comunicazione che i genitori ritrovano anche nel configuratore online presente sul sito Clementoni, realizzato sempre da FiloBlu per rendere più semplice e personale la scelta dei giochi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’iniziativa “Crescendo con Clementoni”, prodotta da Except House Production presso il Cross Studio Atlantic di Milano, da FiloBlu e Clementoni, risponde a due esigenze specifiche: quella <strong>esperienziale</strong> e quella <strong>informativa</strong>. Esperienziale perché i bambini traggono ispirazione dal gioco e sono coinvolti attivamente in tutte le fasi del divertimento e della scoperta. Informativa, perché i giochi Clementoni sono presentati ai <strong>genitori Millennials</strong> in modo chiaro ed esplicativo, con approfondimenti e tante spiegazioni utili.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle tre puntate, ognuna di 10 minuti, cambiano i bambini protagonisti e anche i temi trattati: si parla di ecosostenibilità, di innovazione, dell’alfabeto e anche di pianeti lontani. E grazie agli interventi di Massimo Temporelli, bambini e adulti possono scoprire tante curiosità attraverso le varie attività educative proposte. Nel filone narrativo, il divertimento e l’esperienza di gioco diventano quindi il modo più semplice per imparare a condividere, a creare e a sperimentare.</p>
<p style="text-align: justify;">Le puntate sono visibili sul sito di Clementoni e sui canali Facebook, Instagram e YouTube. A supporto dell’iniziativa, FiloBlu ha anche creato un <strong>piano editoriale social</strong> accompagnato dall’hashtag di campagna #ProvarePerCrescere: post, video e stories comunicano il lancio di ogni episodio, presentano i bambini protagonisti e veicolano contenuti extra e scene rubate dal backstage.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto “Crescendo con Clementoni” rientra in un ecosistema di comunicazione più ampio, un approccio strategico pensato dalla società di consulenza online FiloBlu, per creare valore attraverso azioni mirate di <strong>branded content.</strong> Infatti, oltre alla miniserie, FiloBlu si è occupata di realizzare una campagna stampa con <strong>il nuovo concept “Per i creatori di domani”</strong> e una serie di shooting fotografici, pensati per definire una narrazione coerente e continuativa a livello visivo e stilistico, affiancata da attività di branded content dedicate.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>La partnership con <strong>Clementoni</strong> è un’altra testimonianza del metodo di lavoro di <strong>FiloBlu</strong>, volto alla crescita online nell’ambito della creatività non solo in ambito fashion e food&amp;lifestyle, ma anche nell’e-learning e nel digital entertainment a 360°. Un mix unico di strategia, creatività, ricerca e sviluppo, che permette la creazione di un ecosistema completo di comunicazione e l&#8217;attivazione di progetti speciali, che potenzia il nostro ruolo di strategy partner per i brand</em>” ha commentato <strong>Christian Nucibella,</strong> Founder&amp;Chairman di FiloBlu.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Da sempre siamo vicini alla famiglia per affiancare i genitori nel percorso di crescita dei propri figli”, ha poi aggiunto <strong>Enrico Santarelli</strong> Chief Marketing Officer&amp;Commercial Director Italy di Clementoni “Oggi grazie ai social puntiamo a creare una nostra community coinvolgendola con contenuti rilevanti. Con questo progetto vogliamo offrire alle mamme e ai papà una serie di consigli utili e concreti per aiutarli a capire i propri figli al</em><br />
<em>fine di valorizzarne talenti e inclinazioni. Riteniamo infatti che avere a cuore i più piccoli, voglia anche dire supportare gli educatori con gli strumenti migliori per favorire la crescita delle nuove generazioni</em>”.</p>

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		<title>Hollywood. Netflix ci racconta la mecca del cinema, com’era e come sarebbe potuta essere…</title>
