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Swarovski ha acceso il Natale a Milano

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Swarovski ha acceso il Natale a Milano con una cerimonia speciale, il 1 dicembre alle 17.30 in galleria Vittorio Emanuele, II

Per festeggiare il consolidato rapporto con la città meneghina la maison austriaca ha donato, per il quarto anno consecutivo, la magia e l’emozione del Natale a Milano.
Fino al 7 gennaio 2018, la Galleria Vittorio Emanuele II, da sempre elegante e prestigioso salotto milanese, sarà illuminata da un innovativo Digital Christmas Tree.
Realizzato con il patrocinio del Comune di Milano, l’Albero è alto più di 12 metri e decorato da oltre 10.000 ornamenti, fra cui più di 1.000 stelle di Natale Swarovski, illuminato da 36.000 luci ed impreziosito da un imponente puntale a forma di stella.
Il cuore della città si è trasformato così in un luogo di magia, luce e condivisione, enfatizzando due concetti molto cari a Milano: tradizione e innovazione.

LA CERIMONIA DI APERTURA

La Cerimonia di apertura si è svolta venerdì 1 Dicembre alle ore 17.30 con una madrina d’eccezione, l’Influencer Chiara Ferragni, che ha dichiarato:

Sono sempre stata affascinata dall’Albero di Natale in Galleria a Milano, ed esserne la madrina alla sua accensione è bellissimo ed emozionante. Spero che questo gesto porti fortuna e realizzi i sogni di tutte le persone che credono nella magia del Natale“.

filippo-del-corno;fiona-swarovski;chiara-ferragni;Michele-Molon

Per Swarovski sono intervenuti Massimo La Greca, Managing Director CGB (Consumer Goods Business) Italia e Michele Molon, Executive Vice President Omnichannel and Commercial Operations.
È una grande gioia essere per il quarto anno consecutivo nella splendida cornice della Galleria Vittorio Emanuele II. Accanto al digitale vivrà la tradizione. Swarovski è infatti un’azienda con oltre 120 anni di storia, ed è un onore regalare alla città di Milano un Albero e una mostra con le tappe principali di questo affascinante e scintillante percorso” – dichiara Massimo La Greca.
Abbiamo scelto l’Italia, unico paese in Europa, per lanciare questo innovativo progetto. L’Albero non è solamente il simbolo del Natale a Milano, ma anche un esempio di omnicanalità e digitalizzazione, che permetteranno alle nostre consumatrici di giocare, interagire e condividere selfie ed emozioni con le persone a loro più care. Swarovski a Milano supera le classiche regole del Retail, portando un’innovazione unica, che lascerà il segno” – prosegue Michele Molon.
Inoltre, Fiona Pacifico Griffini-Grasser, in rappresentanza della famiglia Swarovski, è stata presente all’accensione del Digital Christmas Tree, per presentare il suo nuovo progetto creativo, la capsule collection “Virgin Mary”, in vendita dal 1 Dicembre in alcuni selezionati Store Swarovski, ed esposta all’interno della mostra sotto l’Albero.
Grazie a tutti, sono felicissima di essere qui questa sera. L’idea di Famiglia è molto importante per Swarovski; siamo un Family Business da più di 120 anni e crediamo fortemente nel senso di comunità e unione. Il Natale tra tutti, è uno tra i momenti più magici. Sono stata quindi emozionata ed onorata di “accendere” qui con voi il Natale a Milano, in questa cornice unica e con un Albero super innovativo, che Swarovski regala con orgoglio alla città di Milano”.
È intervenuto infine Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura, per sugellare il legame tra Swarovski e la città di Milano.
Un gioco di luci, musica e una nevicata spettacolare hanno ravvivato e reso unica la serata inaugurale dell’albero Swarovski, nella splendida cornice di Galleria Vittorio Emanuele.

