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Cristina Pender, comunicare senza filtri – Lavoro, desideri e fughe parigine in #NoFilter. Una PR in fuga
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3 ore agoon
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DailyMood.itFinalista del concorso Arkadia LOVER, l’addetta stampa e professionista della comunicazione esordisce nella narrativa con una chick-lit brillante sul coraggio di smettere di vivere una vita perfetta soltanto sulla carta.
Di giorno Alice scrive comunicati stampa e organizza eventi; di notte prepara biscotti sui quali imprime le frasi che nella vita preferisce tacere. È da questa contraddizione, ironica ma molto contemporanea, che prende forma #NoFilter. Una PR in fuga, il romanzo d’esordio di Cristina Pender, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER.
Laureata in Pubbliche relazioni, addetta stampa e docente di comunicazione e marketing, Cristina ha lavorato anche come blogger e creatrice di progetti editoriali per il mondo kids e hospitality. Nel 2020 ha fondato Ladidà Biscuits, un piccolo brand di biscotti personalizzati. Non sorprende, quindi, che tra lei e Alice affiorino echi biografici: il lavoro nelle PR, l’amore per Parigi, le parole e quei biscotti capaci di dire ciò che spesso resta in sospeso.
Ambientato tra Cagliari e il sogno di una fuga parigina, il romanzo racconta l’incontro tra Alice e Alessandro Corona, imprenditore dell’hotellerie di lusso. L’antipatia iniziale diventa attrazione, ma le attenzioni di lui si alternano a silenzi e sparizioni. Dietro la leggerezza della chick-lit, #NoFilter parla di identità, aspettative, amicizia e della libertà di scegliere una felicità meno perfetta, ma finalmente propria.
L’intervista
- #NoFilter. Una PR in fuga è il tuo romanzo d’esordio. Ricordi il momento in cui Alice ha smesso di essere soltanto un’idea e hai capito che la sua storia sarebbe diventata un libro?
CRISTINA PENDER: Non c’è stato un momento esatto. La nascita di questo romanzo è stata più che altro un processo non lineare, durante il quale si sono accumulate idee, riflessioni, dettagli, caratteristiche rubate qua e là. Pian piano questi elementi si sono naturalmente collocati e hanno dato vita alla storia. Ma se devo ricordare un momento di svolta è stato quando ho capito chi dovesse essere Alice e le ho permesso di essere un disastro. Ho sentito fortemente che per far funzionare la storia dovevo lasciarla libera. Libera di essere insicura, di sbagliare, di non imparare dai propri errori, di inciampare, letteralmente e figurativamente, di non sapere cosa fare, libera di incasinarsi la vita, come facciamo nella realtà. Secondo me è stato il suo modo di essere imperfetta che ha permesso al romanzo di esistere.
- Il romanzo è arrivato tra i finalisti del concorso Arkadia LOVER e poi alla pubblicazione. Che cosa ha significato per te questo riconoscimento e quanto ha cambiato il modo in cui ti percepisci come autrice?
CP: Ha significato che la storia che avevo scritto non sarebbe più stata solo mia. Sarebbe uscita dal mio cassetto per arrivare ad altre persone. Io desideravo fortemente che la storia di Alice venisse letta, che fosse capace di intrattenere, emozionare o evocare quella sensazione di riconoscersi nelle pagine che i libri sanno dare. La pubblicazione stava per rendere tutto questo possibile. Ma rende possibile anche l’altra faccia della medaglia, perché pubblicare significa anche accettare il rischio contrario, Alice poteva non essere amata come la amo io. Quindi è stata una felicità assoluta mista a una grande consapevolezza. Però non ero intimorita, avevo voglia di mettermi in gioco. Su come è cambiato il modo in cui mi percepisco come autrice ti direi che nato un nuovo senso di responsabilità. Quando il mio direttore di collana Giovanni Lucchese e Arkadia hanno scommesso su di me sapevo che non stavo rispondendo più solo a me stessa, ma anche a delle persone che mi stavano dando fiducia. Lo stesso vale per il lettore che acquista il tuo libro, paga il prezzo di copertina per leggerti e ti dedica il suo tempo. È nato quindi un senso di responsabilità profondo assieme al desiderio di non tradire la fiducia di chi sceglie di dedicarti risorse, tempo e attenzione.
