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Venezia 83: Oasis, Robert Pattinson e… Nanni Moretti. È l’ora dei divi

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Sabato 5 settembre a Venezia è stata la giornata delle star. Rockstar planetarie, come Noel e Liam Gallagher, gli Oasis. Robert Pattinson, divo amatissimo dai tempi di Twilight, e ormai lanciato verso percorsi autoriali lontanissimi dal vampiro Edward Cullen. E poi Nanni Moretti, la star dei registi di casa nostra, tornato a Venezia in concorso dopo 37 anni, quando, con Sogni d’oro, aveva vinto il Leone d’Argento, Otto anni dopo aveva presentato Palombella Rossa alla Settimana della Critica. E poi per lui c’è stato solo Cannes. Ora è il momento di tornare a casa.

Iniziamo da lui, da Robert Pattinson, divo, o ex divo, del nostro cinema di oggi, visto che sta privilegiando ruoli sempre più scomodi e sfaccettati. Pattinson è stato perfetto al Lido, in entrambe le vesti: quelle di protagonista sul red carpet, in un look total white di Dior, un abito gessato bianco con giacca a doppiopetto e una cravatta regimental bordeaux con righe bianche e azzurre. Di Dior anche gli occhiali. Perfetta, accanto a lui, anche la compagna Suki Waterhouse, attrice e musicista, in un abito di pizzo verde salvia di Saint Laurent. Pattinson non ha deluso neanche nell’altra veste, quella di protagonista del film Primetime di Lance Oppenheim, prima opera di finzione di un documentarista, la storia di un conduttore senza scrupoli di un reality show della NBC, To Catch A Predator, che provava ad attirare pedofili e smascherarli in diretta. C’è chi, vedendo il film, ha detto di aver provato un sincero fastidio per il personaggio e per la storia. E questo vuol dire che Robert Pattinson ha fatto un grande lavoro. Sì, perché è proprio questo che è stato Chris Hansen. E non è che l’ultimo della galleria dei personaggi ambigui che Pattinson sta portando sullo schermo. Abbiamo ancora negli occhi il viscido e disturbante Antinoo dell’Odissea di Nolan. E proprio l’attore, a Venezia, ha confessato la vicinanza tra i due personaggi. “C’è stato poco stacco tra i due film. Ogni tanto vedevo Antinoo e ci ritrovavo qualcosa di Hansen”.

Divi e antidivi per antonomasia, rockstar con oltre 30 anni di carriera alle spalle, sono Liam e Noel Gallagher, fratelli coltelli, amici e nemici e poi di nuovo amici, artefici della storia di una delle band più di successo degli anni Novanta, poi sciolta e ricomposta nella famosa reunion con relativo tour mondiale. Oasis: Don’t Look Back In Anger è il film che racconta questa storia e che ha portato i fratelli Gallagher – loro in look total black, sneakers a parte – sul red carpet di Venezia. Il racconto della reunion inizia con le prove, dove i due fratelli arrivano con mood completamente diversi: Noel arriva subito giovale e saluta tutti, Liam arriva dopo due giorni scorbutico e nervoso. Qualcosa però cambia. Perché inizia a scorrere la musica ed è questa grande musica che, in questi anni, ha unito i fratelli. E, possiamo dirlo, ha unito anche noi che li abbiamo ascoltati a lungo. E poi il giorno del debutto sul palco, con Liam che prende la mano del fratello maggiore, davanti a tutti. Il racconto di questi due fratelli si intreccia con quello dei fan della band, con le storie private dei Gallagher e dei loro figli. È la loro storia. Ma è anche la nostra.

La star di casa nostra, invece, è lui. Nanni Moretti ha presentato, in concorso, il suo nuovo film, Succederà questa notte, ed è stato un grande successo. Il precedente film tratto da un libro di Eshkol Nevo, Tre piani, presentato qualche anno fa a Cannes, non era sembrato poi molto riuscito. Tratto dallo stesso autore, Succederà questa notte è un film che parla di amore, di attrazione, della nascita e del suo percorso negli anni. La storia, infatti, si snoda lungo tre città e lungo un arco temporale di diciassette anni. È un film meno intellettuale, e più emotivo, di quelli a cui siamo abituati. Nel cast ci sono Louis Garrell e Jasmine Trinca, gli alter ego del regista, e Laura Morante. Per Moretti, oggi, l’amore è “o tutto o niente”: è la storia dell’attrazione tra Matteo, libraio, e Greta, attrice. Si conoscono su un campo di tennis, si legano ad altri, coinvolgono altre persone nelle loro vite e nel loro amore. Dieci minuti di applausi, così si dice, applausi anche all’apparizione in sala stampa. “Anni fa avevo coniato una frase un po’ scema, ‘vorrei fare sempre lo stesso film, possibilmente sempre più bello’. Ecco, con il passare del tempo mi sono detto che non voglio fare sempre lo stesso film”. E, finalmente, Nanni Moretti ha fatto un film davvero diverso dal solito. C’è sempre la passione, l’alto livello della recitazione, i balletti. E le canzoni. Ascoltiamo Bruce Springsteen con Hungry Hearts e Because The Night (riprese durante un suo concerto a San Sebastian) e She’s Like The Rainbow dei Rolling Stones. Per citare una sua celebre frase: continuiamo così, facciamoci del bene. E dei bei film.