DIGITAL CHRISTMAS TREE – L’INNOVAZIONE
Il Digital Christmas Tree di Swarovski è un inno all’innovazione grazie alla presenza di alcuni schermi interattivi per giocare ed interagire con il brand.
È presente una postazione Selfie Wall dove si alternano le immagini e il video della nuovissima campagna per le feste di Swarovski. Una campagna con un cast internazionale che parla di diversità e brillantezza. L’utente può scegliere la sua immagine preferita e diventare, tramite un selfie, protagonista insieme alle star Swarovski e condividere i contenuti sui social.
Nella postazione Style Finder si possono scoprire i gioielli, gli orologi e gli accessori più adatti al proprio modo di essere, per brillare in ogni occasione, e inviarli in tempo reale allo schermo della postazione Try it on dove l’utente può indossarli virtualmente ed inserirli in una lista dei desideri.
E per concludere in bellezza perché non giocare con alcuni elementi iconici del Natale? Tutto questo è possibile grazie alla postazione Interactive Mirror dove il visitatore specchiandosi può fotografarsi e condividere la propria immagine con ad esempio il cappello di Babbo Natale.

LA MOSTRA – IL CRISTALLO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE
Alla base dell’Albero è stata allestita una mostra dedicata alle mille sfaccettature del cristallo e ai suoi molteplici usi creativi.
In esclusiva per il pubblico milanese, Swarovski ha aperto le porte del suo archivio privato portando sotto l’albero anche alcune esclusive creazioni, normalmente non esposte al pubblico, per raccontare, attraverso il prodotto, la lunga storia di oltre 120 anni di tradizione e innovazione.
La mostra ripercorre la storia di Swarovski dalla nascita del cristallo, alle prime collezioni di Crystal Living e Gioielleria, alle collezioni in esclusiva per i soci e fino alle collaborazioni con grandi designer mondiali, che hanno trovato nel cristallo l’ispirazione per la realizzazione dei loro capolavori.
Tutto ha avuto inizio nel 1895 quando a Wattens, nel Tirolo Austriaco, Daniel Swarovski fondò l’Azienda, dopo aver brevettato una macchina per il taglio di precisione del cristallo.
Dal 1976 con la nascita del Topolino, che si può ammirare nella mostra, e che rappresenta il primo prodotto finito, Swarovski è sinonimo di creazioni in cristallo, vere e proprie sculture che arrivano direttamente al cuore di un vasto pubblico di appassionati. Le infinite possibilità di lavorazione del cristallo hanno da sempre affascinato anche i più famosi designer; un esempio è la collaborazione, nata nel 2017, tra Swarovski e Arran Gregory con la collezione Mirror Nature.
Alla base dell’Albero è possibile ammirare anche diverse interpretazioni del cigno, simbolo di purezza ed eleganza, e icona del Brand dal 1989.
In occasione del trentesimo anniversario della SCS (Swarovski Crystal Society), alcune esclusive creazioni sono esposte sotto l’Albero, come ad esempio il primo pezzo del 1987, “The Lovebirds/Gli Inseparabili” e in anteprima l’edizione annuale 2018, la Giraffa Mudiwa.
Nella lingua africana Shona “Mudiwa” significa “amato”, un termine che riflette la grazia e la natura pacifica della giraffa. Realizzata con ben 650 faccette in cristallo, nelle calde tonalità dorate è l’esempio perfetto dell’expertise e della maestria Swarovski.
La SCS, che in Italia conta circa 30.000 iscritti, dedica ogni anno ai suoi appassionati soci innovative ed esclusive collezioni.
I gioielli e gli orologi hanno un posto d’onore nella mostra Swarovski: nelle teche sono raccontati attraverso le loro tecniche di lavorazione, alcune tradizionali come il pavé e attraverso i materiali, come ad esempio l’innovativo Crystal Mesh, fino ad arrivare alle collaborazioni con importanti designer che hanno portato alla creazione di tagli e colori in esclusiva come ad esempio la pietra Kaputt realizzata con Jean Paul Gaultier. Ogni anno Swarovski introduce innovative colorazioni nelle sue creazioni in una perfetta combinazione di tradizione e innovazione.
Questo Albero che unisce tradizione e innovazione è il regalo che Swarovski ha deciso di donare alla città di Milano, all’insegna del … #GiveBrilliant!

 

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Eventi

The Pink Floyd Exhibition. La leggenda del rock in mostra a Roma

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Ho sempre provato un certo oscuro piacere nella consapevolezza che avrebbero potuto unirsi al pubblico in uno dei loro concerti senza essere riconosciuti, un’impresa non indifferente”. Lo scrive John Peel, dell’Evening Standard, a proposito dei Pink Floyd. La sua frase campeggia in una delle prime sale di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, in scena al MACRO di via Nizza a Roma, che sarà aperta fino a luglio. È proprio così. I volti e i corpi dei Pink Floyd sono meno noti e meno iconici di molti altri corpi della musica rock. Ma l’arte dei Pink Floyd, negli ultimi cinquant’anni, è stata tanto iconica quanto indelebile a livello musicale. Dal celebre prisma di The Dark Side Of The Moon all’uomo in fiamme di Wish You Were Here, dal maiale volante di Animals all’indimenticabile muro attorno al quale ruota il concept di The Wall. Nella mostra del MACRO trovate tutto questo. È un’immersione totale, e multisensoriale, nella musica e nell’arte dei Pink Floyd e dei loro collaboratori. Strumenti, oggetti di scena, manifesti, bozzetti, e preziosi video con interviste: mentre guardiamo tutto questo, siamo avvolti dalle luci. E un’audioguida automatica ci accompagna con la musica, e le parole dei video, non appena ci avviciniamo a ogni postazione. Imperdibile, sia per gli appassionati, che vogliono rivivere i momenti topici della loro carriera, sia per chi li conosce in parte, e cerca un’occasione per scoprirli meglio.

Dopo una sala introduttiva che spiega l’humus culturale in cui fioriscono i Pink Floyd (la stampa alternativa, la Pop Art, la moda psichedelica della Londra degli anni Sessanta), la storia dei Pink Floyd inizia con lo sfortunato genio di Syd Barrett, primo frontman della band: nell’estate del 1967 la sua salute mentale comincia a peggiorare, e nel gennaio del 1968 viene chiamato un suo amico d’infanzia per non fargli sentire la pressione. È David Gilmour. Quando, ad agosto, esce il secondo album, lui non è più nella band. Da qui inizia il viaggio negli album dei Pink Floyd. La loro propensione per le lunghe suite li rende perfetti per un mercato dove gli album cominciano a superare i singoli in fatto di vendite. The Piper At The Gates Of Dawn, del 1967, il loro primo album, viene registrato agli studi di Abbey Road mentre i Beatles stanno registrando Sgt. Pepper, e usa molti effetti della library della EMI, come le campane tubulari. Il disco seguente, A Saucerful Of Secrets (1968), è l’unico che contiene composizioni sia di Barrett che di Gilmour, e alle canzoni in stile giocoso del primo aggiunge nuove dimensioni, come l’antica poesia cinese e lo spazio. I Pink Floyd decidono di concentrarsi solo sulla registrazione e spingono sul pedale della sperimentazione: Ummagumma, del 1969, ha un assolo di batteria di Nick Mason lungo sette minuti. Mentre inizia la collaborazione con il geniale studio Hipgnosis di Storm Thorgerson e Aubrey Powell, i Pink Floyd possono fare qualunque cosa. Atom Heart Mother, l’album del 1970, quello con la famosa mucca in copertina, riceve un’accoglienza fredda dalla critica, ma è il loro primo disco a raggiungere il primo posto in classifica. Accanto al rock ci sono lunghi ensemble cinematografici, colpi di pistola, nitriti di cavalli, ottoni e intermezzi corali. La mucca? Un’immagine scelta da Thorgerson perché assolutamente inaspettata in un disco rock. La sperimentazione continua con Meddle, del 1971, che ha un lato occupato da una sola canzone, Echoes, mentre nel disco si sentono rumori di sonar e versi di gabbiano. In Seamus c’è addirittura un cane che viene portato in studio ad ululare.

