Connect with us

Cine Mood

Baby Boss una divertente commedia per grandi e piccoli

DailyMood.it

Published

on

Lo Studio che ha realizzato ShrekKung Fu Panda e Madagascar presenta BABY BOSS, una divertente commedia per grandi e piccoli, che racconta cosa succede all’interno di una famiglia quando arriva un nuovo bebè. Il tutto raccontato dal punto di vista fantasioso di un bambino di 7 anni, di nome Tim.

Baby Boss, il nuovo bebè, arriva a casa di Tim in taxi, indossa giacca e cravatta e ha in mano una ventiquattrore. La rivalità tra i due fratelli verrà superata nel momento in cui Tim scopre che Baby Boss altri non è che una spia in missione segreta, e che solo lui potrà aiutarlo.  I due piccoli soci saranno catapultati in un’avventura stravagante e, per riuscire a sventare un complotto ignobile, saranno coinvolti in una battaglia epica fra cuccioli e bambini.

Ispirata al best seller di Marla Frazee, questa  esilarante commedia nella versione originale presenta le voci di Alec Baldwin (Baby), Steve Buscemi (il malvagio Francis E. Francis), Jimmy Kimmel e Lisa Kudrow (gli ignari genitori di Tim e il bebè), Miles Bakshi (Tim) e Tobey Maguire, nella parte del narratore del film.

Photogallery Premiere New York

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quattro + 15 =

Cine Mood

La forma dell’acqua. Il mostro non fa paura. L’America sì

Published

on

Guillermo Del Toro da bambino aveva paura dell’Inferno a causa delle storie che gli raccontava la nonna, che era una fervente cattolica. Già allora, il piccolo Guillermo collezionava mostri. Non ne aveva paura, probabilmente. Certo, non più dell’Inferno. Una volta diventato grande, ha cominciato a fare il make up designer perché nessuno realizzava quello che aveva in mente. Anche per La forma dell’acqua, il suo ultimo film, Leone d’Oro a Venezia, Golden Globe per la miglior regia e colonna sonora originale, e candidato a 13 Oscar (nelle nostre sale dal 14 febbraio), il regista messicano ha fatto un grande lavoro in questo senso: ha speso due lunghi anni tra bozzetti, storyboard, modellini e statue per spiegare al meglio quello che avrebbe dovuto essere il protagonista. È una creatura anfibia, simile a quella de Il mostro della laguna nera, che viene portata di nascosto in un segretissimo laboratorio governativo. Siamo negli anni Cinquanta, in piena Guerra Fredda. E quel mostro sembra avere delle caratteristiche che potrebbero essere utili per fini bellici e tecnologici. Gli americani lo hanno catturato, ma lo tengono d’occhio anche i sovietici. In quel laboratorio, però, fa le pulizie Elisa (Sally Hawkins), che è muta, ma con gli occhi e con il cuore si fa capire benissimo. Tra lei e il “mostro” si crea un legame molto particolare. Un po’ come accade ne La bella e la bestia, come hanno notato in molti.

La situazione è quella di un B movie degli anni Cinquanta. Ma è calata dentro un altro mondo. Il mondo di Del Toro, sicuramente. Ma anche il mondo del cinema. È come se Guillermo Del Toro, dopo una serie di progetti su commissione (è adorato da Hollywood proprio per come sa trattare creature, mostri e robot) come Pacific Rim, Crimson Peak, addirittura la consulenza per un film d’animazione Dreamworks come Megamind, abbia voluto finalmente fare il “suo” film. E metterci dentro tutto quello che ama e tutto quello che sente in questo momento. Quello che ama è il cinema. A partire da quel mostro della laguna, certo. Ma ogni scena de La forma dell’acqua trasuda amore per la Settima Arte, e il film danza continuamente tra un genere e l’altro. È un horror, uno sci-fi movie, una spy-story, un musical. E soprattutto una storia d’amore. La scelta di mettere la casa della protagonista sopra un cinema, come la televisione accesa in casa del vicino, è l’occasione per citare continuamente film come Mardi Gras, The Story Of Ruth, 1001 Arabian Nights, That Night in Rio, Little Colonel…

