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	<title>Mostre &#8211; Daily Mood</title>
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	<description>Moda. Tendenze. Arte. Cinema. LifeStyle. Cultura</description>
	<lastBuildDate>Tue, 28 Jul 2026 14:45:44 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Steve MᶜQueen &#8211; Guggenheim Museum Bilbao</title>
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				<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 14:45:44 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027 Nel corso della storia dell’arte e nei diversi ambiti della creatività umana, alcune opere sono diventate un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione per la nascita di nuove creazioni. In 66–76–26, il toccante tema musicale Wild Is the Wind costituisce il punto di partenza e l’elemento centrale [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p class="PDq2pG_selectionAnchorContainer" style="text-align: justify;" data-start="22" data-end="59"><strong data-start="22" data-end="59">9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027</strong></p>
<p style="text-align: justify;" data-start="61" data-end="474">Nel corso della storia dell’arte e nei diversi ambiti della creatività umana, alcune opere sono diventate un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione per la nascita di nuove creazioni. In <strong data-start="255" data-end="267">66–76–26</strong>, il toccante tema musicale <em data-start="295" data-end="313">Wild Is the Wind</em> costituisce il punto di partenza e l’elemento centrale dell’installazione che l’artista e regista britannico Steve McQueen presenta al Guggenheim Museum Bilbao.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="476" data-end="872">Scritta originariamente da Dimitri Tiomkin e Ned Washington per l’omonimo film del 1957, la canzone fu interpretata nella pellicola da Johnny Mathis e ottenne una candidatura all’Oscar. Da allora è stata riproposta in numerose versioni, tra cui spiccano quelle di Nina Simone, del 1966, e di David Bowie, del 1976. Lo stesso McQueen inserì il brano in una sequenza del suo film <em data-start="854" data-end="862">Widows</em> del 2018.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="874" data-end="1462">Questa volta McQueen torna sulle due interpretazioni che lo affascinano da decenni, eliminando ogni accompagnamento strumentale e collocandole in uno spazio privo di altri suoni, immagini o stimoli che possano interferire con la percezione delle voci di Simone e Bowie. Nasce così una nuova opera, carica di emozione e sottigliezza. In linea con il costante interesse di McQueen per la creazione di condizioni capaci di favorire uno sguardo e un ascolto concentrati, il lavoro offre uno spazio in cui queste voci possono essere incontrate con un’intimità e un’attenzione fuori dal comune.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="1464" data-end="1796">Per Occident è motivo di grande soddisfazione sostenere questo progetto sofisticato e capace di stimolare la riflessione. Mi auguro che possiate apprezzare una mostra che richiede un livello di attenzione e contemplazione al quale non siamo più abituati e nella quale la musica diventa l’essenza di un’esperienza intensa e profonda.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="1798" data-end="1839"><strong data-start="1798" data-end="1821">Hugo Serra Calderón</strong><br data-start="1821" data-end="1824" />CEO di Occident</p>
<hr data-start="1841" data-end="1844" />
<p style="text-align: justify;" data-section-id="134czfw" data-start="1846" data-end="1871"><strong>Steve McQueen: 66–76–26</strong></p>
<p style="text-align: justify;" data-start="1873" data-end="1971"><strong data-start="1873" data-end="1882">Date:</strong> 9 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027<br data-start="1916" data-end="1919" /><strong data-start="1919" data-end="1933">Curatrice:</strong> Lekha Hileman<br data-start="1947" data-end="1950" /><strong data-start="1950" data-end="1962">Sponsor:</strong> Occident</p>
<ul style="text-align: justify;" data-start="1973" data-end="2620">
<li data-section-id="qpf9tt" data-start="1973" data-end="2201">Creata appositamente per il Guggenheim Museum Bilbao, <strong data-start="2029" data-end="2041">66–76–26</strong> riunisce due iconiche registrazioni di <em data-start="2081" data-end="2099">Wild Is the Wind</em>, presentate a cappella: l’interpretazione di Nina Simone del 1966 e la cover di David Bowie del 1976.</li>
<li data-section-id="c71knh" data-start="2203" data-end="2421">In parte canzone d’amore, in parte lamento e in parte dichiarazione di desiderio, <em data-start="2287" data-end="2305">Wild Is the Wind</em> accompagna Steve McQueen da oltre trent’anni, richiamandolo continuamente a sé grazie alla sua complessità emotiva.</li>
<li data-section-id="10xfedi" data-start="2423" data-end="2620"><strong data-start="2425" data-end="2437">66–76–26</strong> è un’opera inedita in cui due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio, entrando in dialogo con l’architettura mentre i visitatori attraversano la galleria.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;" data-start="2622" data-end="2992">Il Guggenheim Museum Bilbao è lieto di presentare <strong data-start="2672" data-end="2684">66–76–26</strong>, una nuova, importante installazione di Steve McQueen. Concepita appositamente per il Museo, l’opera riunisce due registrazioni iconiche di <em data-start="2825" data-end="2843">Wild Is the Wind</em>: l’interpretazione del 1966 di Nina Simone della canzone composta da Dimitri Tiomkin e Ned Washington e la cover realizzata da David Bowie nel 1976.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="2994" data-end="3318">Private dell’accompagnamento strumentale, le due versioni vengono presentate a cappella, con le voci separate nello spazio all’interno di una galleria immersa nella penombra. Due interpretazioni distanti dieci anni, ascoltate in una forma completamente nuova. La mostra è sponsorizzata dalla compagnia assicurativa Occident.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="3320" data-end="3720">Da oltre trent’anni <em data-start="3340" data-end="3358">Wild Is the Wind</em> occupa un posto importante nel lavoro di McQueen. Dopo avere ascoltato per la prima volta la registrazione di Bowie a metà degli anni Novanta e avere successivamente scoperto la versione di Simone, l’artista ha continuato a tornare alla canzone, attratto dalla sua complessità emotiva e dalla capacità di rivelare nuovi significati con il trascorrere del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="3722" data-end="3970">Come ha osservato lo stesso McQueen, il brano non si lascia racchiudere in un’unica interpretazione. È allo stesso tempo una canzone d’amore, un lamento e una dichiarazione di desiderio, capace di continuare a provocare e interrogare chi l’ascolta.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="3972" data-end="4288">In <strong data-start="3975" data-end="3987">66–76–26</strong>, McQueen riduce le registrazioni al loro elemento più essenziale: la voce umana. La voce di Simone emerge da un lato dello spazio, mentre quella di Bowie le risponde dal lato opposto. Muovendosi nella galleria, i visitatori sentono le due voci svilupparsi in un dialogo che attraversa l’architettura.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="4290" data-end="4455">Ciò che nasce non è né un confronto né una riconciliazione, bensì un’opera nuova, nella quale due voci artistiche distinte risuonano attraverso il tempo e lo spazio.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="4457" data-end="4756">Il titolo richiama gli anni in cui Simone e Bowie registrarono le rispettive versioni della canzone, oltre all’anno della mostra. Riunendo due interpretazioni separate da un decennio e presentandole cinquant’anni e sessant’anni dopo, McQueen crea un incontro capace di annullare la distanza storica.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="4758" data-end="5174">L’opera invita a riflettere non soltanto sulla forza duratura della canzone, ma anche sui contesti sociali e politici che hanno accompagnato il percorso delle due registrazioni. Nate in periodi segnati da sconvolgimenti, incertezza e trasformazioni – il movimento per i diritti civili, la guerra del Vietnam e lo scandalo Watergate – queste interpretazioni parlano con particolare intensità anche al nostro presente.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="5176" data-end="5558">In opere recenti come <em data-start="5198" data-end="5204">Bass</em> (2024), <em data-start="5213" data-end="5223">Untitled</em> (2025) e <em data-start="5233" data-end="5240">Atlas</em> (2026), McQueen si è orientato sempre più verso il suono, la luce e la percezione, utilizzandoli come materiali primari. Invece di costruire narrazioni attraverso le immagini in movimento, questi lavori esplorano il modo in cui fenomeni immateriali possano influenzare l’esperienza corporea e l’attenzione collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="5560" data-end="5706"><strong data-start="5560" data-end="5572">66–76–26</strong> prosegue questo percorso, ampliando la ricerca di McQueen sulle possibilità dell’opera d’arte di agire oltre i confini della cornice.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="5708" data-end="6025">L’installazione trasforma la galleria in un ambiente essenziale e immerso nella penombra, studiato per amplificare la consapevolezza acustica. Privati delle distrazioni visive, fatta eccezione per la sorgente sonora, i visitatori diventano intensamente consapevoli del suono, del silenzio, del respiro e della durata.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="6027" data-end="6312">Come ha spiegato McQueen, l’opera nasce da una concezione del silenzio come materiale attivo, un’idea che l’artista associa all’interesse di Miles Davis per gli spazi tra le note, nei quali il significato emerge non soltanto da ciò che è presente, ma anche da ciò che viene trattenuto.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="6314" data-end="6464">Questo principio determina la struttura di <strong data-start="6357" data-end="6369">66–76–26</strong>, dove le pause, i respiri, l’attesa e gli intervalli assumono la stessa importanza delle voci.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="6466" data-end="6809">Questa riduzione non è un semplice esercizio di minimalismo, ma un tentativo di raggiungere l’essenziale. McQueen ha raccontato di voler eliminare il rumore e concentrarsi sugli elementi fondamentali, per chiedersi che cosa rimanga quando tutto ciò che è superfluo viene rimosso e se quello che resta sia abbastanza forte da sostenere l’opera.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="6811" data-end="6917">Al centro di questa domanda si trovano due voci che si intrecciano e l’intensità che entrambe racchiudono.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="6919" data-end="7173">«L’amore è l’unica cosa per cui valga la pena vivere e morire», ha dichiarato McQueen parlando del desiderio che percepisce in entrambe le interpretazioni. «Nonostante tutto ciò che accadeva nel mondo, alla fine tutto si riduce a questo. È l’unica cosa.»</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="7175" data-end="7539">La mostra è accompagnata da un catalogo completamente illustrato, progettato dall’acclamata graphic designer olandese Irma Boom. Concepita come un’estensione dell’installazione e non come una sua semplice documentazione, la pubblicazione riunisce materiali d’archivio e fotografici dedicati a Nina Simone e David Bowie, insieme a testi commissionati appositamente.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="7541" data-end="7961">Tra questi figurano una conversazione tra McQueen e la curatrice Lekha Hileman, dedicata alla realizzazione dell’opera, al fascino duraturo della canzone e al percorso di una ricerca artistica che ha sempre messo alla prova i confini di ciò che l’arte può chiedere allo spettatore, oltre a un nuovo saggio della storica dell’arte e artista Cora Gilroy-Ware, che esplora l’eredità culturale e artistica di Simone e Bowie.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="7963" data-end="8163">Il catalogo propone un dialogo tra immagine e suono, presenza e assenza, intimità e performance, interrogandosi sul modo in cui due artisti così unici continuino a risuonare attraverso le generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="8165" data-end="8408">Parallelamente alla mostra, il Museo presenterà una rassegna dedicata all’opera cinematografica di McQueen, offrendo al pubblico l’opportunità di riflettere sul rapporto tra il suo lavoro per il cinema e quello destinato agli spazi espositivi.</p>
<p style="text-align: justify;" data-start="8410" data-end="8755">Sebbene i film di McQueen abbiano ottenuto riconoscimenti internazionali – tra questi <em data-start="8496" data-end="8514">12 Years a Slave</em>, vincitore dell’Oscar – <strong data-start="8539" data-end="8551">66–76–26</strong> porta in primo piano i temi che da sempre animano la sua pratica artistica: la percezione, la dimensione corporea, la memoria, la durata e la capacità dell’arte di creare spazi di riflessione e incontro.</p>
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		<title>After –Un percorso di lavoro. Fendi Karl Lagerfeld, la mostra alla Galleria d’Arte moderna</title>
		<link>https://www.dailymood.it/2026/07/22/after-un-percorso-di-lavoro-fendi-karl-lagerfeld-la-mostra-alla-galleria-darte-moderna/</link>
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				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 09:53:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Nel 1985 la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea a Roma ospitò la mostra che celebrava i vent’anni di lavoro di Karl Lagerfeld per Fendi. Oggi, dopo più di trent’anni, Maria Grazia Chiuri, attuale direttrice creativa di Fendi, rievoca questa esposizione, ma soprattutto la figura di Lagerfeld, guida della Maison romana. In esposizione ci sono schizzi, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 1985 la <strong>Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea</strong> a <strong>Roma</strong> ospitò la mostra che celebrava i vent’anni di lavoro di <strong>Karl Lagerfeld</strong> per <strong>Fendi</strong>. Oggi, dopo più di trent’anni, <strong>Maria Grazia Chiuri</strong>, attuale direttrice creativa di Fendi, rievoca questa esposizione, ma soprattutto la figura di Lagerfeld, guida della Maison romana. In esposizione ci sono schizzi, tele, carte, tavolette che riproducono prove di lavorazione ideate da Fendi nell’arco di venti anni di attività. Fino <strong>al 25 ottobre 2026,</strong> infatti, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea sarà possibile ammirare <strong><em>After Un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985</em></strong>, che ripropone la mostra inaugurata nel 1985. La rassegna, curata da Maria Luisa Frisa, è stata inaugurata in occasione della sfilata di Fendi Couture, che è stata ospitata nelle sale dedicate alle opere del Novecento della GNAMC. L’esposizione odierna segue il più fedelmente possibile le orme dell’esposizione del 1985, nello stesso museo, ma in spazi diversi. Concepita per illustrare i diversi passaggi che conducono dall’ideazione alla progettazione e alla produzione del capo, si articola nelle sezioni: <strong>Tavolette, Caleidoscopio, Matrici Progettuali, Teatro, Pettine, Video, Schizzi e Computer,</strong> attraverso una sequenza narrativa basata su quella studiata dallo stesso Lagerfeld quarant’anni fa. La retrospettiva si configura come un percorso illustrato delle tappe di lavoro che si affrontano dall’idea iniziale prima di una collezione alla realizzazione finale dei capi che la costituiscono. Nel percorso c’è la rappresentazione della creatività di Lagerfeld , ma anche quella di chi inventa nuovi modelli e differenti tecniche di lavorazione, di un’equipe che realizza i capi secondo criteri antichi, ma anche sperimentali. “<em>Ieri è trascorso-Oggi va passando- Non resta che domani- Solo l’avvenire mi interessa e mi intriga-La curiosità dell’ignoto è la più stimolante tra quelle della mia vita professionale che è la mia vita tout court</em>”, dichiara Lagerfeld a proposito della sua mostra nel 1985 all’epoca una delle prime dedicate a un brand di moda ospitate in un museo. L’idea di Maria Grazia Chiuri di replicarla permette di andare oltre il racconto della sua concezione. Renderla fruibile oggi significa ricreare la presenza fisica dell’esposizione e generare una nuova iterazione con il pubblico. Al titolo originale della retrospettiva è stata anteposta la parola <em>After</em>, che comunica la ricontestualizzazione di oggetti e immagini finalizzata  ad ottenere qualcosa di nuovo dopo la mostra originaria. Ricreare un’esposizione del passato è sempre un’operazione critica. Il tentativo di riproporre le sezioni, l’impianto allestivo e gli oggetti originari, nello stesso museo, ma in spazi diversi, ha posto diverse questioni, sia per quanto riguarda l’allestimento sia per i pezzi esposti, essendo recuperabili solo una parte di quelli del 1985. Tele e pellicce sono state sostituite da heritage reproductions. Tra le novità l’allestimento di una vastissima <strong>rassegna stampa</strong> che, attraverso illustri critici, documenta la discussione, allora generata dalla retrospettiva, sull’opportunità di portare la moda dentro un museo d’arte. Un gesto che ancora oggi fa riflettere sui problemi irrisolti della museologia della moda in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">“<strong>Fendi / Karl Lagerfeld 1985. After Steps Through Work&#8221;, courtesy photo of Fendi Giorgio Benni</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/07/22/after-un-percorso-di-lavoro-fendi-karl-lagerfeld-la-mostra-alla-galleria-darte-moderna/23_fendi-gnamc-exhibition-2026/'><img width="740" height="413" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/23_FENDI-GNAMC-Exhibition-2026.png" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/23_FENDI-GNAMC-Exhibition-2026.png 800w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/23_FENDI-GNAMC-Exhibition-2026-300x167.png 300w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></a>
<a href='https://www.dailymood.it/2026/07/22/after-un-percorso-di-lavoro-fendi-karl-lagerfeld-la-mostra-alla-galleria-darte-moderna/exhibition_map_2026/'><img width="732" height="1024" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/EXHIBITION_MAP_2026-732x1024.png" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/EXHIBITION_MAP_2026-732x1024.png 732w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/EXHIBITION_MAP_2026-214x300.png 214w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/EXHIBITION_MAP_2026-1098x1536.png 1098w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/EXHIBITION_MAP_2026.png 1310w" sizes="(max-width: 732px) 100vw, 732px" /></a>
<a href='https://www.dailymood.it/2026/07/22/after-un-percorso-di-lavoro-fendi-karl-lagerfeld-la-mostra-alla-galleria-darte-moderna/mostra-karl-lagerfeld/'><img width="740" height="601" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/mostra-karl-lagerfeld-1024x831.png" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/mostra-karl-lagerfeld-1024x831.png 1024w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/mostra-karl-lagerfeld-300x243.png 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/mostra-karl-lagerfeld-1536x1246.png 1536w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/07/mostra-karl-lagerfeld-2048x1661.png 2048w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></a>
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		<title>FRANCESCO &#8211;  Mostra itinerante di Luciano Schifano in Casentino</title>
		<link>https://www.dailymood.it/2026/07/14/francesco-mostra-itinerante-di-luciano-schifano-in-casentino/</link>