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				<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 10:16:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ermisino Maurizio]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Chiedi chi era Peg Entwistle. Hollywood, la nuova miniserie originale Netflix ideata e prodotta da Ryan Murphy e Ian Brennan, disponibile dal 1° maggio, ruota intorno a questa figura. Peg Entwistle era un’attrice inglese che nel 1932, a 24 anni, si tolse la vita gettandosi dalla prima lettera della scritta gigante che campeggia sopra le [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chiedi chi era Peg Entwistle. <strong>Hollywood,</strong> la nuova <strong>miniserie originale Netflix</strong> ideata e prodotta da <strong>Ryan Murphy</strong> e <strong>Ian Brennan,</strong> disponibile dal <strong>1° maggio,</strong> ruota intorno a questa figura. Peg Entwistle era un’attrice inglese che nel 1932, a 24 anni, si tolse la vita gettandosi dalla prima lettera della scritta gigante che campeggia sopra le colline di Hollywood, che allora era Hollywoodland. È un fatto tragico, e incredibilmente simbolico per come è avvenuto. È come dire che il mondo di Hollywood, scintillante e magniloquente visto dall’esterno, visto da vicino, sotto l’apparenza, vive anche di drammi. Uno su mille ce la fa, canterebbe Gianni Morandi. Peg Entwistle è il simbolo di chi non ce l’ha fatta. E al centro di <strong>Hollywood</strong> c’è Peg, un immaginario film ispirato proprio alla sua storia.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-157951 size-medium" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2020/04/HOLLYWOOD_107_Unit_01128R-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2020/04/HOLLYWOOD_107_Unit_01128R-300x200.jpg 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2020/04/HOLLYWOOD_107_Unit_01128R.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hollywood</strong> racconta la storia di un gruppo di aspiranti attori e registi che cerca a qualsiasi costo di sfondare nella Hollywood del secondo dopoguerra. Jack (<strong>David Corenswet</strong>) è un ex soldato che arriva a Hollwood con la moglie incinta, convinto che basti un bel volto per sfondare, ma si trova a lavorare in una pompa di benzina, che non è altro che una copertura per un’attività di gigolo. La stessa dove capita Archie (<strong>Jeremy Pope</strong>), sceneggiatore afroamericano e gay che sta scrivendo il film Peg. Il regista del film potrebbe essere Raymond <strong>(Darren Criss</strong>), e la sua ragazza Camille (<strong>Laura Harrier</strong>) potrebbe aspirare al ruolo di protagonista.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è così facile. Perché Camille è afroamericana e, nella Hollywood di quegli anni, non è previsto che faccia la protagonista, ma solo parti di cameriera e domestica. Perché anche Archie è nero, e uno sceneggiatore come lui può solo scrivere i film per i neri. E se fa un film “per tutti”, il suo nome deve scomparire dalle locandine. Perché se dovesse uscire un film con protagonista un’afroamericana tutti i cinema degli stati del sud lo boicotterebbero. E perché un attore gay non può nemmeno essere preso in considerazione: non solo dovrà nascondere la sua natura, ma anche cambiare nome, e scegliere un nome più da macho, come Rock Hudson. Proprio Rock Hudson (<strong>Jake Picking</strong>) è un personaggio reale, la cui storia è incastonata tra quella di personaggi immaginari. Ogni personaggio, in Hollywood, è simbolico: mette in evidenza gli ingiusti favoritismi che hanno caratterizzato quel periodo, le discriminazioni basate sul colore della pelle, sul genere e sulle preferenze sessuali. Ma Ryan Murphy immagina che, in quel momento, prenda vita una Hollywood diversa, guidata dalle donne, da persone di buon senso e coraggiose. E che abbia la forza di abbattere gli steccati, di rompere gli schemi. La Hollywood che avrebbe dovuto essere, che forse è, o potrebbe essere, quella di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Rock Hudson non è il solo appiglio alla vera Hollywood di quel tempo. La serie di Ryan Murphy prende a piene mani da quell’immaginario, mettendo in scena Vivien Leigh, Cole Porter, George Cukor, o evocando Alfred Hitchcock e David O. Selznick, a volte anche un po’ forzatamente, quasi