Opposto al precedente, tenebroso Crimson Peak, La forma dell’acqua è un dolce, soave, spensierato sogno. C’è dentro l’horror, ma è declinato sui toni di una favola: la musica di Alexandre Desplat sembra andare in quella direzione. E poi c’è il mostro. Nei film i mostri sono stati mostrati in molti modi, ma mai in maniera così audace: Del Toro lo fa ballare, lo fa fare l’amore. Il tocco di Del Toro, l’empatia con le sue creature sta tutta qui: riuscire a fare tutto questo senza sfiorare mai il ridicolo. Il maestro messicano prova addirittura a rendere sexy il suo mostro: addominali e pettorali scolpiti, spalle larghe, e una certa dolcezza nel volto. Il regista ha raccontato di aver chiesto dei pareri sull’aspetto fisico dell’anfibio alla moglie e alle figlie, perché doveva essere qualcuno di cui le donne potessero innamorarsi. E così anche Sally Hawkins non è mai stata bella come in questo film. Oltre che espressiva: Del Toro le ha fatto vedere i film dei grandi maestri del muto per farle esprimere i suoi sentimenti senza alcuna parola, come il personaggio richiedeva. Accanto a lei ci sono un bravissimo Richard Jenkins, il vicino Giles, ancora una volta alle prese con un “ospite inatteso”, Michael Shannon, che presta ancora la sua lucida follia, Michael Stuhlbarg, in un ruolo ricco di sfumature, e decisivo nello sviluppo della trama, e Octavia Spencer, empatica spalla della protagonista.

Ma i toni da favola non nascondono del tutto quello che c’è dentro. Nelle violenze e nelle torture al mostro, accennate, certo, ma ben visibili, ci sono tutte le storture degli ultimi controversi anni di storia americana, da Guantanamo alla chiusura ai muri di Trump. In questo senso Del Toro, come accadeva con Il labirinto del fauno, anch’esso ambientato nel passato per raccontare il presente, ha messo tutto se stesso nel film. E non rimaniamo sorpresi che un messicano, seppur americano d’adozione, possa lanciare un messaggio simile. Se da bambino aveva paura dell’Inferno, oggi Guillermo Del Toro, probabilmente, ha ben altre cose che gli fanno paura.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

A casa tutti bene. Muccino, il ritorno a casa e il pessimismo cosmico

Published

on

Esterno, giorno. Un gruppo di persone, al solito trafelate, si incontrano sulla banchina di un porto. Stanno per salire su un traghetto che li porterà su un’isola. Sono tutti parenti, fratelli, cugini, mariti e mogli, ex mariti ed ex mogli: l’occasione per la riunione di famiglia sono le nozze d’oro dei genitori. Inizia così A casa tutti bene, l’ultimo film di Gabriele Muccino, il suo “ritorno a casa”. A guardare il poster e il cast del film, viene subito il dubbio che il film sia il sequel de L’ultimo bacio e Baciami ancora. Ci sono ancora Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino, Sabrina Impacciatore e Stefania Sandrelli. A casa tutti bene invece non è il terzo atto della storia, è una storia a sé. Ma, in un certo senso, è come se lo fosse. Perché gli attori feticcio di Muccino, i suoi fedelissimi, portano in scena dei personaggi molto simili a quelli dei due film in questione. Stefano Accorsi è Paolo, uno dei figli dei festeggiati Pietro e Alba (Ivano Marescotti e Stefania Sandrelli), che è ancora una volta l’eterno ragazzino, il Peter Pan dall’innamoramento facile, il creativo. Ok, stavolta non fa il pubblicitario, è uno scrittore un po’ spiantato. Ma guardate gli sguardi, i dialoghi, i fremiti dell’incontro con Isabella (Elena Cucci), e dite se non sembra l’incontro con Martina Stella ne L’ultimo bacio… Pierfrancesco Favino è Carlo, l’altro figlio di Pietro e Alba, ed è ancora un uomo sotto pressione, ligio ai doveri – professionali e coniugali – uno che può esplodere da un momento all’altro, e sembra tanto il Marco di Baciami ancora, “l’uomo con dei valori”. Sabrina Impacciatore è Sara, la terza figlia, e anche lei riprende in un certo senso il ruolo de L’ultimo bacio, la donna un po’ esaurita, qui con la variante di essere dedita al buddhismo e un po’ fuori dalla realtà. Stefania Sandrelli fa la mamma, ancora una volta, dolce, comprensiva, un po’ stanca della vita. Gabriele Muccino ha scritto i personaggi pensando a questi quattro attori, i suoi fedelissimi, ed è normale che li abbia costruiti propri accanto a loro.

