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Dying For Sex: Michelle Williams e la ricerca della felicità. Su Disney+

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Tu fai grande sesso con chiunque. Hai avuto un orgasmo in metro ascoltando un podcast”. È questo il livello di sfrontatezza e di ironia di Dying For Sex la nuova serie FX con Michelle Williams, disponibile in streaming su Disney+ dal 4 aprile. La serialità di questi anni sta superando i limiti e racconta cose che una volta non si potevano raccontare, i desideri intimi, i tabù, i lati nascosti. Come il desiderio in una giovane donna che si trova nella condizione di essere una malata terminale. Con un misto di emozione, commozione, ironia, Dying For Sex riesce nella non facile impresa di dare vita a un prodotto nuovo, intenso e sarcastico, senza mai perdere credibilità.

Dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro metastatico al seno al quarto stadio, Molly (Michelle Williams) decide di lasciare il marito Steve (Jay Duplass) e inizia a esplorare, per la prima volta nella sua vita, la varietà e la complessità dei suoi desideri sessuali. Molly ha molto da realizzare nel poco tempo che le resta. Non c’è spazio per moralismi o giudizi: a lei non importa cosa la gente pensi della sua proverbiale lista dei desideri. Trova così il coraggio di imbarcarsi in questa avventura grazie alla sua inseparabile Nikki (Jenny Slate), una donna devota e affettuosa.

Dying For Sex è una di quelle serie scorrette. O forse è meglio dire scomoda. Scorretta perché si parla di sesso, di desideri, di fantasie in modo aperto e diretto, come fino a poco tempo fa non si faceva. In questo senso, 25 anni fa Sex And The City ha cambiato le cose, rimanendo a lungo però un caso isolato. Dying For Sex va però ancora oltre quella serie: è più esplicita, più audace, più sfaccettata. Dying For Sex è un Sex And The City aggiornato al comune senso del pudore degli anni che stiamo vivendo, è un Fleabag più hard e, soprattutto, più empatico.

È una serie scomoda, e coraggiosa, perché mette in scena una malata terminale, e non nel modo che è stato fatto finora, quello che ci si potrebbe aspettare. Dying For Sex abbatte un tabù, quello che vuole che chi è malato, o anche una persona con disabilità, non abbia dei desideri, non abbia diritto a ogni tipo di soddisfazione, anche sessuale. Ma la Molly di Michelle Williams non è comunque un “tipo”, un carattere che rappresenta chi è malato. È soltanto una persona, e i suoi desideri, le sue fantasie, i suoi bisogni sono quelli che parlano di lei. Ognuno ha una “bucket list”, una lista dei desideri, la lista di “cose da fare prima di morire”. Ma stavolta non è un modo di dire. E allora Molly, che ha poco tempo, vuole metterla in pratica con tutta se stessa. Dice che non ha mai fatto niente in vita sua. Che non ha mai avuto un orgasmo con un’altra persona. E allora è questo che, prima di morire, deve mettere in pratica. La sua ricerca del piacere, che deve essere solo sua. La sua ricerca della felicità.

Dying for Sex è una delle grandi sorprese di questo inizio 2025. Ed è ancora più toccante se pensiamo che è ispirata a una storia vera, quella di Molly Kochan, che ha raccontato la sua esperienza in un podcast di Wondery, creato con la sua migliore amica Nikki Boyer. Scritta meravigliosamente e co-creata da Kim Rosenstock & Elizabeth Meriwether, mette in chiaro che sono reali i personaggi, ma non tutti i fatti. Eppure sapere che Molly e Nikki esistono ci fa stringere il cuore e amare ancora di più questi personaggi.

Eppure, anche con quel senso di realtà che la rende unica, e quella scrittura così fine e ironica, Dying For Sex non sarebbe la stessa cosa senza Michelle Williams. Sì, l’attrice che abbiamo conosciuto con Dawson’s Creek e che anni fa, per due ore, ci ha fatto veramente credere di essere Marilyn Monroe, è davvero splendida in ogni senso. I capelli corti e biondi alla Jean Seberg, la pelle dorata, e quegli occhi tra il nocciola e il verde, così curiosi e così pieni di vita: Michelle Williams in Dying For Sex è iconica, è credibile, è carica di empatia. In qualche modo è come se fosse una bambina con gli occhi sgranati, pieni di stupore di fronte alla vita. E la sua Molly, per vari motivi, è come se fosse una bambina mai cresciuta. La sua interpretazione è unica, sorprendente, eccitante e commovente al tempo stesso.

Dying For Sex, in 8 episodi da 30 minuti, ritmati e velocissimi (il formato perfetto per una serie comedy, seppur sui generis), riesce ad essere sia orizzontale che verticale. La storia di Molly, del decorso della malattia, della sua ricerca della felicità, fa progredire il racconto. Ma in ogni episodio viene toccato un tema legato alla sessualità, all’amore, alla vita. Dying For Sex è una continua doccia scozzese. L’amore per Molly, l’empatia, la  complicità con un personaggio così bello scatta immediatamente. Ed è inevitabile, visto il suo approccio – e la grande scrittura di cui parlavamo – divertirsi, apprezzare la sagacia, l’ironia dei personaggi. Per poi tornare di continuo, immediatamente, a sentire la condizione di Molly e ad essere consci del suo destino. E quindi a sentirsi in colpa. Dying For Sex però è qui per farci esorcizzare la malattia, la morte, il dolore. E per farlo mette in campo tutta la vitalità possibile, quella di una donna che è appena all’inizio della sua nuova vita sessuale. Sembra una missione impossibile, ma la serie ci riesce alla grande.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

 

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