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Black Mirror 4. Il nostro futuro. Ai confini con la realtà

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Preparatevi per un viaggio Ai confini della realtà. Paragone abusato, certo. Ma Black Mirror, la serie antologica creata da Charlie Brooker, disponibile ora su Netflix, è davvero l’erede del famoso telefilm degli anni Sessanta. In comune hanno l’unicità di ciascun episodio, e con essa la sorpresa, lo stupore e l’attesa per lo svelamento del mistero che accompagnano la visione di ogni racconto. E, ovviamente, il carattere spesso fantascientifico di ogni singola storia. Ma, volendo essere più precisi, il sottotitolo di Black Mirror (il titolo fa riferimento allo schermo nero, quello nei nostri pc e dei nostri smartphone, ormai le nostre interfacce con gli altri e con il mondo) potrebbe essere ai confini “con” la realtà. Perché le storie sono ambientate in futuro che è vicinissimo. E proprio questo le rende molto verosimili, addirittura quasi plausibili. Il futuro di Black Mirror non è quello di un Blade Runner, o di un A.I., è semplicemente il domani, anzi l’oggi, solo tra qualche minuto. Al di là del quid tecnologico che è al centro della storia, il futuro si discosta dal presente per qualche dettaglio – porte digitali che ci fanno interagire con i visitatori, camion che si guidano da soli -.ma il mondo in cui siamo è a tutti gli effetti il nostro.

Ma che cosa ci racconta allora Black Mirror 4? Solitudini digitali e alienazioni virtuali, ossessione per il controllo, archiviazione dei ricordi, amore e sesso ai tempi del digitale, sistemi di sorveglianza spietati, trasferimento di emozioni, sensazioni, coscienze da un corpo a un altro. USS Callister, l’episodio 1, parte in quarta con una perfetta ricostruzione della fantascienza vintage di Star Trek, con un grottesco emulo del Capitano Kirk e un improbabile equipaggio. Semplice parodia? Non proprio, siamo sempre in Black Mirror: verremo trasportati in un vortice tra vita reale e virtuale, in un mondo dove il digitale può essere la rivalsa sulla vita reale, ma anche lo scollamento della stessa. In Arkangel, l’episiodio 2 (diretto da Jodie Foster), seguiamo le vicende di una madre piuttosto ansiosa che installa un microchip nella testa della figlia di tre anni: in questo modo, attraverso un tablet, può controllare la sua posizione, le funzioni vitali, ma anche vedere in soggettiva, come se avesse i suoi occhi, quello che sta facendo, o porre dei filtri a quello che vede lei. Il rischio è di privarla delle emozioni, ma anche di vedere alcune di quelle cose che, come sappiamo, un genitore è meglio non veda mai. Soprattutto quando arriva l’adolescenza. Crocodile, terza storia dell’antologia, ha al centro uno di quei fattacci che nella vita si farebbe di tutto per dimenticare: il punto è che non c’è solo la coscienza a ricordarcelo, ma anche un sistema che rende la nostra memoria accessibile a tutti.

Ma tutti, già dall’annuncio della Stagione 4 di Black Mirror, ci siamo subito chiesti: ci sarà un nuovo San Junipero? Una nuova storia, cioè, che come l’episodio della Stagione 3, racchiuda romanticismo, atmosfere sognanti (come gli anni Ottanta riescono immediatamente ad evocare), andamento pop e anelito alla vita eterna, con un retrogusto di ottimismo. Se un nuovo San Junipero non può esserci, Hang The Dj ci si avvicina molto: racconta la ricerca dell’anima gemella da parte di un ragazzo e una ragazza, affascinanti, ironici e impacciati, e soprattutto intimoriti dal “Sistema” che, nel mondo dove si trovano, regola le relazioni di coppia. Un coach automatizzato accoppia uomini e donne e li fa vivere insieme per un tempo già determinato – possono essere 12 ore, ma anche 5 anni – per poi incamerare dati e arrivare all’accoppiamento tra le due persone più compatibili. Romantico, sexy, misterioso e intrigante, Hang The Dj ha una soluzione semplice ma curiosa, e sì (proprio come San Junipero, dove c’era Girlfriend In A Coma) si sentono gli Smiths: la frase del titolo è tratta dalla famosissima Panic, che recita “bruciate le discoteche, impiccate quei benedetti d.j. perché la musica che mettono in continuazione non mi dice nulla della mia vita”. Anche qui, credeteci, avrà un senso.

