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Thor: Ragnarok. Chris Hemsworth diventa una simpatica canaglia…
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9 anni agoon
“Che cos’è? Shakespeare in estiva?”. Con una frase così, nel primo film degli Avengers, Tony Stark alias Iron Man accoglieva Thor nel mondo dei supereroi. Non è solo una battuta. Il fatto è che un personaggio come Thor, tolto dal suo mondo e spostato in un altro, sia pur un universo parallelo in cui esistono i supereroi, rischia di essere fuori luogo, di sembrare un po’ ridicolo. Da quando è entrato nel Marvel Cinematic Universe, infatti, Thor è da sempre un personaggio in cerca di autore. Thor: Ragnarok, il terzo film stand alone del Dio del Tuono, in
Quando Waitiki ha presentato alla Marvel la propria idea per il trattamento di Thor: Ragnarok, ha mostrato scene di film come Shakespeare a colazione, un buddy movie, e di Grosso guaio a Chinatown. L’idea è insomma quella di riposizionare Chris Hemsworth e il suo Thor, renderlo una “simpatica canaglia”, ammiccante, ironico, spericolato. A volte anche un po’ impiastro. Come il Kurt Russell del film di cui sopra. Ma anche come l’Harrison Ford di Han Solo (Star Wars) e Indiana Jones. Costruito il personaggio, Waitiki costruisce Thor: Ragnarok come un buddy movie, un continuo scambio di battute, cazzotti e frecciate tra due personaggi diversi e costretti a stare insieme. Nella prima parte del film sono Thor e Loki (Tom Hiddleston, anche lui ripulito dalla patina altezzosa e aulica dei film precedenti) e nella seconda – ed è il pezzo forte del film – sono Thor e Hulk. I duetti tra Hemsworth e Mark Ruffalo, spesso improvvisati, sono irresistibili.
L’altro aspetto che piace di questo film, ed è un segno dei tempi, è il ruolo delle donne. Tolto un personaggio come la Vedova Nera di Scarlett Johansson, nei vari film stand alone dei supereroi Marvel i personaggi femminili sono stati costruiti spesso in relazione a quelli maschili (vedi la Pepper Potts di Iron Man o proprio la Jane Foster di Thor, assente in questo terzo film e liquidata con una battuta). In Thor: Ragnarok le donne sono artefici del loro destino, donne d’azione, decise e forti, senza rinunciare alla loro bellezza. La Hela di Cate Blanchett sembra una stella del dark e della new wave: altera, elegante, sinuosa, pericolosissima, colora il film (ovviamente di nero) a ogni inquadratura. Valchiria è Tessa Thompson (vista in Creed e in Westworld), ed è una vera sorpresa: corpo slanciato, atletico, felino, e un volto carico di espressività che passa dall’apatico all’ironico fino all’intensità del finale. Valchiria, nel fumetto, era bionda: averne fatto un personaggio di colore è un bel segnale nell’America di oggi.
Ma che cos’è, quindi, Thor: Ragnarok? Per metà del film, tutta quella nel pianeta del Gran Maestro (un Grande
Thor: Ragnarok ci fa capire però due cose. La prima. Al cinema oggi c’è una generazione di quarantenni che è cresciuta con i film degli anni Ottanta (nel film spunta anche una t-shirt di Rio dei Duran Duran…), e non ha paura di dichiararlo né di portare in un altro cinema quel feeling (un esempio su tutti, il Jon Watts di Spider-Man: Homecoming, che non ha fatto mistero di essersi ispirato al John Hughes di Breakfast Club). Per loro i supereroi sono i loro giocattoli di quando erano bambini, e continuano a giocarci. E, come fanno i bambini, li spostano a piacimento nei mondi che vogliono. La seconda. Thor: Ragnarok, e la visione di Taika Waititi, sembrano suggerire che forse l’unico modo per raccontare eroi in calzamaglia, o in corazza e mantello, sia quello di non prenderli – e non prendersi – sul serio. Fate così anche voi. Andate a vederlo. Ma non prendetelo sul serio.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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