Tra i film italiani ha diviso il pubblico, che ha risposto con applausi e fischi, La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, un passato da ottimo attore (era il protagonista di Ovosodo) e un presente da regista. La città dei vivi è tratto dal romanzo di Nicola Lagioia sull’omicidio di Luca Varani. Se il romanzo si concentrava sulla gratuità dell’omicidio e sulle polemiche successive, il film cambia prospettiva. Cerca di evitare la pornografia del dolore, il sensazionalismo, per raccontare quello che i media non avevano raccontato, cioè la vita della vittima prima del suo omicidio. Il regista lo chiama “un romanzo di formazione interrotto”, che però non vuole trovare le ragioni di quell’interruzione. Il protagonista è il giovane Emanuele Maria Di Stefano, e nel cast brilla, nel ruolo del padre, Valerio Mastandrea. Balcanica è l’opera prima di Nicola Sorcinelli, presentata alle Giornate degli Autori. Parla di un viaggio lungo la rotta balcanica – quel percorso dei migranti che non passa per il mare e non è mai visto – di un padre e un figlio che arrivano dall’Afghanistan quando la musica viene vietata. È un film importante per far sapere quello che accade e che troppo poco spesso ci viene raccontato. Ieri, a Venezia, è stato presentato in concorso anche The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, di cui vi parleremo domani.

La giornata di ieri, al Lido, è stata anche quella dell’unica regista donna in concorso (in realtà si è aggiunta anche Rachel Szork, coautrice del film NAZA, che verrà presentato i prossimi giorni). È May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, che ha presentato Kvinde Ukedt (Woman Unknown). È la storia di un matrimonio minacciato da un’ombra nel passato. È un’opera importante dal punto di vista sociale e storico. Marie sta per sposare il ricco vedovo Christian, di cui è stata la tata della figlia. Ma siamo nel 1945, alla fine della guerra. E la donna porta con sé un segreto scomodo. Woman Unknown è un film che parla del disprezzo per il corpo delle donne, di indipendenza femminile, di differenza di classe, delle ferite che si portano dietro la guerra e i totalitarismi. È un film di cui si parla già di Leone d’Oro, o, almeno, di un posto nel palmares.

E al Leone d’Oro si candida anche un film in arrivo dall’Oriente, dalla fertile Corea. È Possible Love di Lee Chang-dong, uno dei più grandi autori coreani, Leone d’Argento a Venezia nel 2002 con Oasis, ispirato a uno dei capitoli del decalogo di Kieslowski. È la storia di un documentario che una donna ricca e borghese intende fare su un operaio che è stato licenziato. A farsi intervistare è la moglie, affascinata da quella differenza di classe che crede possa sparire, mentre il marito si trincera dietro un risentimento che non sembra poter sparire. È una storia commovente, che ha delle basi vere, uno sciopero represso con la violenza. L’autore coreano ci fa vedere questa storia da un altro punto di vista: l’amore che riesce a sconfiggere il potere. Segnate questo film. Perché ne sentiremo parlare a lungo.

Ci sono altri bei film che sono passati al Lido in questi giorni. 15/18 di Cedric Kahn è un viaggio dentro un ospedale psichiatrico per adolescenti (il titolo indica proprio l’età dei pazienti che si trovano lì). Seguiamo una serie di ragazzi e ragazze e le loro patologie, l tensioni, le crisi e le speranze. E i medici e infermieri che cercano di fare del loro meglio per aiutarli. Cedric Khan, che interpreta anche un ruolo, quello di uno dei medici, racconta questa comunità con empatia, provando a entrare nel mondo e nell’anima di questi ragazzi. Non vuole dare lezioni, né giudizi. Ma provando a cogliere la voglia di vita di questi giovani.

Nelson-san, anata wa hito o koroshimashita ka, che vuol dire “Ha mai ucciso qualcuno, signor Nelson?”) di Shin’ya Tsukamoto è tratto dal libro autobiografico di Allan Nelson sul trauma per la guerra in Vietnam e il suo superamento. L’educazione a uccidere che si ha diventando un marine, i massacri che avvengono in ogni guerra, e il conseguente disagio provato al rientro dal Vietnam. Uno psichiatra, interpretato dall’empatico Geoffrey Rush, riesce a salvarlo. La morte, il sangue, le ferite appaiono negli incubi di Nelson, ed è una cosa per stomaci forti. Ma l’orrore della guerra è questo. Ed è giusto raccontarlo perché di guerre non ce ne siano più.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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