Ma ritroviamo qualcosa di San Junipero anche in Black Museum, l’ultimo dei sei episodi di Black Mirror. Se l’atmosfera è agli antipodi – opprimente, claustrofobica, disturbante – si parla sempre di trasferimento delle coscienze da un soggetto a un altro, di vita che continua al di là del nostro corpo: un museo degli orrori è l’occasione per raccontare tre storie di questo tipo, con un finale, ancora una volta, a sorpresa. È struggente anche l’ultimo fotogramma di Metalhead, l’episodio V, vero e proprio film d’azione in bianco e nero, una vera e propria caccia a un gruppo di ladri da parte di un gruppo di sentinelle molto particolari, un racconto teso e lineare che punta tutto sulla suspense.

È l’episodio più breve della quarta stagione, 40 minuti, contro l’ora e 15 del primo, USS Callister. Le due storie, opposte anche nella forma (il colore ipersaturo e le immagini sgranate nella perfetta ricostruzione dei primi Star Trek contro un bianco e nero netto e spietato), ci mostrano come in Black Mirror ci sia la più ampia libertà di svolgimento. Conta l’unità tematica della serie, la tecnologia come opportunità o rischio. Le sei opere sono dei veri e propri minifilm, ma stanno a un lungometraggio cinematografico come una novella, o short story, sta a un romanzo. Della novella le opere di Black Mirror hanno la concisione, il senso di attesa e soprattutto, aspetto immancabile, l’epifania, cioè lo svelamento finale, che dà il senso alla nostra attesa e la risposta alle nostre domande.

Se Black Mirror è un successo tale che, in sceneggiatura, si permette anche di ironizzare su se stesso (nell’episodio 1 si fa riferimento a una serie in onda su Netflix, mentre nell’episodio 6 si parla di una clinica che di nome fa, guarda un po’, San Juniper), ogni minifilm è chiaramente un gioco di rimandi. Se USS Callister è un dichiarato omaggio a Star Trek, ci ha fatto anche pensare a Nirvana, per i personaggi con una coscienza, e a eXistenZ, per la vita virtuale che si sovrappone e confonde a quella reale. Arkangel ci riporta a 1984 di Orwell: il Grande Fratello può essere in ognuno di noi, basta dotarci di chip e tablet. Metalhead ci mostra un nemico piccolo ma degno di Terminator. Ma il film che ci è tornato più in mente guardando Black Mirror è Strange Days: lo squid, quel sistema operativo misto a droga che permetteva di registrare e rivivere all’infinito ogni tipo di sensazione, propria o altrui (in fondo un altro modo di sfidare il tempo, e quindi essere un po’ immortali), ritorna, in parte, in molti degli artifici tecnologici di queste storie. Le soggettive di Arkangel, live a differenza di quelle registrate di Strange Days, sono quasi le stesse. I ricordi che in Crocodile possono essere immagazzinati, salvati e riletti da altri sono molto vicini all’effetto dello squid. E quel casco che, in Black Museum, posto sulla corteccia cerebrale dei pazienti permette di viverne in tempo reale i dolori al medico che li cura, è il nipote del casco usato dal Lenny Nero di Ralph Fiennes. Sì, tra i padri di Black Mirror (che sono sicuramente molti) ci sono sicuramente anche Katrhyn Bigelow e James Cameron.