Che cos’è allora A casa tutti bene? Non è il sequel de L’ultimo bacio e Baciami ancora, ma con loro forma un’ideale trilogia. Personaggi, situazioni, temi, toni, sono quelli. È dichiaratamente il film del ritorno a casa di Gabriele Muccino, dopo alcuni acclamati (e altri meno) film americani. E, per il ritorno a casa, il regista romano ha deciso di fare un film di posizionamento, di ribadire i propri marchi di fabbrica, di fare il film che tutti si aspettano da lui. Un film alla Muccino. E A casa tutti bene è esattamente questo, né più né meno. Ci sono i tradimenti, le scenate, l’ipocrisia e l’infelicità della famiglia borghese, gli affanni, le frenesie. La tragedia, stavolta, è solo sfiorata. E, nel finale, (in un film che ha più sottofinali de Il ritorno del Re), c’è spazio per un piccolo colpo di scena. Se è vero che è un discorso che Gabriele Muccino porta avanti coerentemente da anni, è anche vero che, stavolta, il tutto sembra accusare un po’ di stanchezza, di déjà vu, di trito e ritrito. Manca, soprattutto, quell’ironia e quel distacco che Muccino aveva usato con i suoi personaggi di Baciami ancora, come se in quel caso avesse voluto prenderne un po’ le distanze, non prenderli (e prendersi) troppo sul serio. Non aiuta il film una sceneggiatura che lascia tutto un po’ in superficie.

Alfred Hitchcock diceva che, se sappiamo che sotto un tavolo c’è una bomba che sta per esplodere, staremo in ansia fino a che esploderà, siano i protagonisti buoni o cattivi. È il meccanismo della suspense. Ora, parlare di suspence in A casa tutti bene sarebbe fuori luogo. Ma è vero che, nella casa di Pietro e Alba, capiamo subito che ci sono tante bombe, tanti disagi interiori, che sono destinati a esplodere. La situazione dell’isola dove i personaggi, causa maltempo, sono bloccati per tre giorni, la divisione coatta degli spazi dove tutto si esaspera, è l’idea migliore e la vera novità per Muccino, che ha sempre raccontato ambienti chiusi, ma mai così tanto. Quello che non è nuovo è il racconto di quel mondo borghese quasi irreale, dove la maggior parte dei personaggi sembra avere sempre così tanto tempo e soldi per complicarsi la vita, tradire, andare e venire. Qualcuno che non ce li ha, in realtà qui c’è (è il cugino Riccardo, un bravo Gianmarco Tognazzi), e infatti è il “paria” della famiglia. Muccino firma un film che potrebbe chiudere una fase e (si spera) aprirne un’altra. È chiaro che, con mostri di bravura come Favino e la Sandrelli, il risultato lo porta a casa. Ma da un autore così dobbiamo aspettarci di più.

A casa tutti bene esce il 14 febbraio, San Valentino, ma non è proprio la commedia sentimentale che due innamorati vorrebbero vedere. Se ci pensiamo, gli unici personaggi positivi sono i due adolescenti, Luna ed Edoardo, e la madre di lei, Elettra (Valeria Solarino, ex moglie del Carlo di Pierfrancesco Favino). Sembra l’unica equilibrata, e l’unica sana di mente, ed è dichiaratamente la sola ad ammettere che i legami non fanno per lei. È da qui che si capisce cosa pensi Muccino dell’amore. E in A casa tutti bene sembra avere raggiunto un proprio pessimismo cosmico in materia.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

I primitivi: quegli sgraziati, irresistibili pupazzi della Aardman

Published

on

Bisogna stare attenti, con questi della Aardman Animations, la casa di produzione inglese specializzata in stop motion, che arriva al cinema con il suo nuovo film, I primitivi, nelle sale dall’8 febbraio. Sì, perché, con il punto di vista dell’addetto ai lavori, qualche anno fa avevo liquidato un loro film, Pirati! Briganti da strapazzo, come un film troppo “colto”, destinato a essere capito per lo più da adulti. Una volta diventato papà, e averlo visto con mio figlio Matteo, tre anni all’epoca, ho notato come si divertisse come un matto. E lo stesso fa Sofia, che ha tre anni e lo sta vedendo per le prime volte. Quindi: I primitivi, mi sono detto, devo guardarlo con gli occhi di un bambino. Fatto. La storia è questa: nella notte dei tempi, da qualche parte vicino Manchester, Dag e la sua tribù vivono nell’Età della Pietra, la loro è una vita tranquilla che scorre dando la caccia ai conigli (i mammuth no, è troppo pericoloso). Fino a che, nelle loro vite, irrompe l’Età del Bronzo, con il perfido Lord Nooth, signorotto che caccia la tribù dalla propria valle per creare una miniera ed estrarre i preziosi minerali su cui si fonda la sua città. Addentrandosi proprio in questo luogo, Dag scopre lo stadio, e il calcio. E finisce per proporre una sfida: una partita di calcio tra la sua tribù di primitivi e la squadra cittadina di Lord Nooth, il Real Bronzio, dalla quale dipenderà la sorte della sua valle e della sua tribù.

