L’attesa è finita. Dopo la cerimonia di preapertura tenutasi ieri sera con la presentazione musicata dal vivo de Il Golem – Come venne al mondo, poche ore fa Venezia 75 ha ufficialmente aperto i battenti. Ad inaugurare la sezione “Concorso” come già annunciato nelle scorse settimane è stata la nuova pellicola di Damien Chazelle, il più giovane regista ad aver vinto l’Oscar alla Miglior Regia grazie al suo La La Land, presentato proprio qui al Lido due anni fa, sempre in apertura. First Man(in italiano Il Primo Uomo) è il quarto lungometraggio del cineasta statunitense e vede Ryan Gosling nei panni di Neil Armstrong, il primo uomo appunto ad aver messo il piede sulla luna nel lontano 20 luglio 1969; al fianco dell’attore troviamo Claire Foy (la regina Elisabetta II nelle prime due stagioni di The Crown) nei panni della moglie di Armstrong, ma anche Kyle Chandler (Friday Night Lights, Manchester by the sea), Jason Clarke (Zero Dark Thirty) e Corey Stoll (House of Cards, Ant-Man).
Basato sul libro “First Man: The Life of Neil A. Armstrong” di James R. Hansen, il film di Chazelle racconta la storia del celebre astronauta partendo dal 1961, quando Armstrong non era ancora entrato a far parte del team della NASA ma era “solo” un pilota collaudatore per l’Air Force. L’anno successivo, un dramma familiare è destinato a cambiare per sempre la sua vita: la piccola figlia Karen non riesce a sopravvivere ad un tumore. Neil decide così di inviare la propria candidatura per partecipare ai progetti messi in cantiere dall’agenzia spaziale e in poco tempo si troverà coinvolto – insieme a quelli che diventeranno oltre che suoi colleghi anche amici – nelle operazioni Gemini e Apollo 11 le quali creeranno attorno a sé consensi e dissapori non soltanto tra gli addetti ai lavori ma anche tra il popolo americano il quale se da una parte è rapito dalla conquista dello spazio, dall’altra si chiede fin dove si è disposti a sacrificare (in termini di vite e di denaro) pur di raggiungere obiettivi all’apparenza impossibili.
First Man appare fin dai primi fotogrammi come una pellicola ambiziosa. Il suo intento non è solo quello di rappresentare un’alternativa alle poche immagini di repertorio dell’allunaggio ma vuole offrire un punto di vista umano e intimista all’intera vicenda mettendo in scena gli antefatti che hanno permesso di compiere il famoso “piccolo passo per l’uomo, grande passo per l’umanità”. Sullo schermo vediamo così alternarsi i momenti della vita privata di Neil Armstrong con quelli condivisi con gli altri, scavando anche nella sua personalità che, al contrario della figura da eroe affidatagli dagli altri, è schiva, riservata e contraddistinta da un difficilmente pareggiabile sangue freddo. First Man è proprio questo: un’altalena che non toglie nulla ma che non regala nemmeno quel gran film che più o meno tutti in cuor nostro ci aspettavamo. E l’applauso timido diffusosi in sala al termine della proiezione conferma proprio questo.
Sia chiaro, di punti positivi ce ne sono tanti. Dalla performance di Ryan Gosling – che si riconferma uno degli attori più talentuosi della sua generazione – e della comprimaria Claire Foy fino alla regia di Damien Chazelle: l’autore adotta uno stile molto vicino a quello documentaristico regalando una serie di immagini corrispondenti nella loro quasi totalità (salvo che in alcuni punti dove l’occhio della cinepresa corrisponde a quello del protagonista) a primissimi piani e dettagli in grado di trasmettere il clima claustrofobico vissuto non solo fisicamente all’interno dei minuscoli veicoli spaziali, ma anche psicologicamente a causa dello stress martellante che un’attività così pericolosa comportava (degna di nota la scenografia che rende quelle navicelle con a bordo uomini simili a scatole di latta vecchie e mal tenute).
A questi punti di forza si contrappongono però degli aspetti non del tutto negativi ma colpevoli di aver frenato la pellicola laddove avrebbe potuto rendere di più. La sceneggiatura (scritta da Josh Singer, premio Oscar per Spotlight) unita alla regia offre momenti memorabili – come la scena d’apertura – con un’ottima gestione ad alto contenuto emotivo dei silenzi, accompagnati però da situazioni che appesantiscono il ritmo della narrazione. La fotografia di Linus Sandgren contrassegnata da una qualità simile a quella degli anni 60 convince ma in più di un’occasione pecca nel riportare alla mente delle immagini create già in precedenza dal collega Emmanuel Lubezki. Infastidisce infine la colonna sonora composta da Justin Hurwitz. Il suo talento è fuori discussione ma le musiche di First Man sono troppo simili a quelle di La La Land (per un momento mi sono ritrovata a canticchiare il Mia & Sebastian’s Theme) ed è intuibile come queste poco si sposino con un contesto come quello spaziale; anche quando sembra riprendersi verso il finale il lavoro del compositore manca di originalità, accompagnando le immagini con note simili a quanto ascoltato altrove.
Per Chazelle First Man pur rappresentando da una parte il film del cambiamento, in quanto si discosta per la prima volta dal tema musicale e dirige una sceneggiatura non firmata da lui, porta altresì una continuità tra le sue opere perché anche qui (come in Whiplash e in La La Land) l’obiettivo finale è quello del raggiungimento di un successo.
Seppur non manca di emozione e intrattenimento, First Man non riesce a fare centro. E da un film di apertura di un festival come quello di Venezia forse si poteva fare di più.