Ma Black Mirror è originale perché, per mostrarci la sua visione del futuro, si discosta delle metropoli caotiche e fatiscenti di un Terminator o di uno Strange Days, optando per luoghi vuoti, isolati, rarefatti. La periferia industriale di Arkangel, i ghiacci di Crocodile, l’alienante e vuoto villaggio vacanze di Hang The Dj, le lande brulle di Metalhead, la stazione di servizio abbandonata e il museo vuoto di Black Museum. USS Callister fa ancora una volta storia a sé. Ma pensate a come possa essere solitario e disperato lo spazio per l’eternità…

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Netflix: le migliori serie tv del 2017

Polici Francesca

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Non c’è niente da fare, da quando Netflix è arrivato in Italia il nostro ideale di sabato sera è sensibilmente cambiato. Abbiamo iniziato ad amare ancora di più il divano e a desiderarlo ardentemente, pregustandoci già al solo pensiero l’infinita scelta di serie tv a disposizione sul ricchissimo catalogo. D’altronde, ci sarà pure una ragione per cui il colosso americano detiene il primato assoluto tra le piattaforme on-demand!

E allora, bando alle ciance, e cerchiamo di tirare le somme di un intenso anno come è stato questo 2017. Un anno di grandi ritorni e grandi esordi.

Nella prima categoria non può non entrare la quinta stagione dell’ottima Orange Is the New Black. Nel carcere femminile di Litchfield, infatti, è tempo di rivolta e le amate antieroine, a partire da Piper ed Alex, ne vedranno delle belle. E se credete che il finale della quarta stagione vi abbia lasciato a bocca aperta, beh, aspettate di vedere quello della quinta. L’idea di dover aspettare un altro anno vi tormenterà.

Ma niente paura, Netflix sa come consolare e coccolare i suoi fan più accaniti. E per ogni grande ritorno c’è sempre anche un grande esordio. Proprio dalla produttrice di Orange Is the New Black Carly Mensch e Liz Flahive (Homeland), arriva l’attesissimo esordio Glow. Un’altra serie tutta al femminile che non potrà fare a meno di tenervi incollati davanti allo schermo. Questa volta, però, lo scenario è ancora più insolito: il wrestling femminile farà da cornice ad un racconto corale in cui ad emergere sarà il sentimento di “sorellanza” fra tutte le protagoniste di questo singolare format.

Attesissimo anche l’esordio Mindhunter, girata in gran parte dal maestro del thriller David Fincher (Fight Club; The Social Netwotk; Gone Girl), vera sorpresa dell’anno. Ambientata negli anni Settanta, la serie narra l’inizio dello studio delle scienze comportamentali all’interno delle indagini dell’FBI. In perfetto stile Fincher, volto ad indagare sempre di più l’aspetto psicologico che muove i suoi personaggi, vi ritroverete davanti alle storie di sanguinosi serial killer come Charles Manson sotto una nuova prospettiva. E se alla fine di questa prima stagione sentirete già di non poterne fare più a meno, state tranquilli, Netflix ne ha già annunciato la seconda.

Tornando alle serie in rosa, invece, non possiamo non parlarvi della tenerissima seconda stagione di Grace and Frankie, magistralmente interpretata da Jane Fonda e Lily Tomlin. Perfetta se siete nel mood comedy e avete voglia di rilassarvi facendovi qualche risata.

Ma a farvi ridere ci pensa anche la seconda stagione di Master of None, che lo scorso anno ha spopolato fra pubblico e critica. Oltre ai dialoghi brillanti della serie, in questa nuova stagione troverete anche un’insolita Alessandra Mastronardi e una location principale tutta italiana. Se vi siete persi la prima, sbrigatevi a recuperare!

Finita anche l’attesa per il celebre spin-off di Breaking Bad, Better Call Saul, che in quanto a scrittura e ad interpretazione attoriale non ha proprio niente da invidiare all’originale – merito, certo, degli straordinari Bob Odenkirk che veste i panni di Jimmy McGill e di Michael McKean che interpreta il fratello Chuck McGill.

Applausi, applausi, applausi per la seconda stagione della serie “fenomeno” Stranger Things. Non solo scampa al rischio di deludere le altissime aspettative dei fan ma, se possibile, riesce addirittura rendere ancora più avvincente la mitologia. Sicuramente, anche quest’anno, Stranger Things si riconferma come una delle migliori serie tv dell’anno.