Dopo il famoso Live At Pompeii, un live senza pubblico con il Vesuvio sullo sfondo, i Pink Floyd entrano nella leggenda con The Dark Side Of The Moon, un album che li vede tornare alla forma canzone, incentrato sui problemi quotidiani: soldi, morte, violenza, follia. L’idea è di Roger Waters, e la band arriva in studio con i pezzi già rodati dopo essere stati suonati a lungo dal vivo. La copertina di Storm Thorgerson è una delle più iconiche della storia della musica. “Questo prisma che si rifrange in uno spettro appartiene a tutti”, dichiarò. A 40 anni dalla sua uscita, The Dark Side Of The Moon continua a vendere 7mila copie alla settimana. Il disco trasforma i Pink Floyd da gruppo cult a una delle band di maggior successo al mondo. Per dare vita al successore di un successo così clamoroso, provano a spiazzare ancora, registrando suoni con vari oggetti casalinghi. Ma poi scartano tutto. David Gilmour comincia a strimpellare qualche accordo sulla sua nuova chitarra, e Roger Waters scrive un testo struggente, dedicato a Syd Barrett. Nasce Wish You Were Here, che dà il titolo all’album omonimo, che è un’osservazione sugli aspetti più meschini dell’industria musicale, l’avidità, l’ambizione, l’alienazione. La natura spietata di quel mondo è rappresentata dalla copertina, firmata sempre Hipgnosis, in cui un uomo prende fuoco dopo aver concluso un affare (si può vedere l’intervista all’uomo nella foto, che prese davvero fuoco), mentre nel retro di copertina, ispirato a Magritte, c’è un salesman senza volto. Wish You Were Here è il disco dell’assenza. Che, all’improvviso, durante le registrazioni, diventa presenza: a sorpresa Syd Barrett fa una visita allo studio.

L’alienazione sale ancora. Roger Waters, durante i concerti in stadi sempre più grandi e impersonali, comincia a sentire un muro tra lui e il pubblico. Fino al celebre sputo ad alcuni fan che stavano cercando di salire sul palco a Montreal nel 1977. Nasce così The Wall, del 1979, concept album (è la storia di Pink, travagliata rockstar che ha perso il padre in guerra e vive un presente problematico) che dà vita, nel 1980-81, a un ambizioso spettacolo rock teatrale, durante il quale veniva costruito e poi demolito un muro. È proprio The Wall, insieme al precedente Animals, del 1977, a fare la parte del leone nella mostra: ai due dischi è dedicata la stanza più grande, dove svettano gli incredibili burattini gonfiabili creati per il tour originale di The Wall, e per lo spettacolo di Roger Waters del 2010-13. Ci sono la testa mostruosa del burattino della moglie, la stanza del motel dove Pink canta Nobody Home (ispirata al Motel Tropicana di Los Angeles dove era di stanza l’equipe), il maestro gonfiabile, che incombe sulla scena, vicino al pupazzo di Pink, che giace ai piedi del muro durante Hey You. Accanto agli enormi pupazzi scorrono le immagini d’animazione di Gerald Scarfe, che saranno al centro anche del film di Alan Parker (con Bob Geldolf) del 1982. I gonfiabili erano i grandi protagonisti degli show di quell’epoca: introducevano un elemento fantasy, ma erano anche pratici, e permettevano di interagire in maniera flessibile. Ma accanto a quelli di The Wall ci sono anche quelli del tour di Animals, il disco del 1977, passati ugualmente alla storia. C’è il famoso maiale che, nella foto di copertina, fluttuava sopra la centrale elettrica di Battersea Park (durante le session fotografiche l’ancoraggio si ruppe e l’enorme pallone a forma di maiale volò sopra lo spazio aereo dell’aeroporto di Heathrow, e fu ritrovato da un contadino del Kent…): alto nove metri, e ribattezzato “Algie” è il protagonista di uno show in cui i gonfiabili sono pecore, figure umane (il padre, enorme, ci accoglie all’ingresso della mostra), televisori e frigoriferi da cui spuntano i vermi. L’idea di Animals, nato durante l’avvento del punk e della crisi politica e industriale, e caratterizzato da suoni più duri dei dischi precedenti, è quella orwelliana de La fattoria degli animali, in cui ogni animale rispecchia un carattere umano. The Final Cut, l’ultimo album di Waters con i Pink Floyd, incentrato sulla condanna alla guerra, chiude la stanza di Animals e The Wall e guida verso gli ultimi capitoli del gruppo, A Momentary Lapse Of Reason e The Division Bell, i sontuosi live che li hanno seguiti, e i relativi album dal vivo, Delicate Sound Of Thunder e Pulse.

Se la stanza di The Wall e Animals è l’apice della mostra, c’è un’altra stanza che conquisterà gli appassionati di musica. È quella legata alla tecnologia. Accanto ad alcuni strumenti musicali ad alto tasso scenografico, come una batteria decorata con la Hokusai Wave, usata da Nick Mason dopo un tour in Giappone, e il gong sinfonico Paiste 36, usato nel film The Wall, con l’effigie sinistra dei due martelli, creati sempre da Gerald Scarfe, oggetti e interviste ci mostrano la fascinazione che Waters e soci hanno avuto per i primi sintetizzatori, e come siano stati la prima band a creare il suono del futuro. Sentiamo parlare Alan Parsons, il loro tecnico del suono. E vediamo Richard Wright rievocare la nascita di canzoni come The Great Gig in The Sky e Breathe, ispirata da un solo accordo di Miles Davis, da Kind Of Blue. Essere partecipi, anche se per pochi secondi, e decenni dopo, del processo creativo di una canzone, non ha prezzo. Prima di uscire, vediamo l’esibizione di Waters, Gilmour, Mason e Wright al Live 8 del 2 luglio 2005, la prima volta insieme dopo 24 anni. Tutti e quattro riuniti per un’ultima volta. Se la loro vita fosse un film (e probabilmente lo è stata), si chiuderebbe su questa scena.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Il genio di Picasso a Roma: tra cubismo e classicismo negli anni della Grande Guerra

T. Chiochia Cristina

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picasso

Parlare della bellissima mostra alle scuderie del Quirinale a Roma su Picasso non è compito facile. Prima di tutto perché fino al 21 Gennaio 2018 si potranno ammirare in uno spazio espositivo unico (ri-allestito con sapienza architettonica esaltandone ogni singolo angolo degli ambienti ritrovati da Gae Aulenti solo qualche decennio fa), capolavori a cento anni da quel viaggio che tanto formò l’arte dell’artista spagnolo e la sua vita personale. E’ come se da quel 1917, anno in cui artisticamente Jean Cocteau, Erik Satie e Sergei Djagilev insieme a Picasso, crearono molto di più che un allestimento scenico di sperimentazione artistica; e umanamente con la ballerina Olga Khojhlova che diventerà poi sua moglie, l’artista Spagnolo a Roma avesse potuto aver modo per ricostruire tutto quello che quegli anni di sperimentazione, significavano: un viaggio nell’arte.
E così, ecco che gli anni dedicati al genio di Picasso, quelli tra il 1915-1925, diventano quasi un espediente per compiere con lui e le sue opere quel viaggio, tipicamente italiano che ne fece poi il grande pittore che poi diventerà.
La mostra, intitolata “Pablo Picasso. Tra Cubismo e Classicismo: 1915 – 1925” è un “unicum” per comprendere come tra gli artisti suoi contemporanei, il suo talento ha avuto modo di esprimersi con tanta eccellenza.
La grande mostra, che celebra Pablo Picasso e che si inserisce nel progetto “Picasso Méditerranée del Musée National Picasso – Paris” è a cura di Olivier Berggruen che, come recita il comunicato stampa, non è solo un membro del comitato scientifico del Musée Picasso di Parigi, ma anche proprietario dell’omonimo museo e figlio dei coniugi Berggruen, grandi collezionisti ed amici diretti dell’artista non che suoi mercanti di fiducia. Un comitato scientifico, quello di questa mostra, dove spiccano i nomi di Laurent Le Bon, Brigitte Leal, Carmen Gimenez, Gary Tinterow, Valentina Moncada, Bernard Ruiz Picasso. Un allestimento inoltre, molto ben curato e dove ciascuna sala permette al visitatore -grazie anche all’ottimo servizio di audioguida – di soffermarsi e scoprire, assecondare curiosità e quasi comunicare con l’opera d’arte. Un allestimento dove la mano del noto architetto newyorchese Annabelle Selldor permette di accostarsti alle opere in modo quindi unico, spesso rivelandone curiosità espositive inedite ed aneddoti.
Un grande progetto quindi, quello delle Scuderie nato nel 2015 sempre in accordo con il Musée Picasso, che ne è anche l’anima dell’esposizione. 100 bellissime opere, capolavori che provengono da oltre 50 tra “oltre 50 prestatori europei, nordamericani e giapponesi”, come ha commentato Mario De Simoni, Presidente e Amministratore Delegato di Ales spa che, insieme a MondoMostre Skira ne vanta la realizzazione.
picasso 2Partner anche le Gallerie Nazionali di Arte Antica che, nella sede di Palazzo Barberini, che hanno esposto sempre a Roma, il bellissimo sipario “Parade“, una tela lunga 17 metri e alta 10 metri che non è solo corollario della mostra alle Scuderie del Quirinale, ma suo “cameo” più prezioso.
Gli occhi di Roma fissi dunque sul genio di Picasso.
Una straordinaria mostra che Scuderie del Quirinale approfondisce attraverso un Picasso dove la “romanità” del suo rinascimento e “l’italianità” nelle sue citazioni sono scoperte: dalla pittura parietale di Pompei, fino ad opere dal forte impatto che condizionerà anche la sua produzione artistica successiva. Un viaggio nella sua formazione e nella sua esperienza italiana attraverso opere famosissime approfondendone le suggestioni neoclassiche ispirate spesso proprio alla scultura antica. Un progetto che come è stato ribadito dagli organizzatori, “accoglie numerose collaborazioni internazionali, con opere provenienti da sedi come Centre Pompidou di Parigi, il Museum Berggruen di Berlino, la Fundació Museu Picasso di Barcellona, il Guggenheim e il Metropolitan Museum di New York” e che vuole essere un “primo grande successo, dal momento che si presenta come la prima tappa di un percorso di collaborazione Scuderie del Quirinale – Gallerie Nazionali di Arte Antica”, voluto da Mario de Simoni e Flaminia Gennari Santori, Direttore del Museo. Da non perdere.

