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Elsinore: Dal fantasma di Amleto al fantasma dell’AIDS. Un inno alla vita e al teatro. Andrew Scott è da Oscar

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“Frènati, mio cuore; e voi, muscoli del mio corpo, non invecchiate subitamente e reggete le mie forze!”. È un passo dell’Amleto di Shakespeare. Il fantasma ha appena rivelato ad Amleto la verità sul suo assassinio per mano dello zio Claudio, chiedendogli di vendicarlo ma di non serbare rancore contro la madre Gertrude. Sì l’Amleto è la storia di un fantasma. Elsinore è anche quella di un altro fantasma. È l’AIDS, la malattia comparsa misteriosamente e improvvisamente negli anni Ottanta, quando iniziò a mietere migliaia di vittime, causando non solo morte, ma anche stigma e discriminazione. L’incubo dell’AIDS e l’arte immortale di Shakespeare si fondono in Elsinore di Simon Stone, un film meraviglioso che, dopo aver conquistato l’International People’s Choice Award al Toronto International Film Festival ed essere stato il film d’apertura del BFI London Film Festival, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. È prodotto da Andrea Occhipinti per Lucky Red che lo porterà al cinema in Italia dal 28 gennaio. Quando vedrete il film capirete che quelle parole, lette alla luce della malattia, acquistano un significato completamente nuovo.

Elsinore è la stoia vera di Ian Charleson, attore inglese che ha recitato in un film da Oscar, Momenti di gloria, ma che, come dice lui, “tutti ricordano solo per la colonna sonora”. Siamo nel 1989. L’Amleto è in scena al National Theatre di Londra, e Daniel Day-Lewis, l’attore che interpreta il protagonista, abbandona uno spettacolo a metà di una replica. L’Amleto, per lui, finisce lì. E il regista sceglie Ian per quel ruolo. Il National Theatre è qualcosa di grande. 1100 posti. 2200 pupille che ti scrutano. Ian, proprio in quei giorni, scopre di avere l’AIDS. E, pur nella sua condizione, inizia una coraggiosa battaglia personale. Sostenuto dalla famiglia e dagli amici più cari, trasforma la sua più grande sfida nel suo più grande trionfo.

L’AIDS in quegli anni è un fantasma, un incubo, dal primo momento in cui sul corpo cominciano ad apparire e diffondersi quelle macchie violacee, che chi ha visto film come Philadelphia e affini ricorda bene. Da quel momento si capisce che si hanno aspettative di vita molto brevi. Qualche mese, forse qualche anno. Ian vuole vivere. Ma non vuole farlo invano. Vuole vivere una vita che abbia un senso. Il senso del film è tutto nello scambio di battute con Margaret Johnson, la dottoressa che lo cura. “Per me è importante preservare la vita” dice lei, che si dedica a quello. “Per me la vita è la sua glorificazione. La gioia”. La vita per Ian deve avere un senso. Elsinore è la celebrazione dell’arte e del suo potere trasformativo.

“Better to die as Hamlet rather than AIDS”. “È meglio morire da Amleto che di AIDS”. È una delle frasi più belle che sentiamo nel film.  È qui che sentiamo l’importanza dell’arte. Ma c’è anche il senso di come l’Amleto parli di morte in maniera superba. “Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’oltraggiosa fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne”. I versi dell’Amleto di William Shakespere non sono solo immortali, sono anche universali. Sono così forti che riescono ad adattarsi ogni volta a una nuova situazione, ad acquisire un significato diverso a seconda del momento che vogliono raccontare. Avevamo sentito i versi dell’Amleto pochi mesi fa, in Hamnet, ed erano stati così significativi per cogliere il dolore della morte di un figlio. E qui miracolosamente aderiscono perfettamente a quello che è il dolore, nel corpo e nell’anima, di un uomo malato di AIDS.

Ian è interpretato da Andrew Scott, sensibilissimo attore che avevamo ammirato in Estranei. E che ha ufficialmente iniziato la sua corsa verso gli Oscar, a cui il film si candida non solo nella categoria per il miglior attore protagonista. Andrew Scott è il protagonista assoluto di questa storia. Se ci pensiamo, la sua è un’interpretazione tripla, un livello di recitazione che ne contiene un altro e ancora un altro. Il primo è Ian nella sua vita a Londra, tra amici e colleghi. Dentro c’è l’interpretazione dell’attore teatrale che porta in scena l’Amleto, ed è incredibile. Più a fondo, ancora, c’è lo Ian malato, una persona che soffre fisicamente dolori inenarrabili. Sono tre registri diversi in uno. E la prova attoriale di Scott, attore dal sorriso gentile e discreto, dagli occhi cerulei che trasudano umanità, è di quelle destinate a restare.

Un attore, sul palcoscenico, interagisce con altri attori. Spesso il dialogo è con uno di loro, un coprotagonista, un antagonista. Qui il confronto più importante è soprattutto fuori, e la controparte è la dottoressa Margaret Johnson, interpretata da un altro mostro di bravura, Olivia Colman, l’indimenticabile regina Elisabetta II delle stagioni 3 e 4 di The Crown. Il loro è un confronto deciso e umano. Lei è una donna di scienza, è razionale, decisa, fredda ma empatica. Deve fare il suo lavoro, curare, salvare vite. Ian è deciso a portare avanti la sua arte, a vivere il momento più alto della sua carriera.

Elsinore è anche un viaggio nelle strade di Soho, tra le mura del National Theatre, nella scena artistica della Londra degli anni Ottanta, del citato Danie Day-Lewis e del regista estremo Derek Jarman. È proprio con lui che Ian ha un dibattito acceso e intenso. Jarman, artista orgogliosamente gay e militante, lo accusa di essere entrato nel sistema del cinema e, soprattutto, di non aver dichiarato la sua omosessualità, rinnegando l’unico ruolo gay, regalatogli proprio da Jarman. Ancora una volta Ian mette l’arte davanti a tutto. Voleva fare cinema, voleva arrivare in vetta. E, se si fosse dichiarato, non glielo avrebbero fatto fare: sappiamo come è andata con altri attori. Ma, soprattutto, ogni volta il pubblico avrebbe dovuto vedere il suo personaggio e non lui, altrimenti sarebbe stata una sconfitta. Anche questo vuol dire essere un grande attore. Ian Charleson lo è stato. Ed è un grandissimo attore anche Andrew Scott.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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