Per finire, il teen drama che è stato anche al centro di numerose polemiche per la delicatissima tematica trattata, Tredici (13 Reasons Why). La serie, infatti, sfatando e sfidando solidi tabù, ci catapulta nel difficile mondo degli adolescenti che conduce la protagonista al suicidio. Senza dubbio, un prodotto insolito e coraggioso che merita di essere visto.

Non ci resta che chiudere l’anno in bellezza facendo una bella maratona Netflix. E nell’attesa di sapere cosa ci riserverà il colosso statunitense nei prossimi mesi, non ci resta che augurarvi un buon 2018!

di Francesca Polici per DailyMood.it

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Mindhunter. David Fincher viaggia nella mente dei serial killer

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Charles Manson è morto in questi giorni, poco dopo il rilascio su Netflix di Mindhunter, la nuova serie firmata da David Fincher. La notizia ha suscitato un clamore degno di una rockstar. Segno che i serial killer sono parte della recente storia americana. Il fantasma di Charles Manson aleggia, senza comparire sullo schermo, nei dialoghi degli agenti FBI. Mindhunter racconta la storia di Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany): il primo è un negoziatore che, dopo la morte di un criminale in un’operazione, viene messo a insegnare alla scuola dell’FBI; il secondo è un formatore, e gira per gli stati americani a insegnare le tecniche dell’FBI alla polizia locale. I due vengono affiancati e cominciano a girare gli States. Ma con un’idea: accanto alla formazione, visiteranno le carceri, armati di microfono e registratore, per intervistare gli assassini seriali, quelli che si sono macchiati dei crimini più efferati.

Come faceva Clarice Sterling con Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. Ma senza quella rassicurante parete di vetro davanti. E, soprattutto, non con la motivazione di risolvere un caso preciso. L’obiettivo è conoscere i criminali, viaggiare nella loro mente, studiarli scientificamente, a livello statistico. Un po’ come Masters e Johnson, quelli di Masters Of Sex, ma per il crimine. “Come possiamo anticipare un folle, se non sappiamo come pensa un folle?” si chiede Ford. Così assistiamo, insieme a lui e al suo collega, tra incredulità e senso di pericolo imminente, ai racconti – fatti con la massima tranquillità – di efferati assassini. Non vediamo quasi niente, tranne qualche reperto, qualche foto da lontano. Ma i brividi ci vengono perché sono storie vere: sono quelle raccontate nel libro Mindhunter: Inside FBI’s Serial Crime Unit di John R. Douglas.

Proprio per riprodurre questo senso del reale, Mindhunter adotta una forma visiva realistica, rigorosa: non a caso i registi chiamati a dirigere le puntate, insieme a David Fincher, sono dei documentaristi come Asif Kapadia (Senna, Amy), Andrew Douglas, Tobias Lindholm. Lo stesso Fincher limita i suoi virtuosismi, per creare un prodotto che fa pensare immediatamente al suo Zodiac, il suo film più misurato, dedicato all’assassino che seminò la morte nella Baia di San Francisco nel ’68 e nel ’69. Qui siamo alla fine degli anni Settanta, e l’immagine ha la grana e i colori di quegli anni. Tutto è tra il grigio e il marrone, un po’ sporco, monocromo. Fincher ci regala comunque dei colpi di classe, come quel montaggio frenetico, alla Fight Club, che evoca la routine, la ripetizione quotidiana, nell’episodio II.

Ma c’è molto altro di Fincher, a guardare bene. Tench e Ford sono un po’ come i Somerset e Mills di Seven, il poliziotto esperto e provato, e il giovane con il fuoco addosso. E ci sarà anche una cena ad avvicinarli. E certi scambi di battute, come l’esplosivo primo incontro tra Ford e Debbie (Hannah Gross), l’agente e la hippie, gli opposti che si attraggono, a base di Durkheim e di sociologia, è degno di certi scambi tra Edward Norton e Helena Bonham Carter in Fight Club. Se i titoli di testa di Seven viaggiavano tra gli inquietanti reperti della scena del crimine, quelli di Mindhunter scivolano, con la macchina da presa vicinissima, sui ferri del mestiere, gli strumenti che gli agenti usano per la ricerca: microfoni e registratori a bobina (ma con velocissimi, quasi subliminali, inserti sulle scene del crimine). Registratori, microfoni, proiettori per le diapositive, entrano spesso nelle scene di Mindhunter: ingombranti, pesanti, difficili da trasportate. In Mindhunter c’è sempre l’idea di un lavoro non tanto pericoloso – come è solito nei thriller- quanto faticoso, sfiancante, pesante.

Lo è a livello fisico. Ma anche mentale. Una delle cose che più colpiscono di Mindhunter, man mano che ci avviciniamo al finale di stagione, è l’impossibilità di lasciare questo mondo di sangue al di fuori della propria vita, come vediamo nella puntata in cui i casi “entrano” in casa di Tench. Lungo tutta la durata della serie, le storie dei delitti si intrecciano in modo intrigante con le vite private degli agenti. Il sesso tra Ford e Debbie appare sempre gioioso, sfrenato, in contrasto con le devianze, quasi sempre ti tipo sessuale, dei killer. Almeno fino a che non entrano in scena, nella loro vita, quelle scarpe di cui un killer è feticista. O ancora, ci si sofferma sulla presenza/assenza di Tench per il figlio, proprio quando l’agente è reduce da un caso in cui l’assenza del padre ha contribuito a formare l’identità di un assassino.

Il punto è questo. Entrati nella mente dei serial killer è difficile uscirne. Per farli aprire tocca aprirsi a loro. E, una volta entrati in essi, non è facile far sì che non entrino in te. Mindhunter racconta bene queste zone grigie tra bene e male. Lo aiutano degli attori non molto noti, che favoriscono immediatamente l’identificazione con i personaggi. Jonathan Groff, che viene da Glee (ed è stato la voce di Kristoff in Frozen), ha il volto pulito di un giovane Ewan McGregor, ma trasuda emozioni dietro all’apparente freddezza. McCallany è stato già con Fincher in Fight Club e Alien 3, riesce a nascondere le fragilità dietro al fisico possente e i modi burberi. Hannah Gross ha un fisico nervoso e atletico e occhi blu che trasudano profondità e intelligenza. Infine c’è la professoressa Wendy Carr di Anna Torv, che entra in sordina nella serie, ma ci conquista sempre più con il passare del tempo, è enigmatica e sexy nelle sue gonne attillate a vita alta e le camicette stampate in puro stile Seventies. Intrigante, pur non essendo bellissima, ha il sorriso enigmatico della Gioconda, o, se volete, il sorriso arcaico di cui parlava Henri-Pierre Rochè in Jules et Jim.

A proposito di opere d’arte, la cornice d’epoca di Mindhunter è anche l’occasione, come abbiamo visto in Stranger Things, di ascoltare le canzoni di quegli anni. Qui il lavoro è più sottile. Sia perché ripesca brani meno scontati (come per David Bowie, di cui ascoltiamo Right, da Young Americans, alla fine dell’episodio 3, proprio nel momento in cui facciamo la conoscenza con il sorriso arcaico di cui sopra), sia perché usa canzoni a tema, come Psycho Killer dei Talking Heads, e I Don’t Like Mondays dei Boomtown Rats di Bob Geldof. Una canzone che racconta la storia di una sedicenne protagonista di una sparatoria nella scuola di fronte a casa sua, in cui uccise due persone e ne ferì nove. Un’altra storia efferata come quelle che ascoltiamo in Mindhunter. Ricordatevelo sempre, con David Fincher tutto torna.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

 

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Stranger Things 2. L’anima dei favolosi anni ottanta

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Chiamateli pure “i Favolosi anni Ottanta”. Sì, lo so: l’appellativo di “favoloso” è da sempre appannaggio degli anni Sessanta. Ma se pensiamo al significato letterale del termine, cioè “legato al mondo delle favole, leggendario, fantastico”, non possiamo negare come l’aggettivo calzi a pennello agli anni Ottanta. Per tutta una generazione quelli sono stati gli anni delle favole, nel senso che erano l’infanzia. Ma anche nel senso che proprio in quegli anni si è sviluppato un cinema “favoloso”, quello degli Spielberg e degli Zemeckis, di E.T. e de I Goonies, della (fine della) prima saga di Star Wars e di Indiana Jones. Cinema immaginifico, in grado di lasciare a bocca aperta i bambini, proprio come una favola, ma di ammaliare anche i grandi. O di continuare ad affascinare i bambini anche una volta grandi. Tutto questo è il cuore di Stranger Things, la serie tv (cioè il cinema di oggi) dei Duffer Brothers che ha visto, su Netflix, la seconda stagione. Un racconto che non è solo ambientato negli anni Ottanta: vive negli Ottanta, respira Ottanta, pensa Ottanta.

E inizia nel 1984, l’attesissima seconda stagione, a pochi giorni da Halloween. E i nostri eroi Will (Noah Schnapp), Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo) e Lucas (Caleb McLaughlin), ora al sicuro, si preparano alla notte dell’orrore, ancora inconsapevoli che l’orrore tornerà davvero. Il Demogorgone è sconfitto, ma dal Sottosopra, l’universo parallelo che si trova sotto al nostro mondo, ma riesce a comunicare con esso, sono in arrivo altri pericoli. Tutto questo mentre Undici (Mille Bobby Brown) è scomparsa. E nel gruppo arriva Max (Sadie Sink), detta Mad Max, una ragazzina dai capelli rossi, dai modi da maschiaccio e dalla dolcezza irresistibile. Mentre lo sceriffo Jim Hopper (David Harbour) continua ad indagare sui fatti strani di Hawkins, Indiana, il ponte tra il nostro mondo e lo spaventoso mondo che ci minaccia sarà ancora una volta il povero Will Byers…

Non vi sembrerà di guardare un film ambientato negli anni Ottanta. Vi sembrerà proprio di essere saltati sulla DeLorean di Marty McFly e di essere stati catapultati dal flusso canalizzatore indietro nel tempo, tanto la ricostruzione è riuscita, non solo a livello estetico, ma anche a livello di contenuti. Non è un’operazione nostalgia, né puro revival: il punto è che il cinema fantastico degli anni Ottanta è lo stile perfetto per raccontare quella che è una storia di paura del buio, di paura di crescere, di paura di amare e di confrontarsi con l’altro sesso. Tutte cose tipiche di un’età, al confine tra infanzia e adolescenza, che nessun altro cinema come quello degli Ottanta ha saputo raccontare.

Stranger Things ci riesce, e, nel gioco di suoni e citazioni, bisogna dirlo, ha vita facile: cinema e musica di quel periodo sono sì irripetibili, ma anche piantati fino in fondo nel cuore di chi ha vissuto quell’epoca. Ma ogni cosa in Stranger Things ha un senso. Nella prima stagione il brano eponimo era Should I Stay Or Should I Go dei Clash, al tempo stesso perfetta per rappresentare la ribellione di Jonathan Byers (Charlie Heaton) – come Atmosphere dei Joy Division ne sottolineava l’alienazione – e una melodia così “catchy” da conquistare anche un ragazzino, il fratello minore Will. Nella seconda stagione ogni canzone è uno stato d’animo: il momento liberatorio di una festa è Girls On Film dei Duran Duran, la fascinazione dei videogame Arcade è l’elettronica Whip It! dei Devo, Rock You Like A Hurricane dei Whitesnake è la perfetta presentazione di un bullo che arriva nella scuola. E Time After Time di Cindy Lauper, e ancora più Every Breath You Take sono la colonna sonora perfetta per un lento al ballo di fine anno (altro topos narrativo di un certo tipo di cinema/serialità, che qui arriva a fine stagione, mentre in Riverdale viene lanciato già nel pilota), ma anche un pezzo nervoso, oscuro, quasi un presagio di pericolo: Sting raccontò che il pezzo dei Police è considerato una canzone d’amore, ma in realtà parla di un’ossessione, di uno stalker. Basta guardare cosa accade quando la canzone si dissolve…

