Serie TV
Trust, Danny Boyle racconta la sua versione del rapimento Getty

Published
8 anni agoon
Sembra ormai lapalissiano sottolineare quanto nell’ultimo ventennio la televisione abbia abituato il suo pubblico con prodotti di altissima qualità: I Sopranos, Breaking Bad e Mad Men sono i titoli che hanno innescato nella mente degli spettatori la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di unico, e hanno dato inizio alla cosiddetta golden age, l’età dell’oro della tv.
Una delle caratteristiche peculiari di queste serie televisive consiste nell’utilizzare in ogni aspetto (dalla sceneggiatura, alla regia, fino alla fotografia e recitazione) un linguaggio tipicamente cinematografico, tanto che i “muri” da sempre volti a separare in maniera netta la televisione dal cinema sono ormai crollati. Attori e registi della settima arte si sono avvicinati al mondo seriale – prima considerato un genere minore – con grande entusiasmo, apprezzando in modo particolare la possibilità di approfondire, di dare luci ad aspetti o personaggi che, a causa del minor minutaggio a disposizione, sarebbero stati messi in secondo piano se non addirittura ignorati all’interno di un film.
Tutti ormai sanno che negli anni Settanta il nipote dell’allora uomo più ricco del mondo J. Paul Getty venne rapito in Italia per mano della ‘Ndrangheta e di come il nonno si sia rifiutato a lungo di pagare il riscatto. In pochi però sanno di come il magnate petrolifero non apprezzasse i suoi figli, del suo harem di donne volto a soddisfare i suoi piaceri sessuali o del suo essere incapace di provare alcun sentimento nei confronti degli esseri umani; oppure di come il nipote avesse inizialmente inscenato il rapimento per estorcere un po’ di denaro al nonno e pagare i debiti accumulati con la sua vita di eccessi e dipendenze dai quali non riuscì ad allontanarsi nemmeno una volta tornato libero. Trust accende i riflettori sugli aspetti più intimi e laddove la pellicola di Scott si focalizza solo sul rapimento, la serie di Boyle e Beaufoy ricrea l’universo all’interno del quale si svolge la vicenda, dove il sequestro risulta essere solo il pretesto da cui partire per raccontare qualcosa di più grande (il rapimento avviene infatti solo nel terzo episodio e si risolve nel penultimo).
L’aspetto più interessante messo in scena in Trust però è l’incontro/scontro tra due culture totalmente opposte. Da una parte – introdotta dalle note di Money dei Pink Floyd – c’è l’anaffettiva dinastia Getty isolata nella fredda e solitaria Inghilterra e dipendente dal denaro, dall’altra c’è Prisencolinensinainciusol di Celentano con la sua Italia, sia quella della dolce vita romana ma soprattutto quella rurale che ha dato i natali alle organizzazioni malavitose, i cui componenti seppur senza scrupoli dimostrano di avere a cuore le tradizioni e soprattutto la famiglia.
Trust è l’ennesima conferma che la tv non ha più nulla da invidiare al cinema: sceneggiatura compatta senza buchi
Il regista di Trainspotting offre un punto di vista alternativo oltre che un’anima rock inedita ad una delle vicende più conosciute al mondo, e dimostra come l’originalità non risieda per forza solo nella storia raccontata, ma anche nel modo in cui questa viene messa in scena.
di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.