Di Cristina T.Chiochia per DailyMood

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Luigi Busi. L’eleganza del vero

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Luigi Busi, Gioie materne, collezione privata

Luigi-Busi,-Cristoforo-Colombo,-1868-70,-Regione-Emilia-Romagna,-foto-Andrea-Scardova-IBC-2017L’artista Luigi Busi è il protagonista della quattordicesima mostra retrospettiva promossa da Bologna per le Arti, associazione culturale da anni impegnata nel percorso di riscoperta e valorizzazione della pittura bolognese tra Ottocento e Novecento.

Si tratta della prima grande esposizione monografica dedicata al pittore nella sua città natale, che accoglierà circa sessanta opere, tra dipinti e opere grafiche, di provenienza sia pubblica che privata affiancate dalle tele dei maestri che hanno segnato la sua formazione e degli artisti contemporanei che ne hanno influenzato l’iter creativo.

La mostra è curata da Stella Ingino e inaugurerà sabato 27 gennaio 2018 alle ore 17.30 presso la Sala Ercole di Palazzo d’Accursio a Bologna. Per l’occasione sarà pubblicato anche un ampio catalogo dedicato alla variegata produzione dell’artista, corredato da testi critici di Stella Ingino, Ornella Chillè, Alessio Costarelli e Ilaria Chia.

L’arte di Luigi Busi trova la sua dimensione nel realismo ottocentesco, spaziando dalle opere di carattere storico a scene di vita borghese, con una predilezione verso temi familiari resi con vibrante sensibilità che gli garantirono ben presto l’ammirazione del pubblico. La morte prematura, avvenuta all’età di soli 47 anni, stroncò una brillante carriera caratterizzata da un grande successo che gli valse numerosi riconoscimenti ufficiali come la nomina di Socio Onorario presso l’Accademia di Belle Arti di Milano, di Bologna e di Perugia, oltre al titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.

Luigi Busi si forma al Collegio Artistico Venturoli a Bologna, ottenendo fin dai primi anni di studio premi e menzioni. Nel 1858, dopo aver vinto il Pensionato Angiolini, si trasferisce a Roma dove entra in contatto con le novità della pittura storica in direzione realista portate avanti da Altamura, Morelli e Ussi.
Negli anni Sessanta ottiene importanti commissioni pubbliche a Bologna occupandosi, in collaborazione con Luigi Samoggia, della decorazione del Teatro Comunale e della Sala Rossa in Palazzo d’Accursio. Nel 1867 è selezionato per l’Esposizione Universale di Parigi e raggiunge l’apice della fama con la premiazione all’Esposizione Nazionale tenuta a Parma nel 1870 e con l’Esposizione Universale di Vienna nel 1873.
Tra il 1866 e il 1871 dipinge tre grandi tele per il «Salone del Risorgimento» del marchese Pizzardi e nel 1873 la pala Il martirio dei Santi Vitale e Agricola per l’altare maggiore dell’omonima chiesa bolognese. Altre opere di soggetto religioso sono nella cappella di Villa Hercolani Belpoggio a Bologna e nel Santuario della Madonna del Piratello, nei pressi di Imola.
Tra le decorazioni parietali si annoverano inoltre i suoi interventi nel Palazzo della Banca d’Italia a Firenze, in due palazzi privati a Imola, nella Sala Greca e nella Sala degli Etruschi nel Museo Civico Archeologico di Bologna.

Luigi-Busi,-Ritratto-femminile,-collezione-privataTra le opere esposte in mostra si potranno ammirare: Torquato Tasso e il cardinale Cinzio Aldobrandini nel convento di sant’Onofrio a Roma e La confessione di Isabella Orsini a Paolo Giordano della Pinacoteca Nazionale di Bologna; Cristoforo Colombo della Regione Emilia Romagna; Ritratto di Cavour e Minghetti e il dipinto del pittore Antonio Puccinelli Carlo Alberto a Oporto del Museo civico del Risorgimento; Luigi Nicolò de’ Lapi prima del supplizio delle Collezioni d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna; Via degli Orefici della Collezione BNL Gruppo BNP Paribas; Giuseppe Busi del Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna e numerose opere provenienti dalla Fondazione Collegio Artistico Venturoli tra cui Le ultime ore del Doge Foscari e Autoritratto, oltre ai dipinti di collezione privata come l’inedito Ritratto della famiglia Hercolani o i celeberrimi Gioie materne e Conseguenze di un matrimonio celebrato col solo rito religioso.

La mostra ha ottenuto il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Bologna e dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Nel corso dell’esposizione, e precisamente tra febbraio e marzo 2018, si terrà l’ottava edizione dei “Dialoghi Culturali a Palazzo d’Accursio”, un ciclo di conferenze sull’arte e le sue declinazioni tenute da studiosi e personalità del panorama culturale della città. Gli appuntamenti si terranno presso la Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio.

La mostra sarà aperta al pubblico dal 28 gennaio al 18 marzo 2018 e si potrà visitare gratuitamente martedì, mercoledì, giovedì, sabato e domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.30 e venerdì dalle 15.00 alle 18.30 (lunedì chiuso).

Bologna per le Arti è un’associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 1999 per fornire un servizio diretto alla conoscenza e alla divulgazione delle arti figurative con specifico riferimento ai periodi dell’Ottocento e del Novecento. A tal fine, l’associazione si propone di organizzare mostre, conferenze e pubblicazioni finalizzate alla valorizzazione della tradizione artistico-culturale del territorio bolognese. Bologna per le Arti realizza i propri progetti collaborando con enti, associazioni e istituzioni di natura pubblica e privata. Dal 2010 realizza le proprie mostre annuali (circa 250mila visitatori) presso Palazzo d’Accursio in collaborazione con il Comune di Bologna, sempre corredate dal ciclo di incontri «Dialoghi Culturali a Palazzo d’Accursio» grazie alla partecipazione dei maggiori professionisti della cultura in città e nel Paese. Dopo l’incredibile successo di pubblico delle mostre su Alfredo Protti, Flavio Bertelli e Carlo Corsi, e dopo esser stata onorata della Medaglia dal Presidente della Repubblica per le mostre “Mario di Maria (Marius Pictor). Il pittore delle lune” e “Giovanni Romagnoli. L’eterna giovinezza del colore” l’Associazione prosegue la sua attività promuovendo la quattordicesima retrospettiva che quest’anno sarà dedicata al pittore Luigi Busi (Bologna, 1837-1884).

Per info:
www.bolognaperlearti.it
info@bolognaperlearti.it
www.facebook.com/bolognaperlearti/
www.instagram.com/bolognaperlearti/

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