- Sei addetta stampa, hai insegnato comunicazione e marketing, sei stata blogger e hai creato progetti editoriali. In che modo tutte queste vite professionali sono confluite nella scrittura del romanzo?
CP: Nei romanzi ogni dettaglio, ogni scena, dev’essere funzionale alla trama. Nella realtà non è proprio così, i percorsi sono più disordinati e casuali ma mi piace pensare che nella mia vita professionale sia successo proprio questo. Che le mie esperienze siano state una specie di preparazione a questo libro. Anche se non stavo seguendo una traiettoria precisa, si è creata naturalmente una costante: tutti i miei lavori richiedevano di maneggiare le parole. Come se fossero una palestra per un progetto più strutturato, che avrebbe richiesto l’uso di molte più parole. Parole che non servivano più per comunicare o informare, ma per creare una realtà. Probabilmente questa è una visione un po’ romanzata della mia vita, ma mi piace pensarla così.
- Alice lavora nelle PR, ama Parigi e prepara biscotti con le frasi. Dove finisce Cristina e dove comincia la sua protagonista?
CP: La tentazione di cercare l’autore nei protagonisti dei romanzi è forte e lo facciamo spesso, ma #NoFiter non è un romanzo autobiografico. Nei dettagli di superficie della storia di Alice c’è certamente molto del mio mondo. Amo follemente Parigi, ho dimestichezza con il mondo della comunicazione e ho davvero posseduto un marchio di biscotti personalizzati. Questi però sono strumenti di scena, inseriti per permettere ad Alice di muoversi nella storia, per creare un’atmosfera, renderla più visiva, più vera, tridimensionale. Alice, intesa come persona invece non sono io, è un personaggio autonomo. Se dovessi cercarmi all’interno del mio romano, la verità è che non mi ritroverei solo in alcune caratteristiche della protagonista, ci sono frammenti del mio carattere sparsi in diversi personaggi. Alice ha la sua vita, il suo percorso, io le ho solo prestato alcune passioni.
- Il titolo #NoFilter richiama l’idea di mostrarsi senza filtri, mentre Alice è abituata a curare parole, eventi e immagini. Quanto ti interessava raccontare la distanza tra ciò che comunichiamo e ciò che proviamo davvero?
CP: Alice lavora in un mondo dove tutto è basato sull’immagine: ogni cosa dev’essere ben confezionata, le parole scelte e controllate a tavolino, gli eventi impeccabili. Lei prova a stare al gioco, ma la verità è che fallisce spesso e volentieri. Secondo me questo è il suo aspetto più interessante ed è quello che fa emergere la parte migliore di lei. Alice è troppo vera per contenersi, parla d’impulso, dice la cosa sbagliata al momento sbagliato, si fa travolgere da quello che sente. Nella vita reale essere senza filtri si rivela una scelta quasi mai strategica e non garantisce affatto che le cose vadano come si desidera. Anzi spesso rende vulnerabili e complica i piani. Mi piaceva l’idea di raccontare questo cortocircuito. Se è vero che la spontaneità spesso fa perdere il controllo sulla buona riuscita di una situazione è anche l’unico modo per essere autentici e costruire legami veri. È un valore con il quale è difficile scendere a compromessi.
- Alice ha un lavoro perfetto sulla carta, ma sente che non la rappresenta più. È una crisi personale oppure il ritratto di una generazione che fatica a concedersi il diritto di cambiare strada?