a voler dire: siamo proprio in quel mondo. Hollywood si appoggia su una grande ricostruzione storica, con una superficie laccata e quella luce inconfondibile della California, con i colori pastello e i toni caldi degli anni Quaranta, come ce li immaginiamo (perché le immagini dei film, quando li vediamo realizzati, sono in bianco e nero). La serie di Ryan Murphy vive della fascinazione che, da sempre, il mondo di Hollywood, automaticamente evoca: siano gli anni Quaranta di Viale del tramonto, gli anni Sessanta di C’era una volta a… Hollywood, i giorni nostri di La La Land, Hollywood è sempre un luogo mitico, aureo, fuori dallo spazio e dal tempo. E il luogo dove si creano i sogni. E dove altri sogni naufragano.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedere <strong>Hollywood</strong> sotto questa nuova luce che le getta addosso <strong>Ryan Murphy,</strong> è allo stesso tempo stimolante e straniante.</p>
<p><img class="alignright wp-image-157946 size-medium" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2020/04/HOLLYWOOD_106_Unit_00501RC-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2020/04/HOLLYWOOD_106_Unit_00501RC-300x200.jpg 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2020/04/HOLLYWOOD_106_Unit_00501RC.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Lascia un po’ spiazzati, attoniti, quel tono costantemente sopra le righe, esagitato, che si trova costantemente sul limite di sfociare nella farsa, a volte fermandosi prima, a volte cadendoci dentro. <strong>Hollywood</strong> ha un andamento jazzato, vola leggero al ritmo del jazz e dello swing anni Quaranta (che a volte danno vita a una colonna sonora fin troppo invasiva). Ma non è un tono che serve a far ridere, con battute o situazioni, quanto piuttosto a provare a dare leggerezza a dei temi che sarebbero piuttosto duri, come razzismo, omofobia, emarginazione.  Per capirci, non siamo dalle parti di The Marvellous Mrs. Meisel, una serie che, parlando di comicità, punta dichiaratamente sul sorriso, per sottintendere poi una serie di altri temi. Qui, per dare un registro brillante alla storia, sarebbe servita una scrittura più arguta, un po’ alla Woody Allen, per condire il racconto con battute più sagaci. Perché il racconto, nel suo sviluppo e nei dialoghi, ha una struttura piuttosto didascalica: spiega fin troppo chiaramente quali siano i problemi, quali le istanze in ballo, e altrettanto semplicemente trova gli escamotage per risolverli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hollywood</strong> è un racconto particolare già dal suo episodio pilota che, a differenza di quello che accade normalmente, indugia per una buona mezz’ora su un solo personaggio, il protagonista Jack, per poi tirare dentro gli altri personaggi con una sorta di struttura a catena, in cui ognuno è legato a un altro e lo introduce nella storia. In questo modo, la serie stenta un po’ a decollare, indugiando sul gossip, e sulle relazioni sentimentali e sessuali, esagerando nei toni. Per poi riprendersi quando entra nel vivo, quando si parla della materia cinema, si entra dietro le quinte del film in lavorazione. Il cinema nel cinema, da Effetto notte di Truffaut a C’era una volta a… Hollywood di Tarantino, è sempre entusiasmante, perché ci mostra la materia di cui sono fatti i nostri sogni. E perché Hollywood, al di là della messinscena, ha cose importanti da dire. Cioè che chi fa cinema, come e forse più di chi si dedica alle altre arti, ha il compito di provare a cambiare le cose, ad anticipare la società, a spronarla. Ryan Murphy (Nip/Tuck, Glee, American Horror Story) da sempre attento ai giovani e ai diritti degli omosessuali, ci parla di una Hollywood e di quei tempi per dirci che produttori e artisti devono avere quel coraggio anche oggi. È curioso che a raccontare questa storia sia <strong>Netflix</strong>: il maggior produttore di tv in streaming celebra il cinema. Il che vuol dire almeno tre cose. Primo, che il cinema è arte, è storia, e senza il cinema non ci sarebbero nemmeno <strong>Netflix</strong> e i colossi dello streaming. Secondo, che a loro volta anche realtà come queste possono raccontare grandi storie, e il dualismo tra cinema e tv on line non ha più senso di esistere. Terzo, che forse oggi il mondo delle serie tv diffuse in streaming è più coraggioso e più avanti delle major del cinema. E che il cambiamento possa partire da qui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Maurizio Ermisino per DailyMood.it</strong></p>

