Shining. Il film più spaventoso di sempre torna in sala. A Halloween

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“Il più grande film horror mai realizzato” (Empire). “Uno dei più spaventosi film mai realizzati” (The Guardian). “Da vedere rigorosamente sul grande schermo” (Total Film). Sono le frasi scelte per il lancio di Shining, il capolavoro di Stanley Kubrick che torna finalmente nelle sale come evento speciale in occasione di Halloween, il 31 ottobre e il 1 e 2 novembre, distribuito da Nexo Digital. Shining sarà preceduto da Work And Play, un nuovo cortometraggio sul film. La trama di Shining è nota. Jack Torrance, ex insegnante e aspirante scrittore, accetta il lavoro di custode invernale all’Overlook Hotel, in Colorado e si reca lì insieme alla moglie Wendy e al figlio Danny. La crisi creativa che sta vivendo è la porta attraverso la quale si fa strada l’orrore. Anni prima il custode, Grady, aveva assassinato moglie e figlie. E il Male è destinato a ritornare.

Negli anni che precedono Shining (il film esce nel 1980) Stanley Kubrick divora decine di romanzi, affascinato dal gotico e dall’aldilà. Fino a che trova la storia di un autore allora emergente di nome Stephen King. A Kubrick piace molto la trama, meno lo stile narrativo. Ma chiede i diritti a King che, emozionato, li concede subito. Prova a lavorare a una sceneggiatura dello stesso King, ma non ne è convinto. E la riscrive, smontando e rimontando completamente la storia, riempiendola di altro senso e altri significati, insieme a Diane Johnson. Stephen King non la prende bene, e accusa Kubrick di “freddezza”. Kubrick, uomo razionale e pragmatico, aveva ribaltato il senso della sua storia: non aveva puntato sul sovrannaturale, e sul Male disumano che era insito nell’albergo, ma si era concentrato sul Male insito nei personaggi, sui demoni che sono dentro ognuno di noi e possono scatenarsi in ogni momento.

Pronta la storia, servono i mezzi per realizzarla. E in Shining c’è un mezzo fondamentale senza il quale il film non sarebbe lo stesso. È la Steadicam, messa a punto qualche anno prima da Garrett Brown: grazie a un braccio meccanico ammortizzato la macchina da presa non subisce oscillazioni e vibrazioni e può scivolare attraverso i corridoi dell’Overlook Hotel e del labirinto diventando l’occhio mobile dello spettatore. Le riprese in questo modo sono fluide e vertiginose, ad altezza uomo, e ci portano dritti dentro la storia, in un mondo claustrofobico. Da lì non possiamo più scappare. Le scenografie del film sono costruite apposta per far risaltare le riprese con la Steadicam. Gli interni e il retro dell’Overlook Hotel sono stati interamente costruiti in studio, in Inghilterra (la ritrosia di Kubrick a volare è nota), mentre la facciata è quella di un vero albergo, il Timberline Lodge, che si trova nell’Oregon. Sui muri dell’Overlook vediamo una serie di foto che ricordano gli antichi fasti dell’hotel. Ma sono tutte immagini tratte da film e notiziari dell’archivio della Warner. Quanto al labirinto del finale, Kubrick prende spunto dai cespugli tosati a forma di animali che, alla fine del romanzo di King, prendono vita diventando bestie feroci. Anche qui il Maestro inglese ribalta la prospettiva, e crea invece una forma spaziale astratta. Perfetta, anche questa, per la Steadicam, e coerente con l’idea di tutto il film, che l’orrore derivi dalla grandezza degli spazi e dall’alienazione e la solitudine delle persone al loro interno. L’architettura dell’hotel è una metafora della mente umana.

E poi ci sono loro. Jack Nicholson era nel “mirino” di Stanley Kubrick da anni, almeno dal 1969. Kubrick lo definiva il miglior attore della sua generazione. E non aveva torto. Solo il suo sguardo tagliente, il suo ghigno – diventati immediatamente icona – potevano raccontare la storia di un uomo che scivola progressivamente nella follia. Accanto a lui, l’altmaniana Shelley Duvall, fragile e delicata, il ritratto perfetto della vittima predestinata, era perfetta per fargli da contraltare. A proposito di follia, tutto ha inizio da quel blocco dello scrittore, da quella maledetta macchina da scrivere e quel dannato foglio bianco. Ricordate cosa c’è scritto? “Il mattino ha l’oro in bocca”. Kubrick, che non lasciava nulla al caso, anche per quanto riguarda le edizioni straniere, quindi le scritte e il doppiaggio, dei suoi film, sceglie di inserire un proverbio in italiano (ma anche in spagnolo e in tedesco per le rispettive versioni). La frase originale scritta sul foglio di Jack Torrance è “All work and no play makes Jack a dull boy (troppo lavoro e niente distrazioni rincretiniscono Jack)”.

Tutto lo svolgimento di Shining è un gioco sul doppio. Ci sono due Grady, due figlie assassinate da lui (sembrano gemelle, ma hanno otto e dieci anni e sono una la sosia dell’altra), due donne che infestano la stanza 237. E Shining si conclude sul volto di un sosia di Jack, nella foto di un ballo che si era svolto nel 1921 all’Overlook Hotel, in occasione del 4 luglio. È sempre presente il tema dello specchio. E lo è anche nella sequenza in cui la parola redrum diventa murder, assassinio. Kubrick gioca di continuo con il mito, il sogno, l’allucinazione e il ricordo, facendo naufragare la nostra percezione insieme a quella del protagonista. Shining è un racconto labirintico, che non ha un’unica logica. È un racconto che è molte cose – un horror, una fiaba, un dramma psicologico – e che si presta a mille interpretazioni. E dove ognuno di noi può cogliere significati. Per questo è un film che va visto non una, ma decine di volte. E ogni volta ci si trova qualcosa di nuovo. È un film che va visto sul grande schermo. E l’occasione di questa uscita evento è di quelle da non perdere. Sì, quella del 31 ottobre (e 1 e 2 novembre) sarà una notta da paura.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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