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				<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 12:55:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Luciano Schifano in Casentino]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>INIZIO PERCORSO 2 agosto Agosto/Settembre/Ottobre 2026 &#160; Francesco, la Sua esistenza, donata interamente all’amore, alla riconciliazione e alla fraternità, continua a parlare al cuore dell’umanità anche a ottocento anni dalla sua morte. Scoprire Francesco oggi significa lasciarsi coinvolgere da una storia che continua, silenziosa e forte, l’esortazione a vivere con la gente che, mostrando il [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>INIZIO PERCORSO 2 agosto<br />
</strong><strong>Agosto/Settembre/Ottobre 2026</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Francesco, la Sua esistenza, donata interamente all’amore, alla riconciliazione e alla fraternità, continua a parlare al cuore dell’umanità anche a ottocento anni dalla sua morte. Scoprire Francesco oggi significa lasciarsi coinvolgere da una storia che continua, silenziosa e forte, l’esortazione a vivere con la gente che, mostrando il mondo amato da Francesco, quello della campagna, gli animali, il silenzio, diventa un invito concreto ad accogliere il Vangelo nella vita quotidiana, a costruire ponti di dialogo con il creato.<br />
Nel 2026 si concluderanno le celebrazioni del grande centenario francescano con gli ottocento anni dalla pasqua di Francesco (1226-2026) e l’artista <strong>Luciano Schifano</strong> fa suo il messaggio di Francesco, Il Cantico delle Creature, esprimendo il suo pensiero con discrezione, naturalezza, garbo, dedica a Francesco tutta una serie di opere, che oggi compongono tre mostre telematiche, riunite in una mostra itinerante, <strong>organizzata dalla scrittrice Lorena Fiorini,</strong>  con il supporto dei <strong>Sindaci Luca Santini Pratovecchio Stia, Antonio Fani Castel San Niccolò</strong>, con la direzione artistica della <strong>storica  d’arte Alberta Piroci.<br />
</strong><strong>Il viaggio</strong>, che inizia a Il Casale a Stia, prosegue al Museo dell&#8217;Arte della lana a Stia, a Castel San Niccolò, Strada in Casentino, Galleria Frate Francesco, e ci auguriamo possa concludersi al Santuario della Verna.<br />
Lo scritto più importante di San Francesco è universalmente riconosciuto nel <strong>Cantico delle Creature</strong> (o <em>Cantico di Frate Sole</em>). Composto nel 1224, è considerato il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l&#8217;autore. È un inno alla vita, a Dio e alla natura, fondamentale sia dal punto di vista spirituale che linguistico perché scritto in volgare umbro (invece che in latino) per essere compreso da tutti. Una presenza forte che ci accompagna… come un seme che germoglia nella terra, la presenza di Francesco è luce e promessa per chiunque desideri camminare nella fraternità e nella speranza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL PERCORSO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Storica d’Arte Alberta Piroci</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E tutte le creature che sono sotto il cielo,<br />
ciascuna secondo la sua natura,<br />
servono e conoscono e obbediscono<br />
al loro Creatore meglio di te, o uomo</em></p>
<p style="text-align: justify;">(Fonti Francescane, Ammonimento V)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stia &#8211; Il Casale </strong><em>Le creature di Dio prive di ragione<br />
</em><strong>Stia &#8211; Museo dell’Arte della lana </strong><em>L’uomo e l’artista Luciano</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>Castel San Niccolò, Strada in Casentino, Galleria Frate Francesco<br />
</strong><em>I francescani costruttori di Chiese</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Santuario della Verna<br />
</strong><em>San Francesco e Sorella morte</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Organizzazione e comunicazione:<br />
<strong>Lorena Fiorini<br />
</strong>Già Presidente 2025/2026  Rotary Club Casentino<br />
Presidente Associazione Culturale &#8220;Scrivi la tua storia&#8221;<br />
Premio Letterario &#8220;Donne tra Ricordi e Futuro&#8221;<br />
Sede operativa: Via Domenico Berti, 8 &#8211; 00135 Roma –<br />
Via Roma, 37 &#8211; 52017 &#8211; Pratovecchio Stia -Stia (AR)<br />
cell. 3473506000 &#8211; mail: <a href="mailto:info@scrivilatuastoria.com">info@scrivilatuastoria.com</a> &#8211; <a href="mailto:info@lorenafiorini.it">info@lorenafiorini.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.scrivilatuastoria.com/">www.scrivilatuastoria.com </a>&#8211;<a href="http://www.donnetraricordiefuturo.org/"> www.donnetraricordiefuturo.org </a>&#8211;<a href="http://www.lorenafiorini.it/"> www.lorenafiorini.it </a>&#8211;<a href="https://www.ilcasalepratovecchiostia.it/">www.ilcasalepratovecchiostia.it</a></p>

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<p><strong> </strong></p>
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		<title>Marylin Monroe, la mostra a 100 anni dalla nascita della diva</title>
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				<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 08:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Academy Museum of Motion Pictures]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Icona di bellezza e sensualità, riconosciuta ed acclamata in tutto il mondo. A cento anni dalla nascita di Marilyn Monroe, Los Angeles rende omaggio alla donna che ha trasformato la propria immagine in una delle costruzioni culturali più potenti del XX secolo. Non una semplice retrospettiva dedicata alla star di Hollywood, ma un viaggio immersivo [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Icona di bellezza e sensualità, riconosciuta ed acclamata in tutto il mondo. A cento anni dalla nascita di <strong>Marilyn Monroe</strong>, Los Angeles rende omaggio alla donna che ha trasformato la propria immagine in una delle costruzioni culturali più potenti del XX secolo. Non una semplice retrospettiva dedicata alla star di Hollywood, ma un viaggio immersivo nella mente e nello stile di una donna che ha saputo anticipare i concetti contemporanei di personal branding, celebrity culture e controllo dell&#8217;immagine. Fino al 28 febbraio 2027 sarà possibile ammirare all&#8217;<strong>Academy Museum of Motion Pictures </strong>la mostra &#8220;<strong>Marilyn Monroe: Hollywood Icon</strong>&#8220;, la più importante retrospettiva mai dedicata negli ultimi anni all&#8217;eredità culturale, cinematografica e stilistica dell&#8217;attrice nata Norma Jeane Mortenson il 1° giugno 1926. L&#8217;esposizione, curata da Sophia Serrano con il supporto di Simran Bhalla, riunisce centinaia di oggetti originali tra fotografie, manifesti, lettere, documenti di produzione, materiali personali e costumi provenienti dai film che hanno consacrato Marilyn all&#8217;immortalità. Ma il vero cuore della mostra è la moda. Lontano dall&#8217;immagine stereotipata della bionda esplosiva, il percorso racconta come Monroe abbia utilizzato l&#8217;<strong>abbigliamento</strong> come strumento narrativo e politico. “<em>Era molto intelligente nella scelta degli abiti. Era la star della Fox per il Cinemascope e non le piaceva come certe silhouette apparivano sullo schermo. Non indossava mai abiti con la linea a &#8216;A&#8217; perché riteneva che l&#8217;effetto fosse poco lusinghiero. Sapeva come controllare, modificare e gestire la sua immagine&#8221;</em>, spiega Sophia Serrano alla stampa. Ogni silhouette, ogni scollatura, ogni dettaglio sartoriale contribuiva alla costruzione di un personaggio che ancora oggi continua a influenzare il linguaggio della moda e della comunicazione visiva. Tra i pezzi più attesi figura il leggendario abito rosa disegnato da William Travilla per &#8220;Gentlemen Prefer Blondes&#8221; (1953), indossato durante la celebre interpretazione di &#8220;Diamonds Are a Girl&#8217;s Best Friend&#8221;. Considerato uno dei costumi più iconici della storia del cinema, il vestito viene esposto raramente ed è diventato il simbolo stesso dell&#8217;estetica marilyniana. Accanto a questo capolavoro della costumistica hollywoodiana trovano spazio due creazioni firmate Orry-Kelly per &#8220;Some Like It Hot&#8221; (1959), oltre a una selezione di abiti indossati dall&#8217;attrice in produzioni che coprono l&#8217;intero arco della sua carriera, da &#8220;Love Happy&#8221; (1949) fino a &#8220;Something&#8217;s Got to Give&#8221; (1962), il film rimasto incompiuto che avrebbe dovuto segnare una nuova fase artistica della sua vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra assume particolare rilevanza perché supera la dimensione puramente celebrativa. Attraverso documenti, annotazioni personali e materiali d&#8217;archivio, emerge il ritratto di una professionista consapevole, impegnata a gestire ogni aspetto della propria immagine pubblica in un sistema cinematografico dominato dagli studios. Una lettura che restituisce complessità a una figura troppo spesso ridotta a icona glamour. Anche il percorso visivo dell&#8217;esposizione evidenzia il rapporto tra Monroe e la moda come linguaggio di potere. Gli abiti raccontano non soltanto l&#8217;evoluzione del costume americano degli Anni Cinquanta, ma anche la capacità dell&#8217;attrice di trasformare il guardaroba in uno strumento di costruzione identitaria, anticipando dinamiche oggi centrali nell&#8217;universo delle influencer e delle celebrity globali. A conferma della rinnovata attenzione critica verso la sua figura, l&#8217;Academy Museum accompagna la mostra con una rassegna cinematografica di diciassette film che ripercorrono la sua evoluzione artistica, sottolineando il talento spesso oscurato dal mito. A sessant&#8217;anni dalla sua scomparsa e a cento dalla nascita, Marilyn Monroe continua a parlare al presente. Non solo come simbolo di bellezza, ma come donna che comprese prima di chiunque altro il valore dell&#8217;immagine nell&#8217;era della cultura di massa. &#8220;Marilyn Monroe: Hollywood Icon&#8221; dimostra che dietro la leggenda c&#8217;era una stratega, una professionista e una pioniera della costruzione del sé. Ed è forse proprio questa la sua eredità più moderna. Parlare di Marilyn Monroe significa inevitabilmente confrontarsi con una delle figure più enigmatiche e affascinanti del Novecento. Cresciuta tra famiglie affidatarie e orfanotrofi, la diva riuscì a trasformare una giovinezza difficile in una delle più straordinarie storie di ascesa sociale e mediatica della cultura americana. La sua immagine di bionda irresistibile, costruita con intelligenza e meticolosa attenzione ai dettagli, contribuì a ridefinire il concetto stesso di diva moderna. Dietro il sorriso luminoso e gli abiti scintillanti si nascondeva però una donna complessa, determinata a essere riconosciuta non soltanto per la propria bellezza, ma anche per il proprio talento. Monroe studiò recitazione, fondò una propria società di produzione e sfidò apertamente il sistema degli studios hollywoodiani, diventando una delle prime attrici a rivendicare maggiore autonomia professionale. La sua fama raggiunse livelli planetari e culminò in uno degli episodi più celebri della cultura pop americana: l&#8217;esibizione del 1962 al Madison Square Garden, quando cantò &#8220;Happy Birthday, Mr. President&#8221; al presidente <strong>John Fitzerald Kennedy</strong> indossando il leggendario abito color carne tempestato di cristalli. Quel momento contribuì ad alimentare le voci di una relazione tra i due, mai confermata ufficialmente e rimasta ancora oggi oggetto di dibattito storico e mediatico. Pochi mesi dopo, il 5 agosto 1962, Marilyn Monroe venne trovata morta nella sua casa di Los Angeles all&#8217;età di trentasei anni. La versione ufficiale stabilì come causa del decesso un&#8217;overdose di barbiturici, classificata come probabile suicidio. La sua scomparsa improvvisa trasformò definitivamente l&#8217;attrice in una leggenda, alimentando per decenni teorie, speculazioni e racconti che hanno spesso oscurato la sua reale dimensione artistica. È proprio questo il merito della mostra &#8220;Marilyn Monroe: Hollywood Icon&#8221;: restituire al pubblico la donna dietro il mito. Non soltanto l&#8217;icona glamour immortalata dalle fotografie, ma una professionista consapevole, una pioniera dell&#8217;immagine contemporanea e una figura che continua a influenzare moda, cinema e cultura visiva a oltre sessant&#8217;anni dalla sua scomparsa.</p>
<p><strong>Courtesy photo of ©Academy Museum Foundation, Photo by: Emily Shur</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/06/24/marylin-monroe-la-mostra-a-100-anni-dalla-nascita-della-diva/academy-museum-of-motion-pictures-marilyn-monroe-hollywood-icon/'><img width="700" height="467" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_7666.jpeg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_7666.jpeg 700w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_7666-300x200.jpeg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a>
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		<title>[A]MARE Il debutto di Daniele Mazzoleni a Palermo tra estetica Pop e l’amore per la Natura</title>
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				<pubDate>Mon, 18 May 2026 07:56:47 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Con la mostra personale [A]MARE, il 25 maggio Daniele Mazzoleni debutta a Palermo allo Spazio Sintesi (via Principe di Belmonte 26) portando in scena un’indagine profonda sul legame indissolubile tra l’essere umano e l’acqua, l’elemento più vitale e pervasivo del nostro pianeta. “Palermo &#8211; dichiara Giampiero Cannella Sottosegretario al Ministero della Cultura, Vicesindaco e Assessore [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Con la mostra personale <strong data-start="342" data-end="353">[A]MARE</strong>, il 25 maggio Daniele Mazzoleni debutta a Palermo allo <strong data-start="409" data-end="427">Spazio Sintesi</strong> (via Principe di Belmonte 26) portando in scena un’indagine profonda sul <strong data-start="501" data-end="554">legame indissolubile tra l’essere umano e l’acqua</strong>, l’elemento più vitale e pervasivo del nostro pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Palermo &#8211; dichiara <strong data-start="631" data-end="756">Giampiero Cannella Sottosegretario al Ministero della Cultura, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Palermo</strong> &#8211; si è sviluppata in rapporto con il mare. Se oggi la nostra città è una delle mete più attrattive del Mediterraneo è anche perché il mare è paesaggio, ricchezza, memoria collettiva, identità prima di tutto. Le opere di Mazzoleni parlano del rapporto antico, primordiale tra l’uomo e l’acqua, costitutivo fin dalla sua fondazione della città Pan-ormos, tutto porto. Queste opere sono un richiamo: questa bellezza e questa memoria esisteranno fino a quando si sarà capaci di riconoscerla e averne estrema cura”</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso un linguaggio artistico contemporaneo che si avvale di una tecnica peculiare basata sull’uso di resina e acrilico, Mazzoleni trasforma la superficie pittorica in una finestra nitida e vibrante sulla nostra memoria collettiva. Il mare non è qui solo un soggetto paesaggistico, ma diventa uno specchio delle emozioni, un simbolo di libertà e un invito costante a lasciarsi trasportare dalla forza universale dell’amore, presupposto fondamentale per ogni forma di cura e rispetto ambientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro di Mazzoleni si inserisce in un dialogo colto con la storia dell’arte recente, trovando punti di contatto significativi con l’estetica Pop, in particolare con la produzione di Wayne Thiebaud dedicata ai paesaggi costieri. Come il maestro americano era solito isolare oggetti e vedute attraverso un uso magistrale del colore e una ripetizione geometrica che rendeva iconici anche i dettagli più semplici, così Mazzoleni organizza lo spazio visivo attraverso la scansione ritmica di oggetti come cabine, ombrelloni e sdraio, fino alle figure come le vibranti nuotatrici protagoniste di <em data-start="2363" data-end="2385">Synchro Water Ballet</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In opere come <em data-start="2402" data-end="2414">Le spiagge</em> o l’iconico <em data-start="2427" data-end="2437">Aquarama</em> si ritrova quella capacità di sospendere il tempo, trasformando una normale giornata estiva in un’architettura di colori puri — azzurri, grigi e verdi — che stimolano un’interazione immediata verso il paesaggio circostante.</p>
<p style="text-align: justify;">Parallelamente, la nitidezza quasi iperreale delle composizioni di Mazzoleni richiama il rigore del fotorealismo, con un riferimento ideale alle celebri marine di Gerhard Richter. Tuttavia, se Richter spesso indagava il limite tra fotografia e pittura attraverso l’uso del “blur” (lo sfocato) per suggerire una distanza malinconica, Mazzoleni percorre la strada opposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie all’uso della resina, l’artista cristallizza la scena in una purezza assoluta, rendendo il ricordo non un’immagine sbiadita, ma una realtà presente e tangibile. Questa “fotografia nitida” della quotidianità permette di azzerare le distanze emotive, rendendo il mare un luogo di vicinanza universale in cui lo spettatore può riconoscersi immediatamente.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra celebra una visione del mare che unisce chi lo naviga e chi lo vive dalla riva, ricordandoci che l’ambiente naturale è anche uno spazio sociale in cui nessuno deve essere lasciato indietro. “Quello di Mazzoleni &#8211; spiega la curatrice <strong data-start="3639" data-end="3658">Stefania Morici</strong> &#8211; è un viaggio che unisce mare e memoria, corpo e paesaggio per diffondere messaggi positivi e ricordare il piacere dei momenti quotidiani oltre che i valori più profondi che permettono un vivere sociale migliore. L’artista vuole celebrare, attraverso le sue opere, l’amore per il mare, un ambiente naturale e sociale unico, esaltando la connessione tra gli uomini e la natura e facendoci riflettere sulla nostra innata biofilia che, però, ha bisogno di essere stimolata e allenata per imparare a prenderci cura dell’ambiente che ci circonda. I suoi lavori, quindi, sono un felice equilibrio tra forma, bellezza e significato”.</p>
<p style="text-align: justify;">“La mostra di Daniele Mazzoleni &#8211; continua <strong data-start="4331" data-end="4394">Giorgio Filippone, Presidente della Settimana delle Culture</strong> &#8211; rinnova la collaborazione ultra-decennale tra la Settimana delle Culture e Stefania Morici, partner in numerosi e prestigiosi eventi a Palermo. A questa sinergia si unisce oggi il recente legame con Rosa Vetrano e Ninni Fiore, ideatori dello straordinario Spazio Sintesi. Qui, la pittura di Mazzoleni — in bilico tra pop e fotorealismo — ci avvicina al mare e ci invita a rispettarlo. Un monito potente per i palermitani, abitanti di una città affacciata sul Tirreno che per decenni ha trascurato un ecosistema fragile e oggi gravemente a rischio.”</p>
<p style="text-align: justify;">Le opere in esposizione, tutte pezzi unici come <em data-start="4995" data-end="5017">Synchro Water Ballet</em> o <em data-start="5020" data-end="5038">Aquarama in Rada</em>, spingono verso un ascolto interiore ed esteriore. L’artista sottolinea come ogni nostra azione quotidiana ha un impatto diretto sulla natura. Opere come quella dedicata alla <em data-start="5214" data-end="5236">Pescheria di Palermo</em> o ai <em data-start="5242" data-end="5260">Fenicotteri Rosa</em> diventano dunque testimonianze di un equilibrio fragile tra bellezza e sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">L’approccio artistico di Mazzoleni vuole restituire valore al corpo e alle emozioni autentiche in un’epoca di distrazione digitale. Commenta lo stesso artista sulla genesi del progetto: “La mostra nasce con l’idea di sottolineare l’importanza fondamentale di vivere il mare e di rispettare un ecosistema oggi altamente a rischio. Il nostro ecosistema è diventato estremamente fragile e attraverso queste opere ho cercato di trasmettere quella leggerezza e quell’amore profondo che solo gli spazi marini riescono a infondere, poiché quando si tradisce la natura, la vita finisce inevitabilmente per presentarci il conto. [a]mare significa dunque imparare l’arte della cura come atto di resistenza e di speranza per il futuro”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esposizione, curata da <strong data-start="6100" data-end="6119">Stefania Morici</strong>, è patrocinata dal <strong data-start="6139" data-end="6160">Comune di Palermo</strong> e sostenuta dalla <strong data-start="6179" data-end="6217">Settimana delle Culture di Palermo</strong>, rappresenta un momento cruciale nel percorso dell’artista, che sceglie la Sicilia e la sua luce per un viaggio all’insegna dei colori del Mediterraneo, lo spirito pop e la riflessione sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inaugurazione prevista giorno <strong data-start="6445" data-end="6473">25 maggio alle ore 18.30</strong> verrà arricchita dal concerto del <strong data-start="6508" data-end="6535">Giuseppe Milici Quartet</strong>: Giuseppe Milici (Armonica), Antonio Zarcone (Piano), Marco Gaudio (Basso), Simone Ruolo (Batteria).</p>
<p style="text-align: justify;" data-section-id="cmj1vi" data-start="6638" data-end="6649"><strong>Il luogo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong data-start="6651" data-end="6669">Spazio Sintesi</strong>, situato in una delle vie più conosciute di Palermo, via Principe di Belmonte, è un eccellente esempio di archeologia industriale, un luogo intriso di storia meticolosamente rinnovato nel suo involucro da <strong data-start="6875" data-end="6905">Rosa Vetrano e Ninni Fiore</strong>, architetto e geologo, nonché proprietari dello spazio e cultori dell’arte contemporanea, che lo hanno trasformato in un luogo di aggregazione che ospita mostre, laboratori, workshop, convegni di grande spessore e contenuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong data-start="182" data-end="218">Mostra a cura di Stefania Morici</strong><br data-start="218" data-end="221" /><strong data-start="221" data-end="248">Spazio Sintesi, Palermo</strong><br data-start="248" data-end="251" /><strong data-start="251" data-end="281">25 maggio &#8211; 26 giugno 2026</strong><br data-start="281" data-end="284" /><strong data-start="284" data-end="316">Opening: 25 maggio ore 18.30</strong></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/05/18/amare-il-debutto-di-daniele-mazzoleni-a-palermo-tra-estetica-pop-e-lamore-per-la-natura/aquarama-in-rada_daniele-mazzoleni/'><img width="740" height="384" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Aquarama-in-Rada_Daniele-Mazzoleni.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Aquarama-in-Rada_Daniele-Mazzoleni.jpg 800w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Aquarama-in-Rada_Daniele-Mazzoleni-300x156.jpg 300w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></a>
<a href='https://www.dailymood.it/2026/05/18/amare-il-debutto-di-daniele-mazzoleni-a-palermo-tra-estetica-pop-e-lamore-per-la-natura/claudio-in-corsica_daniele-mazzoleni/'><img width="740" height="382" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Claudio-in-Corsica_Daniele-Mazzoleni.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Claudio-in-Corsica_Daniele-Mazzoleni.jpg 800w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Claudio-in-Corsica_Daniele-Mazzoleni-300x155.jpg 300w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></a>
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<a href='https://www.dailymood.it/2026/05/18/amare-il-debutto-di-daniele-mazzoleni-a-palermo-tra-estetica-pop-e-lamore-per-la-natura/synchro-water-ballet_daniele-mazzoleni/'><img width="740" height="384" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Synchro-Water-Ballet_Daniele-Mazzoleni.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Synchro-Water-Ballet_Daniele-Mazzoleni.jpg 800w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/Synchro-Water-Ballet_Daniele-Mazzoleni-300x156.jpg 300w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></a>
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		<title>MAGMA presenta ENDLESS SUMMER seconda edizione 16 maggio – 1 luglio 2026 Magazzino del Sale</title>
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				<pubDate>Mon, 11 May 2026 09:02:55 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Dal 16 maggio al 1 luglio 2026, il Magazzino del Sale di Cervia accoglie la seconda edizione di ENDLESS SUMMER, ciclo espositivo triennale (2025-2027) ideato da MAGMA APS. Prendendo in analisi l’idea utopica di un’estate senza fine come dispositivo evocativo e narrativo, il progetto nasce dalla volontà di sperimentare nuove forme di cooperazione legate alle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.dailymood.it/2026/05/11/magma-presenta-endless-summer-seconda-edizione-16-maggio-1-luglio-2026-magazzino-del-sale/">MAGMA presenta ENDLESS SUMMER seconda edizione 16 maggio – 1 luglio 2026 Magazzino del Sale</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.dailymood.it">Daily Mood</a>.</p>
]]></description>
								<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><strong>Dal 16 maggio al 1 luglio 2026</strong>, il <strong>Magazzino del Sale di Cervia</strong> accoglie la seconda edizione di <strong>ENDLESS SUMMER</strong>, ciclo espositivo triennale (2025-2027) ideato da <strong>MAGMA APS</strong>. Prendendo in analisi l’idea utopica di un’estate senza fine come dispositivo evocativo e narrativo, il progetto nasce dalla volontà di sperimentare nuove forme di cooperazione legate alle singole pratiche curatoriali, immaginando la mostra come una jam session in cui ogni specificità critico-autoriale venga valorizzata senza agonismi e competizione.</div>
<div style="text-align: justify;"><strong>ENDLESS SUMMER</strong> si configura dunque come un’esperienza condivisa e costruita sul confronto. Nel corso dei tre anni del progetto, un gruppo di curatrici e curatori appartenenti a generazioni diverse — ciascuno con le proprie sensibilità e linee di ricerca — invita artiste e artisti visivi, emergenti e affermati, attivi sulla scena italiana e internazionale, a interrogarsi sull’estate come possibile suggestione poetica. Una stagione in cui il tempo sembra distendersi, la luce ridefinisce ritmi e spazi, e nuove percezioni, visioni e desideri prendono forma dinamicamente.</div>
<div style="text-align: justify;">Il progetto si muove all’interno di questa dimensione sospesa, evocata più come stato mentale che come semplice fenomeno climatico: l’estate diventa così una soglia percettiva in cui l’intensità dell’esperienza si intreccia alla sua stessa transitorietà, e la vitalità del presente si accompagna già alla malinconia per la fine inesorabile della stagione.</div>
<div style="text-align: justify;">Il titolo del progetto è tratto da un documentario sul surf realizzato negli anni Sessanta da Bruce Brown, in cui il regista segue un gruppo di surfisti in viaggio tra i due emisferi alla ricerca di un’estate perpetua. <strong>ENDLESS SUMMER</strong> ne raccoglie il paradosso, richiamando l’immagine di una stagione perpetua: un ideale irraggiungibile, una dimensione quasi utopica.</div>
<div style="text-align: justify;">Le opere scelte dalle curatrici e dai curatori – che spaziano dalla pittura al video, dalla scultura alla fotografia fino alla performance – entrano in relazione tra loro secondo libere dinamiche di accostamento e risonanza. Ne scaturisce uno spazio di confronto vivo e organico, sviluppato in un clima di reciproca fiducia fra gli artisti coinvolti e i curatori che collaborano al progetto.</div>
<div style="text-align: justify;">Al termine del triennio espositivo, verrà realizzata una pubblicazione che raccoglierà tutte le opere presentate nel corso delle edizioni, documentando i diversi approcci a tema e le traiettorie curatoriali emerse.</div>
<div style="text-align: justify;">Questo ciclo tematico è concepito da MAGMA specificamente per Cervia e realizzato con il contributo del Comune, con l’intento di radicare sul territorio l’interesse per l’arte contemporanea e contribuire alla valorizzazione di alcune specificità culturali, sociali e antropologiche della comunità che ne ospita i risultati. La scelta del tema nasce infatti anche dalla volontà di valorizzare il forte legame della città con la stagione estiva, un innesco poetico ancora capace di generare immaginari sorprendenti.</div>
<div style="text-align: justify;"><strong>ENDLESS SUMMER</strong> è un invito a vivere la mostra come si vive l’estate: con la consapevolezza di un’intensità piena e presente, destinata però a dissolversi.</div>
<div style="text-align: justify;">Dopo il successo dell’edizione 2025, per l’edizione 2026, la direzione artistica di MAGMA è affidata a <strong>Gioele Melandri e Alex Montanaro</strong>.</div>
<div style="text-align: justify;">La selezione delle <strong>curatrici</strong> e dei <strong>curatori </strong>si basa anche quest’anno sull’idea di dare voce sia a chi opera all’interno di musei, gallerie e istituzioni culturali, sia a chi anima progetti indipendenti e no profit. In questa prospettiva, e con uno spirito di coinvolgimento e collaborazione in continuo aggiornamento, sono stati invitati a partecipare alcuni project spaces attivi sul territorio nazionale, tra cui: <strong>Gelateria Sogni di Ghiaccio</strong> (Bologna), <strong>Fertile</strong> (Brescia) e <strong>Toast Project </strong>(Firenze). Sono inoltre coinvolti le curatrici e i curatori <strong>Viola Emaldi, Antonio Grulli, Milovan Farronato, Cornelia Mattiacci, Saverio Verini.</strong></div>
<div style="text-align: justify;">Artiste e artisti: <strong>Riccardo Baruzzi, Sergio Breviario, Stefania Carlotti, Anna Capolupo, Martina Cassatella, Maurizio Cattelan, Paolo Chiasera, Cuoghi Corsello, Sabine Delafon, Gabriele Ermini, Joana Escoval, Massimiliano Fabbri, Flavio Favelli, Luca Federico Ferrero, Francesco Gennari, Luigi Ghirri, Nan Goldin, Alessandra Giovannoni, Guido Guidi, Lin Hóng Jìng, Lucia Leuci, Goshka Macuga, Andrea Magnani, Tess Mallavergne, Davide Mancini Zanchi, Eleonora Mariani, Eva Marisaldi, Rachele Maistrello, Matisse Mesnil, Jimmy Milani, Mattia Moreni, Chiara Peruch, Alessandro Piangiamore, Paola Pivi, Luca Poncetta, Giulia Poppi, Laure Prouvost, Riccardo Previdi, Marinella Senatore, Vincenzo Simone, Roberta Silva, Tommaso Silvestroni &amp; Mihály Mór Kovács, Michele Tocca, Gloria Tomasini, Vinicius Jayme Vallorani, Giuditta Vettese, Francesco Vezzoli, Venerdisabato, Andy Warhol, Giovanni Wetzl, Shafei Xia</strong>.</div>
<div style="text-align: justify;">ENDLESS SUMMER è realizzata grazie al contributo del Comune di Cervia.</div>
<div style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>Ingresso gratuito</strong></div>
<div style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>Per maggiori informazioni:</strong></div>
<div style="text-align: justify;">Instagram: <em>@magma_it</em></div>
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		<title>Exposure quando essere visti diventa una forma di potere: da Harry Styles a Lady Gaga</title>
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				<pubDate>Fri, 08 May 2026 09:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel sistema moda contemporaneo non basta più indossare un abito: bisogna essere visti. È questa la premessa alla base di <strong>“Exposure – Quando il mondo ti guarda, da Harry Styles a Lady Gaga”</strong>, la nuova mostra ospitata all’<strong>ITS Arcademy, Museum of Art in Fashion di Trieste</strong>, in programma fino al <strong>3 gennaio 2027</strong>. Non si tratta di una semplice esposizione di look iconici, ma di una riflessione più ampia sul modo in cui l’immagine delle celebrità viene costruita, trasformata e amplificata nell’era della visibilità totale. <em>Exposure – Quando il mondo ti guarda </em>svela il dialogo creativo tra celebrità e stylist, narratori capaci di trasformare le emozioni in immagini e dare forma al modo in cui il mondo osserva; da Lady Gaga a Harry Styles, una mostra su visibilità, identità e linguaggio della moda. Al centro della mostra c’è una figura spesso sottovalutata ma oggi fondamentale: lo <strong>stylist</strong>. Curata dallo stylist belga <strong>Tom Eerebout</strong>, collaboratore di artisti come Lady Gaga e Rita Ora, l’esposizione esplora il ruolo dello styling come pratica creativa autonoma, capace di costruire narrazioni visive e identità pubbliche. Dietro ogni apparizione pubblica: dal red carpet al palco, esiste infatti un processo complesso fatto di prove, negoziazioni e scelte estetiche che trasformano un semplice outfit in un linguaggio. In questo senso lo stylist non è più solo un tecnico della moda, ma un vero e proprio autore dell’immagine contemporanea. Il titolo della mostra non è casuale. Figure come Harry Styles e Lady Gaga rappresentano due esempi emblematici di come la moda contemporanea non si limiti più a vestire il corpo, ma lo utilizzi come mezzo espressivo. Nel caso di Harry Styles, la costruzione di un’estetica fluida e genderless ha contribuito a ridefinire i codici del menswear contemporaneo. Nel caso di Lady Gaga, invece, l’abito diventa performance, provocazione, narrazione emotiva. Entrambi incarnano un principio chiave della cultura visiva contemporanea: l’identità non è più qualcosa da esprimere, ma da costruire pubblicamente. “Exposure” riflette un cambiamento strutturale nel sistema moda: la centralità non è più solo del prodotto, ma dell’immagine. In un’epoca dominata dai social media, ogni look è potenzialmente globale nel momento stesso in cui viene mostrato. La visibilità non è più un effetto collaterale della moda, ma il suo obiettivo principale. Come evidenziato dai materiali della mostra, il processo creativo tra stylist, designer e celebrità è oggi una collaborazione continua che trasforma l’abito in un dispositivo narrativo. La mostra mette in evidenza un aspetto fondamentale: ciò che vediamo delle celebrità non è mai spontaneo. Ogni immagine pubblica è il risultato di una costruzione precisa, in cui styling, fotografia, contesto e distribuzione digitale lavorano insieme per definire un’identità. In questo senso, il <strong>red carpet </strong>non è solo un evento mondano, ma un vero e proprio spazio culturale dove si negozia il significato dell’immagine contemporanea. “Exposure” invita quindi a spostare lo sguardo: non più solo su ciò che viene mostrato, ma su come e perché viene mostrato. In un mondo in cui tutto è visibile, la vera competenza diventa leggere le immagini, comprenderne la costruzione e riconoscere le strategie che le generano. La moda, da questo punto di vista, non è più solo estetica, ma linguaggio e chi lo padroneggia, oggi, non si limita a vestire il mondo: lo racconta. Le celebrità sono diventate corpi e volti attraverso cui si riflettono desideri, valori e contraddizioni della società contemporanea. Ogni abito, ogni posa sul red carpet raccontano un dialogo segreto, non privo di rischi, tra chi pratica l’arte di essere visti e chi la rende possibile e tra il corpo di chi si espone e lo sguardo di chi osserva. Tom Eerebout racconta il proprio mondo attraverso una selezione di creazioni indossate da alcuni dei personaggi più celebri della cultura pop, tra cui spiccano quelle di designer che hanno mosso i primi passi a Trieste durante la loro esperienza a ITS Contest. Attraverso abiti e accessori indossati da Lady Gaga, Harry Styles, Beyoncé, Madonna, Björk, Gwyneth Paltrow, Damiano David, Kylie Jenner, fino a Jenna Ortega e Chappell Roan, <em>Exposure</em> racconta stili e linguaggi diversi e il lavoro di una pluralità di designer e maison che hanno segnato l’estetica del nostro tempo, tra i quali partecipanti e finalisti di ITS Contest, le cui opere prime sono oggi parte della collezione del museo. Il catalogo, a cura di Tom Eerebout e Emanuele Coccia, raccoglie una serie di dialoghi che intrecciano filosofia, moda e curatela: conversazioni tra il filosofo, il curatore della mostra e lo storico della moda Olivier Saillard.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of ITS Arcademy for Exposure</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Hokusai a Roma: quando l’arte diventa moda e il kimono racconta il corpo</title>
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				<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>C’è una linea sottile, e oggi più che mai attuale, che unisce arte, moda e vita quotidiana. Non è una linea retta, ma una trama, fatta di superfici, gesti e simboli. È proprio questa trama che la mostra dedicata a Katsushika Hokusai, ospitata nelle sale di Palazzo Bonaparte a Roma, visitabile fino al 29 giugno [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è una linea sottile, e oggi più che mai attuale, che unisce arte, moda e vita quotidiana. Non è una linea retta, ma una trama, fatta di superfici, gesti e simboli. È proprio questa trama che la mostra dedicata a <strong>Katsushika Hokusai,</strong> ospitata nelle sale di <strong>Palazzo Bonaparte </strong>a <strong>Roma,</strong> visitabile fino al <strong>29 giugno 2026, </strong>restituisce con straordinaria lucidità. Non una semplice retrospettiva, ma un dispositivo culturale complesso: accanto alle celebri stampe, il percorso si apre a oltre centottanta oggetti — lacche, armature, strumenti musicali e soprattutto kimono, componendo un racconto che dissolve la distinzione occidentale tra arte “alta” e arti applicate. Accanto ai capolavori di Hokusai, come <strong><em>Cinquantatré stazioni del Tōkaidō</em></strong>, la celeberrima <strong><em>La Grande Onda di Kanagawa</em></strong>, le <strong><em>Trentasei Vedute del Monte Fuji</em></strong> fino ai sorprendenti <strong>Manga</strong>, gli straordinari album di disegni che hanno consegnato alla storia uno dei termini più noti della cultura visiva contemporanea l’esposizione presenta anche un insieme di <strong>oltre 180 pezzi tra</strong> <strong>libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi</strong>, tra cui laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a strumenti musicali tradizionali. I <strong>costumi </strong>(<em>kimono</em>, giacche <em>haori</em> e fasce <em>obi</em>) accompagnano visivamente la visita, creando un dialogo continuo tra arte, vita quotidiana e spiritualità della cultura giapponese. Qui tutto è linguaggio, tutto è progetto. E, soprattutto, tutto è moda. Per comprendere davvero la portata di questa mostra, bisogna partire dal concetto di <em>ukiyo-e</em>, letteralmente “immagini del mondo fluttuante”. Un’espressione che definisce non solo un genere artistico, ma un’intera visione del vivere urbano nel Giappone del Periodo Edo. Un mondo fatto di piacere, spettacolo, consumo visivo — e quindi, inevitabilmente, di stile. Le stampe di Hokusai, inclusa l’iconica <em>La grande onda</em> <em>di Kanagawa</em>, non erano opere destinate a una contemplazione museale, ma oggetti accessibili, riproducibili, parte integrante della cultura popolare. In questo senso, funzionavano come veri e propri media di diffusione estetica, analoghi alle riviste di moda contemporanee. Secondo il Metropolitan Museum of Art, le immagini ukiyo-e contribuivano attivamente alla circolazione di modelli di bellezza, abbigliamento e comportamento, influenzando il gusto collettivo su larga scala. È nel dialogo tra queste immagini e i <strong>kimono</strong> esposti che la mostra trova il suo punto di massima tensione visiva. Perché il kimono non è semplicemente un abito: è una forma di scrittura. Le sue origini risalgono al Periodo Heian, quando l’élite aristocratica sviluppò un sistema sofisticato di stratificazione tessile, in cui colori e combinazioni indicavano rango, stagione e sensibilità estetica. Ma è nel periodo Edo che il kimono si democratizza e si trasforma in superficie narrativa. I tessuti si popolano di motivi simbolici — onde, rami di ciliegio, gru, paesaggi — molti dei quali trovano un parallelo diretto nelle stampe di Hokusai. Non si tratta di una semplice coincidenza stilistica, ma di una vera e propria convergenza visiva: lo stesso immaginario attraversa arte e abito, costruendo un’estetica condivisa. Il Victoria and Albert Museum sottolinea come il kimono rappresenti uno dei primi esempi di design modulare: tagliato da pezzi rettangolari di tessuto, riduce al minimo lo spreco e privilegia la continuità della superficie. Un principio che oggi risuona con forza nelle pratiche di moda sostenibile. Se la moda occidentale ha storicamente costruito il corpo attraverso costrizione e modellamento — busti, corsetti, tagli aderenti — il kimono propone una visione radicalmente diversa: non impone una forma, ma la accompagna. Questa caratteristica ha esercitato un’influenza profonda sul design contemporaneo. Designer come <strong>Issey Miyake</strong> hanno trasformato il principio del kimono in ricerca tecnologica e tessile, mentre <strong>Rei Kawakubo</strong> ha decostruito l’idea stessa di silhouette, portando in passerella volumi che sfidano la logica occidentale del corpo ideale. Anche in Europa, il fascino del Giappone ha lasciato tracce profonde: da <strong>Yves Saint Laurent</strong>, che negli Anni Settanta reinterpretò l’Oriente in chiave couture, fino alle sperimentazioni concettuali di <strong>Maison Margiela.</strong> Quello che emerge è un dato chiaro: il kimono non è solo un capo, ma un’idea di moda come spazio di libertà. Uno degli aspetti più sofisticati della mostra è la sua capacità di restituire una verità spesso dimenticata: nella cultura giapponese premoderna, arte e vita non sono mai state separate. Le lacche, le armature, gli oggetti d’uso quotidiano condividono con le stampe e i kimono lo stesso livello di attenzione estetica. Tutto è progettato, tutto è significativo. Questo approccio anticipa molte delle riflessioni contemporanee sulla moda come sistema culturale. Non più semplice industria dell’effimero, ma campo di ricerca che intreccia artigianato, sostenibilità e identità. In un momento storico in cui il sistema moda è attraversato da una profonda trasformazione — tra crisi ambientale e ridefinizione dei modelli produttivi — la lezione di Hokusai e del kimono appare sorprendentemente attuale. Secondo dati dell’European Environment Agency, il settore tessile è tra i più impattanti in termini di consumo di risorse e produzione di rifiuti. In questo scenario, il kimono — con la sua costruzione essenziale, la durabilità e la capacità di essere tramandato — rappresenta un modello alternativo. Un’idea di lusso che non coincide con l’accumulo, ma con la <strong>durata</strong>. Non con la velocità, ma con la <strong>qualità</strong> del tempo. Visitare questa mostra significa, in fondo, interrogarsi su cosa significhi oggi “vestire”. Non solo coprire il corpo, ma raccontarlo. Non solo seguire una tendenza, ma partecipare a un sistema di significati. Hokusai, con il suo sguardo capace di attraversare natura e cultura, e il kimono, con la sua struttura essenziale e poetica, ci ricordano che la moda, quando è davvero tale, non è mai superficiale. È, piuttosto, una forma di conoscenza. E forse è proprio questa la sua espressione più radicale di glamour.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Press Office</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMoodit</strong></em></p>