Anche nel cinema Stranger Things ha buon gioco. In fondo, come il cinema degli anni Ottanta, è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Da Terminator a Ghostbusters, fino ad Halloween, ci sono i film citati apertamente. Da Alien ai Gremlins fino a L’esorcista, ci sono i film che fanno capolino in certe situazioni. E poi ci sono E.T., Stand By Me, I Goonies, i film che sono i numi tutelari dell’operazione Stranger Things, quelli che definiscono un mood, un’atmosfera, un modo di intendere il cinema. A proposito di Goonies, poi, c’è anche Sean Astin.

In quel lontano 1984, o forse qualche tempo dopo, quei film li avrà visti quasi tutti una ragazzina di tredici anni, che di lì a poco sarebbe diventata una star. Winona Ryder, icona assoluta degli anni Novanta, sparita dai radar – ma mai completamente – dopo la storia del furto, torna con un grande ruolo, Joyce, la madre di Will, anche questo un topos di un certo cinema, la donna comune che sfodera coraggio (vedi la Sarah Connor di Terminator), senza paura di mortificare completamente la sua bellezza nella prima stagione (i registi le hanno chiesto di non sfoderare i proverbiali “occhioni alla Winona Ryder” e lei si è tagliata le ciglia) un po’ meno nella seconda. Uno dei punti di forza di Stranger Things è lei.

L’altro, grandissimo, punto di forza è l’Eleven (o Undici, o Undi) di Mille Bobby Brown. Non è bellissima: è che la disegnano così. La ragazzina “diversa”, con grandi poteri da cui, per ora, derivano più grandi dispiaceri che grandi responsabilità, è uno dei personaggi meglio scritti, e uno dei casting più azzeccati, della storia della tv: un misto di dolcezza e violenza, innocenza e forza, la diffidenza e l’apertura di un cucciolo ferito e bisognoso d’affetto, ma capace anche di cacciare. Allo stesso tempo una bambina che scopre la vita per la prima volta e un’arma letale. La sua storia è anche lo spunto per una digressione – la puntata 7, a Pittsburgh, con nuovi personaggi che sembrano fatti apposta per uno spin-off – e porta la serie dalle parti degli X-Men e tutto il discorso sui diversi. Se per tutta la prima stagione Undici portava il film dalle parti di E.T., ed era a tutti gli effetti l’alieno, la cosa strana da nascondere, la seconda stagione la vede diventare a tutti gli effetti una persona, un personaggio femminile: i capelli più lunghi, il look da teenager, i primi baci. Il suo ingresso in scena a Hawkins, nel penultimo episodio, è quello di una star. E c’è da scommettere che sarà proprio lei la chiave per lo “scontro finale” delle prossime stagioni. L’empatia verso il diverso è una delle chiavi di Stranger Things. E la sintetizza bene una battuta. “Le persone normali non fanno mai niente a questo mondo”. “Chi vorresti essere, Bowie o Kenny Rogers?

Stranger Things è magistrale per come riesce – proprio grazie al linguaggio del cinema degli anni Ottanta – a raccontare quella terra di mezzo tra infanzia e adolescenza dove si è ancora un po’ bambini, ma non del tutto, e non si è ancora ragazzi. Dove le paure dell’ignoto sono anche quelle dell’altro sesso, con le ragazze che sono ancora un po’ degli alieni, un mondo sconosciuto ma eccitante da scoprire, un po’ come i misteri del Sottosopra. In Stranger Things il ritorno ai Favolosi anni Ottanta non è solo forma: i Duffer Brothers riescono a cogliere lo spirito degli Eighties, l’anima di quegli anni, l’essenza di Spielberg e soci: l’ingenuità, lo stupore, quella sensazione di non avere limiti, di poter sconfiggere tutto insieme ai propri amici, di riuscire a fare qualsiasi cosa. Come volare, insieme a un amico di un altro pianeta, su di una bicicletta.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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