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		<title>The Looming Tower. La miniserie Amazon sui retroscena dell’11 settembre</title>
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				<pubDate>Thu, 23 Aug 2018 13:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marta Nozza Bielli]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>L’11 settembre del 2001 è una data impossibile da dimenticare. In un giorno in cui i secondi duravano un’eternità, il mondo intero si è ritrovato unito e immobile di fronte alle immagini delle Torri Gemelle che crollavano come se fossero un castello di carte. Da quel momento tutto è cambiato. La guerra in Iraq, i [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’<strong>11 settembre del 2001</strong> è una data impossibile da dimenticare. In un giorno in cui i secondi duravano un’eternità, il mondo intero si è ritrovato unito e immobile di fronte alle immagini delle <strong>Torri Gemelle</strong> che crollavano come se fossero un castello di carte. Da quel momento tutto è cambiato. La guerra in Iraq, i bombardamenti in Afghanistan, Osama Bin Laden, Al Qaeda e quella war on terror che ancora oggi, ogni giorno, ci ricorda che i nemici sono ancora là fuori e non possiamo dormire sogni tranquilli.<br />
Ma cosa è successo prima dell’11 settembre? Nessun indizio aveva fatto presagire una tragedia di simile portata? La bolla del terrorismo è scoppiata all’improvviso? A queste domande ha provato a dare una risposta <strong>Lawrence Wright</strong>, Premio Pulitzer nel 2006 per il suo libro <strong><em>The Looming Tower: Al-Qaeda and the road to 9/11</em></strong> che per <strong>Hulu</strong> (la piattaforma streaming produttrice di <em>The Handmaid’s Tale</em>) diventa uno dei creatori – insieme a <strong>Dan Futterman</strong> e al documentarista <strong>Alex Gibney</strong> – dell’adattamento per il piccolo schermo proprio della sua premiata opera letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="size-medium wp-image-130288 alignright" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/g-300x200.jpg" alt="the looming tower" width="300" height="200" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/g-300x200.jpg 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/g.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />The Looming Tower</strong>, miniserie in dieci episodi disponibile in Italia su <strong>Amazon Prime Video</strong>, offre un interessante approfondimento politico che fa luce su un aspetto poco conosciuto dell’11 settembre, ovvero quello della rivalità tra la CIA e l’FBI che avrebbe apparentemente rallentato le indagini. La narrazione infatti percorre due binari paralleli destinati ad incrociarsi nel finale: da una parte c’è l’avanzata del terrorismo come minaccia internazionale, dall’altra c’è lo scontro tra il Federal Bureau e l’Intelligence poco propensi alla collaborazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso l’utilizzo di un linguaggio che spesso si lascia travolgere da una verve documentaristica – tante sono le date e i nomi di luoghi in sovraimpressione – <strong>The Looming Tower</strong> riesce a rendere con efficacia lo scenario internazionale che anticipa i tragici eventi del 2001.<br />
Gli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar El Salam in Tanzania avvenuti nel 1998 infatti non erano solo un atto violento da parte di scellerati in lotta con il governo statunitense, ma erano i primi attacchi del movimento terroristico già conosciuto come Al Qaeda che iniziava a rivolgere le proprie attenzioni aldilà del Medio Oriente a scapito degli occidentali definiti come “infedeli”.<br />