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		<title>Arriva a Bergamo “Religiosi Sconfini”, la mostra di Steven Cavagna dal 17 al 26 aprile</title>
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				<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 09:29:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DailyMood.it]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>“Religiosi sconfini” per rappresentare ciò che unisce e non ciò che divide, in una visione di spiritualità universale che pervade i sentimenti di tutta l’umanità. Un percorso ispirato dai sentimenti di chi non vuole arrendersi di fronte alle tragedie indotte dai confini e dalle divisioni”. Con questa mostra la ricerca è di esplorare la spiritualità [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“<em>Religiosi sconfini” per rappresentare ciò che unisce e non ciò che divide, in una visione di spiritualità universale che pervade i sentimenti di tutta l’umanità.</em><br />
<em>Un percorso ispirato dai sentimenti di chi non vuole arrendersi di fronte alle tragedie indotte dai confini e dalle divisioni”.</em><br />
<em>Con questa mostra la ricerca è di esplorare la spiritualità al di fuori dei confini religiosi tradizionali e permettere di ricercare un significato</em><br />
<em>interiore</em>.&#8221;<br />
<em><strong>Steven C.</strong></em></p>
<div style="text-align: justify;"><strong>Dal 17 al 26 aprile Bergamo ospita la mostra “Religiosi Sconfini”</strong>, dell’<strong>artista bergamasco Steven Cavagna</strong>, allestita presso <strong>MOSS district </strong>(via Giorgio Paglia 31E).</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">La mostra propone un percorso che <em>indaga una spiritualità universale</em>, al di là dei confini religiosi tradizionali, invitando il visitatore a una riflessione sui temi dell’unione e dell’umanità condivisa.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Originario di Osio Sopra e attivo prevalentemente sul territorio bergamasco, Steven Cavagna è un artista e creativo poliedrico – tra arte, design e urban art – autore di numerosi progetti che hanno contribuito a ridisegnare spazi della città e non solo, con lavori anche in Italia e in Europa .</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div class="default-style" style="text-align: justify;"><em>L’inaugurazione è in programma <strong>sabato 18 aprile</strong> alle ore 18:30</em>.</div>
<div>

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</div>
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		<title>Weekend romantico a Milano: le mostre da non perdere e dove alloggiare</title>
		<link>https://www.dailymood.it/2026/04/13/weekend-romantico-a-milano-le-mostre-da-non-perdere-e-dove-alloggiare/</link>
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				<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 07:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[DailyMood.it]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Weekend romantico]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Milano è una delle città più dinamiche d’Italia e risulta particolarmente attiva in ambito mostre. Il 2026 è ricco di eventi interessanti, perfetti per un weekend romantico. Ecco una panoramica di alcune esposizioni da non perdere, con un focus speciale su dove alloggiare. Un’esperienza unica, anche per l’alloggio La scelta dell’alloggio è fondamentale quando si [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Milano è una delle città più dinamiche d’Italia</strong> e risulta particolarmente attiva in ambito <strong>mostre</strong>. Il 2026 è <strong>ricco di eventi interessanti</strong>, perfetti per un weekend romantico. Ecco una panoramica di alcune esposizioni da non perdere, con un focus speciale su dove alloggiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’esperienza unica, anche per l’alloggio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>scelta dell’alloggio</strong> è fondamentale quando si è in vacanza: è parte stessa di quella sensazione particolare di stacco e di rilassamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le diverse proposte disponibili, un <a href="https://www.motelmoom.com/">motel di lusso Milano</a> si rivela una soluzione tra le più interessanti. Permette di <strong>accedere a un’ospitalità diversa</strong> da quella standard, concepita nel segno del design.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà possibile, ad esempio, disporre di un <strong>comodo parcheggio</strong> dove lasciare l’auto per poi spostarsi con i mezzi pubblici – che funzionano ottimamente a Milano – e di godere di <strong>servizi come quello in camera</strong>, una <strong>vasca idromassaggio</strong> nonché della <strong>massima riservatezza</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti elementi che, quando si è in coppia, permettono davvero di <strong>stare bene e tornare a casa rigenerati</strong>, come sempre dovrebbe essere dopo una vacanza, breve o lunga che sia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5 mostre da non perdere a Milano nella primavera-estate 2026</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’arte ha il potere di unire, emozionare, coinvolgere.</strong> Quale “scusa” migliore, dunque, per programmare un weekend romantico in una metropoli come Milano? Ecco alcune mostre da non lasciarsi scappare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Clara Maffei. La libertà e la forza gentile di una donna del Risorgimento</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Clara Maffei è stata una figura di spicco del Risorgimento.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fino <strong>al 24 maggio 2026</strong> il Comitato omonimo ha organizzato, con le più illustri istituzioni del Capoluogo, una <strong>serie di eventi presso le seguenti location</strong>: Casa Manzoni, Museo del Risorgimento, Cimitero Monumentale e Biblioteca Civica Angelo Mai di Bergamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un omaggio che fa luce su una <strong>donna ardita e gentile</strong>, ma che non sempre ha riscontrato il risalto che merita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle mostre più audaci di <strong>Palazzo Reale</strong>, a fronte di una selezione degli scatti più iconici del celebre fotografo statunitense.</p>
<p style="text-align: justify;">In <strong>programma fino al 17 maggio 2026</strong>, per la cura di Denis Curti, rappresenta un <strong>viaggio nell’estetica e nella sensualità</strong>. Un’esposizione perfetta da vivere in due.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I macchiaioli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse la <strong>mostra più attesa nell’entourage milanese</strong>, dedicata a un gruppo di pittori che furono capaci di <strong>rivoluzionare l’arte in Italia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La retrospettiva rende loro omaggio, dando modo di riflettere sul valore di quelle “macchie” così ardite e autentiche, che furono la <strong>fotografia perfetta di un tempo – la seconda metà dell’Ottocento &#8211; in cui l’Italia non era ancora tale, ma lo stava diventando</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La Toscana era però lo scenario fertile ideale per dare voce a intelletti vivaci come quello <strong>di Giovanni Fattori e Telemaco Signorini</strong>, per citare due degli artisti esposti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giovanni Gastel. Rewind</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una mostra in programma fino al <strong>26 luglio 2026</strong>, nella cornice di Palazzo Citterio, che rende omaggio a Giovanni Gastel: tra i fotografi più importanti della contemporaneità.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo <strong>scatti ricchi di vita</strong>, ma anche appunti e testi. Un inno alla creatività e alla libertà, che fa volare in alto l’immaginazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giorgio Armani Privé 2005-2025</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Concludiamo con quella che è una vera e propria <strong>celebrazione del noto stilista</strong> scomparso recentemente, allestita presso <strong>Armani/Silos</strong>. Il racconto di un artista della moda, attraverso i suoi abiti e le sue idee: la cosa più tangibile e preziosa che (forse) ci ha lasciato. E che ancora riesce a parlare alla mente e al cuore.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.dailymood.it/2026/04/13/weekend-romantico-a-milano-le-mostre-da-non-perdere-e-dove-alloggiare/">Weekend romantico a Milano: le mostre da non perdere e dove alloggiare</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.dailymood.it">Daily Mood</a>.</p>
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		<title>Turbanti Casa Museo Boncompagni Ludovisi per la Moda, il Costume e le Arti Decorative del XIX e XX sec.</title>
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				<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 14:25:47 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Dal 23 marzo al 30 aprile 2026 la Casa Museo Boncompagni Ludovisi diretta da Maria Giuseppina Di Monte e afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei Nazionali della Città di Roma guidata da Luca Mercuri, ospita la mostra fotografica Turbanti. La mostra sarà presentata dall’Onorevole Federico Mollicone, Presidente della VII Commissione Cultura della [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dal 23 marzo al 30 aprile 2026 la Casa Museo Boncompagni Ludovisi diretta da Maria Giuseppina Di Monte e afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei Nazionali della Città di Roma guidata da Luca Mercuri, ospita la mostra fotografica Turbanti. La mostra sarà presentata dall’Onorevole Federico Mollicone, Presidente della VII Commissione Cultura della Camera dei Deputati.<br />
La mostra è organizzata e sostenuta da Accademia del Lusso e dalla Onlus Modelli si Nasce cn il patrocinio dell’Assessorato ai Grandi Eventi di Roma Capitale.<br />
Ideata e curata dall’artista, stylist e docente Cosmo Muccino Amatulli, con le fotografie di Roberto Autuori, la mostra nasce dall’incontro tra formazione, creatività e inclusione. Racconta storie visive, trasformando l’immagine in uno spazio di espressione e riconoscimento. Cuore dell’esposizione sono i copricapi esclusivi creati in Accademia dagli studenti di Fashion Styling &amp; Communication e indossati dalle modelle e dai modelli dell’Associazione. Le fotografie restituiscono ritratti intensi e profondi, capaci di catturare l’essenza dei giovani protagonisti, la personalità, i punti di forza e le fragilità.<br />
“Il turbante &#8211; spiega Cosmo Muccino Amatulli – è segno di protezione, forza e autodeterminazione, un elemento simbolico che pone al centro la persona e le sue qualità irripetibili in un percorso che invita a superare stereotipi e semplificazioni. Il titolo della mostra esprime un duplice significato: da un lato i turbanti come simbolo di identità, dall’altro il verbo turbare come sfida alle convenzioni e alle aspettative sociali per generare un nuovo ordine fondato sull’accettazione e sulla valorizzazionedelle differenze”.<br />
Turbanti diventa così la rappresentazione della capacità di rinnovare lo sguardo e cambiare prospettiva.<br />
“In questi anni &#8211; commenta Laura Gramigna, direttrice di Accademia delLusso Roma &#8211; abbiamo realizzato tanti progetti con l’Associazione Modelli si Nasce, tra mostre, allestimenti, sfilate e film. Tutte iniziative in cui abbiamo potuto apprezzare la professionalità e l’entusiasmo dei ragazzi coinvolti”. Aggiunge Maria Giuseppina Di Monte, direttrice della Casa Museo Boncompagni Ludovisi: “Siamo felici di ospitare una mostra che coniuga la ricerca estetica con la volontà di rendere protagonisti i ragazzi dell’Associazione Modelli si Nasce e gli studenti dell’Accademia del Lusso, che hanno lavorato insieme<br />
con slancio e professionalità al progetto”. Silvia Cento, presidente di Modelli si Nasce, spiega: “Abbiamo fondato Modelli si Nasce con un obiettivo preciso: dare identità e dignità alle persone autistiche. Troppo spesso si parla di autismo in modo generico, dimenticando l’unicità e le peculiarità di ogni persona.<br />
Ognuno dei nostri ragazzi ha un quid che merita di emergere: è ciò che Cosmo Muccino Amatulli e Roberto Autuori hanno valorizzato attraverso fotografie artistiche personalizzate. La forza del progetto è stata la collaborazione tra gli studenti di Accademia del Lusso e i nostri modelli. Durante gli shooting si sono incontrati, conosciuti e hanno condiviso momenti di Crescita, Formazione e Arte. Tutto questo è stato possibile grazie alla direttrice di Accademia del Lusso, Laura Gramigna che ancora una volta ha creduto nelle potenzialità dei nostri ragazzi”. L’apertura al pubblico della mostra “Turbanti” è prevista<br />
per il 23 marzo 2026 alle 17.30, con un evento inaugurale alla presenza dei promotori, del curatore, degli studenti e dei giovani protagonisti del progetto. Un momento di condivisione che intende sottolineare il valore artistico e sociale dell’iniziativa e rilanciare il tema dell’inclusione come responsabilità collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SCHEDA INFORMATIVA</strong><br />
Titolo mostra: Turbanti<br />
Mostra fotografica a cura di Cosmo Muccino Amatulli<br />
Fotografie di Roberto Autuori<br />
La mostra è organizzata e sostenuta da Accademia del Lusso e Associazione Modelli si Nasce &#8211; Onlus)<br />
Sede: Casa Museo Boncompagni Ludovisi, via Boncompagni, 18, 00196 Roma<br />
Tel. +39 06 42824074 | dms-rm.museoboncompagni@cultura.gov.it<br />
Sito web: https://direzionemuseiroma.cultura.gov.it/museo-boncompagni-ludovisi/<br />
FB: https://www.facebook.com/CasaMuseoBoncompagniLudovisi<br />
IG: https://www.instagram.com/casamuseoboncompagniludovisi/<br />
<strong>Ingresso:</strong><br />
Intero Euro 4,00; ridotto Euro 2,00; gratuità di legge.<br />
La Mostra è inclusa nel biglietto per la Casa Museo. Il biglietto per la Casa Museo è acquistabile presso<br />
il totem digitale (abilitato POS) o su https://portale.museiitaliani.it/b2c/#it/buyTicketless/255963d7-e-<br />
47e-44ed-a990-f18d5a9d1911<br />
Orari: dal martedì alla domenica ore 9.00 – 19.30; ultimo ingresso ore 18.45. Chiuso il lunedì<br />
Ufficio Promozione e Comunicazione e URP<br />
Pantheon e Castel Sant’Angelo &#8211; Direzione Musei nazionali della città di Roma<br />
dms-rm.comunicazione@cultura.gov.it<br />
Ufficio stampa Accademia del Lusso &#8211; Roma<br />
Francesco Lener &#8211; f.lener@unilink.it &#8211; 349 280647<br />
Cristina Mauri &#8211; cristina.mauri@erranistudio.com &#8211; 392 1298164<br />
Mara Terenzi &#8211; info@terenzis.com &#8211; 333 6370213</p>

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		<title>Schiaparelli: l’arte dell’impossibile conquista Londra</title>
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				<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 08:28:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Quando la moda supera se stessa e diventa arte pura: così si presenta Schiaparelli: Fashion Becomes Art, la prima grande retrospettiva mai dedicata nel Regno Unito alla leggendaria stilista Elsa Schiaparelli. Dal 28 marzo al 1° novembre 2026, il Victoria and Albert Museum espone un patrimonio di oltre duecento opere tra abiti, accessori, documenti d’archivio, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando la moda supera se stessa e diventa arte pura: così si presenta <strong><em>Schiaparelli: Fashion Becomes Art</em></strong>, la prima grande retrospettiva mai dedicata nel Regno Unito alla leggendaria stilista <strong>Elsa Schiaparelli</strong>. Dal <strong>28 marzo al 1° novembre 2026</strong>, il <strong>Victoria and Albert Museum</strong> espone un patrimonio di oltre duecento opere tra abiti, accessori, documenti d’archivio, fotografie, opere d’arte e profumi che raccontano oltre un secolo di visione creativa e rivoluzione estetica. Nata nel 1890, Elsa Schiaparelli incarna un capitolo irripetibile nella storia della moda del Novecento. La sua cifra stilistica fu sin dal principio una fusione audace di sartoria e immaginario artistico: il vestito non è più semplice abito, ma medium evocativo, un surrogato poetico capace di dialogare con la scultura, la pittura, la performance. La mostra londinese esplora questo universo plastico e visionario attraverso pezzi iconici come il celebre <strong>“Skeleton Dress”</strong> e il raffinato <strong>“Tears Dress”</strong>, entrambi frutti della collaborazione con il surrealista <strong>Salvador Dalí</strong>, insieme ad opere di <strong>Pablo Picasso</strong>, <strong>Jean Cocteau</strong> e <strong>Man Ray</strong>. Questa commistione di moda e arte attesta come Schiaparelli abbia contribuito a riscrivere il linguaggio dell’eleganza, trasformando l’abito in un’opera d’arte a pieno titolo. “Schiaparelli: Fashion Becomes Art” non si limita a una celebrazione antiquaria, ma offre una narrativa dinamica e stratificata: dalle prime creazioni degli Anni Venti, allo spirito creativo dell’attuale direttore artistico <strong>Daniel Roseberry</strong>. Quest’ultimo, noto per capi di couture che macinano viral engagement e attraggono superstar internazionali, rappresenta la naturale trasposizione contemporanea del surrealismo sartoriale di Elsa. Non è solo la storia di una stilista, ma anche di un’impresa culturale: Schiaparelli fu un’imprenditrice capace di muoversi tra Parigi, Londra e New York, intrecciando moda, performance e teatro in una visione antitetica alle regole dell’epoca. In un’epoca in cui il gusto tende alla sobrietà, l’estetica di Schiaparelli appare oggi più attuale che mai: capace di spingere oltre i confini del convenzionale, di mescolare serietà e gioco, di trasformare l’abito stesso in metafora e provocazione. La sua eredità è esposta attraverso fotografie d’epoca, schizzi originali, oggetti di scena e creazioni che hanno segnato tappe fondamentali nel dialogo tra moda e cultura visuale globale. La grandezza di Elsa sta in questo: aver definito la moda come forma d’arte, non semplice ornamento sociale. In un mondo in cui la cultura alta e quella pop si incrociano con sempre maggiore frequenza, il percorso curatoriale della mostra invita a riscoprire una pioniera che guardava oltre la superficie del tessuto, intuendo un linguaggio creativo ancora oggi fonte di ispirazione per stilisti, artisti e creativi di tutto il pianeta. La scelta di Londra e del V&amp;A come sede di questa retrospettiva ha un valore simbolico: posizionare la moda di Schiaparelli nell’arena internazionale di dialogo tra arte, design e cultura materiale conferma la sua influenza oltre ogni categoria estetica. Significa reinterpretare un’eredità senza tempo, dove la moda non è mai stata, e non è, semplicemente moda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Victoria and Albert Museum </strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Roberto Miglietta DAL FILO AL FERRO: ALCHIMIE SOSTENIBILI Grand Hotel Majestic “già Baglioni”, Bologna A cura di Federico Poletti e Ginevra Miglietta</title>