Parliamo di bambini non a caso. Se non lo sapete, quelli della Aardman sono i maestri della stop motion: caso più unico che raro oggi, non creano i loro personaggi al computer, ma li costruiscono in mesi e mesi di lavoro con plastilina e altri materiali organici, li muovono e li fotografano ad ogni mossa. E in questo modo certosino hanno le loro immagini in movimento. Le loro creature sono reali, tangibili. E sono qualcosa di unico: occhi sporgenti, dentoni, nasi a patata o suini, baffi e capelli ispidi. Sì, sono sgraziati, eppure tenerissimi e irresistibili. I film della Aardman sono da vedere e rivedere, molte volte, perché i personaggi, e i set dove si muovono, anch’essi reali (solo lo stadio e il pubblico, stavolta, sono stati ricreati al computer, sarebbe stato impossibile creare materialmente centinaia di comparse), sono ricchi di particolari, dettagli, riferimenti. E così, anche le storie sono piene di battute per nulla scontate.

I primitivi gioca con quegli anacronismi low tech che eravamo abituati a vedere ne I Flintstones (come un insetto usato alla stregua di un rasoio elettrico), e si prende la libertà, per questioni narrative, di saltare con facilità tra due ere (cosa che, per lo stesso motivo, fa anche la saga de L’era glaciale). Essendo un prodotto orgogliosamente british si gioca una delle carte di questa cultura, il rock (ascoltiamo i Kaiser Chiefs e The Vamps, dove nel film sui pirati si sentivano i Clash e i Supergrass), e il calcio: stadi, palloni, porte, spogliatoi ante litteram permettono una serie di gag potenzialmente infinite. Ed essendo uno studio che è ormai nella storia del cinema (d’animazione e non solo) si permette anche di giocare con l’immaginario della Settima Arte, ammiccando (ma senza citare apertamente com’è di moda oggi) a film come Il Gladiatore e alla preistoria di 2001: Odissea nello spazio, e anche alle scene di allenamento nella natura selvaggia di Rocky IV. Oltre che all’epica di Fuga per la vittoria.

Dal punto di vista dei personaggi, le dinamiche tra Dag e il suo cinghiale Grugno (che in realtà è un animale da compagnia) richiamano quelle della storica coppia comica Wallace e Gromit, con l’animale che spesso supera in inventiva il padrone. Fate attenzione, perché questo cinghialetto sarà il nuovo idolo dei vostri bambini… e anche il vostro. Se, dal punto di vista del doppiaggio, Riccardo Scamarcio aggiunge poco al protagonista Dag, e Paola Cortellesi dà una bella voce alla protagonista femminile, Ginna, le maggiori sorprese arrivano da Salvatore Esposito, che doppia Lord Nooth con un originale e immaginario accento nordico che ci ha fatto pensare al Professor Kranz di Paolo Villaggio. A proposito di Ginna, il suo personaggio permette al film di fare un salto verso l’attualità: la possibilità che una donna possa fare un “lavoro” maschile (in questo caso il calciatore) e avere le stesse opportunità è un piccolo aspetto in più che rende il film speciale. È un piccolo, grande sottotesto, che si aggiunge al messaggio principale del film, quello che per vincere occorre fare squadra, stare uniti. Devo stare attento, con la Aardman. Anche se, guardando il film, mi è sovvenuto il dubbio che fosse un gradino al di sotto di altri capolavori, sono sicuro che sarà l’ennesimo colpo della casa britannica. Aspetto di vederlo con Matteo e Sofia, tra qualche giorno, e vi saprò dire cosa ne pensano loro. Stay tuned!

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending