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Walter Farnetti, l’amore al gusto di gin tonic
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21 mins agoon
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DailyMood.itPasticcini, notti d’estate e sentimenti contraddittori in Wonderful Pasticcino
Storico dell’arte, bidello e osservatore appassionato delle contraddizioni umane, Walter Farnetti esordisce con un romance folle, brillante e popolato da personaggi che non sanno stare fermi dentro una definizione.
Basta uno sguardo sul bordo di una piscina per mettere in moto Wonderful Pasticcino, il romanzo d’esordio di Walter Farnetti, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER. A incrociarlo sono Elena, frizzante, paranoica e incline alle cotte fulminanti, e Luca, placido, bellissimo, enigmatico. Entrambi lavorano per la Miliardaria, una tiranna che impartisce ordini in un idioma fatto di inglese, italiano e perfidia.
Da quell’incontro nasce una tempestosa ricerca per ritrovarsi: una caccia al tesoro sentimentale che trascina amici, parenti, colleghi e passanti in un vortice di disavventure, eccessi e ripensamenti. Pasticcini, cocktail, spiagge e selvagge notti d’estate compongono una commedia romantica in cui perfino gli oggetti possono dire la loro.
La sua biografia d’autore sembra già una dichiarazione di poetica: capelli lunghi, una laurea in Storia dell’Arte, il lavoro di bidello, passioni che vanno dall’architettura alla teologia, dai sentimenti contraddittori alle cantanti da ballo di Chianciano Terme. È da questo sguardo colto, ironico e felicemente laterale che nasce un romance capace di prendere sul serio l’amore senza rinunciare al gusto dell’assurdo.
L’intervista
- La tua biografia è già un piccolo racconto surreale, tra Storia dell’Arte, teologia, cantanti da ballo di Chianciano e Monica Bellucci che scende da una barca. Quanto di questo sguardo ironico e laterale è entrato in Wonderful Pasticcino?
Nella mia vita, ancora, e ancora mio malgrado, continuano ad assumere un’importanza struggente cose che non contano nulla. Sono un grande spettatore di minuzie, tic, tutte le frattaglie dell’esistenza. Ho uno sguardo innamorato verso gli occhi, le rughe, le mani, il modo in cui la commessa srotola lo scontrino alla cassa (di recente, a Ladispoli, una lo ha fatto con tanta rabbia e confusione che Paolo Crepet potrebbe scriverci il prossimo saggio). Direi che questo sguardo laterale (depurato dai ricordi del catechismo, mediato dalla fede in Sergio Mattarella, comunque pre-filtrato dal mio avvocato) è stato il motore del libro.
- Wonderful Pasticcino è il tuo romanzo d’esordio: qual è stata la prima immagine, frase o ossessione da cui è cominciata la storia?
Ragionavo da tempo sull’immagine di una piscina all’aperto; lo strano silenzio e lo strano vocio delle piscine d’estate. L’acqua che è calda, una foglia, un moscerino; macchie di crema solare, riviste aperte a metà. Quell’incomprensibile grumo di desiderio, accidia. Avere voglia di cambiare il mondo e decidere in ultimo che il modo migliore per farlo sia restarsi a piastrare sulla sdraio.
- Tutto nasce da uno scambio di sguardi sul bordo di una piscina. In un tempo di chat, profili e relazioni filtrate dagli schermi, che cosa ti affascina ancora del colpo di fulmine?
Il colpo di fulmine è un atto di coraggio, di spregiudicatezza, di prepotenza; un vero gesto punk, pura voglia di vivere e eterna gioia di fare polemica. Chat, foto, filmati impongono mediazioni, differite. Lontananze. L’uomo spregiudicato di fronte a tutto alza il mento e dice: “Ah, sì? E allora mi innamoro!”.
- Elena è frizzante e paranoica, Luca placido ed enigmatico: li hai costruiti come opposti destinati a completarsi o come due modi diversi di complicarsi la vita?
Secondo me tutti i nostri atteggiamenti, gioia e mistero, frizzantezza e malinconia, non fanno altro che rimandare l’incontro con se stessi, mascherare lo stralunato, abissale vuoto dell’uomo di fronte alla propria finitudine. Ma, con la proverbiale bonomia di quando d’estate mi si schiariscono i capelli, diciamo pure che sono opposti che si attraggono.