Il primo ad accorgersi del reale pericolo rappresentato da Bin Laden e dai suoi proseliti è John O’Neil (<strong>Jeff Daniel</strong>), capo del dipartimento antiterrorismo dell’FBI di New York il quale cerca in ogni modo di convincere i suoi superiori ad intraprendere delle indagini sul campo volte a monitorare con maggiore attenzione gli eventi all’apparenza non <img class="size-medium wp-image-130289 alignleft" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/e-300x200.jpg" alt="the looming tower" width="300" height="200" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/e-300x200.jpg 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/e.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />collegati che avevano colpito le sedi estere del governo. A dargli del filo da torcere però ci pensa Martin Schmidt (interpretato da <strong>Peter Sarsgaard</strong>) analista della CIA, convinto di essere l’unico in grado di poter aggirare la minaccia terroristica. Nemmeno la tenacia nello scoprire la verità del giovane agente di origini libanesi Ali Soufan (<strong>Tahar</strong> <strong>Rahim</strong>), disposto a sacrificare la sua vita privata per proteggere la nazione, aiuteranno O’Neil a sostenere la sua tesi ai piani alti, soprattutto dopo che questi hanno scoperto l’abitudine di O’Neil di alzare un po’ troppo il gomito e di intrattenere diverse relazioni extraconiugali che minano la sua reputazione. Le informazioni nelle mani della CIA – e che Schmidt si rifiuta di condividere – risulteranno invece confermare i sospetti del capo dell’FBI, ma sarà ormai troppo tardi per fermare la macchina di distruzione attivata da Bin Laden.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>The Looming Tower</strong>, pur basandosi su fatti realmente accaduti, ha dovuto necessariamente romanzare alcuni suoi passaggi in modo da rendere la narrazione più digeribile al pubblico, il quale si trova così davanti ad un prodotto ben costruito ma che richiede un certo grado di attenzione durante la visione – i continui rimandi a differenti annate e localizzazioni rendono spesso e volentieri difficile capire a quale punto della storia stiamo assistendo.<br />
La faida interna tra FBI e CIA dona alle vicende sullo schermo un’aura più avvincente e la sceneggiatura riesce a tenersi alla larga da facili moralismi patriottici che una trama del genere poteva portare con sé. O’Neil e Schmidt sono i protagonisti che rappresentano due approcci diametralmente opposti: l’uno disposto a tutto pur di garantire la sicurezza dei cittadini, l’altro abituato ad agire nell’ombra non riesce a fidarsi di nessun’altro al di fuori di sé stesso. Ma l’attesa di scovare qualcosa di più grande distoglie l’attenzione sul presente, ed è proprio questo che è successo agli Stati Uniti, colpevoli di non aver dato troppa importanza a segnali che invece erano dei veri e propri campanelli d’allarme. È forse questo uno dei rari casi in cui sotto i riflettori finiscono le negligenze degli States e nessun eroe (anche senza arte né parte) riesce a risolvere la situazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-130290 alignright" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/w-300x200.jpg" alt="the looming tower" width="300" height="200" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/w-300x200.jpg 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/08/w.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><strong>Jeff Daniels e Peter Sarsgaard</strong> sono il fiore all’occhiello della miniserie: il primo si riconferma un ottimo attore drammatico (dopo aver già dimostrato le sue capacità in un personaggio simile a quello di O’Neil nella serie di Aaron Sorkin The Newsroom), ma è il secondo a regalare una performance fredda e calcolatrice quanto basta per mettere in ombra i suoi co-protagonisti (tra cui figurano anche <strong>Alec Baldwin</strong> e l’ormai onnipresente <strong>Michael Stuhlbarg</strong>). Dispiace non vederlo tra i <a href="https://www.dailymood.it/2018/07/13/emmy-2018-nomination-i-nostri-pronostici/">nominati agli Emmy</a> come il suo collega, perché anche lui avrebbe meritato almeno una nomination.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>The Looming Tower</strong> è senza dubbio un prodotto di qualità ma che probabilmente mancherà di colpire e di rimanere nella mente dello spettatore a causa del mancato coraggio di approfondire a tutto campo gli argomenti spinosi che ha messo in tavola. Tuttavia, rimane un ottimo esempio di intrattenimento in grado di raccontare uno dei capitoli più importanti della nostra storia.</p>