		<link>https://www.dailymood.it/2026/02/02/roberto-miglietta-dal-filo-al-ferro-alchimie-sostenibili-grand-hotel-majestic-gia-baglioni-bologna-a-cura-di-federico-poletti-e-ginevra-miglietta/</link>
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				<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 10:45:15 +0000</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>In occasione di ArteFiera, il Grand Hotel Majestic “già Baglioni” di Bologna apre le sue porte a un nuovo capitolo dei percorsi artistici che da anni ne definiscono l’identità culturale. La mostra personale di Roberto Miglietta “Dal filo al ferro. Alchimie sostenibili” pensata appositamente per gli spazi del cinque stelle lusso bolognese, dà vita a [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In occasione di ArteFiera, il <strong>Grand Hotel Majestic “già Baglioni” di Bologna</strong> apre le sue porte a un nuovo capitolo dei percorsi artistici che da anni ne definiscono l’identità culturale. <strong>La mostra personale di Roberto Miglietta “Dal filo al ferro. Alchimie sostenibili”</strong> pensata appositamente per gli spazi del cinque stelle lusso bolognese, dà vita a un dialogo <strong>tra arte contemporanea, ospitalità d’eccellenza e sostenibilità: </strong>valori che da sempre caratterizzano la visione culturale dell’hotel. Per questo è stata scelta la personale di Roberto Miglietta, che col suo lavoro di recupero creativo rappresenta e combina nella sua ricerca artistica tutti questi aspetti. Lo stesso artista è stato inoltre coinvolto nella <strong>giuria del Premio Sustainability Art “Giorgio Morandi</strong>”. Cuore della serata è la presentazione dell’opera vincitrice della terza edizione del Premio Sustainability Art “Giorgio Morandi”, premio istituito dal Grand Hotel Majestic “già Baglioni” e dal Gruppo Duetorrihotels, in collaborazione con Fondazione Morandi e Ape Confedilizia Bologna, con la direzione artistica di BOOMing Contemporary Art Show. L’opera entra a far parte della collezione permanente degli artisti vincitori, esposta lungo la Strada Romana, l’esclusiva gallery interna all’hotel.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mostra: Roberto Miglietta “Dal filo al ferro. Alchimie sostenibili”</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Dal filo al ferro. Alchimie sostenibili”</strong> racconta il percorso di Roberto Miglietta, artista e imprenditore creativo guidato da una profonda passione per il bello, per la manualità e per il valore etico del fare<strong>. Forte di oltre trent’anni di esperienza nel mondo del ricamo e della manifattura tessile</strong> (in qualità di proprietario e direttore artistico dell’ex Ricamificio Clausura S.r.l.), Miglietta trasforma materiali come fossero stoffa. Lavora con il ferro, l’ottone, il legno, la polvere di caffè, il vetro, il marmo, i tessuti, le rocce. <strong>Ma è il legno d’ulivo l’ospite d’onore</strong>: ricavato dagli alberi colpiti dall’infezione endemica di <em>Xylella Fastidiosa</em> nel Salento, l’ulivo viene intagliato, dipinto e trasformato in statua, tavolo, scultura, dettaglio di un vestito, corpo dei soggetti raffigurati. Superfici cesellate e altorilievi evocano abiti, corpi e architetture della moda, conservando la memoria dell’artigianato e traducendola in un linguaggio contemporaneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto di Roberto Miglietta nasce dal desiderio di dare una seconda vita alle grandi carcasse d’ulivo, a quel legno ancora vivo di alberi che hanno attraversato secoli. Alla base di ogni dipinto, scultura e tavolo realizzato dall’artista, resiste l’eterno desiderio di ingannare la morte, restituendo alle antiche forme vegetali il loro legittimo posto nel mondo. Lavorare con il legno significa piantare la materia ancora viva sui pannelli e innaffiarla con pittura, polvere di caffè e giochi di luce: dare all’ulivo un’ossatura di ferro, uno scheletro affinché possa mantenersi ancora dritto su se stesso, senza piegarsi allo scadere del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Miglietta fa dialogare vita e morte, vegetali e minerali, metalli grezzi e polvere, pittura e ombra, cucendo materiali differenti come un rivoluzionario Dr. Frankestein e animando la forma del legno come un familiare Mastro Geppetto.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra – curata da <strong>Federico Poletti e Ginevra Miglietta</strong> – presenta <strong>una serie di lavori che rendono omaggio a grandi stilisti</strong> come <em>Abito-Volume.<br />
Un omaggio a Roberto Capucci </em>(2024), <em>Abito-Movimento. Un omaggio a Gianni Calignano</em> (2022), <em>Abito &#8211; Struttura. Un omaggio a Gianfranco Ferré</em> (2025) fino a <em>Foulard</em><em>.</em><em> Un omaggio a Missoni (2025):</em> tutte opere in cui <strong>è protagonista l’abito, realizzato attraverso una combinazione di materiali come ferro, legno d’ulivo e ottone. </strong>Una scelta che non è solo formale, ma profondamente concettuale: <strong>il recupero creativo diventa pratica concreta e visione sostenibile, trasformando materiali feriti in nuove possibilità espressive</strong>. <strong> </strong>Altro tema centrale nella poetica di Miglietta che si ritrova in questa mostra è la <strong>presenza femminile</strong> (spesso legata agli affetti familiari) che viene colta in opere come <em>Relax (2025)</em> e <em>Je ne sais pas (2025)</em>. Dalla tensione di materiali diversi nascono opere che oscillano tra peso e leggerezza, tra gesto artigianale e costruzione architettonica: «<em>Piego il ferro come un couturier drappeggia il tessuto</em>», spiega l’artista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per la prima volta sono inoltre in mostra alcune sculture</strong>, <strong>tutte</strong> <strong>a tema musica</strong>. Il mondo organico si intreccia con quello industriale e l’armonia tra i materiali diventa simbolo di resilienza e trasformazione. Lo vediamo nelle due sculture <em>Trumpet (2022) e Pianoforte: Omaggio a Stefano Bollani (2022), </em>dove la radica d’ulivo, disomogenea con i suoi solchi centenari, fa da cassa di risonanza. Le corde di ferro delle meccaniche sembrano funzionare, pronte a far nascere nuova musica.</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Sono emozionato nel vedere le mie opere al Grand Hotel Majestic, un palazzo ricco di arte e storia che diventa mecenate per le nuove generazioni con il Premio Sustainability Art “Giorgio Morandi”. In mostra sono una serie di opere che </em><em>dialogano da un lato con la storia della moda e dall’altro con la musica. Lavori che trovano negli spazi del Grand Hotel Majestic una naturale estensione narrativa. </em><em>Mi piace pensare che chi entra in questo spazio possa avere un contatto quotidiano con le mie opere, magari nel tempo sospeso di un viaggio o di un momento di lavoro. L’arte serve a questo: ad accompagnarci in un altro luogo, un viaggio dove scoprire qualcosa di nuovo, un’emozione, un’esperienza, qualcosa da riportare con sé, a casa</em>» <strong>conclude Roberto Miglietta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Roberto Miglietta “Dal filo al ferro. Alchimie sostenibili”<br />
</strong>Grand Hotel Majestic “già Baglioni”<br />
Via dell’Indipendenza 8, 40121 Bologna<br />
<strong>Mostra aperta fino al 28 febbraio 2026<br />
</strong>Ingresso libero</p>

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		<title>Look: 40 anni di moda raccontati dal Museo delle Arti Decorative di Parigi</title>
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				<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 09:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Glamour]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[moda]]></category>
		<category><![CDATA[Mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Museo delle Arti Decorative]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Parigi, capitale indiscussa della moda e dell’arte, luogo in cui creatività e savoir-faire si intrecciano da oltre un secolo. Nel cuore della città, lungo la celebre Rue de Rivoli, sorge il Musée des Arts Décoratifs (MAD), istituzione fondamentale per chiunque voglia comprendere il rapporto tra cultura visiva e mondo del fashion design. Quest’anno, il museo [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parigi, capitale indiscussa della moda e dell’arte, luogo in cui creatività e savoir-faire si intrecciano da oltre un secolo. Nel cuore della città, lungo la celebre Rue de Rivoli, sorge il <strong>Musée des Arts Décoratifs</strong> (MAD), istituzione fondamentale per chiunque voglia comprendere il rapporto tra cultura visiva e mondo del fashion design. Quest’anno, il museo propone un progetto espositivo che non è solo un tributo alla moda, ma un racconto vivente della sua trasformazione culturale e sartoriale: <em>Look. 40 ans de mode au musée</em>. Visitabile fino al <strong>4 aprile 2027</strong>, la mostra celebra il 40° anniversario della nascita del dipartimento di moda e costume all’interno del MAD, ripercorrendo quattro decenni di <strong>creatività, tecnica e innovazione sartoriale</strong>.  «Look» non è una semplice retrospettiva: è un’esperienza che mette in luce non soltanto le silhouette iconiche che hanno segnato la storia della moda contemporanea, ma anche il processo che porta un capo a diventare <strong>oggetto di design, opera d’arte e patrimonio culturale</strong>. L’allestimento si sviluppa attorno a <strong>40 silhouette selezionate</strong>, ciascuna simbolo di una decade di innovazione stilistica e di evoluzione del gusto estetico. Dalle linee classiche della haute couture francese agli abiti che hanno fatto epoca sulle passerelle internazionali, ogni capolavoro moda racconta una storia, non solo di stile, ma di società, cultura e tecnologia. Un percorso denso di energia che propone la moda in tutte le sfaccettature e trasforma il museo in una passerella dove arte e moda camminano all’unisono. Particolare attenzione è dedicata alla narrazione dei <strong>“due destini” del capo d’abbigliamento</strong>: quello prima della sua introduzione nelle collezioni e quello dopo, nel lungo processo di conservazione e valorizzazione. Il visitatore è invitato così a seguire ogni capo dalla prima idea — lo schizzo del designer — fino alla sua presenza in mostra, passando per la fotografia di moda, la sfilata, la catalogazione e il restauro. Uno dei punti di forza di <em>Look</em> è la sua capacità di mettere in dialogo arte e artigianato, due dimensioni spesso percepite come distinte. Attraverso preziosi materiali d’archivio — <strong>disegni originali, campioni di tessuto, modelli di carta, fotografie storiche</strong> — la mostra svela al pubblico i gesti dei maestri artigiani, i segreti delle botteghe couture e le tecniche che rendono ogni creazione unica. Si scopre così come un abito non sia soltanto l’insieme di tessuti e cuciture, ma il risultato di saperi profondi: la scelta dei materiali, la precisione del taglio, l’equilibrio delle forme, la ricerca cromatica. Questi aspetti, spesso invisibili ai più, vengono qui messi in grande evidenza, per ricordarci che la moda non è solo spettacolo ma <strong>una disciplina artistica complessa e stratificata</strong>. Il Musée des Arts Décoratifs è lo scenario ideale per questa grande celebrazione: fondato nel 1905 ha da sempre posto l’attenzione sulle arti applicate e sul design, includendo sin dalla sua storia più antica la moda e il costume tra gli ambiti privilegiati di studio e collezione.  La sua collezione permanente è tra le più ricche al mondo per quanto riguarda tessuti, abiti storici, accessori e documenti legati al costume e alla moda. L’esposizione <em>Look</em> si inserisce in una tradizione pluridecennale di eventi che hanno definito il MAD come uno dei principali punti di riferimento per gli studiosi, gli addetti ai lavori e gli appassionati di moda. Il percorso espositivo tocca momenti fondamentali della moda contemporanea, mettendo in evidenza <strong>pezzi celebri già esposti in mostre passate</strong> e altre opere mai viste prima in Francia. Tra questi:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Abiti di grandi maison</strong> come Dior, Chanel, e altri protagonisti della couture internazionale, che raccontano l’evoluzione delle silhouette dal dopoguerra a oggi.</li>
<li><strong>Creazioni leggendarie</strong> presentate originariamente in mostre storiche, ad esempio pezzi iconici di Elsa Schiaparelli o capi che hanno segnato l’estetica delle passerelle degli Anni Ottanta e Novanta.</li>
<li><strong>Campioni di broderie, tagli e modelli originali</strong>, che mostrano l’attenzione ai dettagli e il lavoro tecnico che precede ogni collezione.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Accanto agli abiti, molti elementi collaterali ci sono fotografie d’epoca, locandine di sfilate, copertine di magazine che aiutano a contestualizzare ogni silhouette nel tessuto culturale e sociale del proprio tempo. <em>Look</em> non si limita a una cronaca estetica, ma diventa un’occasione di riflessione sul ruolo della moda nella società contemporanea. Attraverso i quattro decenni raccontati, la mostra esplora come la moda non sia mera espressione di tendenze effimere, ma <strong>specchio di cambiamenti culturali profondi</strong>: dalle rivoluzioni sociali degli Anni Settanta, alla globalizzazione del gusto negli anni 2000, fino all’era digitale e alla sostenibilità. In questo senso, il progetto del MAD si pone come ponte tra passato, presente e futuro, invitando il pubblico a interrogarsi su cosa significhi <strong>vestire la contemporaneità</strong> e come ciascun capo diventi simbolo di un’epoca. <em>Look. 40 ans de mode au musée</em> è molto più di una mostra celebrativa: è un invito a guardare la moda con occhi nuovi. Non più solo come fenomeno commerciale o spettacolare, ma come forma d’arte e linguaggio contemporaneo, capace di raccontare storie individuali e collettive. Il percorso al MAD dimostra che dietro ogni abito c’è una storia di idee, mani e memoria. In un’epoca in cui la moda è spesso giudicata alla stregua di un trend rapido e volatile, questa esposizione ci ricorda il valore profondo delle forme, della tecnica e della conservazione e ci invita a guardare davvero, a riconoscere la moda come patrimonio culturale vivente.</p>
<p><em><strong>di Elena Parmigiani per DailyMood.it</strong></em></p>
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		<title>Valentino, la bellezza prende forma: VENUS tra mito e couture</title>
		<link>https://www.dailymood.it/2026/01/19/valentino-la-bellezza-prende-forma-venus-tra-mito-e-couture/</link>
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				<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 14:05:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Glamour]]></category>
		<category><![CDATA[couture]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Valentino Garavani]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Giammetti]]></category>
		<category><![CDATA[Mostre]]></category>
		<category><![CDATA[valentino]]></category>
		<category><![CDATA[VENUS – Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos"]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Una mostra che ha già catturato l’attenzione del mondo della moda e dell’arte: &#8220;VENUS – Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos&#8221; inaugura un nuovo capitolo nel dialogo tra haute couture e contemporaneità. Nel cuore di Roma, a Piazza Mignanelli, nello spazio espositivo PM23 — inaugurato dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti — [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una mostra che ha già catturato l’attenzione del mondo della moda e dell’arte: <strong><em>&#8220;VENUS – Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos&#8221;</em> </strong>inaugura un nuovo capitolo nel dialogo tra haute couture e contemporaneità. Nel cuore di Roma, a Piazza Mignanelli, nello spazio espositivo PM23 — inaugurato dalla <strong>Fondazione Valentino Garavani </strong>e <strong>Giancarlo Giammetti</strong> — la mostra, visitabile fino al <strong>31 maggio 2026</strong>, offre un percorso che supera la mera esposizione di abiti, spingendosi verso un’interpretazione culturale e simbolica dell’universo estetico di Valentino. A differenza di molte retrospettive moda tradizionali, <em>VENUS</em> non si limita ad allineare abiti storici lungo una linea temporale: qui l’arte e la moda dialogano come pari. <strong>Joana Vasconcelos</strong>, artista portoghese riconosciuta per le sue installazioni monumentali e per il profondo contenuto simbolico dei suoi lavori, reinterpreta i codici formali di Valentino Garavani, accostando le sue opere a trentatré creazioni selezionate dagli archivi della maison. Il progetto nasce da una <strong>libertà creativa totale</strong> concessa all’artista, che ha costruito un percorso espositivo nel quale materiali, forme e significati si intrecciano in un linguaggio visivo contemporaneo. Non è una citazione della moda, ma una sua risignificazione: tessuti haute couture, organze, taffetas e paillettes si confrontano con strutture in crochet, metallo e oggetti quotidiani trasformati in arte scultorea. Al centro dell’esposizione, una scultura imponente, la <strong>Valchiria <em>VENUS</em></strong>, diventa simbolo e protagonista. Ispirata alla figura mitologica, è un’opera site-specific che si estende nello spazio come sintesi del dialogo tra moda e arte e come celebrazione delle molteplici identità femminili contemporanee. Ma <em>VENUS</em> non è solo contemplazione estetica. Il progetto si radica nella <strong>partecipazione sociale</strong>: centinaia di mani, da studenti di moda a pazienti, da artigiani a detenute, hanno contribuito alla realizzazione di moduli all’uncinetto e componenti dell’opera, trasformando la mostra in un’esperienza di <strong>empowerment collettivo</strong>. Il percorso si sviluppa come un racconto in più atti: <strong>Crochet Paintings</strong>: tele di tessuto che ricordano motivi dell’haute couture e dialogano con abiti iconici, <strong>Full Steam Ahead (Red) #1</strong>: un’opera meccanica che evoca resilienza, accostata ad abiti storici della collezione autunno-inverno 2007-2008, <strong>Marilyn</strong>: oggetti domestici reinventati come scarpe monumentali, accostati ad abiti degli Anni Novanta, <strong>Garden of Eden</strong>: un ambiente immersivo dove otto abiti total black raccontano un mito condiviso. Queste sequenze non seguono una cronologia tradizionale: sono piuttosto capitoli di una narrazione visiva che esplora temi come identità, trasformazione dei materiali, lavoro artigianale e stereotipi culturali. Il curatore della selezione degli abiti storici, Pamela Golbin, ha selezionato capi che non sono semplici vestiti da museo, ma vere pietre miliari di un’estetica che ha definito la femminilità nel XX e XXI secolo. Accostati alle opere di Vasconcelos, gli abiti rivelano nuove possibilità di significato: la bellezza non come icona fissa, ma come spazio di negoziazione culturale. La mostra <em>VENUS</em> testimonia l’ambizione di PM23 di trasformarsi in un <strong>centro vivente di cultura e creatività</strong>, dove l’arte e la moda interagiscono per creare non un pubblico spettatore, ma un pubblico partecipe. Questo progetto conferma il ruolo della Fondazione Valentino non solo come custode di un patrimonio storico, ma come promotore di conversazioni critiche e collettive sulla bellezza, l’identità e il fare creativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of </strong><strong>Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti </strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>A Kind of Language: quando la moda diventa un alfabeto nuovo negli spazi Prada di Shanghai</title>