- La Miliardaria parla una lingua inventata, fatta di inglese, italiano e perfidia. Come è nato questo personaggio e che rapporto c’è, nel romanzo, tra linguaggio e potere?
C’è stato un periodo in cui ascoltavo molte interviste a Raz Degan; una volta ho incontrato Corinne Clèry in un ristorante. Lavoro coi bambini, talvolta mi impigrisco e non finisco le frasi. Uso il traduttore di Google, mi piace Giusy Ferreri, c’è un ristorante giapponese a Viterbo in cui la proprietaria cinese parla umbro. Direi che in me si è sviluppata un’attrazione per le lingue irreali, che, violando le leggi, finiscono per diventare più personali, coinvolgenti. Il personaggio della Miliardaria è nato pensando che in ognuno di noi ci sia una Miliardaria, che vuole tutto, e vuole piangere di tutto, e vorrebbe poter comprare tutto. E quella Miliardaria in noi esprime il suo potere esattamente così: come un bambino, come uno scemotto, come Raz Degan.
- Nella storia tutti contribuiscono al racconto, persone e perfino oggetti. La tua formazione in Storia dell’Arte e l’interesse per l’architettura ti hanno insegnato a guardare gli spazi e le cose come presenze narrative?
Ho un grande amore per gli oggetti: li contemplo, li analizzo, spessissimo li rompo. Rompo molte tazze, molti bicchieri, tutte le chiusure lampo. Credo mi piaccia segretamente scoprirne l’origine, il principio nascosto. Quando la regina Elisabetta indossava un gioiello, era così importante; quando Franco il netturbino carica il camion, niente vale niente, le cose sono solo cose. E tutte le cose della nostra vita sono così: importantissime, e non contano niente.
- La ricerca di Elena e Luca attraversa pasticcini, cocktail, spiagge, eccessi e passi indietro. Quanto era importante che l’estate non fosse soltanto uno sfondo, ma una vera temperatura emotiva del romanzo?
Volevo che l’estate fosse proprio l’orizzonte, l’atteggiamento. D’estate facciamo – ci concediamo, osiamo – ciò che in ogni altra stagione sarebbe inopportuno, impensabile. E’ la ragione per cui a Ferragosto anche la severissima impiegata della Asl balla la pizzica. Il regalo che ci fa l’estate è sperimentarci: provare vite che ci illudiamo di proseguire, immaginarci in luoghi lontani, cambiare volto, cambiare asciugamano. Fare acquagym. I personaggi che sbocciano d’estate possono permettersi tutto.
- Il pasticcino del titolo è una promessa di dolcezza, ma la storia è anche magnifica, tormentata e innaffiata di gin tonic. Come hai scelto il titolo e quale sapore volevi lasciasse al lettore?
C’è stato un giorno a Venezia in cui passeggiavo con mia moglie accanto a una barca, poi un leone di pietra, poi un ponte, un altro ponte. “Voglio un titolo assurdo, dolce, sprezzante: Beautiful bocconcino… Italian boy-smack”. Volevo insomma che fosse divertente, ma avesse anche dei significati.
- Il romanzo gioca con i codici del romance e conserva un tono comico, quasi irriverente. Come si fa a prendere sul serio i sentimenti senza diventare solenni e a farne sorridere senza scivolare nel cinismo?
Tratto i sentimenti come gli oggetti. I sentimenti sono sempre – e sempre insieme – la corona della Regina Elisabetta e i soprammobili buttati via da Franco il netturbino: contano tantissimo, e niente.
- Dopo questo esordio, che cosa speri trovi il lettore in Wonderful Pasticcino e quale contraddizione, sentimentale o letteraria, vorresti esplorare nel prossimo libro?
Spero che il lettore abbia una parentesi di spensieratezza, quel genere di spensieratezza che ti fa venire voglia di buttare via una bomboniera o di laurearti da vecchio. Quanto al futuro, sto studiando la complicata interrelazione tra innamoramento e prove allergiche. Cioè: si può comunque essere seduttivi se si è allergici al lattosio?
di Redazione
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