<p><em><strong>di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Picnic at Hanging Rock. Dal libro alla miniserie, qualcosa è andato storto</title>
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				<pubDate>Tue, 24 Jul 2018 13:27:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marta Nozza Bielli]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Quando si parla di remake nessun film del passato può sentirsi al sicuro. Che si tratti di grande o piccolo schermo, la brama dei produttori di attirare una fetta di pubblico sempre più ampia puntando sull’effetto nostalgia fa sì che le storie vengano ripescate, rimodernate quel tanto che basta da non sembrare una copia identica [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando si parla di remake nessun film del passato può sentirsi al sicuro. Che si tratti di grande o piccolo schermo, la brama dei produttori di attirare una fetta di pubblico sempre più ampia puntando sull’effetto nostalgia fa sì che le storie vengano ripescate, rimodernate quel tanto che basta da non sembrare una copia identica all’originale e date in pasto agli spettatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Per parlare di <strong>Picnic at Hanging Rock</strong>, la miniserie andata in onda in sei episodi a partire dal 5 giugno su <strong>Sky</strong> <strong>Atlantic</strong>, bisogna partire da lontano. Era il 1967 quando la scrittrice australiana <strong>Joan Lindsay</strong> pubblicò il suo romanzo (<em>Picnic at Hangig Rock</em> appunto) in cui raccontava della sparizione misteriosa di tre studentesse del collegio Appleyard e della loro insegnante durante il giorno di San Valentino nei primi anni del ‘900. Nonostante l’autrice avesse più volte dichiarato che il racconto fosse totalmente di fantasia, attorno alla storia si sviluppò un vero e proprio culto, fomentato non solo dalle superstizioni aborigene secondo cui la formazione rocciosa poco lontana da Melbourne fosse infestata da energie sinistre ma anche dalla decisione dell’editore del romanzo di eliminare l’ultimo capitolo contenente la risoluzione del caso. Le ultime pagine vennero pubblicate nel piccolo volume dal titolo <em>The secret of Hanging Rock</em> solo nel 1987, dopo la morte della Lindsay come da lei promesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-129458 alignright" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/07/girls-picnic-min-300x200.jpg" alt="picnic at hanging rock" width="300" height="200" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/07/girls-picnic-min-300x200.jpg 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/07/girls-picnic-min.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Ancor prima che l’enigma venisse risolto, <strong>Peter Weir</strong> nel 1975 decise di dirigerne l’adattamento cinematografico; il film (uscito in Italia con il sottotitolo <strong>Il lungo pomeriggio della morte</strong>) oltre che lanciare definitivamente la carriera del regista a livello mondiale (dirigerà fra gli altri <em>L’attimo Fuggente</em> e <em>The Truman Show</em>) è riuscito a riportare tramite le immagini le atmosfere del romanzo, dando vita ad un’estetica che in tempi recenti è stata ripresa più volte soprattutto da <strong>Sofia Coppola</strong>. Non è difficile infatti riconoscere tra i fotogrammi de <em>Il giardino delle vergini suicide</em> o de <em>L’inganno</em> quella miscela incantevole ma allo stesso tempo quasi nefasta fatta di lunghi vestiti bianchi, luci accecanti e gruppi di ragazze che nascondono dietro i loro sorrisi innocenti il desiderio irrefrenabile di evadere. L’aurea di mistero di Picnic at Hanging Rock infatti è racchiusa nei suoi personaggi e nei suoi scenari più che nella scomparsa delle sue protagoniste. Tutto è etereo, impalpabile, come in un sogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Un successo di oltre trent’anni non poteva esimersi dalla logica del “ripescaggio” e così FremantleMedia Australia ha pensato bene di adattare nuovamente – questa volta per il piccolo schermo – il romanzo con una miniserie, il format più gettonato dell’ultimo periodo. Ma se un romanzo di circa 300 pagine è stato perfettamente trasposto in una pellicola di due ore, dedicargli addirittura sei episodi non rischia di essere eccessivo? La risposta è semplice: la versione televisiva di Picnic at Hanging Rock annoia, a morte.<br />