CP: La crisi di Alice nasce come fatto personale, ma rispecchia un disagio che appartiene a tanti. Nella vita reale capita molto spesso di sentire le persone raccontare di essere insoddisfatte al lavoro, incastrate in professioni che non amano, desiderose di intraprendere un’altra strada o un progetto personale. Non siamo tutti pronti a decidere chi vogliamo diventare a diciannove o a ventiquattro anni, ed è a mio avviso un errore pensare che la propria strada debba essere definita una volta per tutte all’inizio. Allo stesso tempo, non mi piace la retorica del “per cambiare basta volerlo”. A volte il cambiamento non è una questione di coraggio, ma di possibilità reali e chi compie il salto non è più bravo di più di chi resta. A me interessava raccontare lo stato d’animo, la frizione tra realtà e sogno. Senza giudizio, ma come rappresentazione di una situazione molto diffusa.
- I biscotti personalizzati esistono anche nella tua vita grazie a Ladidà Biscuits. Perché hai scelto proprio il cibo e le frasi impresse sulla frolla per dare voce a tutto ciò che Alice non riesce a dire apertamente?
CP: Ladidà Biscuits è stata una parentesi del mio passato, un progetto che volevo realizzare e un’esperienza che a un certo punto andava conclusa. Per Alice invece il cibo è qualcosa di più profondo, sono le sue radici. Viene da una tradizione familiare nel campo della ristorazione, la mamma è un’ispettrice Michelin e per lei la cucina è un linguaggio oltre che un rifugio. I biscotti con le frasi all’inizio per me erano un elemento di colore, una valvola di sfogo per un personaggio incastrato in una routine che le andava stretta. Poi mi sono accorta che timbrare quelle frasi era per lei un modo di liberare pensieri, un luogo in cui essere spontanea e un po’ sfacciata.
- Alessandro alterna fascino, attenzioni e sparizioni improvvise. Attraverso il loro rapporto volevi parlare anche di ghosting, ambiguità emotiva e di quelle relazioni che ci tengono sospesi più di quanto ci rendano felici?
CP: Alessandro rappresenta quella tipologia di persone che, quando ci sono, sanno essere estremamente affascinanti e travolgenti, ma mancano di costanza. Ha l’abitudine di esserci e poi sottrarsi, fisicamente ed emotivamente, lasciando ad Alice un senso di vuoto sproporzionato che finisce per occupare tutti i suoi pensieri. Mi interessava soprattutto parlare della sua posizione. Alice non resta perché è stupida, ma perché è incastrata in una speranza alimentata dall’illusione. È una dinamica logorante in cui l’intensità dell’attesa viene scambiata per sentimento. Volevo parlare di quando l’amore smette di essere felicita e si trasforma in una prova di resistenza.
- Cagliari, Parigi, la moda, l’hotellerie di lusso e le amiche Bianca e Arianna danno al romanzo un’atmosfera molto visiva. Quali sono state le tue ispirazioni e come hai costruito l’equilibrio tra ironia, romanticismo e desiderio di fuga?
CP: Le mie ispirazioni arrivano dalla quotidianità, da quello che osservo intorno a me e mi colpisce. Anche l’aver visto molti film e molte serie tv credo contribuisca al mio modo di raccontare. Il fatto che la mia scrittura venga definita molto visiva mi fa piacere perché amo l’idea di far vedere le scene a chi legge. Quanto all’equilibrio tra ironia e romanticismo, penso derivi dal mio modo di comunicare e di guardare il mondo. Parlo così nella vita di tutti i giorni, quindi riportare questa modalità nella scrittura mi viene naturale.
- Che cosa vorresti restasse di #NoFilter a una lettrice che, come Alice, si accorge di stare vivendo una vita ben confezionata ma non più autentica?
CP: Il mio obiettivo è raccontare una storia e intrattenere. Però, se dovesse restare qualcosa vorrei che fosse la sensazione di normalità. Che sia normale non essere perfetti, non sentirsi sempre all’altezza, che sia normale fare errori, che andiamo bene come siamo. E che i nostri sogni e le nostre passioni non sono aspetti frivoli o secondari. C’è una frase di un film di Almodóvar che dice “una è tanto più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di sé stessa”. Secondo me cercare la nostra autenticità non significa necessariamente stravolgere la propria vita, ma anche solo smettere di mettersi in secondo piano e concedersi un po’ di spazio per ciò che ci fa sentire vivi.
Redazione DailyMood.it
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