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				<pubDate>Tue, 09 Dec 2025 10:37:31 +0000</pubDate>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è un attimo in cui entrando negli spazi <strong>Prada</strong> di <strong>Shanghai</strong> la percezione cambia: non si sta più solo visitando una mostra, ma si sta attraversando un sistema di segni, un codice in movimento, una grammatica che riguarda il corpo, gli oggetti, il quotidiano<em>. <strong>A Kind of Language</strong></em> fa esattamente questo: traduce il mondo in un linguaggio visivo nuovo, dove <strong>moda, arte contemporanea e percezione sensoriale</strong> si intrecciano in un discorso che supera i confini delle discipline. Non potrebbe esistere cornice più naturale di Prada, un marchio che da sempre gioca con l’ambiguità tra moda e pensiero, tra estetica e intelletto. a mostra, allestita negli spazi di Prada Rong Zhai, porta a Shanghai un corpus eccezionale di <strong>storyboard, bozzetti e materiali preparatori del cinema internazionale</strong>: oltre trenta registi — da Anderson ad Almodóvar, da Miyazaki a Jodorowsky — compongono un ritratto visivo del processo creativo filmico, trasformato qui in un vero e proprio linguaggio estetico. A Shanghai questa vocazione si amplifica: lo spazio stesso, rigoroso e architettonico, diventa pagina bianca su cui scrivere un racconto fatto di segni, materiali e tensioni. <em>A Kind of Language</em> non impone una narrazione lineare. È piuttosto un dizionario aperto, un glossario di forme che ognuno è libero di interpretare. Gli artisti coinvolti: Wes Anderson, Pedro Almodóvar, Ingmar Bergman, Charlie Chaplin, Hayao Miyazaki, Christopher Nolan, Martin Scorsese, Steven Spielberg, Alejandro Jodorowsky e Matthew Barney, compongono un paesaggio visivo che si muove tra installazioni, oggetti scultorei e interventi immersivi. Le opere sembrano parlare tra loro attraverso sottili rimandi: un gesto catturato in un materiale, una trama che richiama un pattern tessile, la ripetizione come figura linguistica. Il visitatore è chiamato a “leggere” la mostra, ma anche a “scriverla” con il proprio sguardo. Le opere non impongono, suggeriscono. Non definiscono, evocano. È in questo spazio di sospensione che l’estetica Prada trova il significato più profondo: quello che indaga, problematizza, si diverte a destabilizzare. Negli ultimi anni la moda ha abbandonato la semplice funzione decorativa e ha acquisito una voce sempre più articolata: politica, culturale, sociale. Prada è stata una delle prime case di moda a trattare l’abito come un testo da leggere. <em>A Kind of Language</em> è, in questo senso, un’estensione naturale: un laboratorio in cui il linguaggio della moda incontra quello dell’arte e si contamina. Si ritrovano i codici tipici del brand: il <strong>gusto per l’ambivalenza, la tensione tra minimalismo e complessità</strong>, <strong>la forza dell’imprevisto</strong>. Tessuti, oggetti, superfici sembrano dialogare con le opere esposte come se facessero parte di un&#8217;unica frase, di un’unica sintassi. In alcune installazioni, l’uso del colore e dei materiali rievoca proprio il gesto sartoriale: strati sovrapposti come pieghe di un abito, superfici laminate che ricordano l’impalpabilità dei tessuti tecnici, elementi geometrici che evocano la razionalità della costruzione di una silhouette. Non è un caso che Prada abbia scelto Shanghai per un progetto così concettuale. La città – caleidoscopica, in costante ridefinizione – è una grammatica vivente. Il suo paesaggio urbano, con la sua mescolanza continua di tradizione e iper-modernità, rispecchia in modo quasi speculare l’identità della mostra. Entrare nello spazio espositivo significa osservare questo dialogo attraverso una lente preziosa: la cultura visiva cinese contemporanea, sospesa tra memoria e accelerazione, si fonde con il linguaggio internazionale dell’arte e della moda. La mostra diventa così una piattaforma di scambio, un luogo dove si sperimentano nuovi alfabeti estetici, dove il pubblico locale e globale trova un punto d’incontro inatteso. La struttura della mostra è pensata come un testo aperto: non ci sono capitoli obbligati, ma stanze concettuali. Ogni ambiente introduce una parola, un’idea, un gesto. Alcune opere sono intense come verbi, altre poetiche come aggettivi, altre ancora si avvicinano alla punteggiatura: pause, sospensioni, accelerazioni. Il ritmo è fondamentale. Gli elementi architettonici degli spazi Prada contribuiscono a questa narrazione: superfici levigate, linee nette, geometrie essenziali dialogano con le opere per amplificarne il senso. È una scrittura che si fa tridimensionale, un linguaggio in cui il corpo del visitatore è parte della frase, perché la moda, come l’arte, è un sistema semiotico. Comunica attraverso codici, segni, simboli. <em>A Kind of Language</em> eleva questa consapevolezza a principio curatoriale: rende visibile l’atto comunicativo, lo espone, lo analizza, lo sovverte. Per chi vede la moda non solo come industria, ma come fenomeno culturale, la mostra è un manifesto. E allo stesso tempo un invito: leggere il mondo come un insieme di linguaggi da decodificare. Con <em>A Kind of Language</em>, Prada riafferma il suo ruolo di <strong>piattaforma culturale</strong>, non solo di casa di moda. A Shanghai costruisce uno spazio in cui la creatività diventa conversazione, dove ogni opera è una parola e ogni gesto una possibilità di significato. In un’epoca in cui i linguaggi si sovrappongono, digitali, visivi, materiali, la mostra apre una strada: invita a cercare nuove forme di lettura e, soprattutto, nuove forme di espressione. È un luogo in cui moda e arte non si limitano a dialogare: inventano, insieme, una nuova lingua.</p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>
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		<title>Moda e pubblicità in Italia 1950-2000: l’immaginario del Made in Italy in mostra alla Villa dei Capolavori</title>
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				<pubDate>Fri, 12 Sep 2025 07:47:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p> “Non avrai altro stile all’infuori di me”. Una parafrasi audace, che riecheggia lo slogan di una delle campagne più provocatorie della storia della moda italiana – quella di Jesus Jeans firmata da Oliviero Toscani – ma che ben riassume lo spirito di un’epoca in cui la moda ha smesso di essere solo abito per diventare [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em> “Non avrai altro stile all’infuori di me”</em>. Una parafrasi audace, che riecheggia lo slogan di una delle campagne più provocatorie della storia della moda italiana – quella di <em>Jesus Jeans</em> firmata da Oliviero Toscani – ma che ben riassume lo spirito di un’epoca in cui la moda ha smesso di essere solo abito per diventare narrazione, linguaggio, visione. Alla <strong>Fondazione Magnani-Rocca</strong>, nell’elegante <strong>Villa dei Capolavori </strong>a <strong>Mamiano di Traversetolo</strong>, in provincia di <strong>Parma</strong> fino <strong>al 14 dicembre 2025</strong>, va in scena <em>“Moda e pubblicità in Italia 1950-2000”</em>, una mostra che esplora mezzo secolo di immagini, campagne, manifesti e spot che hanno definito l’identità del Made in Italy. Una vera e propria immersione nell’immaginario visivo nazionale, dove la moda incontra la comunicazione, il costume e la cultura popolare, tracciando una mappa estetica e antropologica della trasformazione italiana nel secondo Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esposizione, a cura di <strong>Dario Cimorelli, Eugenia Paulicelli e Stefano Roffi</strong>, raccoglie oltre <strong>trecento opere </strong>tra manifesti, riviste, fotografie, spot televisivi e materiali video, compresi oggetti cult come le figurine <strong>Fiorucci</strong>. Il percorso espositivo non segue una semplice cronologia, ma si muove tra temi e icone, svelando come la pubblicità abbia vestito il corpo dell’Italia e contribuito a creare un nuovo immaginario collettivo. Dagli esordi grafici degli Anni Cinquanta, ancora legati a un’estetica illustrata e artigianale, passando per la svolta televisiva del Carosello e l’irruzione delle tv commerciali, fino all’estetica edonista e spettacolare degli Anni Ottanta e Novanta, la moda si trasforma in storytelling visivo. Il brand diventa così narrazione, e lo stile, come suggerisce il titolo della mostra, assume valenze quasi religiose. Sfogliando visivamente le campagne esposte, si incontrano i grandi protagonisti della moda italiana: <strong>Armani, Versace, Benetton, Fiorucci, Dolce &amp; Gabbana, Ferré, Gucci, Moschino, Fendi</strong>, solo per citarne alcuni. Ma è soprattutto il lavoro dei fotografi e degli illustratori a rivelare il cambio di passo nella comunicazione visiva: <strong>Giampaolo Barbieri</strong>, <strong>Giovanni Gastel</strong>, <strong>Alfa Castaldi</strong>, <strong>Maria Vittoria Backhaus</strong>, <strong>René Gruau</strong>, <strong>Franco Grignani</strong>, <strong>Antonio Lopez</strong>, <strong>Guido Crepax</strong>, e naturalmente l’irriverente e iconoclasta <strong>Oliviero Toscani</strong>. Con loro, l’immagine pubblicitaria smette di essere ancella del prodotto per diventare arte autonoma. Basta pensare all’impatto globale delle campagne <em>Benetton </em>firmate da Toscani: vere e proprie micce visive capaci di accendere dibattiti sociali, politici, estetici. Non è solo una storia di moda o di marchi, ma il racconto di un Paese che cambia pelle. La mostra restituisce lo specchio di un’Italia che si emancipa dal dopoguerra, osserva (e imita) l’America, inventa una propria “grammatica pubblicitaria” fatta di ironia, desiderio e sogno. Se gli Anni Cinquanta e Sessanta sono quelli del Carosello, della censura e della grafica elegante, il passaggio al colore, alla pubblicità televisiva, alla libertà formale degli Anni Settanta e Ottanta segna l’avvento di un linguaggio pop, ubiquo, profondamente connesso ai nuovi consumi. È in questo periodo che la moda italiana si impone nel mondo come simbolo di qualità, glamour e innovazione, grazie anche a una comunicazione integrata e visionaria. Non si vende più solo un abito, ma uno stile di vita, un’identità, un’emozione. Il corpo, sempre più al centro della comunicazione, si fa portatore di valori, tensioni e aspirazioni. Ed è in questa tensione tra arte, desiderio e cultura popolare che la mostra trova il suo fulcro. Un’intera sezione è dedicata agli <strong>spot televisivi</strong>, con materiali provenienti dall’<strong>Archivio Generale Audiovisivo della Pubblicità Italiana</strong>, grazie anche al contributo di <strong>Emmanuel Grossi</strong>, storico della pubblicità e direttore dell’Archivio. Dai caroselli Barilla con <strong>Mina</strong>, vestita da Piero Gherardi (costumista di Fellini), ai cortocircuiti visivi delle pubblicità Anni Novanta, la moda diventa anche “cinema breve”, esercizio di stile narrativo, provocazione culturale. Sono clip che non solo vendono, ma raccontano il tempo, riflettono i cambiamenti del gusto e dei costumi, anticipano tendenze. E in alcuni casi, fanno storia. A ospitare questo racconto visivo è la Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca, uno dei luoghi più affascinanti e colti d’Italia. Qui convivono arte, paesaggio e architettura: capolavori di <strong>Monet, Renoir, Cézanne, Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya</strong>, e una straordinaria collezione di opere di <strong>Giorgio Morandi</strong>, accanto ad un giardino storico recentemente restaurato, che fonde giardino all’italiana, parco romantico e sperimentazioni paesaggistiche contemporanee. Una cornice fondamentale della nostra storia culturale. <em> “Moda e pubblicità in Italia 1950-2000”</em> non è una semplice esposizione, ma un vero laboratorio visivo. Un invito, per gli addetti ai lavori della moda, a riflettere su quanto il successo dell’industria fashion italiana sia stato costruito non solo da mani sapienti e stilisti visionari, ma anche da creativi dell’immagine, comunicatori, fotografi, illustratori. Da chi, in silenzio, ha cucito sul corpo dell’Italia un nuovo modo di raccontarsi. In tempi in cui la comunicazione visiva è di nuovo in piena trasformazione, questa mostra ci ricorda che ogni immagine di moda è anche un documento storico. E che dietro ogni campagna, ogni spot, ogni manifesto, c’è una visione del mondo. A volte condivisa, altre contestata, ma pur sempre potente.</p>
<p><strong><em>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</em></strong></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2025/09/12/moda-e-pubblicita-in-italia-1950-2000-limmaginario-del-made-in-italy-in-mostra-alla-villa-dei-capolavori/giovanni-gastel-4-colori-almeno-copertina-per-rivista-donna-marzo-1982_archivio-giovanni-gastel/'><img width="740" height="987" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2025/09/Giovanni-Gastel-4-colori-almeno-copertina-per-rivista-Donna-marzo-1982_Archivio-Giovanni-Gastel-768x1024.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2025/09/Giovanni-Gastel-4-colori-almeno-copertina-per-rivista-Donna-marzo-1982_Archivio-Giovanni-Gastel-768x1024.jpg 768w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2025/09/Giovanni-Gastel-4-colori-almeno-copertina-per-rivista-Donna-marzo-1982_Archivio-Giovanni-Gastel-225x300.jpg 225w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2025/09/Giovanni-Gastel-4-colori-almeno-copertina-per-rivista-Donna-marzo-1982_Archivio-Giovanni-Gastel.jpg 800w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></a>
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		<title>Alaïa e Mugler in dialogo alla Fondazione di Parigi</title>
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				<pubDate>Tue, 05 Aug 2025 07:54:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Un confronto creativo e stimolante tra due titani della moda: Azzedine Alaïa e Thierry Mugler. I due stilisti hanno reinventato il corpo come architettura e teatro. Nel cuore del Marais, la Fondazione Azzedine Alaïa ospita una mostra che è più di una retrospettiva: è uno scambio visivo tra due figure che hanno riscritto i codici [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un confronto creativo e stimolante tra due titani della moda: <strong>Azzedine Alaïa </strong>e <strong>Thierry Mugler</strong><em>. </em>I due stilisti hanno reinventato il corpo come architettura e teatro. Nel cuore del Marais, la <strong>Fondazione Azzedine Alaïa</strong> ospita una mostra che è più di una retrospettiva: è uno scambio visivo tra due figure che hanno riscritto i codici della silhouette femminile nel ventesimo secolo. L’esposizione intitolata <em><strong>Azzedine Alaïa – Thierry Mugler / 1980-1990, due decenni di complicità artistiche,</strong></em> visitabile fino al <strong>31 agosto 2025</strong>, non è soltanto un omaggio a due couturier geniali, ma un&#8217;indagine sul potere della forma, della pelle, della costruzione, ci parla non solo di couture, ma di affinità elettive, di una solida amicizia e di una forte complicità artistica, ma anche umana. In un momento in cui la moda si interroga sul corpo, sulla sensualità e sull’identità, la mostra si rivela straordinariamente attuale. “<em>Ci siamo profondamente influenzati a vicenda</em>.”, ha affermato <em>Thierry Mugler</em><em>,</em> in più occasioni, confermando il legame creativo ed umano con Alaïa.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Da quando ci siamo conosciuti, i miei abiti sono diventati meno astratti e più in sintonia con la realtà; il corpo si muove con più agio. I suoi, invece, sono diventati più audaci. Credo che, grazie a me, Azzedine si sia sentito libero di avvicinarsi a tagli più ergonomici, più sinuosi.”, </em>così parlava Mugler di Alaïa. Ed ancora:<em> “Ho avuto un ruolo nel supportarlo all’inizio, anche amministrativamente, per aiutarlo a fondare ufficialmente la sua maison.”</em> (<em>Mugler</em>, sul sostegno dato ad Alaïa nei primi anni dell’attività). Alaïa e Mugler si conoscono a Parigi negli Anni Settanta, in un contesto in cui la couture sembrava cedere il passo al ready-to-wear, ma entrambi resistono al tempo e alle mode effimere creando universi assolutamente personali. Da un lato Alaïa, il “sarto scultore”, devoto alla purezza della forma, alla modellatura sartoriale ottenuta quasi senza tagli visibili, alla sensualità del corpo rivelato e protetto. Dall’altro Mugler, il “regista della moda”, visionario e teatrale, capace di trasformare le passerelle in veri e propri palcoscenici in technicolor, dove il corpo femminile diventa un’eroina postmoderna tra fetish, glamour e fantascienza. Questa mostra non si limita ad accostare due nomi celebri. È un atto curatoriale preciso: mettere in dialogo due approcci opposti, ma complementari alla femminilità, alla costruzione del capo, alla relazione tra abito e identità. Curata da <strong>Olivier Saillard</strong>, la retrospettiva si sviluppa nei saloni della Fondazione con uno storytelling raffinato. I capi esposti – oltre sessanta, provenienti dagli archivi di entrambi gli stilisti – sono stati scelti per rispecchiare i punti di contatto e le divergenze più radicali tra i due. Non ci sono solo gli iconici bustier in maglia stretch di Alaïa o le tute in lattice e metallo di Mugler: compaiono creazioni sublimi che mostrano le sfumature, le fasi intermedie, gli esperimenti comuni. Mugler disse una volta che, dopo aver incontrato Alaïa, le sue creazioni divennero meno astratte e più concrete. Alaïa, a sua volta, osò linee più audaci, più sensuali. L’influenza era reciproca e magnetica, come afferma Saillard.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrando nella Fondazione ci si imbatte in un allestimento minimale, rispettoso della materia: manichini bianchi, luce diffusa, e un senso di intimità che permette di ammirare da vicino cuciture, pieghe, pesi, volumi. Non c’è sovrastruttura scenica: sono solo gli abiti a parlare. Ed è qui che l’occhio dell’addetto ai lavori coglie la portata dell’opera. Percorrere fisicamente lo spazio della mostra è stato essenziale per cogliere la stratificazione concettuale del progetto espositivo: un confronto tra estetiche che, pur divergendo nei codici formali, si rivelano sorprendentemente affini nella volontà di sublimare la materia in visione. Per chi vive la moda e ne ha fatto come noi una vocazione, una passione e un mestiere questa mostra è un <strong>manuale tridimensionale di tecnica sartoriale avanzata</strong>. Alaïa modellava direttamente sul corpo, come uno scultore con l’argilla: i suoi abiti non nascono su carta, ma in atelier, sulla pelle. I suoi jersey sono ingegneria tessile: si adattano, avvolgono, modellano senza costringere. I tagli sono invisibili, le cuciture minime, la perfezione sta nel togliere più che nell’aggiungere. Mugler, al contrario, esaspera la costruzione fino al parossismo. Le sue giacche sono armature sensuali, con spalle volutamente esagerate, pinces chirurgiche, tessuti sintetici, inserti in plastica o metallo. L’approccio è quasi ingegneristico, ma sempre con un occhio allo spettacolo. Un abito Mugler non si limita a vestire: <strong>trasforma chi lo indossa in un personaggio.</strong> L’accostamento dei due svela in maniera plastica due strade della costruzione sartoriale contemporanea: una organica, l’altra meccanica, ma entrambe straordinariamente umane, perché profondamente connesse all’idea di corpo, potere, espressione. Se Alaïa è stato il paladino di una sensualità materica e intellettuale, Mugler è stato il profeta del glamour estremo. Eppure, la mostra sottolinea quanto entrambi abbiano anticipato temi oggi centrali: <strong>body positivity, gender fluidity, ibridazione tra arte e moda, artigianato come resistenza culturale.</strong> Nelle nuove generazioni di designer – da Iris van Herpen a Casey Cadwallader, da Ludovic de Saint Sernin a Nensi Dojaka – si avverte l’eredità doppia di questi maestri: il rigore artigianale di Alaïa e la potenza visionaria di Mugler. La Fondazione Alaïa, con questa mostra, non solo custodisce un archivio, ma rilancia una visione: quella di una moda che non si limita a vestire, ma che pensa, scolpisce, plasma, racconta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esclusiva fotografica Daily Mood</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Rick Owens, la mostra dello stilista ribelle al Palais Galliera</title>
