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Black Mirror 7: Dietro a quello specchio nero ci siamo noi… Su Netflix

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Il futuro è di nuovo tra noi. Ed è un futuro prossimo, molto vicino. Praticamente è domani. Anzi, forse è già oggi. È questo il segreto di una serie come Black Mirror: farci immaginare la tecnologia del futuro per farci capire che in fondo è già qui, che ci ha cambiato per sempre e che non possiamo più tornare indietro. La settima stagione della serie televisiva britannica, ideata e prodotta da Charlie Brooker per Endemol Shine Group, è su Netflix dal 10 aprile. E, dopo un paio di stagioni sottotono, possiamo dire che Black Mirror è tornata: tagliente, cattiva, spietata, senza sconti. E anche con una capacità di lettura del nostro mondo davvero rara. È una serie che, giocosamente, cita se stessa. San Junipero, uno degli episodi più belli della serie, diventa il Juniper, una birreria, ma anche il Saint Juniper, un ospedale, già presente in altri episodi. Torna il protagonista di Bandersnatch, l’episodio interattivo uscito, da solo, qualche anno fa. E la lista degli easter egg e delle citazioni è lunga, e non mancherà di affascinare gli appassionati. La settima stagione di Black Mirror è una serie da vedere. Con un’avvertenza: le storie a cui assisterete non vi lasceranno una volta finiti gli episodi. Come in ogni stagione di Black Mirror che si rispetti, continueranno a ronzarvi nella testa. E, ogni volta che vi avvicinerete a qualche strumento tecnologico, ci penserete.

Gente comune

Prendiamo, ad esempio, l’episodio 1, Gente comune. Immagine che una startup, la Rivermind, abbia ideato una nuova tecnologia in grado di fare un backup del nostro cervello, e di permetterci così di ovviare a dei problemi di salute. Ma la Rivermind al cervello ci permette di accedere… in streaming. Dietro il pagamento di un abbonamento, proprio come per le serie che vediamo ogni sera. Ma, come sapete, i provider di streaming creano sempre nuovi abbonamenti, Gold o Plus, e così quello base diventa una cosa obsoleta, per poveri. E vogliamo parlare degli abbonamenti con pubblicità? Gente comune ci piace perché è la Netflix che, ancora una volta, in qualche modo fa ironia su se stessa e sul suo mondo. E fa ironia anche su di noi. Oggi se non c’è connessione andiamo in crisi. Ma che cosa accadrebbe se non ci fosse connessione per il nostro cervello?

Bestia nera

Maria lavora al reparto ricerca e sviluppo di un’industria dolciaria. Quando, sul suo posto di lavoro, si presenta una certa Verity Green, che conosceva da ragazza e che era la “stramba” della scuola che frequentava, la guarda con un po’ di diffidenza. Avete presente quando avete un’idea di una persona, e la vedete così solo voi, mentre tutti gli altri non vedono com’è? O quando siete sicuri di sapere una cosa e invece non è così? Ecco: è quello che accade nel mondo di Maria. Un po’ come in Yesterday di Danny Boyle, in cui il protagonista era a conoscenza dei Beatles, mentre tutto il mondo no. Intorno a Maria cominciano a crollare le certezze. Al di là dello sviluppo della storia, molto futuribile e al limite della sospensione dell’incredulità, Bestia nera ci racconta qualcosa che già ci accade ogni giorno. Non è già così con le fake news, la rete e i social? Non è la stessa cosa che l’essere bombardati da una serie di messaggi a senso unico che possono convincerci che una realtà sia quella che ci viene proposta da un fuoco incrociato di post e di stimoli?