Il pilot lasciava intravedere le migliori intenzioni da parte degli sceneggiatori, i quali hanno deciso di sfruttare il maggior minutaggio a disposizione creando un contesto narrativo molto più ampio che va oltre il racconto della misteriosa sparizione delle studentesse e delle indagini per risolvere il caso e concede maggior spazio ai protagonisti e alle loro vite personali.<br />
<img class="size-medium wp-image-129460 alignleft" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/07/picnic-at-hanging-rock-amazon-studios-WTW052318-min-300x200.jpg" alt="picnic at hanging rock" width="300" height="200" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/07/picnic-at-hanging-rock-amazon-studios-WTW052318-min-300x200.jpg 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2018/07/picnic-at-hanging-rock-amazon-studios-WTW052318-min.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Già nel prologo si parte con l’introduzione di Mrs. Appleyard (impersonata da <strong>Natalie Dormer</strong>, famosa al grande pubblico per il ruolo di Margaery Tyrell in <em>Game of Thrones</em>), una signora borghese arrivata dall’Inghilterra in seguito alla morte del marito. La donna è molto più giovane rispetto a quanto descritto in origine dalla Lindsay e gli autori, per sfruttare il carisma della Dormer, ne arricchiscono il background lasciando intendere attraverso una serie di brevissimi flashback che la donna stia nascondendo la sua vera identità.<br />
Al pubblico viene inoltre concessa la possibilità di conoscere meglio anche le ragazze scomparse: la bellissima e invidiata Irma (<strong>Samara Weaving</strong>), la timida Marion (<strong>Madeleine Madden</strong>) e l’irriverente Miranda (<strong>Lily Sullivan</strong>) formano un trio unito da una forte complicità e insieme cercano di sopravvivere alle rigide regole del collegio che limitano la loro curiosità di scoprire cosa le aspetta nel mondo. Il dualismo tra chiusura e libertà è ben rappresentato anche visivamente dagli ambienti che fanno da sfondo alla vicenda, con la scuola Appleyard in rappresentanza dell’interdizione e la natura incontaminata dell’Australia come sinonimo di libertà e questa contrapposizione funziona all’interno della miniserie, unita anche ad una musica e uno stile registico estranianti che ben delineano l’atmosfera straniante che aleggia attorno alla montagna “maledetta”. Seppur l’approfondimento dei personaggi risulti azzeccato per un adattamento televisivo in più episodi, le storyline aggiuntive non incuriosiscono a tal punto da continuare la visione con vivo interesse. Anche la scomparsa delle ragazze, oltre che una risoluzione sbrigativa legata al paranormale prevedibile ma non soddisfacente, non riesce a coinvolgere a causa di eccessive interruzioni nel racconto che rallentano il ritmo all’estremo.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la miniserie andrebbe vista tutta d’un fiato e non a cadenza settimanale, o forse a cinquant’anni dalla pubblicazione del romanzo il mistero di <strong>Picnic at Hanging Rock</strong> non incuriosisce più. È certo però che non avevamo bisogno di un nuovo adattamento. Lasciate a <strong>Peter Weir ciò che è di Peter Weir.</strong></p>
<p><em><strong>di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it</strong></em></p>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.dailymood.it/2018/07/24/picnic-at-hanging-rock-dal-libro-alla-miniserie/">Picnic at Hanging Rock. Dal libro alla miniserie, qualcosa è andato storto</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.dailymood.it">Daily Mood</a>.</p>
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