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				<pubDate>Mon, 04 Aug 2025 09:17:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Il Palais Galliera ospita la prima mostra a Parigi dedicata all&#8217;opera dello stilista d&#8217;avanguardia Rick Owens. La monumentale retrospettiva dal titolo Temple of Love, visitabile fino al 6 gennaio 2026 presso l’iconico museo della moda e del costume francese, offre al pubblico la visione innovativa del creativo caratterizzata da una moda post- apocalittica, ma al [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Palais Galliera ospita la prima mostra a Parigi dedicata all&#8217;opera dello stilista d&#8217;avanguardia <strong>Rick Owens.</strong> La monumentale retrospettiva dal titolo <strong><em>Temple of Love</em></strong>, visitabile fino al <strong>6 gennaio 2026</strong> presso l’iconico museo della moda e del costume francese, offre al pubblico la visione innovativa del creativo caratterizzata da una moda post- apocalittica, ma al contempo minimalista e presenta collezioni che spaziano dagli esordi del designer a Los Angeles fino alle più recenti creazioni. Con un fascino per il rituale spirituale, le opere di Owens attingono ad una vasta gamma di riferimenti; da Joris-Karl Huysmans, all&#8217;arte moderna e contemporanea, passando per i grandi film hollywoodiani di inizio Novecento. Rick Owens stesso è il direttore artistico della mostra con il contributo curatoriale di <strong>Miren Arzalluz,</strong> direttrice del Palais Galliera e <strong>Alexandre Samson</strong>, responsabile delle collezioni moda dal 1947 alle creazioni contemporanee, per creare un percorso espositivo che si estende fino alla facciata del museo e al suo giardino. L’esposizione è la terza retrospettiva mai concessa a un designer vivente, dopo Margiela e Alaïa. L’allestimento trasforma il museo in un vero e proprio “tempio”: appena si entra si nota immediatamente la facciata drappeggiata dai tessuti ricamati con paillettes, le statue esterne si coprono di simbolismo visivo; nel giardino troneggiano <strong>trenta sculture brutaliste in cemento</strong>, integrate nello spazio esterno ispirato alle radici californiane dello stilista. Veniamo inoltre colpiti dal fatto che per la prima volta dagli Anni Settanta le tende delle finestre della sala principale del Palais Galliera sono aperte rivelando le silhouette in pieno giorno. Owens accetta e non si preoccupa del possibile deterioramento che la luce potrebbe creare alle sue incredibili creazioni. Nato nel 1961 lo stilista inizia la sua sfavillante carriera come modellista a Los Angeles prima di lanciare il suo marchio nel 1992. I suoi outfit, ispirati alla cultura underground e al glamour della moda Anni Trenta, si distinguono per le loro strutture sofisticate. Le risorse limitate spingono inizialmente il designer americano a utilizzare materiali di recupero: riutilizza borse militari, coperte militari e pelle lavata, trasformandole in abiti e giacche; ha una predilezione per il nero e le tonalità tenui, tra cui un grigio speciale che chiama &#8220;polvere&#8221;, che diventa uno dei suoi colori e tratti distintivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2003 Rick Owens lascia Los Angeles per Parigi. Indipendente e provocatorio per natura, le sue sfilate di moda espressive riflettono una <strong>posizione politica</strong> <strong>che condanna la discriminazione e il predominio maschile.</strong> Per una sfilata assume un team di ballerine di step composto esclusivamente da donne, prevalentemente nere, al posto delle modelle; in un altro show i genitali dei suoi modelli maschili vengono esposti; in tutte le performance si celebra la forza delle donne. In risposta a un mondo in crisi, l’impegno dello stilista si concretizza in creazioni più scultoree e nell&#8217;uso di una palette cromatica espressiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Con oltre cento silhouette, la retrospettiva ci lascia meravigliati per la selezione precisa per momenti storici e suggestioni artistico-sociali e per la divulgazione di documenti personali di Owens, oltre che dai video e da alcune installazioni inedite. Opere di Gustave Moreau, Joseph Beuys e Steven Parrino offrono uno spaccato delle fonti di ispirazione del designer e ne mostrano il lavoro sotto una nuova veste. La mostra si concentra anche sul ruolo centrale svolto dalla moglie <strong>Michèle Lamy,</strong> la cui presenza è percepibile in tutto il percorso espositivo, persino nella ricostruzione della loro camera da letto californiana. La scala e la portata della mostra &#8220;Rick Owens, Temple Of Love&#8221; sono senza precedenti. È una <strong>meditazione sull&#8217;amore, la bellezza e la diversità</strong>, presentata in un ambiente monumentale. Le silhouette, la maggior parte delle quali provengono dagli archivi di uno dei principali stilisti contemporanei, trasformano il museo in un tempio dedicato alla creazione. In un ambito in cui l’immediatezza visiva domina, questa mostra invita a un’esperienza tattile e mentale: analisi storica, allusione poetica, estetismo politico. Il tempo dilatato della visita ricorda che Owens non crea per piacere, ma per interrogare lo spettatore- la <strong>moda come forma di pensiero. </strong><em>Temple of Love</em> non è quindi solo una retrospettiva, ma un manifesto multi-sensoriale, un invito a scoprire la couture come filosofia, rituale e rito collettivo, un’occasione imperdibile per chi cerca la convergenza tra arte, memoria, e radicalità stilistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esclusiva fotografica Daily Mood</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Balenciaga,  la mostra a Parigi celebra dieci anni della direzione creativa di Demna</title>
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				<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 07:58:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Balenciaga apre le porte del quartier generale parigino in rue de Sèvres per celebrare una delle figure più influenti della moda contemporanea: Demna Gvasalia. Una mostra riassuntiva curata dallo stesso Demna che sintetizza il suo decennio da direttore creativo nella griffe, dal 2015 al 2025. L’esposizione è allestita presso la sede centrale di Kering, l’antico Ospedale [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Balenciaga apre le porte del quartier generale parigino in rue de Sèvres per celebrare una delle figure più influenti della moda contemporanea: <strong>Demna Gvasalia</strong>. Una mostra riassuntiva curata dallo stesso Demna che sintetizza il suo decennio da direttore creativo nella griffe, dal 2015 al 2025. L’esposizione è allestita presso la sede centrale di Kering, l’<strong>antico Ospedale Laennec</strong>, nel <strong>7° arrondissement di Parigi</strong>, uno storico edificio del XVII secolo, detto anche l&#8217;<em>ospedale delle donne incurabili</em><em>, </em>restaurato dal gruppo nel 2010.  La costruzione dell’ex casa di cura era iniziata nel 1634. Metà dello spazio era dedicato ai giardini, nello stile dei grandiosi ospedali parigini. Attratto dalla particolare architettura del sito e dal suo ricco patrimonio storico, oltre che da altre caratteristiche, il Gruppo Kering ha intrapreso un ambizioso progetto di ristrutturazione ed oggi l’edificio rappresenta un importante riferimento culturale. Approfondendo &#8220;Balenciaga by Demna&#8221;, &#8220;Exactitudes&#8221;, la collezione Primavera/Estate 2026 e l’ultima collezione prêt-à-porter per la maison, la mostra incarna i codici stilistici, i volumi, le silhouette e gli atteggiamenti che hanno definito il lavoro del talentuoso stilista georgiano. L’esposizione <em>Balenciaga by Demna</em>  si presenta come un tributo visivo alla rivoluzione estetica e concettuale operata dal designer nei suoi dieci anni alla direzione creativa della maison. Ci siamo recati a visitarla e di colpo siamo stati immersi in un&#8217;atmosfera quasi ovattata, protetta dalle pareti chiare, in sottofondo la voce di Demna – ricreata con l&#8217;intelligenza artificiale – ci ha condotto verso l&#8217;intimità di un lavoro minuzioso e potente. È stato il designer a curare in ogni dettaglio questa retrospettiva, ed è stato lui a mettere in fila le parole per descrivere ogni opera in mostra. Nella cappella dissacrata antistante l&#8217;ala dell&#8217;edificio dedicata alla mostra c’è una teca che contiene alcuni degli inviti dei suoi show, mentre abiti, accessori e calzature appartengono a trenta collezioni diverse presentate dal 2015 a oggi. <strong>Questa mostra rappresenta il continuo processo di Demna di ripensare il modo in cui i capi vengono creati</strong><strong>.</strong> Il suo processo creativo spesso parte dall’osservazione di qualcosa di ordinario, familiare, che viene poi ricontestualizzato attraverso il modo in cui è realizzato, i materiali utilizzati e le tecniche impiegate. Questo approccio si collega alla fascinazione del couturier per l’eredità artistica di Marcel Duchamp e i suoi ready made, così come all’influenza di Andy Warhol e della pop art sulla sua opera. La mostra inizia con una selezione di oggetti che sono stati utilizzati come inviti per le collezioni Balenciaga, seguita da centouno pezzi scelti da Demna, tra cui due prestati dal museo della moda Palais Galliera. L’esposizione comprende completi, singoli capi, accessori e calzature provenienti da trenta diverse collezioni che coprono un decennio. Esplorando i principali elementi concettuali e tematici del mandato di Demna alla maison, si evince la reinterpretazione del designer dei codici di Cristóbal Balenciaga, esercizi di proporzione, studi sul &#8220;readymade&#8221;, trompe-l&#8217;oeil, upcycling, una rivisitazione delle regole prestabilite della moda e la sua continua analisi del guardaroba contemporaneo: cosa indossano le persone, come lo indossano e dove si trova il sottile confine tra moda e lusso. Un sistema audio accompagna il visitatore offrendo una panoramica sul significato e sul processo creativo dietro ogni capo attraverso la narrazione specializzata di Demna. Le creazioni sono presentate su supporti personalizzati o in espositori dedicati, che includono manichini speciali, sculture iperrealistiche delle modelle che indossavano originariamente i completi, grucce in stile lavanderia a secco e supporti bifacciali che presentano i capi accanto agli stili d&#8217;archivio che li hanno ispirati. Alcuni abiti sono anche installati come opere d&#8217;arte, creati in collaborazione con artisti che hanno contribuito al progetto Balenciaga Art in Stores. Il look di chiusura della presentazione della collezione Balenciaga Estate 2022 &#8220;Red Carpet&#8221;, indossato da Demna, è reinterpretato dall&#8217;artista americano Mark Jenkins come una delle sue sculture umanoidi distintive. Inoltre, una selezione di sei modelli di scarpe e accessori è integrata in opere della serie Timeless Symbols di Andrew J. Greene, adagiate su supporti in acciaio inossidabile e ruotate da motori nascosti. Il catalogo gratuito presenta immagini delle opere in mostra insieme a visual creati appositamente per la pubblicazione. Demna è uno stilista che ha lasciato un profondo segno in Balenciaga, non a caso la sua ultima sfilata a Parigi si è chiusa con una standing ovation per il suo lavoro di dieci anni nel brand ed il finale scandito dalla canzone preferita dello stilista “No ordinary love” di Sade. Ora Demna è atteso da Gucci e da Balenciaga arriva Pierpaolo Piccioli, un nuovo corso di rinnovazione è già in atto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Foto: esclusiva fotografica Daily Mood</strong></p>
<p>di <strong>Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></p>

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		<title>Frederick Worth, il padre dell’haute couture in mostra a Parigi</title>
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				<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 12:21:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Palais Galliera collabora con il Petit Palais per presentare una mostra eccezionale dedicata alla Maison Worth. Ideatore di una casa di moda che è diventata l’epitome del lusso parigino, <strong>Charles Frederick Worth</strong> (1825-1895), nato in Inghilterra, è una figura chiave della storia della moda. Fondatore dell’haute couture, Worth creò l’omonima casa di moda al numero 7 di Rue de la Paix, la cui storia abbraccia quattro generazioni e quasi un secolo. Presentata su oltre 1.100 metri quadri nelle gallerie principali del Petit Palais, questa straordinaria retrospettiva, intitolata <em><strong>Worth: The Birth of Haute Couture in Paris,</strong></em> visitabile fino al <strong>7 settembre 2025</strong>, riunisce più di quattrocento opere- abiti, oggetti e accessori, dipinti, arti grafiche e si presenta come un vasto affresco che rivisita tanto le creazioni della maison Worth quanto i protagonisti che ne hanno scritto la storia. Organizzata da <strong>Annick Lemoine,</strong> curatrice generale del patrimonio e direttrice del Petit Palais, e da <strong>Miren Arzalluz,</strong> direttrice del Palais Galliera, la mostra rende omaggio al patrimonio senza tempo di Worth gettando nuova luce su una casa di moda leggendaria che è stata dimenticata per troppo tempo. L’esposizione promette di essere straordinaria, data la rarità e il numero di pezzi presentati, provenienti da prestigiose collezioni internazionali. Dal Secondo Impero, ai Ruggenti Anni Venti è stata scritta una pagina di storia: quella dell’invenzione della figura del grande couturier e dei meccanismi di creazione e commercializzazione della moda ancora vigenti e di cui Worth pose le basi alla fine del XIX secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Charles Frederick Worth fondò la <strong>House of Worth</strong>, una delle più importanti case di moda del XIX e dell&#8217;inizio del XX secolo. A Worth viene anche attribuito il merito di aver rivoluzionato il mondo della moda. Fondato a Parigi nel 1858, il suo salone di moda attirò presto la nobiltà europea. Stilista innovativo, Worth adattò gli abiti del XIX secolo per renderli più adeguati alla vita di tutti i giorni, con alcune modifiche che si dice siano state richieste dalle sue clienti più prestigiose tra cui l’<strong>Imperatrice Eugenia, </strong>l’<strong>Imperatrice Elisabetta D’Austria </strong>e la<strong> regina Margherita</strong> che resero lo stilista così celebre al punto di essere definito <strong>“sarto imperiale”.</strong> Con Worth la figura del couturier cominciò ad essere considerata un artista. A lui si deve il merito di aver deciso di far sfilare i modelli in anticipo rispetto alle stagioni. Fu il primo a sostituire le allora bambole di moda con <strong>modelle dal vivo </strong>per promuovere i suoi abiti ai clienti e a cucire <strong>etichette firmate sui suoi vestiti;</strong> quasi tutti i clienti visitavano il suo salone per una consulenza e una prova, trasformando così la House of Worth in un punto d&#8217;incontro dell&#8217;alta società. Sua moglie fu la prima modella dell&#8217;Ottocento, il che portò Lucy Bannerman a descrivere Vernet come la prima modella professionista al mondo. Alla fine della sua carriera, la casa di moda Worth impiegava 1.200 persone e il suo impatto sul gusto della moda fu di vasta portata. Il Metropolitan Museum of Art ha affermato che l’&#8221;aggressiva autopromozione&#8221; del creativo gli valse il titolo di primo couturier. Certamente, nel 1870, il nome di Worth non era noto solo negli ambienti di corte, ma appariva anche su riviste femminili lette dall&#8217;alta società. A lui si attribuisce l&#8217;invenzione della <strong>gonna a cerchio</strong> e del <strong>trambusto</strong>. Worth elevò il prestigio della sartoria in modo che lo stilista-confezionatore diventasse anche arbitro di ciò che le donne avrebbero dovuto indossare. Scrivendo di storia della moda e, in particolare, del dandismo, nel 2002, George Walden affermò: &#8220;<em>Charles Frederick Worth ha dettato la moda in Francia un secolo e mezzo prima di Galliano</em>”.  Worth cambiò anche la dinamica del rapporto tra cliente e sarto. Laddove in precedenza la sarta, (donna), si recava a casa del cliente per una consulenza individuale, con l&#8217;eccezione dell&#8217;imperatrice Eugenia, i clienti generalmente frequentavano il salone di Worth in rue de la Paix per una consulenza, che divenne anche un punto di incontro sociale per le personalità dell&#8217;alta società.</p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Giorgio Armani Privè, vent’anni di alta moda in mostra a Milano</title>