Hotel Reverie

Brandy Friday è un’attrice con una carriera avviata nel mondo del cinema, che sogna un ruolo da vera protagonista, in un film d’autore. Il caso vuole che si giri il reboot di un film anni Quaranta, una sorta di film icona alla Casablanca. La casa di produzione, infatti, vuole rinverdire i fasti del suo catalogo, ma non ha i soldi per girare un nuovo film per intero, dall’inizio alla fine. Vuole solo sostituire il protagonista perché oggi il pubblico vuole solo vedere i film con le star attuali: un Ryan, Gosling o Reynolds non cambia, basta che sia uno di loro. Ma entrambi i Ryan dicono di no. E allora a dire sì è una Brandy Friday in cerca di sfide. Anche se ciò comporta di agire in un ruolo maschile. E in quel film incontrerà un’attrice storica, Dorothy (interpretata da una grande Emma Corrin, che dopo essere stata Lady D in The Crown, diventa una perfetta diva del cinema in bianco e nero). Hotel Reverie immagina che in futuro possa esistere un software in grado di ricreare completamente il set di un film, atmosfera e attori compresi, immergendoci dentro solo un attore, in grado di essere il protagonista. Ancora una volta è Netflix che critica se stessa, le piattaforme, le case di produzione che giocano con le loro legacy. La continua sfrenata ricerca a riprodurre all’infinito le proprietà di successo è portata al paradosso con un’idea futuristica, ma che racconta benissimo quella che è l’industria dell’intrattenimento di oggi. Alla fine del film viene nominata anche Streamberry che è il nome con cui è stato rappresentato, in altri episodi, il servizio di streaming simil Netflix. Attenzione: in quei “personaggi in cerca d’autore” del film c’è un po’ di Pirandello.

Come un giocattolo

Come un giocattolo è forse l’episodio più semplice e meno riuscito di Black Mirror 7. La storia di un creatore di videogame che crea un gioco diverso dagli altri, molto particolare, è un altro episodio pieno di easter egg: c’è dentro tutto il mondo dei videogame anni Novanta, (e anche il riferimento a Bandersnatch). Ci racconta di un’Intelligenza Artificiale in grado di impossessarsi di noi e di dirci cosa fare, fino a entrare nel nostro mondo. In modo nuovo, legato al mondo dei videogame, c’è un messaggio che già Kubrick stava facendo già nel 1968, con 2001: Odissea nello spazio.

Eulogy

Eulogy è l’episodio migliore della stagione 7. Il nome dell’episodio è quello di una compagnia che vuole commemorare i defunti con un “memoriale immersivo”. Per farlo chiede i ricordi delle persone che hanno conosciuto il defunto in vita. Così Eulogy contatta un uomo che aveva conosciuto una donna, appena defunta, molti anni prima. Ma lui (uno straordinario, emotivo Paul Giamatti) sembra restio a parlare di lei. È come se avesse rimosso il suo viso e i suoi ricordi. Forse perché la loro era stata una grande storia d’amore, interrotta bruscamente e dolorosamente. Eulogy immagina che possa esistere una tecnologia che, in un mondo virtuale, possa aiutarci a ricordare il nostro passato, facendoci entrare dentro le vecchie foto. Pensateci: è proprio un segno dei nostri tempi, quelli dell’attenzione e dell’ossessione per le immagini. Non a caso, uno dei social media più popolari oggi è proprio legato alle foto. Ma quell’idea dell’immersione in un mondo è anche un ennesimo paradosso. Oggi se ne parla di meno, ma l’attenzione per la Realtà Virtuale ed il Metaverso non sono mai davvero tramontate. E qualcosa ci dice che, in futuro, lo scenario immaginato da Eulogy potrebbe anche essere possibile. Eulogy, poi, ci ricorda anche che – vedi San Junipero – quando Black Mirror ci parla d’amore sa essere davvero struggente.

USS Callister: Into Infinity

Un altro modo di giocare con la propria storia per Black Mirror è USS Callister: Into Infinity, che altro non è che il vero e proprio sequel dell’episodio cult USS Callister, l’episodio della stagione 4 che era un dichiarato omaggio a Star Trek. Il nuovo episodio (il numero 6 di questa settima stagione), con una Cristin Milioti sempre più brava e affascinante, ci riporta su quella nave che, in qualche modo, vaga perduta per l’eternità dopo essersi liberata del suo demiurgo. I personaggi sono in un videogame, ma sono dei cloni di personaggi reali, e hanno una loro coscienza. È una storia che ci dice che l’ossessione per serie e videogame potrebbe imprigionarci in un mondo virtuale dal quale sarà impossibile uscire. Intricato, complicato, lungo come un film (90 minuti), USS Callister è avvincente. Ma il colpo di genio era già tutto nell’episodio originale.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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