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				<pubDate>Tue, 17 Jun 2025 08:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Prende il via negli spazi di Armani/Silos la mostra Giorgio Armani Privè 2005-2025, Vent’anni di Alta Moda: un excursus, curato dallo stesso Giorgio Armani, attraverso due decenni di Haute Couture creata nel segno di uno stile inconfondibile. La mostra, aperta al pubblico fino al 28 dicembre 2025, grazie al patrocinio del Comune di Milano e al [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Prende il via negli spazi di <strong>Armani/Silos</strong> la mostra <strong><em>Giorgio Armani Privè 2005-2025</em></strong>, <strong><em>Vent’anni di Alta Moda:</em></strong> un excursus, curato dallo stesso <strong>Giorgio Armani,</strong> attraverso due decenni di Haute Couture creata nel segno di uno stile inconfondibile. La mostra, aperta al pubblico fino al <strong>28 dicembre 2025</strong>, g<em>razie al </em><strong>patrocinio del Comune di Milano</strong> <em>e al sostegno d</em><strong><em>i Armani Beauty</em></strong><em>, in collaborazione con </em><strong><em>Save the Children, </em></strong>esplora i temi di una visione nella quale forma pura e tessuti preziosi celebrano la bellezza in un racconto declinato al presente. Perché la creazione di moda, quando è autentica, è senza tempo. Presentata per la prima volta nel 2005 a Parigi, capitale della Haute Couture, la collezione Giorgio Armani Privé nasce dalla concezione di una moderna creatività, espressa attraverso linee ricercate, lavorazioni pregevoli e ricami gioiello e si distingue fin da subito come una nuova interpretazione dello stile Armani, insieme complementare e alternativa al prêt-à-porter, cui l’accomuna la ricerca di una sigla lineare, elegante e rarefatta. Con la sua Alta Moda, Re Giorgio offre un’interpretazione sorprendente della sua idea di eleganza, aprendo lo sguardo a nuove avventure, evocando luoghi e atmosfere lontane, tratteggiando un’allure pacata e seducente. Qui lo stilista osa, sperimenta, lascia spazio alla fantasia, ma conserva la sua proverbiale concretezza e non dimentica le esigenze di una clientela particolarmente attenta. Con i piedi ben saldi per terra, sogna e fa sognare. Anche quando fa rivivere la magia delle notti hollywoodiane con i capi indossati dalle star del cinema e dello spettacolo. La raffinata esposizione porta ben centocinquanta creazioni da sogno a Milano, cuore pulsante dell’universo Armani, consentendo a tutti di vederle da vicino e apprezzarne la straordinaria realizzazione artigianale. Tra colori e forme, tra suoni e fragranze, lo spettatore è avvolto in un viaggio sensoriale che si svolge lungo l’intera superficie del Silos. A dare ulteriore risalto agli abiti ci sono infatti una fragranza diffusa &#8211; <strong>Bois d’Encens</strong>, emblema della collezione Armani Privè Haute Couture Fragrances &#8211; e una <strong>colonna sonora originale </strong>realizzata espressamente per la mostra da L’Antidote. Il percorso segue un sottile filo conduttore: la luce come riferimento metaforico all’invenzione, e concretamente come accento che impreziosisce le superfici, luminosità perlacea, lunare, di pietre rare. I capi, antologia di tutte le collezioni Couture, sono disposti in una sequenza che sottolinea un linguaggio che, pur continuando a evolversi, rimane saldo nei principi che lo fondano. “<em>Nelle collezioni di Alta Moda esprimo la mia visione dello stile e dell’eleganza attraverso l’arte dell’artigianalità e del savoir faire: soltanto qui posso farlo senza pormi limiti.”, </em>dichiara Armani<em>&#8211; “Vent’anni di Giorgio Armani Privé sono stati un viaggio stupefacente, liberatorio, che ora voglio condividere con un pubblico più ampio, portandolo con me nel sogno a occhi aperti di abiti fatti di fantasia e di grazia. Un mondo prezioso che in mostra diventa una sorpresa che emoziona</em>”. Con l’alta moda Armani stupisce il pubblico e offre un’interpretazione sorprendente del suo stile, tratteggiando un’allure pacata e seducente in un racconto declinato al presente. Perché la creazione di moda, quando è autentica, non ha tempo. “<em>Con l’alta moda ho voluto sperimentare, rimanendo fedele all’essenza del mio personale concetto di stile. Sperimentare mi illumina, per questo le mie creazioni sono piene di luce”</em>&#8211; afferma Armani. Ed ancora:<strong> “</strong><em>Un abito, da solo, è un’idea: prende vita solo su un corpo, attraverso la personalità unica di ogni donna. Quando creo un abito per il red carpet, conosco la star che lo indosserà, quindi immagino un certo atteggiamento e portamento già nella fase del disegno. Ogni volta, però, vedere il vestito animarsi sulla persona è una splendida emozione che non finisce mai di sorprendermi</em>.” L’Armani/Silos è lo spazio espositivo permanente progettato dallo stesso Giorgio Armani e inaugurato nel 2015 in occasione della celebrazione dei quarant’ anni di carriera dello stilista. Costruito nel 1950, l&#8217;edificio era originariamente un granaio e attualmente si sviluppa su quattro livelli per una superficie di circa 4.500 metri quadrati. Armani/Silos offre una panoramica del lavoro creativo del designer con una selezione unica di creazioni dal 1980 a oggi suddivise per temi che hanno ispirato e continuano a ispirarlo: lo stile androgino, le etnie lontane e le star di Hollywood.</p>
<p><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></p>

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		<title>Orizzonti/Rosso, nel segno del colore simbolo di Valentino</title>
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				<pubDate>Tue, 10 Jun 2025 08:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fondazione Valentino Garavani]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Orizzonti &#124; Rosso è questo il titolo della mostra realizzata nell’inedito spazio culturale della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, denominato PM23, a Piazza Mignanelli 23 a Roma, proprio dove Valentino fondò nel 1960 il suo atelier. Il percorso espositivo, ricco di cinquanta abiti e trenta opere d’arte che dialogano fra loro, intriso di suggestioni, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Orizzonti | Rosso</strong> è questo il titolo della mostra realizzata nell’inedito spazio culturale della <strong>Fondazione Valentino Garavani</strong> e <strong>Giancarlo Giammetti</strong>, denominato <strong>PM23</strong>, a Piazza Mignanelli 23 a Roma, proprio dove Valentino fondò nel 1960 il suo atelier. Il percorso espositivo, ricco di cinquanta abiti e trenta opere d’arte che dialogano fra loro, intriso di suggestioni, aperto al pubblico fino al <strong>31 agosto 2025,</strong> conduce il visitatore in un mondo dinamico caratterizzato da un sontuoso arazzo di visioni estetiche, che si dipanano in un continuum esperienziale tra i capolavori artistici e le iconiche creazioni firmate Valentino Garavani. Attraverso una selezione di ottanta opere straordinarie, l’allestimento esplora i molteplici orizzonti concettuali del rosso, invitando al confronto con la sua portata e profondità emotiva. Dal celebre abito “Fiesta” del 1959 fino all’ultima creazione del 2008, il rosso è la firma inconfondibile e indelebile di Valentino, fil rouge della sua carriera e identità artistica. Il rosso degli abiti di Valentino si amalgama a trenta capolavori d’arte moderna e contemporanea, molti dei quali esposti per la prima volta nella Capitale. Tra gli artisti in mostra: <strong>Francis Bacon, Jeff Koons, Basquiat, Cy Twombly, Damien Hirst, Picasso, Rothko. Andy Warhol, Afro, Burri, Mario Schifano </strong>e <strong>Fontana</strong> con opere dedicate all’emblematico colore. Ed è proprio il rosso il protagonista della mostra, curata da <strong>Anna Coliva </strong><strong>e Pamela Golbin</strong>, la nuance archetipica, il primo che l’uomo abbia mai fabbricato, riprodotto e declinato in varie sfumature, in pittura e successivamente in tintura. Ancora oggi è il colore più forte e sorprendente, il più ricco di significati poetici, onirici e simbolici. Arte e moda convergono nel percorso espositivo a creare un linguaggio unico, mostrando il rosso non solo come colore, ma come sistema vivente di orizzonti in continua evoluzione. Valentino Garavani è il solo couturier ad aver creato, all’interno della sua produzione, una sorta di opera omnia in rosso, usando questo colore come punto di riferimento costante nel corso della carriera, fino a trasformarlo in un simbolo della sua stessa identità creativa. In cinquant’anni di viaggio attraverso la moda, le collezioni di Valentino hanno sempre racchiuso un abito rosso capace di rappresentare l’essenza della sua visione, identificando il colore come sua firma unica e inequivocabile. Ogni orizzonte si somma a quello precedente, guidando il visitatore alla scoperta dei tanti strati del rosso: la bellezza, l’identità, la superficie, il potere emotivo e il legame con il mondo dei sogni. Più si avanza, più il rosso, di cui Valentino è incarnazione, si svela non solo come scelta estetica, ma come forza trasformativa che continua a plasmare un’eredità destinata a durare. “<em>Fra tutti i colori indossati dalle altre donne, mi è sembrata unica, isolata nel suo splendore. Non l’ho mai dimenticata. Penso che una donna vestita di rosso sia sempre meravigliosa, è la perfetta immagine dell’eroina”</em> &#8211; afferma Valentino. E pensare che ad ispirare il celebre creativo fu una signora che era fra la folla dell&#8217;<strong>Opera di Barcellona</strong>, vestita in velluto magenta, il cuore della rosa e del rubino nobile, la guancia innamorata. <strong>Il rosso simbolo e archetipo delle ambizioni dell&#8217;umanità</strong><strong>,</strong> ne colora i piaceri uniformandoli sotto una sfumatura narratrice di passione, di foga e d&#8217;amore. A Roma, il rosso è la <em>triumphalis</em>, toga di Cesare conquistatore. Nella Città Eterna, <strong>rosso è il colore degli imperatori</strong><strong>. </strong>Oggi, l<strong>&#8216;</strong><strong>ultimo imperatore</strong> della moda lo elegge a simbolo del suo regno di <strong>sontuosità</strong><strong> </strong>e<strong> </strong><strong>bellezza</strong>. <em>“La nostra Fondazione nasce dall’amore per la bellezza, con la missione di custodirla, promuoverla e trasmetterla alle generazioni future, come naturale prosecuzione del nostro percorso. Crediamo che la bellezza abbia il potere di elevare, trasformare e lasciare un segno indelebile nella vita delle persone”,</em> dichiarano Valentino e Giammetti. La Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti è stata costituita nel 2016, con una missione esclusivamente filantropica, radicata nell&#8217;impegno personale e privato dei suoi fondatori. Oggi l’istituzione occupa un ruolo centrale nella scena culturale come tributo alle comunità, agli artisti e ai luoghi che hanno avuto un ruolo cruciale nel plasmare il percorso creativo dei suoi fondatori. La sua creazione rappresenta un riconoscimento del supporto, dell&#8217;ispirazione e delle opportunità ricevute sia dalle comunità locali che da quelle globali. Fondata su un profondo impegno verso il sostegno benefico a lungo termine, la Fondazione mira a migliorare il benessere individuale promuovendo e tramandando una cultura artistica ampia e innovativa alle generazioni presenti e future.</p>
<p>di <strong>Elena Parmegiani per Dailymood.it</strong></p>

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		<title>Il trionfo della modernità nella moda in mostra a Palazzo Reale</title>
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				<pubDate>Tue, 03 Jun 2025 09:25:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[T. Chiochia Cristina]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[moda]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>L’esposizione della mostra a Palazzo Reale a Milano a cura di Valerio Terraroli dal suggestivo titolo &#8220;Art Deco il Trionfo della modernità&#8221; si inserisce come grande focus sulla percezione di un mondo che cambia in fretta e non in meglio tra gusto , innovazione, dopoguerra, senso di appartenenza europea nei primi anni venti. Nel 2025 [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’esposizione della mostra a<strong> Palazzo Reale a Milano</strong> a cura di Valerio Terraroli dal suggestivo titolo &#8220;<strong>Art Deco il Trionfo della modernità</strong>&#8221; si inserisce come grande focus sulla percezione di un mondo che cambia in fretta e non in meglio tra gusto , innovazione, dopoguerra, senso di appartenenza europea nei primi anni venti. Nel 2025 ricorre infatti l&#8217;importante appuntamento con il centenario de l&#8217;Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes di Parigi, l&#8217;evento che segnò l’affermazione dello “Stile 1925” come veniva chiamato, o, come si dice oggi Art Déco. Esposizione di arti decorative quindi, ma che si proietta anche nella modernità di quel periodo in tutti gli ambiti, come appunto la moda suggerisce. Come recita poi il comunicato stampa: &#8220;<i>per celebrare questo anniversario, la mostra presenterà al pubblico straordinari esempi di arti decorative italiane ed europee, dai vetri alle porcellane alle maioliche, dai tessuti agli arredi e all’oreficeria, ma anche dipinti, sculture, disegni e manifesti pubblicitari, nonché immagini d&#8217;epoca e spezzoni cinematografici per restituire il più possibile il clima e le atmosfere di un&#8217;epoca irripetibile e affascinante&#8221;</i>. Visitabile sino al 29 Giugno nelle sale del primo piano, la mostra che idealmente è dedicata come &#8220;affettuoso omaggio&#8221; a Rossana Bossaglia, che &#8220;per prima ha delineato i caratteri del decò italiano&#8221;, proprio nel centenario dalla nascita, è un vero e proprio tuffo nella passione del bello di quegli anni tra oggetti , design, mobili nelle varie declinazioni del fenomeno. Facile forse fare un parallelismo con i tempi moderni, ma visitare la mostra o sfogliarne il catalogo, offre il bellissimo percorso emotivo e sensoriale che ogni movimento che ha segnato un secolo, ha avuto, tra trionfi e sconfitte umane, grazie ad arte e design e come sintesi di come nelle arti decorative i volumi e le forme ne sono la sintesi estrema. Un focus non solo interessante ma anche estremamente amato dai visitatori che scaricano applicazione e visitano volentieri anche l&#8217;approfondimento, questa volta gratuito, nella mostra in Stazione Centrale, dell&#8217;affascinante Padiglione Reale rimasto quasi sospeso a quell&#8217;epoca, graziato dal tempo e dallo spazio attraverso oggetti splendidi. La mostra a Palazzo Reale è una sintesi unica dalle origini agli sviluppi del fenomeno dove ne esplora i temi sostanziali e non solo. Racconta e confronta, si addentra negli stili. Porta esempi e confronti tra il decò italiano e quello francese, austrico e tedesco. Ma se l&#8217;arte del decò si esaurisce sostenzialmente nel 1930, i suoi frutti si palesano anche nelle volume e nelle forme della moda, per protrarsi ben oltre quella data. Forse per questo, una delle sale della mostra, curata dall&#8217;Archivio di Palazzo Morando, è un racconto della moda dal punto di vista delle donne di quel tempo. Quasi un voler dare testimonianza di come le forme che traducevano la modernità nelle arti decorative, hanno segnato le forme femminili.  Partendo idealmente dagli abiti più caratteristici dell&#8217;epoca ritratti nei celebri dipinti esposti in mostra (come lo splendido quadro a pastello su carta che ritrae Wally Toscanini di Alberto Martini e quello di Luciana Valmarin di Cesare Sofianopulo, il pittore italo greco di origini triestine. Ma sono i capolavori sartoriali dell&#8217;archivio di Palazzo Morando in mostra a colpire. A cura della conservatrice Ilaria De Palma, ecco le scarpe di Andrè Perugia, tutte datate tra 1925/1930 ,tra materiali che divennero il vero mood di quegli anni ovvero il cespo di seta, la pelle di capretto, il dorato e lo stampato con le variopinte fibbie di metallo tanto amate da i personaggi famosi di quegli anni, omaggiate anche in un&#8217;altro lato della sala del museo dedicata alla moda, dove sono  esposte in una bellissima teca anche le fibbie da cintura di manifattura cecoslovacca sempre di quel periodo tra bronzo, bronzo argentato e bronzo smaltato, ma sono gli abiti e gli accessori a colpire. In particolare un cappello di manifattura italiana che identifica, con la fine del primo conflitto e le nuove esperienze, inposte  dalla guerra di molti ruoli fino ad allora riservati agli uomini, come le donne devono in parte la loro emancipazione, anche a livello sartoriale con tuniche che diventano dritte, punto vita che viene abbassato (e di molto) e petto che non viene più enfatizzato o messo in risalto. Quasi che da eventi cosi atroci ma netti di &#8220;cambio di passo&#8221; umano, anche le donne, finalmente, potessero diventare più libero non avendo sempre lo sguardo di un uomo (occupato nella guerra) addosso. Linee sartoriali semplici. Ma accessori giolello importanti e ricami opulenti e luminosi, per marcare la differenza tra una mise elegante ed una no. Ed è infatti attraverso i video d&#8217;epoca visibili in mostra che la donna &#8220;emancipata&#8221; di quegli anni si palesa quale vero trionfo della modernità fino ad arrivare agli anni quaranta: capelli tagliati, abiti liberi dalla costrizione dei busti, vestibilità e linea androgina, in sbieco, le donne che diventano fluttuanti, belle per loro stesse, non per piacere o compiacere.  Una sezione intrigante e molto interessante nella sua semplicità. Un modo per dimostrare quanto le pari opportunità siano legate anche agli eventi storici, in particolare quelli bellici. E come la moda , in particolare quella raffinatissima dell&#8217;art deco destinata ad essere meteora tra due guerre mondiali atrico, sia stata comunque veicolo di comunicazione di quanto la prima conquista della modernità sia appunto una donna con la D maiuscola. Libera e bella , per sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Dolce&#038;Gabbana accende Roma: la mostra Dal Cuore alle Mani e gli eventi nella Capitale</title>
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				<pubDate>Fri, 16 May 2025 09:09:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo il successo straordinario delle tappe di Milano e Parigi, la <strong>mostra <em>Dal Cuore alle Mani: Dolce&amp;Gabbana</em> </strong>approda nella Città Eterna, dove sarà ospitata fino <strong>13 agosto 2025</strong> negli spazi monumentali del Palazzo delle Esposizioni. La location progettata da Pio Piacentini e inaugurato nel 1883, si trasforma così nella scenografia ideale per un viaggio sensoriale attraverso l’universo creativo di <strong>Domenico Dolce </strong>e<strong> Stefano Gabbana</strong>. Non si tratta di un semplice riallestimento, ma di una reinterpretazione pensata appositamente per la Capitale: la moda dialoga con l’architettura neoclassica, in un percorso che fonde arte, storia, memoria e materia. La mostra, curata <strong>da Florence Müller </strong>con le scenografie firmate da Agence Galuchat, è promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, in collaborazione con IMG, e gode del patrocinio del Comune di Roma. Oltre duecento creazioni uniche di Alta Moda firmate Dolce&amp;Gabbana sono esposte lungo un itinerario immersivo che si sviluppa su oltre 1.500 metri quadri. Ogni sala racconta un frammento della visione stilistica del brand: un’estetica che è insieme elegante e sensuale, ma anche ironica e irriverente, capace di rivoluzionare il linguaggio del lusso contemporaneo. Tra le novità di questa tappa romana, tre sale inedite arricchiscono il percorso espositivo. La sala <em>Arte Sarda</em> rende omaggio alla tradizione dell’isola e alla forza della sua architettura megalitica. <em>Anatomia Sartoriale</em> esplora invece l’arte del corsetto e lo studio delle forme del corpo umano, fondamentali nella storia della moda. Infine, <em>Cinema</em> celebra l’influenza del grande schermo sulla visione creativa degli stilisti, con uno speciale tributo al regista Giuseppe Tornatore. La mostra è, nelle parole della curatrice Müller, “<em>un mondo dove magia e fantasia, leggenda e realtà si intrecciano</em>”. È una lettera d’amore alla cultura italiana, musa costante per Dolce&amp;Gabbana, raccontata attraverso temi come il folklore, la musica, l’opera, il balletto, il teatro e naturalmente la “dolce vita”. A completare il percorso, anche le opere di artisti visivi selezionati, in dialogo con lo stile inconfondibile del duo creativo. Con una proposta ricca e multisensoriale, <em>Dal Cuore alle Mani</em> si conferma non solo una mostra di moda, ma un evento culturale a tutto tondo. Un’occasione imperdibile per scoprire l’anima artigianale, colta e visionaria che definisce il cuore pulsante del Made in Italy. La Città Eterna si prepara inoltre a trasformarsi in una passerella a cielo aperto per uno degli appuntamenti più attesi dell’anno. Dal 12 al 16 luglio 2025, Dolce&amp;Gabbana porterà a Roma i suoi eventi dedicati ad Alta Moda, Alta Sartoria e Alta Gioielleria: cinque giorni in cui lo stile e l’eccellenza artigianale italiane dialogheranno con la storia, l’arte e l’identità culturale della capitale. Dopo aver attraversato località simbolo come Venezia, Napoli, Taormina, Alberobello e Siracusa, Dolce&amp;Gabbana sceglie Roma come nuova tappa del suo Grand Tour d’Italia: un progetto, nato nel 2012, che celebra la bellezza del nostro patrimonio e la sua profonda connessione con il mondo dell’alta moda. L’evento inaugurale è previsto per il 12 luglio in Via Veneto, icona della Dolce Vita e dei fasti cinematografici degli Anni Cinquanta e Sessanta. Il 13 luglio sarà la volta della presentazione dell’Alta Gioielleria, ospitata nella cornice senza tempo di Villa Adriana a Tivoli, con un’esclusiva sfilata nel Teatro Marittimo. Il 14 luglio toccherà all’Alta Moda, che sfilerà tra le rovine monumentali del Foro Romano, nel cuore dell’antica Roma imperiale. Il giorno seguente, il 15 luglio, l’Alta Sartoria sarà protagonista su Ponte Sant’Angelo, all’ombra della fortezza che ha attraversato i secoli, da mausoleo imperiale a simbolo del potere papale. Il gran finale è in programma per il 16 luglio, con una festa che concluderà idealmente questa celebrazione del Made in Italy tra arte, lusso e cultura. Gli eventi si inseriscono in un progetto più ampio che Dolce&amp;Gabbana dedica a Roma, e che comprende anche la grande mostra “<em>Dal Cuore alle Mani</em>”. L’intero programma rappresenta una dichiarazione d’amore verso l’Italia, la sua tradizione sartoriale e la sua inesauribile capacità di ispirare. Un’occasione per Roma di riaffermarsi come palcoscenico d’eccellenza per l’arte e la moda, e per Dolce&amp;Gabbana di continuare il racconto di un’estetica che unisce il passato alla visione del futuro.</p>
<p><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></p>

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